27 marzo 2026

"MOORE THAN A FOOTBALL CLUB" di Roberto Pivato (Urbone), 2016

Wembley, 2 maggio 1964: il West Ham United batte all’ultimo minuto il Preston North End e conquista la sua prima FA Cup. Stesso luogo, un anno dopo, 19 maggio 1965: superando per 2-0 il Monaco 1860 gli Hammers alzano al cielo londinese la Coppa delle Coppe, il loro primo titolo continentale, alla loro prima apparizione in Europa.
Passa un altro anno: a Wembley Bobby Moore solleva il suo terzo trofeo in tre anni, stavolta con la nazionale inglese da lui capitanata. Il 30 luglio 1966 una rete di Martin Peters e la tripletta di Geoff Hurst abbattono la Germania Ovest, consegnando all’Inghilterra la sua unica Coppa Rimet, un successo a fortissime tinte claret-blue.Nell’anno della demolizione di Boleyn Ground, la storica casa degli Irons, quest’opera ripercorre l’epopea del West Ham di metà anni ’60, attraverso il racconto del cammino in FA Cup e nella Coppa delle Coppe, con un occhio particolare a coloro che di quelle imprese sono stati i protagonisti e con un excursus su tutte le apparizioni del club di Newham in Europa.

24 marzo 2026

"DUNCAN EDWARDS, il più grande" di James Leighton (66thand2nd), 2018


Difficile pensare a qualcuno più estraneo di Duncan Edwards al narcisismo del calcio contemporaneo. Esempio di applicazione nella vita sportiva e di sobrietà in quella privata, Edwards ha interpretato prima e meglio di altri il ruolo del calciatore moderno, abbinando una prestanza fisica non comune a doti tecniche affinate da uno spirito di abnegazione ereditato dalle sue origini proletarie. 
Tanto che gloria e fama mai riuscirono a scalfire il profilo riservato di un uomo che, ancora adolescente, era stato proiettato dai sobborghi di Dudley, cittadina delle Midlands, all’Old Trafford di Manchester, tempio dello United, proprio mentre il demiurgo Matt Busby forgiava quella straordinaria fucina di talenti passati alla storia con l’appellativo di Busby Babes. Di quel gruppo di predestinati che tante attese aveva alimentato, Edwards fu il perno indiscusso fino al pomeriggio del 6 febbraio 1958, quando l’aereo che riportava a casa la squadra da Belgrado si schiantò all’aeroporto di Monaco di Baviera, provocando un lutto collettivo che travalicò i confini del Regno Unito. Rigoroso nel metodo e commosso nei toni, lo scavo biografico di James Leighton viene qui proposto nella traduzione e con la prefazione di una delle voci più originali della narrativa italiana, a testimonianza di come a sessant’anni dalla scomparsa di Big Dunc, eroe di un altro mondo e di un altro calcio, il suo mito continui a rinnovarsi e a ispirare generazioni di appassionati.

23 marzo 2026

"KENNETH WESTENHOLME. Il telecronista British". di Christian Giordano

«And here comes Hurst, he’s got…
some people are on the pitch…
they think it’s all over…
it is now! It’s four!»

L’ha coniata lui la frase forse più celebre nella storia del giornalismo televisivo britannico, e non solo sportivo. «Credono sia finita, lo è ora», disse al triplice fischio della finale mondiale vinta in casa dall'Inghilterra contro la Germania Ovest nel 1966. E forse non è un caso che sia stato lui a pronunciarla, perché Kenneth Wolstenholme è stato molto più che il decano dei telecronisti di calcio UK.

Per innata modestia, di rado parlava del suo coraggioso servizio prestato come pilota dei cacciabombardieri nella RAF. Le oltre cento missioni già compiute a 23 anni gli valsero la Distinguished Flying Cross and Bar, decorazione militare del Regno Unito e del Commonwealth assegnata agli ufficiali della Royal Air Force e Fleet Air Arm distintisi durante il servizio in tempo di guerra per «atti di valore, coraggio o devozione al dovere mentre volava in operazioni contro il nemico».

Assunto dalla BBC nel 1948 senza aver mai visto un programma tv in vita sua, debuttò con un servizio da Romford, nell’Essex, coprendo una controversia legale di calcio tra le contee Southern e Northern. Di lì in poi non mollerà più il microfono per 23 finali di FA Cup consecutive e cinque Mondiali, spesso sdoppiandosi sia da conduttore sia da telecronista, per poi essere messo da parte, senza tanti complimenti, in favore di David Coleman dopo Messico ’70. Vincendo per una volta la sua innata modestia, il buon Ken ammetterà poi di sentirsi «a bit miffed», un tantino irritato, dalla decisione della BBC.

Tornò a commentare il calcio negli anni Settanta, come conduttore del calcio italiano su Channel 4, ma senza mai condividerne troppo una linea editoriale che enfatizzava troppo analisi e commenti. «Invece di concentrarci sul gioco, abbiamo un’infinità di gente seduta in studio a vivisezionare ogni minimo episodio. Esagerano, come se gli avessero detto di uniformarsi tutti allo stesso stile. Mi annoia. Sembrano non rendersi conto che mentre in radio il silenzio è la morte, in televisione può essere oro».

Spentosi a 81 anni il 22 marzo 2002, Mr. Wolstenholme ha avuto un’ultima, meritata fortuna: s’è risparmiato lo scempio di oggi.
di Christian Giordano, da https://sportspoetssociety.blogspot.com

20 marzo 2026

"LA STRADA DI BRIAN - Appunti sul Forest" di Simone Galeotti (Urbone), 2016


Il Nottingham Forest è stato il sovvertimento del sistema, il capovolgimento dei pronostici, la rivalsa dei più piccoli contro i più grandi.
Il Nottingham Forest è stato carne e sangue che hanno riscaldato Nottingham più del suo carbone. Il Nottingham Forest è stato il genio e la sregolatezza di Brian Clough, il nuovo Robin Hood, con una nuova banda di eroi, che invece dei boschi di Sherwood scelsero il City Ground. Il Nottingham Forest è stato Peter Taylor seduto in una panchina rivestita di mattoni scuri intento a fumare il suo sigaro.
Il Nottingham Forest è stato un colpo di testa di Trevor Francis, una rasoiata di John Robertson, e una bandiera rossa issata sopra le tende di un picchetto di minatori allo stremo.
Il Nottingham Forest è stato un mito.
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