24 marzo 2026

"DUNCAN EDWARDS, il più grande" di James Leighton (66thand2nd), 2018


Difficile pensare a qualcuno più estraneo di Duncan Edwards al narcisismo del calcio contemporaneo. Esempio di applicazione nella vita sportiva e di sobrietà in quella privata, Edwards ha interpretato prima e meglio di altri il ruolo del calciatore moderno, abbinando una prestanza fisica non comune a doti tecniche affinate da uno spirito di abnegazione ereditato dalle sue origini proletarie. 
Tanto che gloria e fama mai riuscirono a scalfire il profilo riservato di un uomo che, ancora adolescente, era stato proiettato dai sobborghi di Dudley, cittadina delle Midlands, all’Old Trafford di Manchester, tempio dello United, proprio mentre il demiurgo Matt Busby forgiava quella straordinaria fucina di talenti passati alla storia con l’appellativo di Busby Babes. Di quel gruppo di predestinati che tante attese aveva alimentato, Edwards fu il perno indiscusso fino al pomeriggio del 6 febbraio 1958, quando l’aereo che riportava a casa la squadra da Belgrado si schiantò all’aeroporto di Monaco di Baviera, provocando un lutto collettivo che travalicò i confini del Regno Unito. Rigoroso nel metodo e commosso nei toni, lo scavo biografico di James Leighton viene qui proposto nella traduzione e con la prefazione di una delle voci più originali della narrativa italiana, a testimonianza di come a sessant’anni dalla scomparsa di Big Dunc, eroe di un altro mondo e di un altro calcio, il suo mito continui a rinnovarsi e a ispirare generazioni di appassionati.

23 marzo 2026

"KENNETH WESTENHOLME. Il telecronista British". di Christian Giordano

«And here comes Hurst, he’s got…
some people are on the pitch…
they think it’s all over…
it is now! It’s four!»

L’ha coniata lui la frase forse più celebre nella storia del giornalismo televisivo britannico, e non solo sportivo. «Credono sia finita, lo è ora», disse al triplice fischio della finale mondiale vinta in casa dall'Inghilterra contro la Germania Ovest nel 1966. E forse non è un caso che sia stato lui a pronunciarla, perché Kenneth Wolstenholme è stato molto più che il decano dei telecronisti di calcio UK.

Per innata modestia, di rado parlava del suo coraggioso servizio prestato come pilota dei cacciabombardieri nella RAF. Le oltre cento missioni già compiute a 23 anni gli valsero la Distinguished Flying Cross and Bar, decorazione militare del Regno Unito e del Commonwealth assegnata agli ufficiali della Royal Air Force e Fleet Air Arm distintisi durante il servizio in tempo di guerra per «atti di valore, coraggio o devozione al dovere mentre volava in operazioni contro il nemico».

Assunto dalla BBC nel 1948 senza aver mai visto un programma tv in vita sua, debuttò con un servizio da Romford, nell’Essex, coprendo una controversia legale di calcio tra le contee Southern e Northern. Di lì in poi non mollerà più il microfono per 23 finali di FA Cup consecutive e cinque Mondiali, spesso sdoppiandosi sia da conduttore sia da telecronista, per poi essere messo da parte, senza tanti complimenti, in favore di David Coleman dopo Messico ’70. Vincendo per una volta la sua innata modestia, il buon Ken ammetterà poi di sentirsi «a bit miffed», un tantino irritato, dalla decisione della BBC.

Tornò a commentare il calcio negli anni Settanta, come conduttore del calcio italiano su Channel 4, ma senza mai condividerne troppo una linea editoriale che enfatizzava troppo analisi e commenti. «Invece di concentrarci sul gioco, abbiamo un’infinità di gente seduta in studio a vivisezionare ogni minimo episodio. Esagerano, come se gli avessero detto di uniformarsi tutti allo stesso stile. Mi annoia. Sembrano non rendersi conto che mentre in radio il silenzio è la morte, in televisione può essere oro».

Spentosi a 81 anni il 22 marzo 2002, Mr. Wolstenholme ha avuto un’ultima, meritata fortuna: s’è risparmiato lo scempio di oggi.
di Christian Giordano, da https://sportspoetssociety.blogspot.com

20 marzo 2026

"LA STRADA DI BRIAN - Appunti sul Forest" di Simone Galeotti (Urbone), 2016


Il Nottingham Forest è stato il sovvertimento del sistema, il capovolgimento dei pronostici, la rivalsa dei più piccoli contro i più grandi.
Il Nottingham Forest è stato carne e sangue che hanno riscaldato Nottingham più del suo carbone. Il Nottingham Forest è stato il genio e la sregolatezza di Brian Clough, il nuovo Robin Hood, con una nuova banda di eroi, che invece dei boschi di Sherwood scelsero il City Ground. Il Nottingham Forest è stato Peter Taylor seduto in una panchina rivestita di mattoni scuri intento a fumare il suo sigaro.
Il Nottingham Forest è stato un colpo di testa di Trevor Francis, una rasoiata di John Robertson, e una bandiera rossa issata sopra le tende di un picchetto di minatori allo stremo.
Il Nottingham Forest è stato un mito.

19 marzo 2026

[MISTER FOOTBALL] "PAT NEVIN. Non solo football" di Roberto Gotta

Pat Nevin, ex attaccante di Chelsea e nazionale scozzese (), noto per il suo interesse per arte, letteratura e musica, ha raccontato al
Daily Telegraph un curioso episodio del 1984, quando il Chelsea grazie ai suoi 14 gol e assist alla coppia di attaccanti Kerry Dixon e David Speedie ottenne la promozione nella massima serie. 

Eletto Player of the Year, Nevin per via del passaggio di categoria doveva ridiscutere il contratto con il presidente Ken Bates, uno dei grandi personaggi del calcio inglese degli anni Settanta-Ottanta-Novanta, presidente dell’Oldham Athletic e del Wigan Athletic prima di acquistare il Chelsea per… una sterlina (ma accollandosi i corposi debiti), poi proprietario del Partick Thistle e del Leeds United. 

«Ero un ragazzino magro magro al primo anno e Bates probabilmente non si aspettava minimamente che diventassi un giocatore e vincessi pure quel premio. Per lui erano guai, perché doveva farmi un nuovo contratto. Io però pensai anche di tornarmene all’università per prendere la laurea, e quando glielo dissi lui rispose ‘non lo farei, vero?’. 
Ci rivedemmo il giorno dopo e vidi che lui aveva alzato l’altezza della sua sedia e abbassato la mia, giochetto psicologico del cavolo. Gli diedi un foglio su cui avevo scritto la mia richiesta economica, lui lo prese, lo lesse, lo accartocciò e lo buttò via, poi si alzò, uscì sbattendo la porta e salì sulla sua Rolls-Royce senza dire una parola. Avevo 19 anni e stava cercando di spaventarmi, ma aveva commesso un errore: pensava che io fossi solo questo ragazzino dai modi gentili, istruito e abituato a usare parole plurisillabiche, ma dimenticava che io venivo da Easterhouse, Glasgow [zona dove si sopravviveva con astuzia e tenacia]. E allora, dato che la segretaria quel giorno non c’era, aprii tutti i cassetti, trovai i contratti degli altri giocatori e feci i conti dei più alti, dei più bassi e dunque della media. Tornai il giorno dopo e gli dissi ‘ho cambiato idea, questa è la cifra’. Lui la vide e disse ‘ma è più alta di quella di ieri! Nessuno prende quei soldi al Chelsea’. No, ribattei io, quella in realtà è la media. ‘E tu come fai a saperlo?’. Gli dissi che avevo aperto i cassetti e immaginai che stesse per esplodere… invece disse ‘ fantastico, ecco il contratto’».
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