Due mondi contrapposti, due modi differenti di esprimere se stessi: da una parte il football, lo strumento di una colonizzazione di fatto, dall'altra il fútbol, la risposta di chi rivendica la propria libertà, la propria essenziale anarchia. Una rivalità forte, quella tra Argentina e Inghilterra, che nasce agli albori sugli improvvisati campi ricavati dai potreros, i pascoli della pampa, si sposta sul nobile prato di Wembley nei Mondiali del 1966 e approda infine, con una drammatica evoluzione dal piano simbolico dello scontro sportivo a quello concretissimo della guerra reale, a un vero campo di battaglia. Nel 1982 l'Inghilterra di Margaret Thatcher difende le isole Falkland, il diritto acquisito e l'onore dell'Impero, mentre l'Argentina dei generali in cerca di consenso vuole riprendersi ciò che la storia le aveva tolto, le Malvinas. La sconfitta e l'umiliazione argentina trovano poi la loro vendetta popolare, la revancha, in uno stadio messicano nel 1986, grazie a un semidio del calcio, il simbolo sportivo e identitario dell'Argentina moderna: Diego Armando Maradona. Ma nonostante la vittoria in quella storica partita dei Mondiali la domanda resta aperta: la rivalità tra Argentina e Inghilterra si è davvero conclusa? Quella guerra finirà mai?
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21 luglio 2026
9 aprile 2026
SCOTLAND. "THE AULD ENEMY" di Simone Galeotti
Inghilterra- Scozia? Partiamo con la signora MacLeod.
La donna sarebbe dovuta apparire in primo piano, sorridente e vestita con semplicità. Avrebbe dovuto dire che era la moglie di Ally, l'allenatore di quella invincibile armata del calcio e a quel punto tutte le casalinghe di Scozia, secondo i piani, si sarebbero precipitate a fare acquisti al supermercato. Non si conosce con esattezza la cifra spesa per l’iniziativa pubblicitaria, si sa solamente che quel contratto, dopo il crollo della nazionale ai campionati del Mondo, fu invalidato e la catena di grandi magazzini in questione si rivolse immediatamente ad altri mezzi di seduzione del consumatore.
Nel giorno della partita contro l'Olanda valida per i mondiali del 1978 (ossia la resa dei conti del girone), i parsimoniosi scozzesi oltre ai calcoli sulla qualificazione si misero a fare anche un altro tipo di conti, quantificando quello che sarebbe costato l'eventuale mesto ritorno a casa della loro squadra. Secondo un computo che teneva presente diversi aspetti, il mancato passaggio del turno (nonostante l’epigrafe allucinogena del “Non mi sentivo così da quando Archie Gemmill segnò all'Olanda nel '78”) avrebbe comportato una perdita economica di oltre un milione di sterline.
Dentro la bolla speculativa c’erano gli accordi con la casa automobilistica Chrysler (300 mila sterline per pubblicizzare un nuovo modello attraverso i 22 nazionali), con l'industria discografica capeggiata da Rod Stewart e Andy Cameron (lancio di dischi commemorativi inneggianti al successo nella Coppa del Mondo), e con il settore tessile per via di magliette, camicie e bandiere incensate di vittoria. Qualcuno, probabilmente in malafede, dirà che la privazione finanziaria superò perfino la delusione dei tifosi. Insomma parve che la sconfitta sul campo dovesse passare in secondo piano davanti alla quantità enorme di soldi che velocemente scivolarono via come un ruscello nelle Highlands.
Una vignetta di fine ottocento mostra un ministro della Chiesa di Scozia che incontra un compaesano mentre si prende cura del camposanto: “Mi fa piacere che lavori nel giardino del Signore, Jock.” - “Grazie Reverendo ma avreste dovuto vedere in che stato lui lo aveva lasciato.” Irrispettosi dei ranghi, dissacranti, disincantati. Poco inclini ad andare d’accordo fra di loro, figuriamoci con quelli del piano di sotto.
A sanare le divergenze non ci riuscì nemmeno Giacomo VI, primo sovrano a regnare su tutte le isole britanniche, successore di Elisabetta I. Il rapporto con il cosiddetto “Auld Enemy” (il vecchio nemico) è rimasto burrascoso, e se si vuole aprire perbene il pomo della discordia, va fatto a nord, sia di Edimburgo, sia di Glasgow, coinvolgendo un arco immaginario la cui estremità flessibile parte da Greenock, tocca nell'impugnatura Inverness e scende fino all'altro vertice di Dundee. E' in questo comprensorio, dove si allungano enormi laghi silenti e l’orizzonte si serra davanti a aspre vette cariche di erica, che il sentimento del “Tartan”, del “Bonnie Scotland”, caro all' orgogliosa rivolta Stuart, resiste, piegandosi senza spezzarsi come il cardo selvaggio di Stirling, sotto le raffiche di ovatta soffiate dal goffo conformismo contemporaneo.
L’indole scozzese plasmata dal clima duro, da vigorosi sorsi di whisky e dall’etica presbiteriana ha potuto trovare ampie sacche di separazione da Londra attraverso una sostanziale separazione di poteri nel diritto pubblico e privato. In Scozia sin dai disordini del 1706 è sorto un sistema d’istruzione di alto livello accessibile da tutte le fasce sociali. Questo approccio verso la scuola, finanziato con i proventi del sistema fiscale, ha permesso alla popolazione di essere fra le più colte d’Europa, facendo sbocciare illustri scienziati nonché noti letterati. Esiste, è vero, un rovescio della medaglia dato dal ricordo di essere stati gli impavidi coraggiosi ma anche i fatalmente perdenti e oppressi. Questo corto circuito fa strisciare un ancestrale senso di sfiducia e una tendenza a sminuirsi, degna del miglior Freud in "Al di là dei principi di piacere", macerata nel continuo risentimento del predominio politico e culturale inglese.
Nel calcio si comincia a darsele di santa ragione il 30 novembre del 1872 all’Hamilton Crescent di Glasgow in una empirica, trasandata, partita conclusasi 0-0. La Scozia, completamente formata da giocatori del Queen's Park, ebbe in prestito dalla nazionale di Rugby le divise blu e da allora blu resteranno. La carica del “Flower of Scotland” invece arriverà tardi, circa un secolo dopo. Nel frattempo incomincia a scatenarsi la furia dell’Old Firm e sulle placide sponde del Loch Ness, il 20 aprile 1934, Robert Kenneth Wilson scatterà una foto fatale che il giorno dopo farà impazzire il mondo stampata sulle pagine del Daily Mail: il mostro, nemmeno poi così mostro, esisteva davvero? Oh, fu un grandioso falso, ma il buon scozzese deve credere nel dogma di "Nessie" a qualunque costo (altrimenti mettiamo in cattiva luce San Colombano e allora come si dice: scherza con i fanti ma lascia stare i santi..).
Tornando in musica la canzone, divenuta inno, fu composta da Roy Williamson, componente del gruppo musicale folk "The Corries" nel 1967 e adottata negli anni settanta. Buckingham Palace ne permise l'uso nonostante fosse una canzone deliberatamente e profondamente anti-inglese ispirata alla battaglia di Bannockburn del 1314.
Nel 1993 sostituì Scotland the Brave che nel 1980, vivaddio, a sua volta aveva preso il posto del fischiatissimo God Save The Queen, e qualcuno, dai finestroni rigati di pioggia del palazzo di Holyroodhouse, giurò di aver visto il fantasma della povera Regina Mary.
Poche soddisfazioni e molte delusioni a dire il vero per il Leone rosso di Robert the Bruce. Nel 1961 la Scozia sprofondò a Londra sotto un clamoroso 9-3, il risultato peggiore nei confronti diretti con i bianchi di sua Maestà. Uno strepitoso Jimmy Greaves segnò una tripletta con l’imbarazzante difesa scozzese che riuscì nell’impresa di concedere 5 goal in 10 minuti. Il portiere della Scozia, Frank Haffey, per la vergogna, decise addirittura di abbandonare il paese ed emigrò in Australia.
La rivincita, per fortuna, arrivò sei anni dopo quando il gruppo di Bobby Brown espugnò Wembley per 3-2 battendo i neo campioni del mondo in serie positiva da 19 incontri. La rete d'apertura la segnerà il leggendario Denis Law, Pallone d’Oro 1964, eccezionale attaccante che ha scritto pagine di storia del Manchester United, ma che a Manchester giocò anche con il City e proprio una sua marcatura, durante il drammatico derby del 1974 disputato a Old Trafford, paradossalmente condannerà alla retrocessione i red devils.
Ripercorrendo Scozia- Inghilterra o Inghilterra- Scozia ci sarebbe da menzionare tutta la trafila del cosiddetto Home British Championship, ossia il più antico torneo per nazionali e conseguentemente l'epopea dei vari Jimmy Johnstone, Sandy Jardine, Greame Souness, Joe Jordan e Kenny Dalglish, e ogni altra vecchia gloria, oblio di una manifestazione sicuramente importante purtroppo calata nel fetido, aspro, respiro condominiale con gli inglesi naturlamnete avanti nei conteggio dei successi. Alla partita di Londra del 1977 pare ci fossero 70.000 tartaners sui 98.000 spettatori presenti. L'atmosfera, quando le squadre uscirono dal tunnel di Wembley era indescrivibile; le reti di Gordon McQueen e Dalglish scatenarono l’invasione di campo più celebre della storia. Per vincere di nuovo a Wembley servì una rigore di John Robertson nel 1981 ma in quel caso, nonostante l’ennesima massiccia presenza scozzese, le nuove balaustre dello stadio bloccarono sul nascere ogni festeggiamento alimentato da un trip troppo esuberante.
Invece tornando alle sfide a tenore internazionale si giunge a quella del giugno 1996, valevole per i campionati europei organizzati dall’ Inghilterra del “Football Coming Home”. Finì 2-0 per gli inglesi con le firme di Alan Shearer e Paul Gascoigne e con il portiere David Seaman sugli scudi per aver parato un tiro dal dischetto al capitano Gary McAllister a dodici minuti dal termine sul punteggio di 1-0. Resta famosa la frase rivolta da McAllister al suo compagno John Collins allorché gli sussurrò: “If I score, we win the game”. E invece non solo ci sarà l’errore dal dischetto ma pochi attimi dopo pure la beffa attraverso il pallonetto show di Gazza sopra la testa di Colin “Braveheart” Hendry, seguito dal colpo al volo di sinistro spedito alle spalle di Andy Goram. Un pomeriggio amarissimo quello e mai digerito, neppure vendicato nel play off del 1999 valido per la qualificazione agli Europei del 2000 in Belgio e Olanda. Uno spareggio sanguinoso che premiò ancora gli inglesi. Il primo dei due match si disputò il 13 novembre all’Hampden Park di Glasgow e la squadra allenata da Kevin Keegan si portò via il successo grazie ad una doppietta di Paul Scholes. Al ritorno, a Wembley, nonostante le minime possibilità di rimonta in mano agli scozzesi, ci fu la solita battaglia. La Scozia vincerà 1-0, (centro di Don Hutchison) sfiorando più volte il il raddoppio che le avrebbe consentito di disputare i tempi supplementari. Anche stavolta David Seaman sbarrò le porte della gloria ai blu parando un calcio di rigore, ironia della sorte, proprio all'autore della rete del vantaggio. Gli ultimi faccia a faccia sono stati quello dell’11 novembre 2017, Inghilterra- Scozia 3-0 e quei sei minuti di follia allo stato puro nella gara di Glasgow: la Scozia, sotto di una rete riversa in campo tutto il cuore e una magnifica doppietta di Griffiths ribalterà lo contesa mandando in visibilio l'intero paese. A riportare la partita sul definitivo 2-2 ci penserà Harry Kane. “It feels like a defeat” dirà dopo la partita Leigh Griffiths, l’unico nel girone ad essere riuscito ad abbattere il muro difensivo inglese: già, un pari amaro come una sconfitta perché per la nazionale allenata da Gordon Strachan i tre punti avrebbero significato sperare ancora nella qualificazione al Mondiale. Sebbene i risultati negativi spesso siano stati meno netti di quelli mostrati dai referti, è oggettivo che per sperare di sconfiggere fra un paio di settimane gli inglesi a casa loro servirebbe una Scozia almeno parente di quella degli anni settanta. Servirebbe una sorta di ultima chiamata, un suono di cornamusa, (ah, attenti, quelle a tre bocche mi raccomando, poichè a due sono strumenti irlandesi e fanno un suono più dolce..) come accadde prima dello scontro sulla terra brulla di Culloden Moor, e fra i mattoni rossastri di Hampden lo sanno bene: “Everyone needs stroke luck sometimes”, disse, ferito gravemente e attorniato dai suoi uomini, il buon Principe Charles.
di Simone Galeotti, da https://lettereinchiaroscuro.blogspot.com
13 agosto 2025
RIVALITA'. "MANCHESTER UNITED VS LIVERPOOL" di Christian Cesarini
La rivalità calcistica tra Manchester United e Liverpool è chiamata il derby del nord-ovest anche se in tempi più recenti ha assunto la denominazione di derby d’Inghilterra, un po’ come succede in Italia con Inter e Juventus.
La sfida ha origini antichissime anche se la ruggine tra i due club più blasonati e vincenti d’Inghilterra si è acutizzata soprattutto negli ultimi 30 anni.
Di sicuro a caratterizzare il derby è la vicinanza geografica tra le città di Manchester e Liverpool, divise da appena 34 miglia (50 minuti appena con l’auto o con il treno), ma anche la rivalità scatenasi tra le tifoserie negli anni 70 e 80, periodo in cui il fenomeno hooligans si manifestò in tutta la sua violenza. Scontri tra la famigerata Red Army di Manchester e le diverse firms originarie del Merseyside non mancarono di far notizia quando i due football club si affrontarono sul campo. Ad alimentare un certo “odio” contribuirono anche stesse le dirigenze e i managers.
E’ la storia stessa a raccontarlo: nessun giocatore professionista, dal 1964 ad oggi, ha mai percorso quelle 34 miglia per passare da una maglia rossa all’altra, in nessuna delle due direzioni. L’ultimo fu il centravanti Phil Chisnall, nato a Manchester, che nell’aprile del 64 passò dallo United ai Reds per 25mila sterline. Chisnall scese in campo ad Anfield appena sei volte siglando anche una rete ma non entrò mai per ovvie ragioni nei cuori pulsanti della Kop. Da quel giorno mai più nessuno ha effettuato un passaggio diretto da una sponda all’altra e questa la dice lunga sul rapporto di certo non amichevole tra i due club. Nella ultracentenaria storia di Manchester United e Liverpool sono appena nove i trasferimenti di giocatori, di cui ben sette dal 1912 al 1938. Altri giocatori hanno indossato entrambe le maglie ma sempre intervallando le loro prestazioni sportive con una maglia diciamo così neutra, come una sorta di purificazione. Esempio di ciò il caso di Paul Ince, che passò al Liverpool via Inter dopo aver passato sette stagioni all’Old Trafford, accolto come un nemico dalla Kop di Anfield; o di Gabriel Heinze, sul quale sir Alex Ferguson in persona mise un polemico veto al trasferimento nonostante l’accordo economico già raggiunto tra Reds e lo stesso argentino. Nel 2006 è stata la volta di Michael Owen, ex re di Anfield dal 1996 al 2004 e un po’ a sorpresa approdato alla corte di Fergie.
Le statistiche ufficiali riportano che il primo match tra red devils e reds ebbe luogo ad Anfield il 12 ottobre 1895. Davanti a 7.000 persone il Liverpool surclassò i rivali 7 a 1 in una gara valida per la sesta giornata di second division 1895/96. In realtà, in quell'epoca pioneristica, i calciatori di Manchester non erano ancora ne rossi nè diavoli. Il famoso logo con l'irriverente diavoletto e il relativo nickname conosciuto in tutto il mondo fu assunto solamente agli inizi degli anni 60 per iniziativa del manager Matt Busby e per l'esattezza anche il nome del club non era quello attuale. Il Manchester United FC infatti fu fondato nel 1878 come Newton Heath e la dicitura Manchester United fu coniata (curiosamente da un emigrante italiano, Louis Rocca) solamente dal 1902, nel momento in cui il club, sull'orlo del fallimento, fu rifondato dopo un romanzesco salvataggio economico. Stesso discorso per i colori sociali, che proprio fino al 1902 erano verde-oro, proprio come i colori sociali della compagnia ferroviaria di Manchester dal quale il club fu generato.
La citata e presunta "prima volta" del 1895 mise quindi di fronte Liverpool e Newton Heath ma se si va a scavare nella lunga e romanzata storia del Manchester United nata nel 1878 si scopre che la sfida con il Liverpool aveva avuto già un precedente, curiosamente molto più drammatico, sportivamente parlando, di quel 7 a 1 datato ottobre 1895.
Nella stagione 1893/94 il Newton Heath chiuse all'ultimo posto della First Division mentre il Liverpool, fondato appena due anni prima da una scissione interna all’Everton FC, giunse in vetta alla graduatoria della second division. All'epoca il regolamento prevedeva che al termine della stagione, al fine di decretare retrocessioni e promozioni, venissero giocati i cosiddetti "test matches", ovvero veri e propri spareggi tra le ultime tre classicate della first division e le prime tre classificate della second division. Il Newton Heath fu associato quindi al Liverpool e i reggenti della Football League decisero che la gara si sarebbe disputata in partita unica all'Ewood Park di Blackburn, all'epoca uno dei più grandi e funzionali stadi di tutta l'Inghilterra. Sabato 28 aprile 1894 (davanti a 3.000 persone), nonostante la differenza di categoria, i reds di Liverpool superarono agevolmente i verde-oro del Newton Heath per 2 a 0 decretando di conseguenza la retrocessione del futuro Manchester United dalla prima alla seconda divisione calcistica. Statisticamente quello fu uno dei primissimi declassamenti della storia del calcio. La storia della rivalità tra i due club ha quindi una genesi sportiva più che degna, considerato che un club superò l'altro in un vero e proprio spareggio decretandone nientemeno che la retrocessione.
La prima affermazione dello United risale al 2 novembre 1895: meno di un mese dopo il citato ed umiliante 7 a 1 di Anfield gli Heathens si vendicarono vincendo 5 a 2 al Bank Street di Manchester (l'Old Trafford sarebbe stato costruito solo nel 1909). Un risultato roboante e non pienamente veritiero secondo le scarne cronache dell’epoca (il Newton Heath avrebbe potuto realizzare molte più reti), caratterizzato dalla tripletta dell'attaccante James Peters e dall’immancabile pioggia di Manchester.
Seguirono tante altre sfide di campionato nel quale spiccano dalla parte Liverpool oltre al citato 7 a 1 del 1895 le vittorie per 5 a 0 nel 1925, lo 0-3 esterno del 1972, il 4 a 0 del 13 settembre 1990 e il recentissimo 1 a 4 griffato Gerrard della stagione passata. Di contro all’Old Trafford vengono ricordati con grandi sorrisi il 6 a 1 del 1928, il 5 a 0 del 1946 giocato al Maine Road (l’Old Trafford non era ancora agibile per i danni subiti durante la seconda guerra mondiale), il 5 a 1 del 1953 e il 4 a 0 del 2003.
Ma se tralasciamo le numerose e combattutissime sfide di campionato soffermandoci sulle sfide in Fa Cup scopriamo che le due squadre si sono affrontate ad oggi ben 11 volte. Il primo storico face to face risale alla stagione 1897-1898. E' il secondo turno di Fa Cup e Liverpool - Newton Heath finisce 0 a 0. Nel replay i reds di Liverpool passano 2 a 1. Nel 1902 il Manchester United (al primo anno con tale nome e nuove maglie dopo la rifondazione) si vendica vincendo 2 a 1 al primo turno, uscendo però al secondo round ( sconfitta per 3 a 1 ) contro l'Everton. Considerando anche l'interruzione dell'attività sportiva a causa della prima guerra mondiale, per scontrarsi nuovamente i due clubs devono aspettare la stagione 1920-21, dove, ancora al primo turno, si verifica di nuovo un pareggio: 1 a 1. Nel replay, come già alla fine dell'ottocento, sono i reds a passare 2 a 1 e a continuare il cammino (poi interrotto dal Newcastle Utd) nell'antica competizione. Nuova sfida dopo la seconda guerra mondiale: è la stagione 1947/48 e lo United stavolta si impone nettamente per 3 a 0 al secondo turno. United che arriverà fino alla finale, vincendola sul Blackpool per 4 a 2. E sempre con tre reti ma stavolta per 3 a 1 i red devils eliminano, ancora nel secondo turno, i rivali nel 59/60, uscendo poi, sconfitti 1 a 0, al turno successivo contro lo Sheffield W. Durante i favolosi sixties nessuna sfida. La prima finale tra i due colossi è invece datata 21 maggio 1977. I Red Devils accedono a Wembley superando in semifinale il Leeds United per 2 a 1, i Reds di Liverpool superando i cugini dell'Everton con un netto 3 a 0 al replay, dopo aver impattato la prima gara sul 2 a 2. Davanti a 100mila spettatori è il Manchester United a trionfare per 2 a 1 togliendo ai Reds la storica possibilità di diventare il primo club a realizzare il treble. Sono infatti gli anni del grande Liverpool europeo, che quell'anno trionferà in campionato ma anche in Coppa Campioni. E' questa quindi la sfida delle sfide, la più importante tra le due grandi rivali; una gara che accentuerà in maniera esponenziale l'odio sportivo tra le due tifoserie. Nel 78/79 i due clubs si affrontano di nuovo, stavolta in semifinale: a vincere sono ancora i diavoli rossi, 2 a 2 nel primo match e 1 a 0 nel replay. United che nell'emozionante finale 12 maggio 1979 vedrà però trionfare l'Arsenal di Liam Brady e Alan Sunderland. Ancora semifinale nell'edizione 84/85 ed ancora United vincente dopo un replay: 2 a 2 e 2 a 1. Red Devils che poi trionferanno in finale per 1 a 0 contro l'altro club di Liverpool: l'Everton, grazie ad una rete del nord-irlandese Norman Whiteside. Nuova sfida nell'atto conclusivo nel 1996: Eric Cantona nel finale di gara piega i reds con uno splendido tiro al volo da fuori area ed i red devils alzano il trofeo bissando la finale del 77. Poi ancora Man United, che al secondo turno dell'edizione 98-99 ( l'anno magico del club che realizza il treble ) supera i rivali per 2 a 1. L'ultima sfida è del 2006, i Reds passano per 1 a 0 al 5 turno andando poi a conquistare l'FaCup 2006 nella finale di Cardiff contro il West Ham dopo aver superato anche Birmingham City e Chelsea. Per ora il bilancio in Fa Cup è nettamente a favore del club di Manchester.
Statistiche generali dal 1897 al 2006: Sfide totali in FA Cup: 11 ( 15 se consideriamo anche 4 replay ) Vittorie Liverpool: 3 Vittorie Manchester United: 8 Semifinali: 2 ( entrambe vinte dallo United al replay ) Finali: 2 ( tutte e due vinte dallo United )
C'è tuttavia un'altra gara che secondo gli storici calcistici generò una certa antipatia tra i due club, seppur moderata rispetto ai nostri giorni. La partita in questione risale al 19 febbraio 1910 e nella storia del Manchester United ha una certa rilevanza in quanto fu la prima disputata dal club di Manchester all’Old Trafford, inaugurato proprio quel giorno. La realizzazione della casa dello United fu opera dell’architetto scozzese Archibald Leitch e all’epoca suscitò la curiosità di moltissimi appassionati di football, non solo della città di Manchester.
In quel 19 febbraio il calendario della first division inglese mise di fronte proprio Manchester United e Liverpool. I mancuniani guidati in campo dalla prima vera superstar del football (il gallese Billy Meredith) erano all’epoca di gran lunga la miglior formazione d’Inghilterra: campioni nazionali nel 1908 e vincitori dell’Fa Cup nel 1909. Davanti a 45mila e nonostante la grande motivazione dell’inaugurazione del nuovo stadio (all’epoca uno dei più grandi di tutta Europa) i reds di Liverpool sconfissero per 4 a 3 i rivali, rimontando il 2 a 0 iniziale a favore dei padroni di casa. Quella sconfitta nel giorno dell’inaugurazione dell’Old Trafford fu vissuta dagli sportivi di Manchester come un vero e proprio smacco e seppur la festa per la nascita dell’avveneristico stadio fu enorme, quella sconfitta (condita anche dal gioco molto duro dei reds) sancì il definitivo abbandono di speranza di vincere il titolo per lo United, rovinando in parte l’evento.
Di contro il Manchester United sistemò il conto in sospeso già nell’annata successivamente, quella 1909/1910. I Mancuniani si vendicarono con gli interessi vincendo il titolo della Football League all’ultima giornata proprio al cospetto del Liverpool. Una vendetta che fu soprattutto un suicidio dei reds, che nonostante il punto di vantaggio a 90 minuti dal termine fecero un clamoroso karakiri perdendo 3 a 1 ad Anfield contro l’Aston Villa. Un titolo perso all’ultimo istante, condito successivamente da frecciate polemiche tra i dirigenti delle due formazioni e che gettò altra benzina sul fuoco nel rapporto tra i club.
I musei, altra battaglia tra i due club. Quello dell’Old Trafford maestoso, quasi regale e strutturato con visite guidate ed ascensori, quello dei Reds meno sfarzoso, essenziale ma non meno ricco di trofei e cimeli, che tende ad unirsi in un'unica leggenda all’Anfield Stadium stesso. Diversi ma imperdibili entrambi, e chi c’è stato può confermarlo…
di Christian Cesarini
4 novembre 2024
"U.K. FOOTBALL RIVALRIES. RIVALITÀ CALCISTICHE, RELIGIOSE, STORICHE E SOCIO-CULTURALI DEL CALCIO BRITANNICO, Vol.1" di Gianluca Di Leo (Urbone), 2021
Gianluca Di Leo nato a Matera ex collaboratore di Supertifo e Sodalizio Lazio, e collaboratore di Sportpeople, dopo aver pubblicato il saggio “Ultras il nostro modo di essere” e omaggiato la tifoseria laziale con il libro “Quelli della capitale” e gli ultras romanisti con il libro “ Unici eredi di un grande impero”, con U.K. Football Rivalries rivalità calcistiche, religiose, storiche e socio-culturali del calcio britannico v.1” approfondisce la natura di molte rivalità del Regno Unito e Repubblica d’Irlanda, un libro denso di informazioni, aneddoti molto interessanti sul perché le rivalità in queste piovose terre siano così sentite e di varia natura rendendo le atmosfere durante questi incontri di calcio uniche al mondo.
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