15 aprile 2026

"HILLSBOROUGH 1989" di Simone Galeotti

Prima di parlare dell'inizio credo sia giusto partire dalla fine. 
Dal momento in cui 97 tifosi hanno lasciato questa terra avvolti dai colori di quella bandiera che tante volte ha sventolato per loro a scrivere idealmente nel vento l'orgoglio del popolo che rappresenta. 
La bandiera con il “Livebird”, uccello mitologico metà cormorano e metà aquila. Per tutti la fenice della Mersey. Quella fenice che sembrò chiudere le sue ali e posarsi leggera sulle bare di tutte quelle vittime innocenti, come a fermare in un caldo abbraccio la passione di una vita. Ma il legame con la squadra non si spezza neppure nel culto della sepoltura. Chi resta, fissa simboli e momenti come tributo alla memoria per gli sfortunati che non ci sono più. Come elemento identificativo del loro passaggio sulla terra: l'onore di essere appartenuti con intensità al cuore di un club, e un merito terreno che richiede tutta la visibilità possibile, ben oltre la dimensione temporale. Verso l'eternità. Come eterna sarà l'immagine struggente del terreno di gioco dell' Hillsborough completamente ricoperto da un placido mare di mazzi di fiori, di messaggi di dolore. Come i cancelli d' ingresso della maledetta Leppings Lane, su cui saranno addossati cappellini, sciarpe, gagliardetti. 
Non solo del Liverpool. Ci saranno tutti, proprio tutti. Edera multicolore sulle rovine del calcio. Santuario improvvisato di un pellegrinaggio continuo. Pellegrinaggio popolare, autenticamente popolare. Dolore, lacrime e rimpianti.


Ma di cosa stiamo parlando? E' giusto fare un piccolo ma doveroso passo indietro per chi non ha ancora capito, per i più giovani o per chi in ogni caso non mastica tutti i giorni pane e football.
E' il 15 aprile 1989. Sheffield. 
La città dell'acciaio, costruita su 7 colline nei pressi del fiume Sheaf che a Sheffield ha regalato il nome. La città della squadra di calcio più antica del mondo, lo Sheffield F.C.. Data di fondazione 1857. Notte dei tempi. Dopo, solo dopo, arriveranno lo Wednesday e lo United. 
Civette e lame. Hillsbourogh e Bramall lane.
E' un pomeriggio insolitamente soleggiato nel South Yorkshire. In aprile generalmente la pioggia non fa mistero di essere particolarmente generosa in quelle terre. Nel sobborgo di Owlerton, pochi km a nord ovest dal centro cittadino c'è la casa dello Sheffield Wednesday. Hillsbourogh appunto. Ad essere esatti la seconda casa delle civette, inaugurata il 2 settembre 1899 dopo l'abbandono dell' Olive Grove.
C'è da giocare la semifinale di F.A. Cup, la celeberrima coppa d'Inghilterra che nel periodo dell'isolamento continentale, dovuto ai fatti dell'Heysel ha assunto un importanza e un valore ancora maggiore. E ciò è tutto dire....
Come da tradizione la partita deve svolgersi in campo neutro e a giocarsi l'accesso ai fasti di Wembley arrivano due club che se non sono formalmente acerrimi rivali sicuramente non nutrono l'un per l'altro grandi simpatie. Liverpool e Nottingham Forest. 
Per il Liverpool in quegli anni è diventata una piacevole abitudine arrivare alle fasi finali della manifestazione, e spesso anche di aggiudicarsi l'ambito trofeo. I tricky trees del City Ground invece non salgono i 39 gradini del royal box per ricevere la “coppa” dal 1959. Trenta anni esatti.
Ho accennato prima all' Heysel. Finale della coppa dei campioni 1985 a Bruxelles, di fronte Liverpool e Juventus. Trentanove morti. Una tragedia in proporzioni umane. Una mazzata in provvedimenti disciplinari. Il movimento calcistico inglese è escluso dalle competizioni europee per cinque anni.
Le ripercussioni interne sono altrettanto pesanti. In quello stesso anno la Lady di Ferro al secolo Margareth Thatcher approva lo “Sporting Event Act” dove si ratifica l'abolizione della vendita di alcolici negli stadi e nei parcheggi limitrofi. Nel 1986 arriva un'altra ingiunzione. Si tratta del “Public order act”, ovvero, guai a comportarsi in maniera non consona anche se non violenta. Ai tribunali viene conferita ampia autonomia in merito. Non sarà sufficiente. Non perché si tratti di prescrizioni inutili, ma perché se per prime vengono a mancare le capacità organizzative tutto il resto sono solo inutili dettagli.
Quel 15 aprile incomincia male sin dalle prime ore del mattino. Lavori in corso sulla M62 ostruiscono e ritardano l'afflusso del pubblico, segnatamente quello proveniente da Liverpool. Ma la contingenza viaria del traffico che scorre a rilento non è niente di fronte alla leggerezza con cui viene deciso di distribuire i settori dello stadio alle due squadre e ai rispettivi tifosi. Non ci scordiamo che otto anni prima sempre a Hillsborough, e sempre per una semifinale di coppa d'Inghilterra avvennero incidenti in occasione di Tottenham-Wolverhampton. Fortunatamente non gravi nel bilancio, ma che comunque obbligarono il club tenutario dell'impianto ad intervenire sulla struttura.
Ma tutto sembrava dimenticato. Tutto pareva rimosso dalla memoria. Chi non guarda agli errori del passato è destinato a ripeterli in futuro. E “Cassandra” aveva già lanciato la sua profezia. Derisa. Inascoltata.





















La capiente “Spion Kop End” che conteneva all'incirca 21.000 spettatori viene assegnata alla “Travelling Kop” del Nottingham Forest, squadra che notoriamente ha un seguito di pubblico meno numeroso del Liverpool, mentre al club di Anfield Road sarebbe spettata la dirimpettaia “Leppings Lane” con i suoi 14000 posti. Piccola e angusta. 
Basti pensare poi che in totale gli ingressi riservati ai tifosi dei reds saranno solo sei, contro i sessanta dei supporters del Forest. A poco più di mezz'ora dall'inizio del match la situazione in curva appare relativamente tranquilla. Ci sono famiglie intere con bambini molti dei quali alla loro prima trasferta. Si parla di come farà giocare la squadra Dalglish, di come si comporterà il “redento” Ian Rush reduce dalla penosa esperienza italiana. 
Qualcuno discute se ci sarà intesa fra Ronnie Whelan e John Barnes. Altri scommettono che il goal decisivo lo segnerà Aldrige. Tutti sognano di andare a Wembley.
I problemi iniziano a manifestarsi quando cessa l'intasamento stradale e la M62 riversa sullo stadio tutti i sostenitori del Liverpool, e improvvisamente ci si rese conto della marea umana che stazionava all'esterno della Leppings Lane. Si presume approssimativamente 5000 persone. Iniziò a salire la tensione. 
All'interno dello stadio nel frattempo si incominciano a scandire cori, a cantare “You'll never walk alone”. Fuori montava l'impazienza, c'era chi iniziava a spingere, chi a lamentarsi della calca eccessiva. Una pressione enorme. La polizia andò letteralmente in corto circuito non aspettandosi di dover gestire una situazione così complicata. E qui scattò una decisione. Terribile e fatale. Per smaltire la congestione le forze dell'ordine decidono di aprire un grosso cancello d'acciaio posto nei pressi di un tunnel che conduce all'interno della curva. Il “Gate C”. Sarà come aprire le porte dell'inferno. In genere, in questi casi, ufficiali di polizia a cavallo si sistemano all'ingresso con la funzione di avvisare ed evitare pericolosi sovraccarichi. Per motivi ancora ignoti ciò non successe quel pomeriggio. Entrano tutti. Con e senza biglietto Il gate scarica una quantità di tifosi di gran lunga superiore alla capienza, e in breve non avendo nessuna via di fuga gli spettatori a ridosso del terreno di gioco vengono spinti verso le recinzioni. Le famigerate “Fences”. Fu un massacro. 
Calpestati, spinti, soffocati. Un olocausto di ferro e corpi. Di morte. E altra morte colpisce gli sventurati rimasti schiacciati nel tunnel. Il tutto mentre l'incontro è già cominciato da sei minuti. Lunghi, interminabili, paradossali. Perché nessuno si era accorto delle dimensioni di quello che stava accadendo a pochi passi dal rettangolo verde, se non purtroppo i diretti interessati. Poi un funzionario di polizia capisce che c'è qualcosa che non va e richiama l'attenzione dell'arbitro. Per la cronoca il signor Ray Lewis. E arriva un fischio anomalo. Tanto insolito da sembrare quasi triste. Stridulo complemento sonoro in mezzo a urla e invocazioni. La partita viene interrotta. Ma la polizia commette uno sbaglio. Un altro. Non si renderà immediatamente conto del problema, ma anzi tenterà goffamente di respingere coloro che reputa invasori e non sopravvissuti. Intanto i più fortunati troveranno scampo sulla West Stand tratti in salvo da mani misericordiose. Chi perdeva l'equilibrio o cedeva alla paura era perduto. Quando ci si rende conto del disastro la tragedia si è già consumata. I morti in totale a fine giornata saranno 93 e oltre 200 i feriti. Fra scene di panico e pianto c'è anche chi con abnegazione e grande coraggio cerca di aiutare e rincuorare i contusi. I cartelloni pubblicitari verranno usati come barelle di fortuna, mentre le sirene delle ambulanze urlano nel limpido sabato di Sheffield. Fra le vittime anche John Paul Gilhooley 10 anni, cugino del futuro capitano Steven Gerrard. E' crudele il destino. Sarah e Victoria Hicks sono due sorelle di Pinner sobborgo londinese, entrambe fanatiche del Liverpool. Per Sarah 19 anni il tagliando della semifinale era il regalo di compleanno. Travolta e uccisa. Victoria invece spirerà fra le braccia del padre che inutilmente cercherà di rianimarla. Tony Bland 22 anni rimarrà in stato di coma vegetativo fino al 1993. Fino a quando i genitori Allan e Barbara non decideranno di farlo morire con “dignità” interrompendo la terapia. “Non è cosciente non soffrirà”, dissero i medici. I familiari delle vittime si costituiranno parte civile. 
Ci sarà un processo che avrebbe dovuto essere esemplare ma che in sostanza non ha mai fatto piena luce sull'attribuzione delle colpe. 
Ci sarà un giornale, il “Sun” che getterà sporcizia spacciandola per verità. 
Ci sarà un orologio ad Anfield che segnerà per sempre le 15:06 del 15 aprile 1989. Lest we forget.

14 aprile 2026

"LONDON CALLING. La controcultura a Londra dal '45 a oggi" di Barry Miles (Editore EDT), 2012


La Londra di Barry Miles è quella della cultura underground che nasce fra le macerie della Seconda guerra mondiale ed esplode nel corso degli anni Sessanta e Settanta, concentrandosi sul West End e su Soho, le zone in cui era confluita un'eterogenea popolazione di personaggi creativi e fuori dalle righe, intolleranti nei confronti delle costrizioni della cultura e del costume ufficiale: scrittori, poeti, registi, musicisti, artisti, pubblicitari, architetti, stilisti, e una miriade di più anonimi personaggi decisi a fare della propria vita un'arte. È la storia di una rivoluzione culturale determinata a ottenere una "totale confusione dei sensi", che si sviluppa fra le vie di una metropoli artisticamente onnivora, fatta di locali, librerie, club, pub, teatri, piazze, vicoli, scantinati, case occupate o case borghesi. Una storia di sconvolgente energia vitale e al tempo stesso autodistruttiva, raccontata sul filo di quell'ironia che solo un testimone diretto può comunicare. 
Mettere in fila i nomi che si incontrano fra queste pagine fa tremare l'idea stessa di 'controcultura', poiché vi si ritrova molta della creatività che animerà per ibridazione la cultura ufficiale del Novecento: Dylan Thomas, Francis Bacon, i Situazionisti, il cool jazz, il rock 'n' roll, Mary Quant, Kingsley Amis, J.G. Ballard, i Rolling Stones, i Beatles, William Burroughs, Jimi Hendrix, i Pink Floyd, Allen Ginsberg, Pete Townshend, Yoko Ono, Derek Jarman e moltissimi altri.

13 aprile 2026

[MISTER FOOTBALL] "ADDIO AL THE WINSLOW HOTEL" di Roberto Gotta

Può far specie che lo dica un astemio che anni fa declinò l’opportunità di vedere una partita in un pub per timore che eventuali esultanze risultassero in gocce volanti di birra, ma la chiusura imminente del Winslow Hotel di Goodison Park, l’ex stadio dell’Everton, è una notizia deprimente e al tempo stesso prevedibile. Situato letteralmente di fronte all’ingresso della tribuna su Goodison Road, quindi raggiungibile con non più di 6-7 passi, nacque nel 1886, quindi sei anni prima dello stadio stesso, e fino alla Seconda Guerra Mondiale fu anche albergo, come si comprende dal nome, per poi diventare esclusivamente locale per bevute e restare aperto solo nei giorni delle partite e in alcune altre occasioni, per eventi particolari o serate a tema. 
Poche, ma sufficienti ad ottenere un introito dignitoso. Quello che ora non è più garantito dalle partite della Under 21 e della squadra femminile, che portano una frazione degli spettatori e dell’interesse che c’è invece per la prima squadra, né sono bastati pomeriggi di apertura speciale per alcuni gruppi di tifosi stranieri le cui squadre dovevano giocare in serata contro il Liverpool ad Anfield. E allora il gestore, l’irlandese Dave Bond, ha deciso di chiudere e trasferirsi in un nuovo locale più vicino al nuovo stadio, locale che verrà chiamato Dixie’s, in onore ovviamente di Dixie Dean, il formidabile attaccante degli anni Venti-Trenta che era un frequentatore del pub quando abitava vicino allo stadio. Bond anni fa aveva parlato con l’amministratrice delegata dell’Everton, Denise Barrett-Baxendale, suggerendole una collaborazione in base alla quale il club avrebbe facilitato il trasferimento al nuovo stadio di alcuni negozi e ristorantini locali, ma non se ne fece nulla ed ecco allora la chiusura del pub, con ultima, grande festa sabato 24 gennaio alla presenza di un grande numero di personalità, del presente e del passato del club, legato al pub anche dal fatto che due giocatori, James Borthwick e Norman Greenhalgh, lo presero anche in gestione. Bond, parlando ad alcuni giornalisti, ha ricordato come nella prima immagine di Goodison Park, un disegno effettuato da un artista locale nel 1892, in occasione della prima partita dell’Everton, si vedano le tre torrette tipiche del pub, sulla destra, a testimonianza di come il Winslow Hotel abbia sempre fatto parte del panorama.

11 aprile 2026

"IL GIORNO IN CUI GEORGE BEST DIVENNE GEORGE BEST" di Christian Cesarini

Gli ultimi trenta giorni del 1963, in Inghilterra, furono scossi dalla Beatlemania, che esplose delirante e prepotente per non fermarsi mai più.
Il 29 novembre 1963 infatti i “quattro ragazzi che scioccarono il mondo” pubblicarono il singolo “I want to hold your hand”. La canzone, che fu composta al pianoforte da Lennon e McCartney in uno scantinato di Wimpole Street fu un successo di tali proporzioni (quindici milioni di copie vendute!) che i Beatles divennero di lì a breve la band musicale più famosa del pianeta.

In quello stesso periodo, a Manchester, un ragazzino di diciassette anni, originario di Belfast, si apprestava ignaro a diventare celebre quanto i Beatles, destinato ad esser eletto il più grande giocatore di football visto sui campi anglosassoni, icona di un’epoca in cui tutto sembrava possibile, in una nazione, l’Inghilterra, che a metà degli anni Sessanta è l’ombelico del mondo, fonte ed ispirazione di nuove tendenze in moltissimi campi, tra i quali la moda, la musica, la tecnologia e ovviamente il football.
George Best arrivò alla corte di Matt Busby nell'estate del 1961. Celebre il famoso telegramma che l'esperto Bob Bishop, talent scout del Manchester United in Irlanda del Nord, spedì al manager scozzese definendo Best “a genius”
Due timidi anni di apprendistato all'Old Trafford, poi il padre-padrone dei Red Devils fece esordire il Belfast Boy in prima squadra il 14 settembre 1963, in un match vinto 1 a 0 contro il West Bromwich Albion. Il giovane nord-irlandese andò bene, lasciando intravedere alla gente dell'Old Trafford le sue enormi potenzialità tecniche; ma nonostante la buona prestazione il buon Busby, forse nel timore di caricare il ragazzo di troppa pressione psicologica, lo riconsegnò di fatto alla squadra riserve senza concedendogli altre apparizioni in Football League. Geordie, così come era conosciuto familiarmente tra gli amici a Belfast nel suo quartiere di Cregagh, prese la decisione di Busby con relativa filosofia, conscio del fatto che la stagione successiva ci sarebbero state altre opportunità per dimostrare il proprio valore ed entrare così in pianta stabile in prima squadra. L'imprevedibile però era dietro l'angolo e la vita di George, in quei ultimi giorni del 1963 stava cambiando per sempre...
Durante il tradizionale tour de force natalizio il Manchester United ricevette due sonore ed inaspettate sconfitte: la prima, il 21 dicembre per 4 a 0, al Goodison Park contro l'Everton, la seconda nel boxing day del 26 dicembre, quando il Burnley si impose clamorosamente per 6 a 1. Appena quarantotto ore dopo la debacle del Turf Moor il calendario mise nuovamente di fronte ai red devils i claret and blue. Matt Busby, preoccupato della condizione psico-fisica dei suoi giocatori, cercò di dare una scossa positiva all'ambiente e decise, a sorpresa, di inserire tra i titolari due ragazzini senza esperienza: Willie Anderson, 16 anni, all'esordio assoluto e George Best, 17, alla seconda apparizione. George apprese della pesante sconfitta dello United contro il Burnley nella sua casa di Belfast, dove stava passando le feste natalizie con la famiglia. Il 27 dicembre, appena quindici ore prima del match contro il Burnley, al numero 16 di Burren way (casa di Dickie e Anne Best, genitori di George) venne recapitato un telegramma urgente in cui si “richiedeva” l'immediato rientro all'Old Trafford di Geordie. Sulle prime in casa Best ci fu incredulità, poi il padre di George sentenziò che la comunicazione significava che il figlio avrebbe giocato. George invece frenò gli entusiasmi, sostenendo che non voleva lasciare la sua amata famiglia nel bel mezzo delle festività senza peraltro avere la minima certezza di giocare. Si decise così di chiamare il club: George chiese a papà Dickie di telefonare al club trainer Jack Crompton, uno dei fedelissimi assistenti di Busby ed ex glorioso portiere dello United tra il 1944 e il 1956; questi confermò le speranze di veder scendere in campo il ragazzo, aggiungendo anche che dopo la gara George avrebbe potuto tranquillamente far ritorno a casa per festeggiare l'ultimo dell'anno. Sentendo le parole di Crompton il duro Dickie sobbalzò e un po' disorientato sul da farsi rispose: <<Se lei mi dice questo io devo venire a Manchester con il mio ragazzo...Ma...>>.<<Don't worry, Mr.Best...>> lo interruppe il club trainer, <<Rimanga pure con la sua famiglia, ci saranno molte altre gare per vedere suo figlio all'opera>>. Dickie riattaccò la cornetta del telefono e gli vennero in mente in una volta sola tutte le volte che in passato aveva dovuto tranquillizzare l'ansia della moglie mentre si incamminava verso il campetto di calcio vicino casa, ogni volta che il suo ragazzo sembrava sparito nel nulla di Belfast.

28 Dicembre 1963 Manchester - Old Trafford – ore 15:00
Manchester United vs Burnley

Il 28 dicembre 1963, giorno del match contro il Burnley, il Manchester Evening News analizzava a margine della presentazione della gara che Boy Best era si promettente e talentuoso ma troppo giovane per una gara così delicata, avanzando non troppo velatamente i rischi di Busby nello schierare contemporaneamente due giovanissimi senza esperienza. Stesso approccio al match ebbe News of the World, anche se quest'ultimo, dopo gli scontati interrogativi, si augurava un immediato e luminoso futuro per i due ragazzini. Le due squadre scesero regolarmente in campo dinanzi ad un Old Trafford stracolmo (54mila presenti) e pronto a dare il solito caloroso sostegno alla squadra di casa. Matt Busby schierò in attacco lo scozzese David Herd e il gallese Graham Moore, con a sostegno Bobby Charlton e sulle fasce le “new entry” Best e Anderson. Il veterano Paddy Crerand con il solito compito di vigilare in mezzo al campo e Foulkes a guidare la difesa con David Gaskell tra i pali al posto dell'infortunato eroe di Munich 58 Harry Gregg. Il Burnley si presentò con la stessa formazione schierata due giorni prima, con il numero due Elder sulle tracce del giovane Best. Alexander Elder, quasi ventiquattrenne, era all'epoca uno dei più promettenti difensori nel panorama calcistico anglosassone, nord-irlandese proprio come Best e già nel giro della nazionale maggiore, con il quale collezionò in carriera quaranta caps, tre in più dello stesso Best. Curiosamente Elder, originario di Lisburn, era cresciuto calcisticamente nel Glentoran FC, club di famiglia per George, seguito e tifato da bambino grazie soprattutto alla passione dell'amatissimo nonno. Il match non ebbe storia sin dalle primissime battute: segnarono per lo United Herd e Moore, entrambi due volte, e poi proprio Belfast Boy, che quel giorno realizzò la sua prima rete in campionato con un destro fulmineo dal limite dell'area, applaudito a scena aperta dall'intero Old Trafford. 

Finì 5 a 1 per lo United, che vendicò ampiamente la pesante sconfitta del boxing day. Pat Crerand dichiarò poi in seguito ricordando il grande match di Best: <<Elder era un ottimo difensore, così come Angus, ma quel giorno George era velocissimo, imprendibile, sembrava volasse e li annientò completamente>>
Bobby Charlton aggiunse:<<Ricordo che ad un certo punto della gara John Angus fu spostato nella zona di George a dar sostegno difensivo ad Elder, che era in enorme difficoltà su Best. Neanche in due riuscirono a fermarlo...>>
Quel giorno "George Best divenne George Best," il predestinato. La sua fu una partita praticamente perfetta: attaccò con tutte le sue immense qualità tecniche, in maniera potente, veloce, imprevedibile; usò la testa ma anche il cuore e l'istinto tipico degli eletti dal Dio del pallone; corse concentrato senza mai fermarsi, realizzando un gran goal e numerosi cross che sembravano disegnati per quanto erano ben calibrati; non disdegnò neanche i contrasti duri e i rientri difensivi, sovrastando comunque in ogni occasione difensori e centrocampisti avversari. Entusiasmò l'Old Trafford, che quel pomeriggio lo elesse ad unanimità a figlio prediletto. Seduto in panchina, osservando quel ragazzo imprendibile che correva tenendo stretto il polsino della maglia Matt Busby ripensò al telegramma dell'amico Bishop e si convinse di aver veramente trovato un genio. Ben presto tutta la Gran Bretagna si inchinò al talento cristallino di Best rendendolo immortale.
Il giorno dopo la gara, così come gli era stato promesso, Geordie riprese il solito treno per Liverpool e poi il solito traghetto diretto a Belfast. La sua famiglia lo accolse a braccia aperte; l'eco della sua grande partita era giunto fino a Burren way, quel giorno infatti il Belfast Telegraph raccontava con enfasi la nitida vittoria del Manchester United con sullo sfondo la foto in bianco e nero di un sorridente 17enne locale...
di Christian Cesarini
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