10 marzo 2026

"OLD FIRM. La battaglia di Glasgow" di Andrea Dimasi (Urbone), 2016

Non esiste partita al mondo che abbia lo stesso valore culturale dell’Old Firm
Il derby di Glasgow non è soltanto la sfida tra i due club più titolati di Scozia, ma un vero e proprio testa a testa che travalica i confini dello sport e mette a confronto aspetti storici, religiosi e sociali. “Old Firm” vuole offrirvi un manuale completo per conoscere meglio una partita che ha visto la sua nascita negli ultimi cinquecento anni di storia e cultura britannica. In questo libro scopriremo le dinamiche che hanno portato a questa rivalità, lo spinoso tema del settarismo, l’importanza economica della sfida, ma soprattutto le partite memorabili, i grandi successi delle due squadre e i personaggi che hanno scritto la storia di un match che paralizza Glasgow e che nutre particolari legami con l’isola d’Irlanda.

9 marzo 2026

1946 . "IL DISASTRO DI BURNDEN PARK" di Max Troiani


Il 9 marzo 1946, il calcio inglese visse il suo primo grande incubo. A
Burnden Park, casa del Bolton Wanderers, era in programma una sfida di FA Cup contro lo Stoke City del leggendario Stanley Matthews. 
Era il primo dopoguerra e la voglia di normalità spinse una folla oceanica verso lo stadio: si stima che oltre 85.000 persone cercarono di entrare in un impianto che poteva ospitarne molte meno.
Poco dopo il fischio d'inizio, la pressione dei tifosi rimasti fuori spinse chi era già dentro verso il campo. Due barriere di sicurezza cedettero sotto il peso umano, scatenando una calca fatale. La tragedia fu assurda e silenziosa: la partita venne sospesa solo per pochi minuti. 
I corpi delle vittime furono adagiati lungo le linee laterali e coperti con i cappotti, mentre il gioco riprese tra la confusione generale, perché le autorità temevano che uno stop definitivo scatenasse rivolte tra chi non capiva la gravità dell'accaduto.

Il bilancio fu di 33 morti e centinaia di feriti. Nonostante l'orrore, il disastro rimase a lungo nell'ombra rispetto a tragedie successive come Hillsborough. Solo negli ultimi anni Bolton ha abbracciato pienamente questo ricordo, onorando quei tifosi che erano usciti di casa per una festa e non fecero più ritorno. Il disastro di Burnden Park non fu solo una tragedia sportiva, ma un fallimento sistemico figlio di un’epoca che sottovalutava la sicurezza delle masse. Il clima era elettrico: dopo gli anni bui della Seconda Guerra Mondiale, il calcio rappresentava la libertà ritrovata.

Quel giorno, i cancelli vennero chiusi ufficialmente alle 14:40, ma migliaia di tifosi rimasti fuori iniziarono a scavalcare le recinzioni o a forzare i tornelli arrugginiti. La folla si riversò nel settore Railway Embankment, già stipato all'inverosimile, creando un effetto "onda" inarrestabile.

Quando le due barriere di ferro cedettero, il collasso fu immediato. Chi si trovava davanti venne schiacciato contro le ringhiere o calpestato. La cosa più agghiacciante fu la gestione dell'ordine pubblico: l'arbitro sospese la gara al 12° minuto dopo che i tifosi avevano invaso il campo per sfuggire alla morte, ma dopo mezz'ora, su ordine del capo della polizia, si ricominciò a giocare. 
I calciatori rientrarono in campo passando a pochi metri dai cadaveri allineati sotto le tribune, coperti pietosamente dai cappotti dei sopravvissuti.  Molti spettatori dall'altra parte dello stadio rimasero ignari del numero delle vittime fino al mattino seguente.

L'inchiesta che seguì, affidata a Moelwyn Hughes, segnò una svolta storica. Il suo rapporto fu il primo a mettere nero su bianco la necessità di controllare rigorosamente il numero di ingressi tramite tornelli meccanici contatutto (turnstyle) e a suggerire la creazione di corridoi di emergenza tra gli spalti. Purtroppo, molte di quelle raccomandazioni rimasero sulla carta per decenni, fino a quando disastri simili (come Hillsborough) non obbligarono il governo a leggi più severe. Per anni, Bolton ha vissuto con un senso di colpa silenzioso; oggi, quella ferita è diventata un simbolo di rispetto, ricordando che la sicurezza non è un optional, ma un diritto di chiunque compri un biglietto per un sogno.

"1980 JUVENTUS-ARSENAL. Una sfida ad alta tensione.." di Max Troiani

"Ed ora per la Juventus è notte fonda"
. Così Nando Martellini, mercoledì 9 aprile 1980, sanciva il passaggio del turno dell'Arsenal nella partita di ritorno della semifinale di Coppa delle Coppe tra la Juventus e gli inglesi.
Gli italiani giocarono con il freno a mano tirato, mentre l'Arsenal a tratti cercava di segnare quel gol che sarebbe valso la finale. A due minuti dalla fine, dopo un paio di rinvii di Bettega dalla propria area (e questo la dice lunga sulla tattica attuata quella sera dalla Vecchia Signora), ci fu un'incursione di Graham Rix sulla fascia sinistra. Il cross dal fondo trovò un sorprendente e solitario Paul Vaessen (nella foto il gol) che segnò indisturbato sul secondo palo, per la gioia dei numerosi tifosi inglesi presenti quella sera al Comunale di Torino.
Liam Brady, in procinto di passare proprio alla squadra torinese a fine stagione, commentò: "La nostra vittoria è meritata. La Juventus si è difesa troppo, ha giocato manifestamente per lo 0-0, le andava bene il pareggio ed è per questo che hanno addormentato il gioco. E dire che erano la squadra di casa".

E pensare che la partita d'andata si era conclusa con un pareggio (1-1) favorevole alla Juventus, ma non erano mancate le polemiche durante e soprattutto dopo il match. Un fallaccio di Bettega su David O’Leary al 23' del primo tempo costrinse quest'ultimo a lasciare il campo per Pat Rice. Un gol di Cabrini su rigore all'11' portò in vantaggio i torinesi, e un autogol dello stesso Bettega rilanciò l'Arsenal nel finale. I Gunners ebbero tante occasioni, in special modo grazie a un grande Liam Brady, autore di passaggi smarcanti per gli attaccanti inglesi Stapleton e Rix, che però non riuscirono a concretizzare.
Gli inglesi giocarono a Londra con questa formazione: Jennings, Devine, Walford (Vaessen), Talbot, O'Leary (Rice), Young, Brady, Sunderland, Stapleton, Price e Rix..

Il giorno dopo, i tabloid britannici riversarono tutto il loro astio sulle prime pagine, attaccando gli italiani e in primis Roberto Bettega, definito prima del match "il più inglese degli italiani". Il Daily Mail riportava un "horror-tackle", e i giornali domenicali, tra cui il News of the World, prevedevano a ragione: "A Torino sarà l'inferno". Solo il più titolato Times pensò di analizzare il match in maniera meno pesante e scrisse: "Le speranze dell'Arsenal cominciano a vacillare".
Secondo il "Mail", la cronaca del "fattaccio" degli italiani attirò l'attenzione ancor più della decapitazione della Principessa Saudita Misha da parte del boia di Re Khaled, condannata per un semplice adulterio (in quei giorni questa notizia teneva banco su tutti i giornali del Regno Unito perché ITV, il canale privato inglese, mandò in onda la sera del match di coppa una ricostruzione, e dopo la furia degli Emirati Arabi l'allora Ministro degli Esteri Britannico Carrington dovette chiedere personalmente scusa).
Il tackle di Bettega era stato veramente vergognoso e incomprensibile, non ammetteva scuse. O'Leary, dopo essersi tolto i frammenti dei tacchetti dello scarpino dell'italiano, si dovette imbottire di antidolorifici e antibiotici per essere presente nel match del sabato dopo contro il Liverpool dove, tra l'altro, secondo la stampa giocò anche bene. La preoccupazione maggiore era per la partita di ritorno, ma non solo. 
di Max Troiani

6 marzo 2026

[BOOKS] "A LONDRA CON VIRGINIA WOOLF. Passeggiate nella città della vita" di Cristina Marconi (Perrone Editore), 2021


A Virginia Woolf i medici raccomandarono senza mezzi termini di stare lontana da Londra. Troppo sensibile la scrittrice, troppo animata la città: due elementi che, combinati, non potevano che gravare su un'anima già infragilita da lutti e dolori. Eppure è a Londra che la scrittrice vorrà sempre tornare e sempre rimanere: nella capitale trova l'entusiasmo elettrizzante di una passeggiata fatta per comprare una matita, i suoni perduti di Orlando che pattina con la principessa russa sul Tamigi gelato, la vecchia Kensington dell'infanzia vittoriana e la nuova Bloomsbury, il salotto che accoglie intellettuali e artisti. La vita di Virginia Woolf a Londra è scandita dai continui traslochi: otto in tutto. La casa che si affaccia su Gordon Square, chiara e vuota, la prima con la luce elettrica e il 3S di Brunswick Square, dove vive sola con altri uomini. Queste case sono il suo punto di vista sulla città, e cioè sul mondo intero, sulla realtà con le sue tragedie e i suoi cieli. Cristina Marconi accompagna il lettore tra le vie e i quartieri, protagonisti e sfondo della vita e delle opere di Virginia Woolf che, anche da "una stanza tutta per sé", celebra la città che somiglia alla sua anima: Londra e la scrittrice, ugualmente avide di vita, ugualmente tese verso il dramma. Entrambe tanto luminose, quanto popolate da ombre. Londra è una città di tombe, una città che fa amicizia con cimiteri e fantasmi; la stessa confidenza che Virginia ebbe con la vertigine della morte.
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