A Cowdenbeath, un'anonima cittadina di una popolosa regione a nord di Edimburgo, Jason King, fantino mancato di ventisei anni, si barcamena in un presente da sottoccupato cronico e stella locale del subbuteo. Tra una partita e l'altra e lavoretti più o meno leciti, Jason inganna la monotonia ascoltando Cat Stevens, tracannando Guinness e tampinando quasi ogni ragazza gli capiti a tiro. Da un po', però, a dare materia alle sue fantasie sono le morbide forme di Jenni Cahill, la figlia di un discusso imprenditore della zona. Cavallerizza di scarso talento, con una passione per Marilyn Manson e vaghe aspirazioni suicide, lei non sembra ricambiare le attenzioni di quel "nanerottolo schifoso" di Jason. Ma si sa, le apparenze possono ingannare, e saranno prima il caso e poi un tragico incidente a far scoprire ai due ragazzi di poter condividere qualcosa: il sogno di una nuova vita, lontana dal grigiore di ogni Cowdenbeath del mondo.
FIRST Division🇬🇧
28 aprile 2026
27 aprile 2026
“TANTO DI CAPPELLO” di Vincenzo Felici
Poco tempo fa, prima del fischio di inizio dell’amichevole San Marino-Andorra, ho assistito ad una toccante premiazione che ha avuto come protagonista il giocatore biancoceleste Matteo Vitaioli, che ha potuto annoverare ben cento presenze nella sua simpatica Nazionale. Gli é stato donato un bellissimo cappello celebrativo, che tanto mi ha fatto pensare a quelli che vengono utilizzati, per lo stesso motivo, nel calcio anglosassone.
Riscopriamone le origini.. La tradizione del berretto, ( in inglese “cap” ) per le presenze collezionate coi “Three Lions” ha origini risalenti alla fine del XIX secolo, precisamente al 1886. La “Football Association” ( FA ) decise, appunto, di premiare i calciatori che raggiungono tale record con un pregevole cappellino di velluto.
“I calciatori che faranno parte della nazionale per le partite internazionali riceveranno come simbolo e premio un cappellino di seta bianca con una rosa rossa ricamata sul fronte”
L'idea fu promossa da N.L. "Pa" Jackson, fondatore del Club Old Corinthians, ispirato dal cricket. Inizialmente veniva consegnato un copricapo blu, ( poi bianco) per ogni singola partita internazionale disputata. A quei tempi, i giocatori non indossavano divise “uniformi”, quindi i cappellini a spicchi servivano a distinguere le squadre in campo. Da questa usanza nasce l'uso comune nel calcio britannico di definire "cap" ogni singola presenza in Nazionale. Raggiungere le cento presenze ( o "caps" ) è un obiettivo assai ambito. In occasioni speciali, come nei casi di Harry Kane ( 2024 ) o Wayne Rooney ( 2014 ), la Federazione in questione consegna un cappello speciale, spesso d'oro o celebrativo, per onorare il traguardo.
Dal 2020, la FA ha introdotto il "legacy cap", un cappello numerato assegnato a ogni esordiente in Nazionale, per esaltare la storia dei "Tre Leoni".
Quelli ufficiali sono realizzati dalla “Toye, Kenning & Spencer”, azienda del Warwickshire e presentano lo stemma della FA con la data del match. A dir poco regali le frange decorative di questi tradizionali capi di abbigliamento sportivo, impreziositi dal ricamo riportante la partita oggetto del presente, dai cordoncini e dalle nappe stilose. Dall’originario blu, col tempo si è passato ad uno sgargiante rosso. Per la ricorrenza delle mille partite disputate dalla rappresentativa nazionale, ogni calciatore porta un proprio numero identificativo sul copricapo ( il cosiddetto “legacy number” ), un privilegio riservato a pochi eletti.. Dalla primavera del 2025, la FA ha stabilito che pure i familiari dei giocatori scomparsi ad avere raggiunto il numero di presenze tanto ambito, debbano ricevere l’oggetto incarnante i significati di bravura e fedeltà alla maglia in un colpo solo. Alcuni esempi sono costituiti dalle famiglie di Tommy Lawton e di Duncan Edwards, quest’ultimo deceduto nella terribile tragedia di Monaco di Baviera del 1958. Il primo a raggiungere l’obiettivo fu Robert Barker, portiere inglese, durante la prima partita internazionale della sua squadra, nel 1872.
Non riusciamo assolutamente ad interpretarne il senso, ma ultimamente la distribuzione dei cappelli é stata estesa anche alle personalità del mondo musicale, facendo perdere, dal punto di vista di chi scrive, quel tocco di esclusività assoluta che detiene solo il british foootball..
Il cappello ( si dice che le più antiche tracce risalgono addirittura al terzo millennio a.C, epoca in cui il feltro era utilizzato sia dai romani che dai greci, ma i ritrovamenti più antichi sono stati rinvenuti in Siberia ) costituito da un intreccio di fibre naturali, si pensa sia stato utilizzato ancor prima della lana ed incorpora da sempre un simbolo pittoresco nel calcio d’oltremanica, soprattutto nell’immaginario legato ai “nicknames” delle formazioni..
Esempi lampanti di “cappellai” sono quelli legati allo Stockport County ed al Luton Town. I primi per la forte tradizione della industria tessile radicata in quelle zone ( dove sorge perfino un Museo-cappellificio” ! ), i secondi perché per quasi due secoli, a partire dall'Ottocento, Luton è stata il centro principale della produzione di cappelli in Inghilterra, prettamente di quelli femminili. Il soprannome è un riferimento diretto alla industria locale che ha definito l'economia e la storia della città per intere generazioni. L'attività era così nota che è legata all'espressione
"matto come un cappellaio"
( richiamata dallo scrittore e poeta di Daresbury, Lewis Carroll ), derivante dall'uso di nitrato di mercurio nella lavorazione dei copricapi, pratica comune nelle fabbriche di Luton.
Tornando a Stockport, l’ “Hat Works” è un museo nella Greater Manchester, aperto dal 2000, in un mulino restaurato ed è l’unico del Regno Unito dedicato a questo singolare tipo di produzione: offre due piani di mostre interattive, accompagnate dalla esposizione di ben venti macchine vittoriane completamente restaurate e una collezione di oltre 400 cappelli provenienti da tutto il mondo. Spazio elegante e ben progettato, merita una visita guidata che richiede il tempo di circa novanta minuti, guarda caso esattamente lo stesso periodo necessario a gustarsi una partita di calcio.
24 aprile 2026
"PREMIER LEAGUE La magia del calcio inglese" di Nicola Roggero (Rizzoli), 2019
Chiunque ami il calcio e vada ad assistere a una partita di Premier League in Inghilterra resta senza fiato. Perché lì il gioco più bello del mondo è ancor più bello: è il campionato più ricco, gli stadi sono i più spettacolari, le squadre sono al massimo livello. Ma non solo: perché quei luoghi ormai mitici - da Stamford Bridge a Wembley, da Old Trafford a Highbury - preservano una tradizione unica di vittorie e campioni, ma anche il segreto di un rapporto diretto con il pubblico che non esiste altrove.
Per tutti gli appassionati italiani che da anni seguono il football britannico in tv (in passato sulla televisione svizzera e Tele+, oggi su Sky), Nicola Roggero racconta per la prima volta tutta l'epopea di questo fenomeno, dal lontano 1888 quando il gentiluomo William McGregor diede origine al primo campionato inglese per arrivare alla finale della Champions League 2019 in cui, sbaragliate le altre rivali del resto d'Europa, si sono fronteggiate Liverpool e Tottenham. È una cavalcata entusiasmante che passa dalle prodezze di Dixie Dean che negli anni Venti segnò 349 gol solo con la maglia dell'Everton alla tragedia del Manchester United nel '58 (una Superga inglese), dal dominio pluridecennale in patria e in Europa del Liverpool alla parentesi oscura degli hooligans. Il tutto per approdare alla fase attuale con il passaggio dalla Football alla Premier League nel 1992, gli anni di fatica e gloria di Alex Ferguson, e la carrellata dei massimi interpreti (anche italiani) del football contemporaneo: Beckham, Shearer, Drogba e poi Vialli, Mourinho, Conte, Ancelotti, Pep Guardiola…
A dimostrazione che lo stile inglese è inimitabile. Perciò scoprirne le storie e i segreti è un modo per godere più appieno della magia del calcio.
23 aprile 2026
"I RAGAZZI DI BROMLEY" di Stefano Conca
Se nasci a Londra, calcisticamente parlando, hai l’imbarazzo della scelta: Chelsea, Tottenham, Arsenal, West Ham… Se sei adolescente, intorno alla fine degli anni ’60, all’indomani della vittoria della nazionale inglese contro la Germania Ovest sul suolo sacro di Wembley, beh è impossibile che tu non abbia ancora scelto per quale squadra tifare. Blues, Spurs, Gunners, Hammers, sono soprannomi così accattivanti, con i quali pensi che sarebbe anche più facile farti accettare dai tuoi compagni. Ma tu sei nato a Bromley, nell’estrema periferia a sud-est e tuo padre non ha la minima intenzione di portarti ogni sabato pomeriggio dall’altra parte della città per veder giocare Bobby Moore, Geoff Hurst e Martin Peters.
Dave ha quattordici anni quando un pomeriggio d’estate del 1969 accade un evento che prima di allora poteva solo immaginare nella sua fantasia, giocando a Subbuteo magari: il West Ham, uno dei club più prestigiosi di prima divisione arriva ad Hayes Lane per disputare un incontro amichevole pre-campionato contro il Bromley, squadra dilettantistica che milita nella Isthmian League, campionato che corrisponde al settimo livello della piramide calcistica inglese, e che comprende alcune squadre della periferia di Londra più alcune delle contee del sud-est. Il ragazzo però ha ormai fatto la sua scelta, dopo aver visto, all’età di undici anni, i Lillywhites (soprannome non proprio accattivante) battere per 3-2 i Wycombe Wanderers. Ma oggi ci sono i campioni del West Ham, tra cui spiccano alcuni degli eroi di Wembley sopra citati. Poco dopo mezzogiorno Dave è già ad Hayes Lane perché anche se il calcio d’inizio è programmato alle 19.30 Dave non vuole certo perdere l’occasione di farsi firmare qualche autografo. Tuttavia, deve attendere fin dopo le 18.00 perché qualcuno si faccia vivo. Il primo è l’inserviente che lo guarda incuriosito. Dopodiché iniziano ad arrivare i beniamini di casa che lui saluta ad uno ad uno augurandogli buona fortuna per l’incontro. Li conosce tutti, li chiama per nome e per ognuno di loro ha già trovato un soprannome: c’è Pat “Postman” Brown che durante la settimana fa il portalettere, c’è il portiere Alan Soper (Sope), c’è Jeff “Tower” Bridge, c’è Phil Amato (Tomato Face) e infine c’è l’idolo di Hayes Lane, Alan Stonebridge (Stoney), il miglior marcatore della scorsa stagione e probabilmente il più grande calciatore che abbia ma indossato la casacca del Bromley. Dave ha con sé anche un paio di scarpini da calcio, per farsi trovare pronto nel caso in cui qualche giocatore del Bromley dovesse rimanere coinvolto in qualche incidente stradale, senza danni seri ovviamente, ma abbastanza da non poter arrivare in tempo per il calcio di inizio, qualora lo speaker dovesse annunciare la necessità di far giocare qualcuno dei presenti tra il pubblico.
Poi finalmente arriva il bus del West Ham ma a scendere non sono gli eroi di Wembley, bensì una squadra di riserve che Ron Greenwood, manager degli Hammers, ha deciso di testare in vista dell’imminente avvio di stagione.
Poco importa, l’attesa è finita, dopo un’estate senza football la stagione sta per ricominciare e con entusiasmo Dave si precipita ai tornelli. Vuole essere il primo ad andare a sedersi nella Main Stand (l’unica a dire la verità) per assistere all’incontro del secolo.
Al termine dei primi quarantacinque minuti il punteggio è ancora bloccato sullo 0-0. Ciò significa che se il Bromley riesce a tenere testa al West Ham per un tempo probabilmente ci sono buone probabilità di terminare il campionato nella parte alta della classifica. Poi dopo quasi un’ora di gioco succede l’incredibile: un lungo cross di Johnny Mears viene intercettato dal grande Alan Stonebridge che la mette dentro. È 1-0 per il Bromley!
L’illusione si interrompe quando il West Ham fa entrare in campo il nuovo astro nascente delle Bermuda Clyde Best che si prende letteralmente gioco dei difensori del Bromley e in pochi minuti ribalta il punteggio. Finisce 1-3 ma Dave è carico di ottimismo, soprattutto dopo aver visto i suoi beniamini tenere testa al West Ham per un’ora abbondante. Non sa che la stagione che sta per arrivare sarà una delle peggiori di sempre nella storia del Bromley che infatti finirà ultima in classifica con soli dieci punti, tre vittorie, quattro pareggi e ben trentuno sconfitte; ventotto gol realizzati contro centoundici subiti, sconfitti anche dai Corinthian Casuals.
Poco importa, dalla Isthmian League non si retrocede, come a dire che oltre al fondo non si può scavare, ci sarà un’altra stagione da guardare come sempre con ottimismo, nel frattempo Dave si è fatto nuovi amici, c’è Dave grande tifoso dell’Arsenal, con cui condivide la passione sfegatata per tutto ciò che riguarda il football (statistiche, ritagli di giornale, trasferimenti, figurine ecc…) e poi c’è la sorella di Dave, bellissima e per la quale Dave ha un debole ma a cui non si dichiarerà mai per paura di subire una delusione. Ci sono i compagni dell’Hayesford Park Reserve, squadra ultima in classifica della Orpington and Bromley Disctrict Sunday League, con zero vittorie e un pareggio su diciotto incontri. E poi ci sono gli amici di Hayes Lane, i Bromley Boys: Derek, Roy e Peter con cui Dave condivide speranze, illusioni, gioie (poche) e frustrazione (tanta), e tanti freddi pomeriggi sugli spalti sferzati da vento e pioggia, le trasferte in pullman e le partite di coppa giocate in notturna. E proprio al ritorno da un match di coppa la società, essendo il bus pieno, gli organizza il viaggio di ritorno sulla macchina di Alan Stonebridge. Si, proprio il formidabile attaccante. Dave è incredulo e quella serata rimarrà per sempre nella sua memoria come il momento più alto del suo amore per il Bromley. Dave non si accontenta di essere un tifoso qualunque, vuole entrare a fare parte della squadra ed è così che per premiare la sua fedeltà il board decide di farlo lavorare nel chiosco del the da cui può godersi la partita da una posizione privilegiata e coi soldi della prima paga si compra il singolo Space Oddity di David Bowie, anche lui di Bromley.
Pagina dopo pagina il libro ti conquista nella sua semplicità, certo, c’è anche tanta nostalgia per quel tempo in cui le tribune perdevano i pezzi, i campi erano delle distese di fango e i calciatori erano degli eroi.
Oggi il Bromley ha già conquistato la matematica promozione alla League One per la prima volta nei suoi oltre 130 anni di storia e ha anche buone probabilità di conquistare il titolo di Campioni della League Two.
Ho cercato di contattare Dave attraverso i social per fargli qualche domanda ma senza successo. Purtroppo, ho appreso che Dave è venuto a mancare nel novembre 2021 per le complicazioni di una malattia che lo aveva colpito durante quello stesso anno, mentre il mondo stava uscendo dall’incubo della pandemia. Oggi sarebbe più che mai orgoglioso del suo Bromley. I suoi amici, Roy, Derek e Peter, I Bromley Boys, ancora gli scrivono messaggi sulla sua pagina Facebook come se lui fosse ancora tra noi, mentre il suo libro è nel frattempo diventato anche un film.
Il Bromley, nel frattempo, ha anche cambiato soprannome: The Ravens (i Corvi), soprannome decisamente più accattivante, e pare incredibile che la prossima stagione potrà giocare in League One contro squadre come Luton Town, Plymouth, Wimbledon, Barnsley, Blackpool e con molta probabilità anche Sheffield Wednesday e Leicester. Sono ben lontani i tempi in cui i Lillywhites lottavano per evitare l’ultima posizione in classifica della Isthmian League contro i rivali del Corinthian Casuals. Una cosa è sicura però, grazie al racconto di Dave i ragazzi di Bromley sapranno sempre da dove vengono.
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