30 aprile 2026

CHELSEA. "BRIDGE OVER TROUBLED WATER" di Simone Galeotti


Donne, un affare di cuore. C’è chi afferma che ogni tanto gli zoccoli del cavallo di Re Carlo II riecheggiano solenni lungo King’s Road, la strada dell’elegante quartiere di Chelsea a cui lui ha dato il nome perché l’attraversava spedito per andare a raggiungere la sua amante in un rifugio segreto. Nel XVII secolo era solo una modesta strada di campagna con un piccolo villaggio di pescatori che nei secoli si è trasformato diventando il quartiere simbolo dell'aristocrazia londinese. Poco più di due chilometri che separano il massimo della raffinatezza, da lunghe teorie di case popolari. 
Per anni punto di riferimento di artisti, intellettuali e scrittori che trasformarono Chelsea in uno dei primi centri bohémienne europei. La lista dei residenti illustri è incredibilmente lunga e citare ogni singolo nome sarebbe follia, però senza dubbio vale la pena ricordare personaggi come Oscar Wilde, George e T.S. Eliot, Agatha Christie, Jonathan Swift e Mary Shelley. 

Qui, Mary Quant lanciò dal suo negozietto tutt'ora in loco la moda della minigonna. Qui, dove se volete iniziare una passeggiata vi conviene partire da Sloan Square e scivolare accompagnati in sincronica sequenza dalla cortina di palazzi in mattoni rossi e stucco bianco fra boutique, caffè, ristoranti e negozi di antiquariato. Alla fine, troverete il vecchio Bridge, che tanto vecchio non è più e nemmeno lo stesso di tanti anni fa. Oggi è uno stadio moderno, rivoluzionato, anche strutturalmente da quello degli anni Settanta territorio di caccia dei temibili “Headhunters” sgusciati fuori dal loro covo naturale di gradoni denominato “Shed”
Ovviamente non è nemmeno quello delle origini, quando rischiò addirittura di scomparire quando per poco l’impianto rischiò di finire alla Great Western Railway, la quale, necessitava di uno spazio per costruire un deposito da utilizzare come rimessa di carbone. 
Nel 1970, il Chelsea non aveva ancora vinto la FA Cup. Era diventato campione d’Inghilterra, è vero, sotto la guida di Ted Drake ma la coppa era sempre sfuggita come tre anni addietro, nel 1967 quando nella “Cockney Cup Final” il Tottenham si era imposto sui blues per 2-1. 
La finale del 1970 il Chelsea se l’era guadagnata proprio in casa degli Spurs, il 14 marzo, travolgendo per 5-1 il Watford con una doppietta di Peter Houseman, i centri di un purissimo “east enders" come David Webb, poi Peter Osgood e Ian Hutchinson. Quella era la squadra di Dave Sexton (nella foto sopra), il Chelsea di quel quasi commovente blu privo di strane marchette e orpelli vari recante solo il leone rampante del Conte di Cadogan, con le due stelline di contorno, il Chelsea dei primi "seventie's" da associare per mutualità e situazionismo a "Bridge over Troubled Water" di Simon & Garfunkel, il Chelsea fatto di capelli al vento, aria sbarazzina e qualche bagordo di troppo. 
Sexton nativo di Islington ed ex manager dell’Orient, figlio di un pugile e cresciuto secondo educazione gesuita era subentrato a Tommy Docherty all’inizio della stagione 1967/68 (dopo la breve parentesi di Ron Stuart) e si ritrovò fra le mani la patata bollente, vale a dire il George Best di Windsor, Peter Leslie Osgood: “The King of Stamford Bridge”. Un predestinato, visto che a 17 anni firmerà per la squadra giovanile del Chelsea e al suo debutto in Coppa di Lega, sarà subito decisivo realizzando una doppietta. Calciatore dalle basette inconfondibili, geniale e imprevedibile tanto in campo e nella vita quotidiana, quando per esempio pensò bene di fare scalpore infilandosi una t-shirt indossata all’epoca dalla star del cinema Raquel Welch con la scritta “I scored with Osgood”, a conferma che il buon vecchio “Wizard of Os” non ci sapeva fare solamente con il pallone.
Quello con il manager fu un rapporto complicato, ma è certo che non era l’unico problemino per Sexton che doveva tenere a bada anche gli amichetti di Ossie, gente come Alan Hudson e Charlie Cook, assoluti maestri del controllo della sfera, oltre a ragguardevoli scorribande notturne. Ma alla fine, bevute, donne e auto veloci non riuscirono a rovinare del tutto lo stile di gioco di quella squadra, talvolta indolente, anzi l'odore caprino in qualche modo aiuterà le manovre offensive. A difendere le “capienti” porte di Stamford Bridge, c’era Peter “The Cat” Bonetti, vent’anni al servizio alla causa con 729 presenze totali. Approdò ai blues nel 1958 dopo che la madre inviò una lettera alla dirigenza del club chiedendo di valutare attentamente le qualità del proprio figlio e di concedergli almeno una chance. Di lui disse una volta Pelè: “I tre migliori portieri che abbia mai visto sono Gordon Banks, Lev Yaschin e Peter Bonetti”
Davanti la spina dorsale, formata dal difensore Ron "Chopper" Harris, uno rimasto sempre all'altezza del suo nome negli interventi con in mezzo al campo Terry Venebles e John Hollins a creare geometrie offensive per quelli là davanti. Ci sarebbe da aggiungere che l’avversario di quel Chelsea nella finale di FA Cup di quella stagione era il Leeds United di Don Revie, altro gruppo di raccomandabili elementi da Cayenna che in semifinale avevano avuto bisogno di tre partite per avere la meglio sul Manchester United. Per pura nota di cronaca nessuno dei due club aveva mai vinto il trofeo, il cui atto conclusivo a causa del mondiale messicano alle porte, la federazione decise di giocarlo in largo anticipo rispetto alle date classiche fissando l’appuntamento per l’11 aprile. Fatto sta che il dolce manto erboso sotto le due torri si presentò in pessime condizioni a causa della presenza fino a qualche giorno prima della Horse of the Year Show - noto anche come HOYS ossia la manifestazione culmine degli eventi equestri britannici che aveva reso il terreno una distesa sabbiosa, non certo usuale per l’evento più atteso della stagione calcistica inglese. "Jack" Charlton portò in vantaggio il Leeds con un colpo di testa, sul quale McCradie e Harris non riuscirono a intervenire sorpresi dal mancato rimbalzo della palla. Il pari del Chelsea avvenne in maniera altrettanto strampalata, allorché un tiro da fuori aerea di Houseman non venne trattenuto dal portiere Gary Sprake che si lasciò sfuggire la sfera per l’1-1. Finale incandescente con gli Yorkshiremen in vantaggio a sei dal termine grazie a Mick Jones, e definitivo pareggio di Hutchinson due minuti dopo. 
Un Wembley così disastrato non si era mai visto. Giocare la ripetizione poteva veramente creare grossi problemi, e così per la prima volta dal 1923 si decise che la finale di FA Cup si sarebbe dovuta disputare in uno stadio diverso. La scelta ricadde sull’Old Trafford di Manchester. E furono 26,49 i milioni di spettatori seduti davanti alla televisione il 29 aprile 1970 per assistere al replay tra Chelsea e Leeds, un risultato che ha fatto entrare l’evento nella top ten dei programmi più seguiti nella storia della BBC, dietro solamente alla finale di coppa del mondo del 1966. Ad arbitrare l’incontro, il quarantasettenne Eric Jennings da Stourbridge che anni dopo dichiarò che, se quella partita si fosse giocata in tempi più moderni non sarebbero bastati sei cartellini rossi e venti gialli per arginare "l'animus pugnandi" profuso dalle due formazioni. Di quell’incontro al di là delle scintille in campo, del calcione di Ron Harris all’ ala scozzese Eddie Gray, di un rapido scambio di pugni fra Norman Hunter e Ian Hutchinson, si ricorda la serata buia di Manchester e le calze gialle che il Chelsea decise di indossare in quell’occasione. Il club decise infatti di giocare la replica con i calzettoni gialli della divisa da trasferta. E, dato il prestigio dell'occasione, si decise anche che, per completare il look che sarebbe stato visto da milioni di spettatori televisivi in ​​diretta, i giocatori avrebbero indossato anche maglie con lo stemma giallo del club e pantaloncini con una striscia sempre gialla completata dai relativi numeri. Non è noto se l'ispirazione per queste modifiche relativamente piccole ma di grande importanza alla divisa del Chelsea sia venuta dall'interno del club o dal produttore di divise Umbro. Tuttavia, senz'altro è stata una scelta ispirata ed il risultato fu una delle divise più iconiche che la squadra abbia mai indossato.

Oh, attenzione i bianchi di Leeds andarono in vantaggio per primi con Mick Jones nel primo tempo ma a poco meno di dieci dal termine un cross di Cooke imbeccò la testa di Osgood che in tuffo pareggiò il risultato della gara. Tempi supplementari, quindi, dove spunterà il personaggio che non ti aspetti, quel David Webb che talvolta appariva per caratteristiche caratteriali elemento fuori luogo nello spogliatoio dei blues. A innescarlo una rimessa laterale di Hutchinson al minuto 104 che la “giraffa” John (Jack) Charlton prolungò maldestramente anticipando l’uscita di David Harvey con la palla che colpita in qualche maniera dall’accorrente Webb finirà in rete regalando così la prima coppa d’Inghilterra al Chelsea, alzata al cielo da capitan Harris nella gremitissima tribuna del Trafford. Mi fermo qui tuttavia a dirla tutta l’anno seguente la squadra di Dave Sexton conquisterà anche l’alloro europeo vincendo la Coppa delle Coppe ad Atene contro il Real Madrid che sicuramente non era più quello di Alfredo De Stefano e del Colonello Puskas in ogni caso restava pur sempre la squadra più importante del continente. Anche in quell’occasione ci vollero due partite, anche in quell’occasione gli avversari in campo erano in bianco, anche in quell’occasione segnerà Peter Osgood. Ma quella non era certo una novità...
Blue is the colour.

28 aprile 2026

"UNA TESTA MOZZATA" di Irvine Welsh (TEA), 2019


A Cowdenbeath, un'anonima cittadina di una popolosa regione a nord di Edimburgo, Jason King, fantino mancato di ventisei anni, si barcamena in un presente da sottoccupato cronico e stella locale del subbuteo. Tra una partita e l'altra e lavoretti più o meno leciti, Jason inganna la monotonia ascoltando Cat Stevens, tracannando Guinness e tampinando quasi ogni ragazza gli capiti a tiro. Da un po', però, a dare materia alle sue fantasie sono le morbide forme di Jenni Cahill, la figlia di un discusso imprenditore della zona. Cavallerizza di scarso talento, con una passione per Marilyn Manson e vaghe aspirazioni suicide, lei non sembra ricambiare le attenzioni di quel "nanerottolo schifoso" di Jason. Ma si sa, le apparenze possono ingannare, e saranno prima il caso e poi un tragico incidente a far scoprire ai due ragazzi di poter condividere qualcosa: il sogno di una nuova vita, lontana dal grigiore di ogni Cowdenbeath del mondo.

27 aprile 2026

“TANTO DI CAPPELLO” di Vincenzo Felici

Poco tempo fa, prima del fischio di inizio dell’amichevole San Marino-Andorra, ho assistito ad una toccante premiazione che ha avuto come protagonista il giocatore biancoceleste Matteo Vitaioli, che ha potuto annoverare ben cento presenze nella sua simpatica Nazionale.  
Gli é stato donato un bellissimo cappello celebrativo, che tanto mi ha fatto pensare a quelli che vengono utilizzati, per lo stesso motivo, nel calcio anglosassone. 
Riscopriamone le origini.. La tradizione del berretto, ( in inglese “cap” ) per le presenze collezionate coi “Three Lions” ha origini risalenti alla fine del XIX secolo, precisamente al 1886. La “Football Association” ( FA ) decise, appunto, di premiare i calciatori che raggiungono tale record con un pregevole cappellino di velluto.

“I calciatori che faranno parte della nazionale per le partite internazionali riceveranno come simbolo e premio un cappellino di seta bianca con una rosa rossa ricamata sul fronte”

L'idea fu promossa da N.L. "Pa" Jackson, fondatore del Club Old Corinthians, ispirato dal cricket. Inizialmente veniva consegnato un copricapo blu, ( poi bianco) per ogni singola partita internazionale disputata. A quei tempi, i giocatori non indossavano divise “uniformi”, quindi i cappellini a spicchi servivano a distinguere le squadre in campo. Da questa usanza nasce l'uso comune nel calcio britannico di definire "cap" ogni singola presenza in Nazionale. Raggiungere le cento presenze ( o "caps" ) è un obiettivo assai ambito. In occasioni speciali, come nei casi di Harry Kane ( 2024 ) o Wayne Rooney ( 2014 ), la Federazione in questione consegna un cappello speciale, spesso d'oro o celebrativo, per onorare il traguardo. 
Dal 2020, la FA ha introdotto il "legacy cap", un cappello numerato assegnato a ogni esordiente in Nazionale, per esaltare la storia dei "Tre Leoni". 
Quelli ufficiali sono realizzati dalla “Toye, Kenning & Spencer”, azienda del Warwickshire e presentano lo stemma della FA con la data del match. A dir poco regali le frange decorative di questi tradizionali capi di abbigliamento sportivo, impreziositi dal ricamo riportante la partita oggetto del presente, dai cordoncini e dalle nappe stilose. Dall’originario blu, col tempo si è passato ad uno sgargiante rosso. Per la ricorrenza delle mille partite disputate dalla rappresentativa nazionale, ogni calciatore porta un proprio numero identificativo sul copricapo ( il cosiddetto “legacy number” ), un privilegio riservato a pochi eletti.. Dalla primavera del 2025, la FA ha stabilito che pure i familiari dei giocatori scomparsi ad avere raggiunto il numero di presenze tanto ambito, debbano ricevere l’oggetto incarnante i significati di bravura e fedeltà alla maglia in un colpo solo. Alcuni esempi sono costituiti dalle famiglie di Tommy Lawton e di Duncan Edwards, quest’ultimo deceduto nella terribile tragedia di Monaco di Baviera del 1958. Il primo a raggiungere l’obiettivo fu Robert Barker, portiere inglese, durante la prima partita internazionale della sua squadra, nel 1872. 
Non riusciamo assolutamente ad interpretarne il senso, ma ultimamente la distribuzione dei cappelli é stata estesa anche alle personalità del mondo musicale, facendo perdere, dal punto di vista di chi scrive, quel tocco di esclusività assoluta che detiene solo il british foootball.. 
Il cappello ( si dice che le più antiche tracce risalgono addirittura al terzo millennio a.C, epoca in cui il feltro era utilizzato sia dai romani che dai greci, ma i ritrovamenti più antichi sono stati rinvenuti in Siberia ) costituito da un intreccio di fibre naturali, si pensa sia stato utilizzato ancor prima della lana ed incorpora da sempre un simbolo pittoresco nel calcio d’oltremanica, soprattutto nell’immaginario legato ai “nicknames” delle formazioni.. 


Esempi lampanti di “cappellai” sono quelli legati allo Stockport County ed al Luton Town. I primi per la forte tradizione della industria tessile radicata in quelle zone ( dove sorge perfino un Museo-cappellificio” ! ), i secondi perché per quasi due secoli, a partire dall'Ottocento, Luton è stata il centro principale della produzione di cappelli in Inghilterra, prettamente di quelli femminili. Il soprannome è un riferimento diretto alla industria locale che ha definito l'economia e la storia della città per intere generazioni. L'attività era così nota che è legata all'espressione

"matto come un cappellaio"

( richiamata dallo scrittore e poeta di Daresbury, Lewis Carroll ), derivante dall'uso di nitrato di mercurio nella lavorazione dei copricapi, pratica comune nelle fabbriche di Luton. 
Tornando a Stockport, l’ “Hat Works” è un museo nella Greater Manchester, aperto dal 2000, in un mulino restaurato ed è l’unico del Regno Unito dedicato a questo singolare tipo di produzione: offre due piani di mostre interattive, accompagnate dalla esposizione di ben venti macchine vittoriane completamente restaurate e una collezione di oltre 400 cappelli provenienti da tutto il mondo. Spazio elegante e ben progettato, merita una visita guidata che richiede il tempo di circa novanta minuti, guarda caso esattamente lo stesso periodo necessario a gustarsi una partita di calcio.

24 aprile 2026

"PREMIER LEAGUE La magia del calcio inglese" di Nicola Roggero (Rizzoli), 2019

Chiunque ami il calcio e vada ad assistere a una partita di Premier League in Inghilterra resta senza fiato. Perché lì il gioco più bello del mondo è ancor più bello: è il campionato più ricco, gli stadi sono i più spettacolari, le squadre sono al massimo livello. Ma non solo: perché quei luoghi ormai mitici - da Stamford Bridge a Wembley, da Old Trafford a Highbury - preservano una tradizione unica di vittorie e campioni, ma anche il segreto di un rapporto diretto con il pubblico che non esiste altrove. 
Per tutti gli appassionati italiani che da anni seguono il football britannico in tv (in passato sulla televisione svizzera e Tele+, oggi su Sky), Nicola Roggero racconta per la prima volta tutta l'epopea di questo fenomeno, dal lontano 1888 quando il gentiluomo William McGregor diede origine al primo campionato inglese per arrivare alla finale della Champions League 2019 in cui, sbaragliate le altre rivali del resto d'Europa, si sono fronteggiate Liverpool e Tottenham. È una cavalcata entusiasmante che passa dalle prodezze di Dixie Dean che negli anni Venti segnò 349 gol solo con la maglia dell'Everton alla tragedia del Manchester United nel '58 (una Superga inglese), dal dominio pluridecennale in patria e in Europa del Liverpool alla parentesi oscura degli hooligans. Il tutto per approdare alla fase attuale con il passaggio dalla Football alla Premier League nel 1992, gli anni di fatica e gloria di Alex Ferguson, e la carrellata dei massimi interpreti (anche italiani) del football contemporaneo: Beckham, Shearer, Drogba e poi Vialli, Mourinho, Conte, Ancelotti, Pep Guardiola… 
A dimostrazione che lo stile inglese è inimitabile. Perciò scoprirne le storie e i segreti è un modo per godere più appieno della magia del calcio.
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