Finalmente il gran giorno è arrivato. Dopo una lunga attesa durata quattordici anni…, però questo effettivamente è già stato scritto.
Il "mio primo Dockers Derby" è qualcosa che non posso introdurre con le solite frasi di circostanza, utilizzate da pagine e pagine di giornalisti, sui social, nonché da autori che normalmente durante l’anno si occupano di tutt’altro, persino di cinema. Perché in effetti, se il Docker’s Derby oggi gode di una certa notorietà, oltre che a una certa letteratura di settore che da sempre se n’è occupata, lo si deve anche a Hollywood. Perché se è vero che le rispettive tifoserie di Millwall e West Ham sono sempre state considerate tra le più temute nel panorama calcistico inglese, bisogna anche riconoscere che il mito è stato alimentato per almeno un paio di decenni da film, libri, e biografie di personaggi che in buona parte hanno preso parte a quelle scorribande, e che oggi, dopo averne scontate le conseguenze, vanno in giro parlandone in tv, radio e podcast, facendoci pure un sacco di soldi. Tuttavia, bisogna avere l’onestà di ammettere che nessun altro paese al mondo è riuscito a fare ciò che la Gran Bretagna ha fatto per eliminare la piaga degli hooligans, non senza errori, ovviamente. Sia ben chiaro però, la violenza c’è ancora, si è solo spostata altrove. E quindi il mio viaggio inizia così, sabato 19 settembre 2026, con la sveglia che suona alle 4.00 del mattino, un caffellatte veloce, una merendina e un veloce bacio a mia moglie che nel dormiveglia mi sussurra un “non farti ammazzare!”.
Il volo è prenotato alle 7.05 dall’aeroporto di Milano Malpensa, io alle 4.45 sono già lì, onde evitare imprevisti. Supero facilmente i controlli, non c’è fila, non ho una valigia, né un bagaglio a mano questa volta, soltanto il cellulare, un powerbank, un passaporto e la carta di credito. Indosso un paio di jeans e una maglietta blu di cotone, scarpe Adidas e un giubbino leggero impermeabile Stone Island. Evito di indossare i colori del Millwall per ovvi motivi.
L’aereo atterra a Gatwick con largo anticipo e in pochi minuti sono sul treno per London Bridge. La prima persona che incontro è Warren, scozzese di Edimburgo, soprannominato The Flying Scotsman perché anche lui, come me, prenota i voli con largo anticipo per essere sempre presente quando il Millwall gioca al The Den. Ci salutiamo velocemente, certi che ci rivedremo a breve. La mia priorità è mettere sotto i denti un boccone per evitare di iniziare a bere a stomaco vuoto. C’è polizia ovunque. Divoro velocemente un sandwich al pollo (spicy), poi torno a scrutare il tabellone delle partenze. Individuare la piattaforma da dove partirà il treno per South Bermondsey è molto facile, basta seguire gli schiamazzi di un gruppo di giovani tifosi del Millwall che gridano a gran voce “MMMMMIIIIILLL!”. Salgo di corsa i gradini della scala mobile e in breve raggiungo altri tifosi sul treno diretto a East Croydon. Oltrepasso un gruppo di ragazzi sorridenti sulla ventina e mi siedo per i fatti miei in fondo al vagone semivuoto. Dopo pochi istanti mi raggiunge Warren che si siede nel sedile di fronte al mio e iniziamo a conversare come due vecchi amici sebbene ci siamo incontrati forse solo due volte. Ci scambiamo qualche opinione sulle tariffe dei voli e sul fatto che ormai è abbastanza facile raggiungere il Den il sabato. Scendiamo a South Bermondsey e ci dirigiamo al Blue Anchor dove ci aspettano altri amici. Alle 9.40 sorseggio la mia prima Guinness. La strada brulica di tifosi del Millwall coi bicchieri in mano. Dentro al pub è una bolgia. Incontro Jens, un abbonato che dalla Germania viene ad assistere a tutte legare casalinghe dei Lions e qualche volta ha condiviso la sua frustrazione sui social per un volo cancellato. Sono felice che oggi sia riuscito ad arrivare in tempo. Poi c’è Pete O’Mara uno dei tifosi che mi ha accolto con simpatia fin dall’inizio insieme a Warren. Poco dopo sediamo tutti insieme a un tavolo e l’alcool comincia a scorrere a fiumi. Pete mi presenta al resto della famiglia, ci sono infatti anche suo figlio Joe di trentasette anni e Conor poco più giovane, più alcuni amici. Prima di incontrarli dal vivo li avevo conosciuti sul web attraverso il loro canale YouTube, Lions TV. Insieme a Dan, che ho avuto modo di conoscere a Stoke, loro sono l’anima della tifoseria dei Lions, e ogni settimana pubblicano costantemente rubriche e contenuti sul Millwall, così che chi è di casa da queste parti, ma anche chi come me viene da lontano, il canale è una finestra sempre aperta sul Millwall e su tutto ciò che accade in quel del sud di Londra: approfondimenti di mercato, pronostici, full time reaction e molto altro. Pete è una miniera d’oro e conosce il club in ogni minimo dettaglio e mi snocciola ogni volta aneddoti e informazioni utili. Mi dice che i più hanno atteso questo giorno come i bambini attendono il Natale. E in effetti sembra davvero una giornata di festa, tra un coro e l’altro, il clima all’interno del pub è quello delle grandi occasioni. Sarà che forse il tasso alcolico è più alto rispetto alle altre volte, saranno forse le aspettative della vigilia, nell’aria si percepisce qualcosa di elettrizzante. Dopo altri tre o quattro giri di birra e qualche shot di Baby Guinness (che nonostante il nome e l’aspetto non contiene Guinness, bensì ¾ di Kalhua e ¼ di Baileys), ci riversiamo tutti in strada dove l’intensità dell’atmosfera sale di livello. La polizia è ovunque e al minimo rumore di un bicchiere rotto a terra tutti si girano all’istante. Chiedo a Pete se secondo lui c’è la possibilità che si venga alle mani con qualche tifoso del West Ham e lui mi risponde che in passato queste cose avvenivano con una certa frequenza. È in uso, infatti, che i tifosi della squadra ospite spesso facciano visita al pub dei tifosi di casa. Mi dice che si è diffusa in giro la voce che nella serata di ieri alcuni tifosi del Millwall sono stati colti di sorpresa e arrestati nei pressi del Carpenter’s Arms, noto pub frequentato dagli Hammers, nell’East End. La notizia in effetti è comparsa questa mattina anche sulle pagine di alcune redazioni e sembra avvalorata anche dalla presenza in rete di alcuni video. La polizia londinese, per l’occasione, non ha lasciato nulla al caso, schierando più di quattrocento agenti in tenuta antisommossa in diverse zone nei pressi del Den al fine di evitare disordini. Di fatto Scotland Yard ha istituito una sorta di Lockdown in buona parte del sud di Londra, con l’applicazione di un provvedimento speciale che prevede l’allontanamento dall’area, o nei casi più gravi anche l’arresto, di chiunque venga ritenuto responsabile di comportamenti antisociali.
L’attesa sale mentre i minuti passano e l’ora del calcio d’inizio si fa sempre più vicina. L’atmosfera, tuttavia, è abbastanza distesa mentre insieme a Warren e gli O’Mara mi incammino lungo la Ilderton Road, verso lo stadio. Nei pressi della stazione di South Bermondsey c’è uno schieramento di polizia a cavallo che non si vedeva da tempo da queste parti, mi dicono. Pete intanto esce da un off-license con una manciata di birre Cruzcampo in lattina e ne allunga una a ciascuno di noi. Gli sguardi dei miei amici sono puntati alle banchine della stazione, sopra di noi oltre le inferriate. L’arrivo di un treno è infatti seguito da un vociare confuso, ma non succede nulla. Arrivati al Den ci facciamo strada tra la folla chiassosa nei pressi della fan zone. Mi congedo da Warren e dagli O’Mara, i nostri posti sono situati nella Docker’s End ma in settori diversi, e ci promettiamo di incontrarci più tardi. Prima di entrare incontro una vera leggenda, l’attore inglese Tamer Hassan, famoso per aver preso parte, insieme a Danny Dyer, a The Football Factory, dove, manco a farlo apposta, interpretava il ruolo di leader di una firm del Millwall. L’attore si concede diverse foto con alcuni fan, tra cui il sottoscritto. Il suo ingresso al Den, poco prima dell’inizio della gara, verrà salutato con una standing ovation.
È difficile descrivere la sensazione che provo nel momento in cui oltrepasso i tornelli, con quel rumore di ferro e ingranaggi che ruotano e fanno si che una volta all’interno sai che non si può tornare indietro. E anche se i tagliandi cartacei sono ormai stati sostituiti da un QR code sullo schermo del telefonino, quella magia ha ancora un certo effetto. Al mio ingresso nel blocco 18, mentre ancora la maggior parte dei tifosi sono intenti a scolare l’ultima birra prima del fischio d’inizio, i giocatori di entrambe le squadre stanno ancora effettuando il riscaldamento in campo. Riconosco subito Bowen, del West Ham, che in settimana è stato protagonista di un episodio spiacevole. È stato infatti avvicinato da alcuni tifosi del Millwall che l’hanno filmato in strada ricoprendolo di insulti deplorevoli. Il video è poi comparso in rete e in pochi istanti è diventato virale. Questo per far capire il clima che da giorni si respira intorno a questa sfida tanto attesa. Al termine del riscaldamento, quando le due squadre rientrano negli spogliatoi, i giocatori del West Ham vengono ricoperti da una valanga di fischi e insulti di ogni tipo. Le due tifoserie non se le mandano a dire e iniziano a prendersi di mira con cori offensivi nonostante manchi ancora più di mezz’ora al calcio d’inizio. I ripetuti inviti da parte del Millwall, attraverso i propri canali social e le migliaia di mail inviate ai propri fan, con l’invito a evitare “quel canto” all’indirizzo di Bobby Moore, pare non abbiano sortito effetto alcuno. L’atmosfera è incandescente. Alle 12.25 le due squadre fanno il loro ingresso in campo davanti a ventimila tifosi furiosi. Nessuno è seduto, anche nella Barry Kitchener Stand e nell’area riservata alle famiglie. Anche “Ash the Bash” scalpita sulla sua carrozzina vicino alla bandierina del corner sotto la Cold Blow Lane End. È il “Lion Den’s Roar”: il “Ruggito della Tana dei Leoni”. Ho letteralmente la pelle d’oca, non ho mai visto niente di simile. Ventimila persone urlano contemporaneamente qualsiasi cosa. Anche i millesettecento tifosi del West Ham stipati sui due livelli della North End si fanno sentire ma il loro “I’m forever blowing bubbles” viene letteralmente sovrastato dal canto dei tifosi del Millwall sulle note di Hey Jude, mentre al calcio d’inizio parte il più lungo e assordante “MMMMIIIIIIIILLLLLL…!!!” che io abbia mai sentito, interrotto soltanto dal primo tackle di un difensore dei Lions che viene accolto con un’incredibile ovazione.
Tra le due tifoserie volano insulti e minacce di ogni genere, in pochi osservano quello che sta accadendo in campo fino a quando, dalle gradinate, non si sente partire il più classico dei classici “No One Likes Us!”. Ogni contrasto, ogni intervento in scivolata, ogni fallo fischiato a favore, ogni palla riconquistata vengono accolti da un urlo impressionante. Mentre a ogni fallo fischiato contro e a ogni passaggio di palla tra i giocatori del West Ham piovono insulti di ogni tipo all’indirizzo degli avversari. Ogni tifoso sugli spalti sembra letteralmente coinvolto nella trance agonistica, almeno, se non di più, quanto i giocatori in campo. Ancora una volta, posso affermarlo: non ho mai visto niente di simile. Poi succede l’incredibile. Proprio sotto di me il Millwall conquista una rimessa laterale che Dykes si incarica di effettuare. Le sue possenti braccia scagliano il pallone fino al limite dell’area di porta del West Ham dove tutti saltano ma nessuno la prende. La palla rimbalza dalla parte opposta dell’aera dove arriva come un fulmine Sykes. Tutto il Den è già pronto a esplodere. Ma Hermansen, il portiere degli Hammers, compie un vero miracolo sul potente tiro dell’irlandese, ex Bristol City, e la respinge. La palla però carambola sui piedi di Arconte. Il ragazzo della Guadalupa però è troppo decentrato rispetto allo specchio della porta e con un mezzo volley riesce a schiacciare il pallone che rimbalza nuovamente verso il centro dell’area. Cooper salta anche lui ma non la prende. Dietro di lui però arriva Caleb Taylor che osserva il pallone scendere verso il suo piede sinistro e a quel punto non deve fare altro che appoggiarla in rete. È un tripudio di braccia che si agitano al cielo (limbs, come si dice da queste parti), gente che salta, bicchieri che volano, persone che si abbracciano. E la festa è appena cominciata. Comincio a guardare l’orologio, sono passati solo sedici minuti, manca un’eternità, pareggeranno di sicuro, penso. Ma la reazione non c’è, è come se l’urlo del Den li abbia tramortiti. Gli Hammers infatti sono letteralmente piantati, il Millwall invece vince ogni contrasto e metro su metro conquista campo senza concedere spazio. Comincio a comprendere come sia possibile che in passato, alcune delle squadre migliori, quando venivano a giocare qui, ne uscivano letteralmente spaventate, tanto che alcuni giocatori erano spesso terrorizzati dall’idea di cosa sarebbe potuto accadere loro qualora fossero riusciti a segnare. Col passare dei minuti mi dimentico di guardare l’orologio. Assistere a una partita del genere è un vero spettacolo. Intorno al minuto 40’ su una respinta della difesa degli Hammers la palla rotola in mezzo alla loro tre quarti, centralmente. Sykes arriva ancora una volta prima di tutti e con un gran destro, di prima intenzione, va a colpire la traversa. Il West Ham è sotto shock. Pochi minuti più tardi, giusto qualche istante prima dell’intervallo, mentre sono già sulle scale diretto verso i servizi, il Millwall beneficia di un’altra rimessa laterale sotto la mia postazione. Ancora una volta, con una lunga rimessa Dykes spedisce la palla all’interno dell’area piccola dove Camiel Neghli riesce ad arpionarla e a metterla a terra. Poi con un destro ravvicinato l’algerino, classe 2001, la mette dentro per la rete del 2-0 e il Den esplode nuovamente.
La festa sugli spalti prosegue anche durante l’intervallo con il solito “No One Likes Us” seguito dal più celebre “Chim Cimney, Chim Cimney, chim chim cha roo, we hate those b@st@rds in claret & blue!”. Mi domando se sto sognando…
Nella ripresa la musica non cambia, il West Ham pur mantenendo il possesso palla non riesce a superare la metà campo e le poche incursioni che riescono a creare risultano inefficaci. I pochi palloni spediti nella metà campo del Millwall sono facilmente preda di Marshchall, il giovane portiere dell’Accademy dell’Aston Villa, appena prelevato dallo Stevenage. Per gli Hammers, allo shock per le due reti subite nel primo tempo, subentra la frustrazione. Ma è qui che le cose cambiano: l’episodio che farà più discutere accade al sessantacinquesimo, quando all’ennesimo lancio sprecato dagli Hammers, la palla termina lentamente verso l’area di rigore dei Lions. Marschall la attende senza tuttavia raccoglierla, facendo così passare secondi preziosi. L’attaccante argentino del West Ham, Taty Castellanos si avvicina all’estremo difensore del Millwall che a quel punto afferra la palla coi guantoni. Gli altri giocatori sono già tutti nella metà campo opposta pronti a ricevere il rinvio del portiere, anche l’attenzione dell’arbitro è rivolta altrove. I due si sfidano con lo sguardo, si parlano probabilmente. Poi improvvisamente Marschall si rivolge all’assistente di linea visibilmente offeso. Indica un punto sul volto, uno sputo dell’attaccante. L’arbitro ferma il gioco, “he spit on me!” indica il labiale, poi con un angolo della maglia Marschal si pulisce la fronte. Nessuno ha visto nulla, saranno le immagini a chiarire. Si va avanti a giocare, gli Hammers dovrebbero essere in dieci per l’espulsione dell’argentino ex Lazio (che potrà rischiare sei turni di sospensione se ritenuto responsabile di condotta antisportiva) e invece improvvisamente la situazione sembra rovesciarsi. Complice un po’ di stanchezza da parte dei Lions e dei cambi non all’altezza della qualità degli avversari, anche e soprattutto a causa della lunga lista di giocatori infortunati, i colpi del West Ham cominciano a fare davvero male. Prima è un’incursione sulla fascia destra di Bowen, che mette al centro un cross invitante sulla testa di Pablo, nuovo entrato, a costringere Marschall al miracolo. Poi al minuto 74’ con il Millwall completamente schierato all’interno della propria tre quarti, la palla finisce sui piedi di Kanté che con un rasoterra micidiale da fuori area infila l’angolino basso alla destra di Marschall. Il settore dove sono stipati i millesettecento tifosi degli Hammers sembra esplodere, mentre tutt’intorno il Den reagisce con il consueto “Mmmmiiiiilllll…!”. Ricomincio a guardare l’orologio, non un buon segno. Mancano quindici minuti, un’eternità. Sono le incursioni di Bowen a spaventare ora, anche se ogni volta che tocca la palla, il numero 20 degli Hammers viene ricoperto di insulti. Ma l’ala destra, nonché capitano e bandiera del West Ham, sembra ne tragga energia vitale a questo punto del match. Il Millwall si rifugia più volte in calcio d’angolo (alla fine saranno ben diciassette i tiri dalla bandierina in favore degli uomini in claret & blue). Dopo soli sei minuti, l’ennesimo cross dalla destra viene deviato con la punta del piede da Neghli. La palla si alza scavalcando tutta la difesa del Millwall va a ricadere sulla testa di Mavropanos che la mette dentro per la rete del 2-2. Dal modo in cui esultano i tifosi del West Ham si capisce quanto significhi per loro questo gol. Per un attimo sembra che si stiano per riversare in campo ma gli stewards, coadiuvati da alcuni agenti, riescono a contenere l’esplosione di gioia degli Hammers. Il Den è ancora sotto shock ma nei minuti finali il Millwall ritrova le energie per non soccombere e anzi sembra addirittura averne di più. Evidentemente sfiancati da una mezz’ora giocata ad altissima intensità gli Hammers iniziano a concedere spazi e il Millwall torna a farsi pericoloso in contropiede. Ancora occasioni da una parte e dall’altra, ne esce una battaglia senza esclusione di colpi. Al diavolo il risultato, è una delle partite più belle a cui mi sia mai capitato di assistere. E non è finita finché non è finita! L’occasione del 3-2 arriva allo scadere: un retropassaggio rischioso di Austbø viene controllato in modo maldestro da Kanté, l’autore del momentaneo 2-1. Lisbie si fionda sul pallone, è nettamente più veloce, vince il contrasto e si ritrova tutto solo nella metà campo del West Ham. Davanti ha solo Hermansen, che è fuori dai pali ma è bravo a coprire lo specchio della porta. Kanté prova a recuperare da dietro ma non ha altra scelta se non quella di abbattere da dietro l’attaccante. I ventimila tifosi del Millwall sono inferociti, vorrebbero entrare in campo ma per fortuna il cartellino rosso arriva come una magra consolazione, mentre il francese esce dal campo tra l’ovazione del settore ospiti. La punizione si infrange sulla barriera e non succede molto altro fino al fischio finale, a parte qualche scaramuccia a centrocampo. Nel parapiglia che segue il triplice fischio del Sig. Tierney, Cooper e Mavropanos vengono immortalati in quello che probabilmente risulterà il fermoimmagine più emblematico di questa incredibile giornata, e che probabilmente rimarrà negli annali di questa fantastica sfida giunta alla sua edizione numero 100. C’è delusione tra i tifosi del Millwall mentre dal settore occupato dagli Hammers sale a gran voce il coro “Two-nil, and you f@ckd it up!”. Ma c’è anche la consapevolezza di essere riusciti a tenere testa a una compagine abituata a giocare in Premier League da una decina di anni a questa parte. Sicuramente il clima del Den ha contribuito a creare le condizioni favorevoli per i Lions per una buona parte della gara. Riassumendo potrei affermare che da tempo non si vedeva un Den così infuocato. Anche per i tifosi del West Ham dev’essere stato un po’ come tornare all’inferno dopo i tanti anni passati nei salotti della Premier League. È come se le due squadre avessero avuto il bisogno l’una dell’altra per riaccendere la fiamma della loro storica rivalità. Mi sento soddisfatto. A fine partita mi incontro nuovamente con Warren e Pete, mi chiedono di unirmi a loro per andare a bere un paio di birre, ci sono anche Conor e Joe più alcuni amici della banda. Ci incamminiamo tra un sottopasso e l’altro in uno scenario che mi ricorda quello del film Football Factory (che è stato girato proprio da queste parti), tra strade e stradine del sud di Londra, tra un quartiere residenziale e i binari dello scalo ferroviario di New Cross Junction. A dire il vero non so esattamente dove mi stiano portando, ma il clima è sereno e Pete ha voglia di fare conversazione con me. Mi parla della sua famiglia, io gli parlo della mia. Saltiamo da un argomento all’altro e gli chiedo del suo legame con il Millwall. Lui mi spiega che è nato tra queste strade e anche se ora non vive più qui, da queste parti si sente a casa. Suo padre tifava Millwall e come lui anche i suoi figli Conor e Joe. Quando gli domando se abbia mai saltato una partita casalinga del Millwall mi risponde che dall’età di sei anni (ora ne ha 64), non ha mai saltato una partita in casa o in trasferta se non per motivi gravi, e che da qui, a quando morirà, sempre che sarà in grado di camminare sulle sue gambe, lui sarà sempre presente per il Millwall. “Wow” che affermazione! E sono disposto a credergli. Gli chiedo se non abbia mai conosciuto qualcuno o se non abbia mai fatto parte della frangia più violenta della tifoseria del Millwall, ovvero i Bushwackers. Mi risponde che molti di loro sono ormai in pensione (retired) e che qualora volessi incontrare qualcuno di loro probabilmente dovrei andare all’ospizio. “Il football è cambiato” mi dice,” oggi il Millwall è un club per famiglie, ci sono nonni coi loro nipoti, famiglie, intere generazioni si incrociano ogni sabato pomeriggio al Den”. E quando suo figlio Conor gli fa notare che ormai anche gli spalti del Den sono invasi dai turisti lui ha già la risposta pronta: “i turisti sono il futuro di questo club, loro investono nel club, mettono soldi, comprano maglie, sciarpe e gadget di ogni tipo, e ogni stagione rinnovano i pacchetti per assicurarsi le dirette di ogni incontro, garantendo un’entrata fissa per il club attraverso i diritti televisivi”. È sorprendente che una dichiarazione simile provenga dalla bocca del più anziano del gruppo. “Prendi lui!” dice poi indicandomi, “si alza alle 4.00 del mattino e prende un aereo da Milano per venire fin qui a tifare il Millwall”. Sono commosso, non riesco a dire una parola, se non un sentito “thanks!”. Dopo uno stretto passaggio arriviamo nei pressi di un viale alberato e raggiungiamo gli altri membri del gruppo allo Stanley Arms. È il mio turno di offrire da bere, entro e ordino una Guinness per me, una Foster per Conor e Cruzcampo per tutti gli altri. Controllo l’orologio e conto il tempo che mi rimane prima di iniziare a muovermi verso l’aeroporto di Gatwick ma c’è ancora il tempo di fare quattro chiacchiere. È qui che Pete mi invita a registrare con lui e Warren il consueto video del dopo partita da pubblicare sul canale YouTube di Lions TV. La birra mi aiuta a superare l’imbarazzo iniziale o ora il video è disponibile sulla piattaforma, per la gioia degli amici che potranno prendermi in giro.
Poco prima dei saluti vengo raggiunto da un ragazzino con la maglia del Millwall che in qualche modo ha già visto il video e ha molto apprezzato. Con lui ci sono anche suo padre Danny e il nonno, tre generazioni di tifosi! Danny è molto loquace e mi dice che vorrebbe venire a Milano per visitare San Siro. Gli dico di affrettarsi, perché presto potrebbe essere demolito. Joe mi lascia il suo numero, “per la prossima volta” mi dice, e dopo un ultimo brindisi arriva il tempo dei saluti. Warren mi scorta per un pezzo e mi indica la direzione da seguire per Jamaica Road. Tra alcuni negozi etnici e un piccolo market intravedo, lungo la strada trafficata, il cartello che indica la stazione della Tube di Bermondsey. Una sola fermata e sono a London Bridge. Mentre esco verso la stazione dei treni vengo affiancato da un uomo sulla quarantina accompagnato da ragazzino con la maglia del Millwall e un anziano signore. È Danny, con suo figlio e suo padre. C’è tempo ancora per due chiacchiere e alla fine ci scambiamo i contatti certi che ci rivedremo presto, al Den o a San Siro. È una promessa! Arrivo a Gatwick alle 17.30, stanco e affamato. Supero i controlli e vado alla ricerca di un libro da portare a mia moglie, dopodiché consumo un doppio bacon burger con doppio cheddar e patatine fritte. Il volo Easyjet delle 20.05 per Milano Malpensa è in perfetto orario e io ne approfitto per dormire un’oretta. Una volta atterrati a Milano riaccendo il cellulare e scopro che i primi messaggi che ricevo sono di Warren, di Joe e di Danny. Il primo mi scrive che il nostro video ha già raggiunto più di quarantamila visualizzazioni su YouTube e Facebook. Mica male! Joe invece mi scrive che quella che è andata in scena oggi è molto più di una partita! Infine, Danny mi gira la foto, ripresa da più agenzie, che mostra il faccia a faccia tra il capitano del Millwall Jake Cooper e il loro numero 15 Mavropanos, negli istanti conclusivi della gara, accompagnata dalla scritta: “ce l’avevamo quasi fatta!”.





