19 marzo 2026

[MISTER FOOTBALL] "PAT NEVIN. Non solo football" di Roberto Gotta

Pat Nevin, ex attaccante di Chelsea e nazionale scozzese (), noto per il suo interesse per arte, letteratura e musica, ha raccontato al
Daily Telegraph un curioso episodio del 1984, quando il Chelsea grazie ai suoi 14 gol e assist alla coppia di attaccanti Kerry Dixon e David Speedie ottenne la promozione nella massima serie. 

Eletto Player of the Year, Nevin per via del passaggio di categoria doveva ridiscutere il contratto con il presidente Ken Bates, uno dei grandi personaggi del calcio inglese degli anni Settanta-Ottanta-Novanta, presidente dell’Oldham Athletic e del Wigan Athletic prima di acquistare il Chelsea per… una sterlina (ma accollandosi i corposi debiti), poi proprietario del Partick Thistle e del Leeds United. 

«Ero un ragazzino magro magro al primo anno e Bates probabilmente non si aspettava minimamente che diventassi un giocatore e vincessi pure quel premio. Per lui erano guai, perché doveva farmi un nuovo contratto. Io però pensai anche di tornarmene all’università per prendere la laurea, e quando glielo dissi lui rispose ‘non lo farei, vero?’. 
Ci rivedemmo il giorno dopo e vidi che lui aveva alzato l’altezza della sua sedia e abbassato la mia, giochetto psicologico del cavolo. Gli diedi un foglio su cui avevo scritto la mia richiesta economica, lui lo prese, lo lesse, lo accartocciò e lo buttò via, poi si alzò, uscì sbattendo la porta e salì sulla sua Rolls-Royce senza dire una parola. Avevo 19 anni e stava cercando di spaventarmi, ma aveva commesso un errore: pensava che io fossi solo questo ragazzino dai modi gentili, istruito e abituato a usare parole plurisillabiche, ma dimenticava che io venivo da Easterhouse, Glasgow [zona dove si sopravviveva con astuzia e tenacia]. E allora, dato che la segretaria quel giorno non c’era, aprii tutti i cassetti, trovai i contratti degli altri giocatori e feci i conti dei più alti, dei più bassi e dunque della media. Tornai il giorno dopo e gli dissi ‘ho cambiato idea, questa è la cifra’. Lui la vide e disse ‘ma è più alta di quella di ieri! Nessuno prende quei soldi al Chelsea’. No, ribattei io, quella in realtà è la media. ‘E tu come fai a saperlo?’. Gli dissi che avevo aperto i cassetti e immaginai che stesse per esplodere… invece disse ‘ fantastico, ecco il contratto’».

18 marzo 2026

FIRST Division🇬🇧, il calcio inglese di una volta..

Il fascino dei vecchi piccoli stadi, le pinte al pub con gli amici, il match programme della partita, le ends che si muovevano ondeggiando ai goals della propria squadra, il pallone 18 panels rigorosamente bianco, il portiere con la maglia verde ed i pantaloncini come quelli dei compagni, il profumo forte degli hot dog con cipolla nei dintorni dello stadio oppure l'amarissimo Bovril, per i più "vecchi" i rumorosissimi turnstiles oppure.. i totalisator a lato dei campi di gioco? atmosfera unica, irripetibile..

Ecco FIRST Division, un punto di riferimento di chi ha vissuto tutto questo e chi lo sogna..


17 marzo 2026

FIRST Division. Football & cultura britannica. Dove la storia del calcio inglese si scrive tra una pinta al pub, l'odore del Bovril e il brivido delle vecchie terraces.

16 marzo 2026

"A PRANZO CON JOE JORDAN" di Gianfranco Giordano


Ė lunedì, mi arriva un messaggio sullo smartphone,
“Questa settimana sono a Milano, se ti fa piacere venerdì possiamo pranzare insieme.” Impossibile rifiutare un invito del genere.

L’appuntamento è davanti a un ristorante in zona centrale, arriviamo allo stesso momento, con cinque minuti di anticipo. Ci salutiamo e, una volta entrati nel locale, si avvicina un cameriere e lui dice “Ho prenotato per due, il nome è Jordan”

Il cameriere lo guarda ed esclama sorridendo “Joe Jordan, il giocatore del Milan”, a quel punto non resisto e replico “Lui è Jordan, io sono Giordano”.

Una volta a tavola un po’ di convenevoli, lui si informa su cosa faccio adesso che sono in pensione e io gli chiedo cosa ha portato sua figlia a vivere a Milano. Finalmente arrivano i piatti, un bel misto pesce per Joe mentre io accetto la proposta del cameriere, brasato con polenta. A questo punto, tra una forchettata e l’altra, comincia una lunga conversazione tra amici, non un’intervista. Ovviamente si parla principalmente di calcio in ordine sparso senza filo logico e senza ordine cronologico.

Per prima cosa mi chiede cosa penso della stagione del Milan e se abbiamo possibilità di vincere lo scudetto. Mettiamo subito in chiaro che l’esperto di calcio sono io. A seguire alcuni dei punti più interessanti con le riflessioni di Joe, i miei, pochi, pensieri sono tra parentesi nel testo.

Radice.
Quando ho firmato per il Milan l’allenatore era Giacomini, le cose sono cambiate quando sono arrivato a Milano per la preparazione precampionato, il nuovo allenatore era Radice. Con lui non c’è mai stato feeling, il problema non era mio, io mi sono messo a completa disposizione dell’allenatore, il mio approccio è stato dimmi cosa devo fare e io lo faccio. In realtà il problema era tra l’allenatore è quasi tutta la squadra, non siamo mai riusciti a creare un rapporto con lui. Successivamente la panchina è passata a Galbiati ma ormai era tardi.
(Parlando qualche tempo fa con un vecchio giocatore del Torino, mi aveva detto che, durante i ritiri precampionato e prepartita, Radice non dormiva nell’albergo della squadra ma stava per i fatti suoi.)

Clough.
Brian Clough è stato un grande allenatore, ha vinto tutto con il Nottingham Forest, purtroppo era l’uomo sbagliato per il Leeds United. Nella prima metà degli anni 70 le squadre più forti in First Division eravamo noi del Leeds United, il Liverpool e il Derby County. Ogni partita tra noi e il Derby era una dura battaglia, in campo e fuori, Clough non perdeva occasione per attaccarci. Quando la società ha scelto di ingaggiarlo e lui ha deciso di accettare eravamo tutti sorpresi, in definitiva hanno sbagliato tutti, Clough e la dirigenza del Leeds United.

Milan.
Il secondo anno che ero al Milan, campionato di Serie B, la società ha deciso di puntare sui giovani. Scelta dettata solo in parte da considerazioni economiche, si voleva creare un gruppo di giovani legati al club per creare un rapporto di identità tra giocatori e club. Secondo me è stata un’ottima scelta, i ragazzi che crescono nelle giovanili e poi arrivano in prima squadra si sentono tutt’uno con società e tifosi. In quella squadra c’erano degli ottimi giocatori. Baresi era un leader, tra l’altro quando vengo a Milano e voglio vedere il Milan mi rivolgo a lui per avere un biglietto, Romano era bravissimo e poi ha vinto lo scudetto a Napoli, Tassotti un bravo giocatore e un ragazzo fantastico, con Serena eravamo un’ottima coppia di attaccanti. Io abitavo in un paese fuori Milano, Buriani e Antonelli passavano a prendermi con la macchina e mi portavano a Milanello oppure in città. Un ricordo particolare anche del dottor Monti.

Verona.
Il Verona era una squadra molto forte, c’erano grandi giocatori e grandi uomini, gente come Tricella, Volpati, Garella, Galderisi, poi c’era un ottimo allenatore. Bagnoli era bravissimo, ascoltava e rispettava tutti i giocatori, però metteva subito in chiaro che era lui a comandare e a decidere. Ho scelto di andare via perché il titolare era Galderisi e io volevo giocare di più.

Esultanza.
Secondo me l’esultanza dopo una rete è una cosa istintiva, qualcosa che ti esplode dentro. Non capisco i giocatori di adesso che studiano le esultanze la sera prima, come se fossero coreografie oppure balletti. Non capisco neanche i giocatori che non esultano perché segnano contro una ex squadra.

Bristol.
Bristol è una grande città, ma al tempo stesso è un posto tranquillo dove si vive bene. In città come Liverpool, Manchester e Newcastle c’è molta pressione per un calciatore, i tifosi si fanno sentire troppo. A Bristol ci sono due squadre professionistiche e il calcio è molto seguito, ma allo stesso tempo i tifosi ti lasciano vivere in pace.

Scozia.
Nel 1974 avevamo una squadra forte, avremmo potuto passare il turno. Nella prima partita io ho giocato in attacco insieme a Denis Law, lui è stato un grande giocatore, fortissimo, ma in Germania era ormai a fine carriera. Contro lo Zaire all’esordio abbiamo sbagliato, dopo il 2-0 abbiamo pensato di aver raggiunto il nostro obiettivo e abbiamo smesso di giocare. Siamo stati sfortunati a giocare subito con lo Zaire, li avessimo incontrati nella seconda oppure nella terza partita le cose sarebbero andate diversamente.
Quattro anni dopo eravamo ancora una squadra forte, ma l’allenatore non aveva esperienza ad alto livello. Quando scendevi in campo era importante conoscere gli avversari, sapere chi erano quelli più veloci e quelli più lenti, i giocatori più aggressivi e i giocatori più timidi. Abbiamo giocato la prima partita senza sapere nulla del Perù e abbiamo perso, poi abbiamo pareggiato con l’Iran, ormai eravamo fuori. Dovevamo vincere l’ultima partita con tre reti di scarto, ma l’Olanda era una squadra fortissima, impensabile vincere contro di loro con quello scarto, ci abbiamo provato ma dopo la rete di Rep abbiamo capito che la partita era chiusa.

Da Leeds a Manchester.
Quando sono passato dal .Leeds United al Manchester United i tifosi non hanno gradito la mia decisione. Poco dopo anche il mio amico Gordon McQueen è passato al Manchester United e i tifosi hanno pensato che fosse colpa mia, ma non era vero, si trattava di due trattative separate. Con il tempo il rancore dei tifosi del Leeds nei miei confronti è svanito, adesso quando vado a Elland Road vengo accolto bene da tutti.

Nipote.
Ho sette nipoti, secondo me uno ha delle qualità per poter diventare un calciatore. So benissimo che ogni papà e ogni nonno è convinto di avere in famiglia un futuro campione, ma io vedo in lui la volontà e la determinazione di fare il calciatore professionista da grande. Adesso ha 15 anni e gioca nelle giovanili dell’Exeter, è un buon club per un giovane perché ti da lo spazio per crescere con calma.

Stranieri.
Quando vedo giocare squadre come il Liverpool, il Manchester United oppure gli Spurs, in squadra ci sono solo uno oppure due giocatori inglesi. Questo, secondo me, è un aspetto negativo perché vengono a mancare l’identità e l’anima del club.
(In pratica la stessa cosa che succede in Italia)

Coppa delle Fiere a Torino.
La prima volta che sono venuto in Italia è stato a Torino, nel 1971. Abbiamo giocato la finale di Coppa delle Fiere contro la Juve, partita di andata. Io non ho giocato. Abbiamo vinto la coppa per la differenza reti.

Tifoso Celtic.
In famiglia siamo tifosi del Celtic, i primi contatti con il calcio italiano li ho avuti da tifoso. Ero andato a vedere il Celtic contro Milan e Inter, due partite di Coppa Campioni.
(1968/69 vs Milan e 1971/72 vs Inter)

Arbitri.
Ai miei tempi, in Inghilterra, gli arbitri lasciavano i giocatori liberi di prendere confidenza con gli avversari e con la gara nei primi venti minuti. Ti lasciavano giocare liberamente, poi diventavano più fiscali, era una regola non scritta.

Pressione pubblico.
Il pubblico lo senti solo quando entri in campo, ti rendi conto del tifo e del calore dei tifosi, poi l’arbitro fischia l’inizio e conta solo la partita, niente altro.

Rivera Mazzola Riva.
Rivera era un giocatore fantastico, ho giocato contro di lui nella finale di Salonicco, di giocatori italiani di quel periodo mi ricordo anche Mazzola e Riva, fortissimi.

Sardegna.
Mia moglie e io andiamo in Sardegna per le vacanze, un posto che adoriamo, spesso si aggiungono figli e nipoti.
(Adesso capisco perché ha scelto un ristorante con cucina sarda e cimeli del Cagliari alle pareti.)

Stereotipi scozzesi.
Il pranzo finisce, Joe infrange due classici stereotipi sugli scozzesi. In primo luogo beve con moderazione, un bicchiere di vino rosso in tutto il pranzo, poi ha pagato il conto.

Alla fine, mi fa la dedica sui libri “Joe Jordan lo squalo del Milan” e “Blu di Scozia” e gli prometto che passerò da Bristol a trovarlo.
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