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26 febbraio 2025

"MEN IN RED. KENNY DALGLISH" di Davide Pezzetti



























Sulle questioni calcistiche Bill Shankly raramente sbagliava, ma quando un biondo scozzese quindicenne si presentò ad Anfield per un provino, il manager si lasciò sfuggire dalle mani quello che per molti divenne il più grande giocatore britannico di sempre. 
Era l’agosto del 1966, l’Inghilterra era fresca di titolo mondiale e Shankly stava forgiando la squadra che sarebbe presto diventata la più vincente della storia del calcio inglese.
Il biondino quel giorno giocò per la squadra B del Liverpool contro le riserve del Southport. Vinserò i primi per 1-0, ma il giovane scozzese non venne più ricontattato. Anni dopo Shankly lo rivide giocare e montò su tutte le furie. Mai errore venne pagato a prezzo cosi’ alto dal Liverpool. Bob Paisley dovette sborsare la cifra (record per il calcio inglese) di 440.000 sterline per assicurarsene le prestazioni nel 1977, dopo l’addio di Kevin Keegan.
Il biondino si chiamava Kenneth Mathieson Dalglish, per tutti Kenny.

Nato a Dalmarnock (zona est di Glasgow) il 4 marzo 1951, Dalglish crebbe nella zona del porto di Govan, a due passi da Ibrox Park. Il tifo per i Rangers fu una logica conseguenza. 
Il primo goal lo realizzò per la squadra della sua primary school, la Milton Bank. Poco dopo venne convocato per una selezione scolastica under 15 scozzese, segnando una doppietta al debutto nella vittoria per 4-3 contro una pari selezione nordirlandese. L’apparizione successiva avvenne contro l’Inghilterra e sul quotidiano “People” apparve un articolo dedicato alla partita in cui Kenny venne definito “un brillante giocatore”
Sul fatto che Dalglish sarebbe diventato un professionista nessuno nell’ambiente ebbe mai alcun dubbio. La domanda era: per chi avrebbe giocato? Egli avrebbe fatto carte false per indossare la maglia blu dei Rangers, dai quali pero’ non venne mai chiamato. 
Dopo infruttosi provini con il Liverpool (come abbiamo visto) ed il West Ham, Dalglish, figlio di un ingegnere protestante, si ritrovò alla fine ad indossare la maglia bianco verde del Celtic Glasgow.
La firma del contratto avvenne nel luglio 1967, non senza un episodio divertente. Sean Fallon, assistente del manager Jock Stein, raggiunse la casa dei Dalglish in auto insieme alla moglie Myra ed ai tre figli. Una volta arrivato, convinto di non impiegare molto tempo per la firma del contratto, pregò la famiglia di attenderlo in auto. Senonchè il povero Fallon ritornò con il contratto firmato solo dopo 3 ore, dovendo a quel punto fare i conti con il pianto dei figli affamati e con l’ira della moglie: quel giorno era il loro anniversario di matrimonio!
Dopo un primo anno passato in una squadra satellite, il Cumbernauld United, Dalglish divenne definitivamente professionista nel 1968, quando iniziò a giocare nelle riserve del Celtic, in un team di tale qualità tecnica da essere soprannominato “Quality Street Gang”
Tre anni dopo arrivò la promozione in prima squadra. A quei tempi il Celtic dettava legge, non solo in Scozia ma anche in Europa (nel 1967 fu la prima squadra britannica a laurearsi campione d’Europa, ai danni della favoritissima Inter e con una squadra composta solo di ragazzi nati a meno di 40 km dal centro della città).
Stein aveva sempre avuto un occhio di riguardo per il giovane Kenny. Alla fine gli concesse una chance schierandolo in un’amichevole contro il Kilmarnock. Il risultato finale di 7-2 non rappresentò certo una novità per il calcio scozzese, non fosse per il fatto che Dalglish segnò 6 goal!
Il 1971 fu un anno di soddisfazioni sportive ma non solo: Kenny fu testimone della prima delle tre grandi tragedie che segnarono la sua carriera di giocatore e poi di manager. Durante un “Old Firm” in cui Dalglish era in panchina, la vecchia Stairway 13 di Ibrox crollò, causando la morte di 66 tifosi. Nel 1972/73 Dalglish, ormai titolare fisso, fu il miglior marcatore della squadra con 41 goal stagionali, iniziando a manifestare il suo marchio di fabbrica: la capacità di difendere palla spalle alla porta. 
Nel 1975/76 venne promosso capitano. Nonostante la personale soddisfazione per l’investitura, quello fu un anno da dimenticare: Stein rimase gravemente ferito in un incidente stradale ed il Celtic non portò a casa trofei per la prima volta dopo 12 anni. La stagione successiva Stein ritornò al timone ed i biancoverdi conquistarono il double campionato-coppa di Scozia. Dalglish stava però meditando l’addio: i giorni in cui il Celtic era competitivo anche fuori dalla Scozia erano finiti da tempo e Kenny aveva voglia di misurarsi con nuove sfide, possibilmente in una piazza dove poter lottare per la Coppa dei Campioni.
Nel frattempo aveva esordito anche con la maglia della nazionale. Il debutto avvenne nel novembre del 1971 in una vittoria per 1-0 contro il Belgio. Partecipò ai mondiali del 1974 in Germania, fornendo prestazioni sicuramente al di sotto dei suoi standard ed assistendo all’eliminazione della pur imbattuta Scozia al primo turno. Nell’estate del 1977 arrivò l’immensa soddisfazione di un goal a Wembley, goal che contribuì ad una storica vittoria sull’Inghilterra.
Quella fu anche l’estate dell’addio alla sua terra: dopo aver vinto cinque campionati, quattro coppe di Scozia, una coppa di Lega Scozzese ed aver segnato 167 goal, Dalglish, ambizioso e bisognoso di nuove sfide, fece i bagagli e partì in direzione Merseyside
Il Liverpool aveva appena vinto la sua prima Coppa dei Campioni, battendo il Borussia Moenchengladbach per 3-1 a Roma, in una finale in cui aveva indossato per l’ultima volta la maglia rossa il grande Kevin Keegan. Dalglish venne scelto da Bob Paisley per prenderne il posto, tra le perplessità di una tifoseria che in Keegan adorava un idolo assoluto e che vedeva come una sorta di usurpazione il fatto che il neo arrivato scozzese indossasse proprio la maglia numero 7. Un goal a Middlesbrough dopo sette minuti nella prima partita di campionato ed uno contro il Newcastle all’esordio ad Anfield fecero sparire ogni perplessità. L’incontro di Supercoppa Europea tra Liverpool e Amburgo, la nuova squadra di King Kevin, segnò l’ideale passaggio di consegne: Dalglish giocò da protagonista una partita in cui il Liverpool stracciò i tedeschi con il punteggio di 6-0. Un nuovo amore, destinato a durare più di vent’anni, era nato.
La prima stagione fu un trionfo per Kenny, che mise a segno ben 30 goal, compreso quello che stese il Bruges a Wembley nella finale che regalò ai Reds la seconda Coppa dei Campioni consecutiva e a Dalglish la realizzazione pressoché immediata del suo più grande sogno professionale.

























Il dibattito su chi fosse meglio tra Dalglish e Keegan era più attuale che mai. Tommy Smith, vecchio capitano dei Reds, e Bob Paisley non nascosero le loro certezze: lo scozzese era il miglior giocatore che Anfield avesse mai visto.
Lo stesso talento non venne invece mai espresso con la maglia della nazionale scozzese. Sia nel 1974 che nel 1978 Dalglish giocò i campionati del mondo ad un livello nemmeno paragonabile a quello espresso in maglia rossa.
Dopo la Coppa del Mondo in Argentina lo scozzese contribuì con 25 goal alla conquista del titolo, ottenuto dopo aver conquistato 68 punti (record per l’era dei 2 punti a vittoria) ed aver concesso la miseria di 16 goal. Ciliegina sulla torta, il premio di Calciatore dell’Anno. Erano anni di gloria ad Anfield: il Liverpool si confermò campione nel 1979/80, vinse quattro Coppe di Lega consecutive tra il 1981 ed il 1984, portò a casa altri 3 campionati consecutivi tra il 1982 ed il 1984 e soprattutto altre due Coppe dei Campioni, conquistate a Parigi contro il Real Madrid ed a Roma contro i giallorossi padroni di casa. L’unica conquista mancata fu quella del double campionato-FA Cup. Dalglish fu uno dei maggiori protagonisti in queste conquiste. A suggello di ciò arrivò un secondo titolo di Calciatore dell’Anno nel 1983.
La stagione 1983/84 fu la più fruttuosa in assoluto: nel giro di pochi giorni arrivarono ad Anfield lo Shield di campioni d’Inghilterra, la Coppa di Lega e, come detto, la Coppa dei Campioni.

La stagione successiva era destinata a rappresentare un punto di svolta per Dalglish: alla vigilia della finale di Bruxelles contro la Juventus gli venne comunicato che il board del club aveva intenzione di assegnare a lui l’incarico di player manager, in conseguenza dell’annunciato ritiro di Joe Fagan. In conseguenza degli eventi dell’Heysel il Liverpool dominatore continentale si ritrovava escluso dalle competizioni europee a tempo indeterminato e con una squadra da ricostruire moralmente oltre che tecnicamente: queste le condizioni scoraggianti in cui Dalglish debuttava da manager. Ciò nonostante, Kenny porto ad Anfield anche il titolo 1985/86, togliendosi pure la soddisfazione di realizzare personalmente il goal decisivo contro il Chelsea a Stamford Bridge. Per completare l’opera, i Reds riuscirono in un’impresa mai realizzata in precedenza nella loro storia: battendo l’Everton a Wembley per 3-1 conquistarono la FA Cup, suggellando il primo vero Double in 94 anni di storia. 
Il titolo di Manager of the Year a quel punto non fu certo una sorpresa! La stagione successiva Dalglish scoprì quanto ripetersi fosse molto più arduo rispetto a vincere la prima volta. Per gli standard di Anfield fu un’annata fallimentare: arrivò sì un secondo posto – dietro l’Everton campione – ma non vennero conquistati trofei. A rendere ancor più amara l’estate del 1987, la partenza di Ian Rush direzione Torino, sponda Juventus. Il manager ricostruì l’attacco acquistando due giocatori che avrebbero impresso il loro marchio di fabbrica negli anni a venire: John Barnes dal Watford e Peter Beardsley dal Newcastle.
Nella stagione 1987/88 tutto girò a meraviglia in campionato per il Liverpool, che eguaglio il record del Leeds di 29 partire consecutive senza sconfitte (serie interrotta, manco a dirlo, a Goodison Park) e portò ad Anfield l’ennesimo titolo di Campione d’Inghilterra. Sfuggì invece il secondo Double consecutivo, per mano della “Crazy Gang” del Wimbledon, che nella finale di Wembley si rese protagonista di una delle più grandi imprese dell’intera storia del calcio, battendo i superfavoriti Reds per 1-0. A pochi anni dall’Heysel un altro tragico evento era destinato ad abbattersi sulla gente del Liverpool nella primavera del 1989: in seguito ai noti fatti di Hillsborough morirono 96 persone. Si trattò della più grande tragedia nella storia del calcio inglese, che portò all’introduzione entro pochi anni di stadi contenenti solo posti a sedere. La tragedia ebbe un forte peso nella decisione del manager di abbandonare il calcio alcuni anni dopo, ma nei giorni successivi Dalglish si comportò da vero leader e modello di umanità, non solo per i propri giocatori o per la propria tifoseria, ma per l’intera città di Liverpool. Fu lui ad organizzare le visite ai feriti in ospedale, a partecipare a numerosi funerali, a parlare nelle chiese, a visitare parecchie famiglie di superstiti dando loro un minimo di conforto. Si narra addirittura che più di una volta Dalglish sia stato svegliato nel cuore della notte da persone bisognose di sostegno morale, ricevendo in cambio ore di dialogo telefonico.
Dopo qualche tempo il pallone ricominciò a rotolare. Il Liverpool vinse la ripetizione della semifinale maledetta e conquistò la finale di Wembley, dove battè di nuovo l’Everton per 3-2 dopo i supplementari, con doppietta di Rush, nel frattempo rientrato dopo la fallimentare esperienza italiana. La vittoria venne naturalmente dedicata alla memoria delle vittime di Sheffield. Ancora una volta però il Double sfuggì dalle mani ai Reds, nella maniera più crudele possibile: nell’ultima decisiva partita Michael Thomas segnò per l’Arsenal a pochi secondi dalla fine il goal che strappò il titolo da Anfield mandandolo ad Highbury.

La stagione successiva vide il Liverpool riconquistare il campionato, mentre la corsa in FA Cup si concluse con una delle più incredibili partite della storia della competizione: il Crystal Palace, battuto per 9-0 ad Anfield in campionato, sconfisse i Reds per 4-3. Mercoledi 20 Febbraio 1991 il Liverpool incontrò l’Everton nel quinto turno di Coppa d’Inghilterra. Fu un match straordinario che terminò 4-4. La mattina seguente Dalglish partecipò ad una riunione di routine con il presidente ed il chief executive. Dopo venti minuti annunciò loro, senza preavviso, le immediate dimissioni. La notizia fece il giro del mondo nel giro di poche ore, facendo ripiombare i tifosi del Liverpool nell’incubo dell’estate 1974, quando fu Shankly a sorprendere tutti con l’annuncio improvviso del proprio ritiro. Ad amplificare il senso di sorpresa e smarrimento contribuì il fatto che il Liverpool era primo in campionato ed in corsa per il double. Addirittura non era nemmeno stata completata la sfida contro l’Everton in coppa! Dalglish descrisse sè stesso come una persona ormai giunta al limite della pressione umanamente sopportabile. La sua salute cominciava a risentirne e, come ebbe a dire al presidente Noel White, nei giorni delle partite aveva l’impressione che la testa gli esplodesse.
Purtroppo per il popolo Red non si ripetè quanto successe dopo le dimissioni di Shankly, quando il vice Paisley portò in pochi anni il Liverpool in cima all’Europa. Al contrario, questa volta l’addio del manager portò all’inizio di un periodo di declino durato interrotti con il Treble di coppe del 2001.

Otto mesi dopo il ritiro Dalglish aveva ritrovato la pace con sè stesso e la voglia di calcio era ritornata a farsi sentire prepotentemente; quando arrivò l’offerta del Blackburn, allora in seconda divisione, essa venne subito accettata. Nel giro di 3 anni i Rovers divennero campioni d’Inghilterra! Il trionfo arrivò, per un divertente scherzo del destino, proprio ad Anfield, dove la nuova squadra di Dalglish uscì sconfitta dal Liverpool, vedendosi letteralmente regalare il titolo dal Manchester United, che non andò oltre il pareggio ad Upton Park contro il West Ham. Un altro scherzo del destino si verificò quando Dalglish nel 1997 assunse la guida del Newcastle, succedendo proprio a colui il quale gli aveva lasciato la maglia del Liverpool vent’anni prima: Kevin Keegan. Nonostante una storica qualificazione alla Champions League ed il raggiungimento di una finale di FA Cup, Dalglish venne esonerato all’inizio della stagione 1998/99. Non meno negativa fu l’esperienza come Director of Football e poi come manager nel suo primo club, il Celtic Glasgow. 
La maniacalità nello svolgere il proprio lavoro rappresentò probabilmente sia la fortuna che la maledizione di Dalglish, in quanto lo portò sì a vincere come pochi altri (14 campionati tra Inghilterra e Scozia, come giocatore o come manager) ma, diventando con il tempo ossessione, lo portò a situazioni di stress emotivo che probabilmente gli impedirono di proseguire una carriera da manager nel modo in cui la sua enorme intelligenza - non solo calcistica – avrebbe meritato.
di Davide Pezzetti, da "UK Football please"

7 febbraio 2025

"MEN IN RED. JOE FAGAN" di Davide Pezzetti


























Joe Fagan nacque a Liverpool il 12 Marzo 1921. Visse la sua infanzia nel quartiere di Litherland, seguendo dal vivo le gesta di entrambe le squadre cittadine, con una preferenza per i Reds in quanto, a suo dire, il settore riservato ai ragazzi era migliore ad Anfield che non al Goodison Park.

Frequentò la St Elizabeth Central School, portando la squadra di calcio dell’istituto alla vittoria nel Daily Dispatch Trophy in 1935. Stopper notevole, ottimo di testa e difficile da superare palla al piede, dopo il diploma si unì agli amatori dello Earlstown Bohemians, dove attirò su di sé le attenzioni di diversi club. Nonostante avesse ricevuto un’offerta dal Liverpool, optò alla fine per il Manchester City, che lo mise sotto contratto nell’ottobre del 1938. Nell’anno successivo l’inizio della Seconda Guerra Mondiale interruppe bruscamente la carriera di Fagan. In tempo di guerra Joe servì il suo paese in Marina, il che non gli impedì di giocare, quando possibile, nelle leghe sorte in quel periodo. Finita la guerra, Fagan fece il suo debutto con i Citizens il 1 Gennaio 1947 e nelle successive quattro stagioni scese in campo 168 volte. A partire dal 1948 fu anche capitano della squadra.
Ormai trentenne, Joe lascio Maine Road nel 1951 per dedicarsi al suo nuovo impiego di ispettore di gasometri, pur mantenendo un legame con il mondo del calcio come player manager di squadre amatoriali. Grazie ai buoni uffici di un vecchio commilitone, Fagan arrivò ad Anfield come assistant trainer nel 1958, con diciotto mesi di anticipo rispetto a Bill Shankly, che lo aveva sempre ammirato come giocatore ai tempi del Manchester City, quando il manager scozzese era al Grimsby. Dello staff tecnico Fagan, noto anche come "Uncle Joe", era la figura più vicina ai giocatori, dei quali, oltre che coach, era anche consigliere e amico. La sua capacità di esprimere critiche sempre sincere e ragionate lo rendeva del tutto credibile agli occhi dei giocatori; d’altra parte queste critiche erano sempre espresse in modo calmo e compassato, senza che la suscettibilità dei giocatori venisse sollecitata. Cio non toglie che Fagan sapesse anche essere molto duro quando qualcuno passava il segno, ma solo pochi sprovveduti ebbero mai a sperimentarne la versione “cattiva”. Queste capacità umane, unite alla grande conoscenza del gioco, lo misero fin da subito in ottima luce all’interno del club. Fagan fu nominato “first team trainer” nel 1971, per poi essere promosso al ruolo di “chief coach” nel 1974, quando l’inatteso ritiro di Shankly portò ad una totale redistribuzione dei compiti ad Anfield. 

Nel 1979 Joe salì un altro gradino nella gerarchia della Boot Room, divenendo assistant manager. In questa veste contribuì enormemente alla piu’ grande messe di successi nella storia del club. E’ noto come, nel corso della stagione 1981/82, fu proprio Fagan a richiamare all’ordine la squadra: i giocatori passavano il tempo a interrogarsi sui motivi del loro calo di forma piuttosto che a a concentrarsi su partite e allenamenti. A fine stagione il Liverpool si laureò Campione di Inghilterra. Nell’estate del 1983 Bob Paisley si ritirò e Fagan fu nominato manager. L’ascesa, durata mezzo secolo, era finalmente completata e Joe si ritrovò alle prese con un compito arduo: mantenere il Liverpool ai più alti livelli, in patria come in Europa. 
La stagione iniziò con una sconfitta contro il Manchester United a Wembley nella Charity Shield. I Reds vennero meritatamente battuti per 2-0 e nella conferenza stampa del dopo partita Fagan diede una prima prova di quanto avesse a cuore la tranquillità della squadra, da proteggere ad ogni costo mettendo avanti la propria faccia e le proprie spalle larghe: invitò i giornalisti ad accusare lui e solo lui, colpevole di aver sbagliato i tempi delle sostituzioni. La prima di campionato al Molineux vide il Liverpool pareggiare 1-1 contro il Wolverhampton: era la nona partita ufficiale consecutiva senza vittorie, la più lunga serie nera dall’inizio dell’era Shankly. La squadra, ferita nell’orgoglio, reagì da par sua vincendo cinque delle successive sei partite. Il rodaggio poteva quindi dirsi concluso.

La stagione si concluse con la conquista del Silverware di Campioni d’Inghilterra, conquistato, per la prima volta nella storia del club di Anfield, per tre stagioni consecutive. Ian Rush mise a segno 32 goal. Erano 16 anni che un giocatore Red non superava quota 30 reti in campionato: l’ultimo a riuscire nell’impresa era stato infatti Roger Hunt nel 1965/66. Da segnalare una cinquina inflitta al Luton Town in ottobre ed una quaterna rifilata al Coventry a maggio. A fine stagione il bottino complessivo per il gallese fu di ben 47 goal.
L’unica nota negativa della stagione fu la precoce eliminazione dalla FA Cup, ad opera del Brighton al quarto turno. In compenso arrivò nella bacheca di Anfield la quarta League Cup consecutiva, ottenuta in una storica finale contro l’Everton. Per la prima volta in 92 anni di storia le due squadre della Merseyside si trovarono l’una di fronte all’altra nell’atto finale di una competizione. A Wembley finì 0-0; il replay si disputò al Maine Road di Manchester e vide la vittoria dei Reds per 1-0. La disputa di replay fu una costante di quell’edizione di League Cup per il Liverpool, che per aggiudicarsi il trofeo dovette giocare ben 13 partite!
In Europa la vita non fu certo più facile: per ben tre turni gli uomini di Fagan dovettero giocare la partita di ritorno in trasferta, dopo pareggi o vittorie di misura ottenuti tra le mura amiche. Dopo la facile eliminazione dei danesi del BK Odense (6-0 il punteggio complessivo) il sorteggio riservò in sorte i baschi dell’Athletic Bilbao, che all’andata riuscirono a strappare lo 0-0 ad Anfield. Nel ritorno, giocato nella bolgia infernale del San Mamès, fu Ian Rush a levare le castagne dal fuoco marcando l’1-0 finale e portando la squadra al turno successivo, dove l’attendeva il Benfica. L’andata fu risolta ancora una volta dal gallese, il cui goal - unico della gara – non poteva però garantire nulla in vista del ritorno. Davanti agli oltre 100mila del Da Luz il Liverpool giocò una delle migliori partite della sua storia, vincendo per 3-1.
In semifinale l’urna portò in dote i rumeni della Dinamo Bucarest, mentre dall’altra parte del tabellone si affrontavano Roma e Dundee United. Sammy Lee garantì ai suoi un altro successo per 1-0 nell’andata in casa, risicato quanto prezioso: a Bucarest Fagan impostò la partita all’italiana, difesa d’acciaio e contropiede fulminanti. Una doppietta di Rush portò il Liverpool alla finale di Roma, da giocare a tutti gli effetti in trasferta contro i giallorossi di Liedholm.
Prima della finale, come detto, il Liverpool si laureò campione di Inghilterra pareggiando a Nottingham contro il Notts County. Alla prima stagione da manager Fagan stava seriamente “rischiando” di ottenere un incredibile Treble, impresa mai riuscita a nessuno fino ad allora in Inghilterra. Rimaneva l’ultimo scoglio, quello di gran lunga più duro da superare: una finale da giocare nello stadio degli avversari, di fronte a 60mila tifosi di casa che si apprestavano a vivere il giorno più importante della loro squadra. A favore dei Reds, 20mila tifosi scesi da Liverpool ed il dolce ricordo della storica vittoria del 1977, ottenuta proprio all’Olimpico contro il Borussia Mönchengladbach. Ora come allora Phil Neal scrisse il suo nome sul tabellino dei marcatori, portando in vantaggio i Reds. La Roma pareggiò con Pruzzo ed il punteggio non variò più, nemmeno dopo i due tempi supplementari. Ai rigori il vantaggio ambientale si ritorse contro i giallorossi, i quali, chiaramente nervosi, sbagliarono due tiri su quattro. Il rigore decisivo fu insaccato da Alan Kennedy, già match winner a Parigi contro il Real Madrid nel 1981. La Coppa cosi’ tornava di nuovo sulle rive del Mersey e Fagan conquistava un treble alla sua prima stagione da manager, entrando fin da subito nell’Olimpo dei Grandi. La festa dei supporters inglesi esplose, per poi venire funestata, nel corso dell’intera nottata, da gravi incidenti con gli ultras romanisti. Allora nessuno poteva saperlo, ma quello sarebbe stato solo un piccolo preludio di quanto sarebbe successo a Bruxelles un anno dopo. Dopo gli acquisti estivi di Walsh e Molby, la stagione successiva iniziò esattamente come la precedente: con una sconfitta nella Charity Shield, patita contro l’Everton nella rivincita della finale di League Cup. Ad Anfield nessuno fece drammi: anzi, molti videro la debacle londinese come un buon auspicio. Non sapevano che quella che andava ad iniziare sarebbe stata la stagione più drammatica vissuta dal Liverpool fino a quel momento. Limitando l’analisi ai risultati sul campo, si trattò di una stagione mediocre, almeno tra i patrii confini. In campionato arrivò un secondo posto che si sarebbe potuto definire onorevole, non fosse stato per i tredici punti di distacco dai cugini dell'Everton. In League Cup arrivò, ad opera del Tottenham, la prima sconfitta nella competizione dopo cinque anni. Infine, il cammino in FA Cup si concluse a Maine Road, nella semifinale contro il Manchester United.

Ogni speranza di successo era quindi affidata a quella che da anni era ormai una sorta di proprietà privata: la European Cup. Il Liverpool arrivò alla finale di Bruxelles in totale scioltezza, eliminando via via i polacchi del Lech Poznan, i portoghesi del Benfica, gli autriaci dell’Austria Vienna, per finire con i greci del Panathinaikos, schiantati per 4-1 ad Anfield nella semifinale di andata e battuti anche in casa loro per 1-0.
All’Heysel i Reds avrebbero quindi giocato la quinta finale in nove partecipazioni alla Coppa dei Campioni. Avversaria, la Juventus di Trapattoni e Platini, già vincitrice della Supercoppa Europea proprio ai danni degli uomini di Fagan.
La pura cronaca sportiva narra che la partita, giocata il 29 maggio 1985, si concluse con la vittoria degli italiani per 1-0.


Quello che successe quella sera trascende però qualsiasi considerazione tecnica. Sulle cause e sulle responsabilità sono stati versati fiumi di inchiostro e non è nostra intenzione in questa sede entrare nel merito. L’unica certezza è che persero la vita 39 tifosi juventini. Fagan aveva già preso la decisione di abbandonare l’incarico di manager a fine stagione, ma ciò che successe in terra belga lo distrusse umanamente oltre che professionalmente. Le immagini del manager claudicante che scende la scaletta dell’aereo di ritorno al Liverpool Speke Airport sostenuto dal suo grande amico Roy Evans sono tuttora impresse nella mente di milioni di persone. Dopo il ritiro, Fagan mantenne un profilo molto basso, consapevole che, a dispetto di un incredibile record di vittorie, per molti egli sarebbe stato ricordato con “il manager dell’Heysel”. Ritornò in visita a Melwood, in qualche rara occasione, durante l’era di Roy Evans manager.
Fagan morì il 30 giugno del 2001, in tempo per assistere, poche settimane prima, alla conquista da parte del suo Liverpool del secondo Treble di trofei della sua storia. Un Treble peraltro molto meno nobile di quello conquistato dai suoi ragazzi in quel magico e lontano 1984.
di Davide Pezzetti, da "UK Football please"

2 gennaio 2025

"MEN IN RED. BOB PAISLEY OBE" di Davide Pezzetti


























"This is the second time I've beaten the Germans here... the first time was in 1944. I drove into Rome on a tank when the city was liberated."

A Roma la finale di Coppa dei Campioni era finita da qualche minuto con la sonante vittoria del Liverpool sul Borussia Mönchengladbach ed il manager che per primo era riuscito a portare il titolo europeo ad Anfield Road commentava cosi’ il proprio trionfo.
Sebbene Bob Paisley sia entrato nella storia del calcio da manager, la sua carriera di calciatore è stata tutt’altro che banale, seppure privata di sette dei migliori anni a causa della seconda guerra mondiale.
Bob Paisley nacque a Hetton-le-Hole, nella contea di Durham, il 23 Gennaio 1919. Il padre era un minatore: un primo segno del destino che lo avrebbe voluto a fianco di Shankly e poi al suo posto quaranta anni dopo. Il piccolo Bob si fece presto notare per le sue qualità nelle squadre scolastiche, prima a Barrington e poi alla Eppleton Senior Mixed, scuola a quell’epoca all’avanguardia per quanto riguardava le tecniche di allenamento dei propri giocatori di calcio.
Paisley fu ingaggiato dagli amatori del Bishop Auckland all’inizio della stagione 1937-38 e, nella stagione successiva, fu tra i vincitori del treble (titolo della Northern League, Amateur Cup e Durham Challenge Cup). Le performance di Paisley da terzino sinistro stuzzicarono appetiti ben più altolocati: l’8 Maggio 1939 arrivò la firma per il Liverpool, club all’interno del quale rimase per i successivi quarantaquattro anni.
Lo scoppio della seconda guerra mondiale nel settembre dello stesso anno troncò bruscamente l’ascesa di Bob, il quale ricevette la chiamata alle armi ad ottobre. Paisley combattè prima in Egitto agli ordini del Generale Montgomery, per poi risalire, attraverso il Nord Africa, alla Sicilia. Nel giugno del 1944 attraversò Roma a bordo di un carro armato dopo che gli Alleati avevano liberato la città dal nazi-fascismo, anticipando di 33 anni, come abbiamo visto, un altro trionfo sui tedeschi.

La normale attività calcistica riprese nell’estate del 1946 e fu il Liverpool ad aggiudicarsi il primo campionato del dopoguerra. Peraltro questo trionfo segnò l’inizio di un lungo periodo di declino per i Reds, interrotto solo dalla partecipazione alla finale della FA Cup nel 1950, vinta dall’Arsenal. In quel frangente un imbufalito Paisley, escluso dalla formazione dopo aver segnato un goal decisivo nella semifinale contro l’Everton, arrivò ad un passo dall’addio al club di Anfield. Alla fine egli venne a patti con il proprio disappunto e restò, divenendo anche capitano e disputando 41 partite su 42 nella stagione successiva. La fascia al braccio costituiva una grossa responsabilità, che Paisley onorò fino in fondo, facendo tesoro di un’esperienza che si rivelò molto utile nel corso della futura carriera da manager
Al termine della stagione 1953/54, l’ultima da giocatore per Paisley, il Liverpool retrocesse in seconda divisione. Bob, desideroso di rimanere nell’ambiente, si iscrisse ad un corso di fisioterapia per corrispondenza. Nonostante ciò, fu vicinissimo ad abbandonare il mondo del calcio per aprire un’attività commerciale (nel settore ortofrutticolo). Fortunatamente il Liverpool gli offrì un posto nello staff tecnico, evitando che il manager più titolato nella storia del calcio inglese finisse a vendere verze. Paisley iniziò con entusiasmo ad occuparsi della fisioterapia e poi, come coach, della squadra riserve, accumulando un’inestimabile esperienza a fianco del ciclone piombato su Anfield nel dicembre 1959, Bill Shankly.

Nell’estate del 1974 il manager scozzese annunciò a sorpresa il suo ritiro dall’attività, spianando la strada all’ormai ex-assistente. Quest’ultimo in un primo momento non era molto propenso ad accettare l’incarico: si vedeva più come fisioterapista che come manager; la prospettiva di dover prendere il posto di una vera e propria leggenda vivente come Shankly lo rendeva ancora più dubbioso. La lealtà verso il club ebbe ancora una volta il sopravvento: Paisley accettò ed in seguito ebbe modo di rendersi conto, nel corso di 9 anni di successi ineguagliati, di quanto fossero infondati i dubbi suoi e di molta altra gente.
All’inizio le cose andarono abbastanza bene: grazie ad un buon inizio di campionato il Liverpool passò qualche settimana in testa alla classifica. A novembre però qualche risultato negativo diede il via ad una serie di critiche negative da parte degli organi di stampa. Sicuramente Paisley non aveva il carattere più adatto a fronteggiare situazioni di questo tipo: se Shankly si trovava perfettamente a suo agio sotto i riflettori, il suo successore li detestava, cercando in ogni modo di restarne lontano. Guardare Paisley di fronte ad una telecamera era un’esperienza a volte imbarazzante: sembrava di assistere ad un litigio tra coniugi, con il manager nella parte del marito bastonato!

Come lo stesso Paisley ebbe a dire, la prima stagione fu un insuccesso: il Liverpool arrivò secondo! In ogni caso, le fondamenta per i successi che sarebbero arrivati di lì a qualche anno erano state poste. La più grande abilità del manager in quel periodo fu di scovare prima e far crescere poi i propri ragazzi: giocatori normali diventarono buoni giocatori e i buoni giocatori diventarono grandi giocatori. Phil Neal, fino ad allora sconosciuto, diventò una colonna della difesa; Terry McDermott, mediocre centrocampista al Newcastle, dopo un avvio stentato si rivelò un vero campione; Jimmy Case addirittura venne acquistato per sole diecimila sterline dal South Liverpool! E’ lampante quanto fosse lungo l’occhio di Paisley e dei suoi osservatori. Ray Kennedy, acquistato da Shankly il giorno prima delle dimissioni, giocò una prima stagione ad Anfield da attaccante in modo men che mediocre. Paisley vide in lui quanto nessuno era ancora riuscito nemmeno a scorgere: le stimmate di una grande mezz’ala sinistra. Del resto, come ebbe a dire lo stesso manager, “il piede sinistro di Big Razor avrebbe potuto aprire una scatola di fagioli”
Lo stesso occhio lungo si manifestò con David Failclough, cui Paisley ritagliò un ruolo da sostituto ideale, non considerandolo abbastanza forte per reggere ad alti livelli un intero match, ma letteralmente letale nei finali di partita. David, nativo di Liverpool e tifoso Red da sempre, passò alla storia come il “Super Sub” per antonomasia. Il suo momento di maggior gloria fu un quarto di finale di Coppa dei Campioni, nel 1977 contro il Saint Etienne, quando un suo goal a pochi minuti dalla fine qualificò il Liverpool per le semifinali e lo lanciò verso il primo storico trionfo nella European Cup.

La squadra di Paisley stava prendendo forma, fondendo il nucleo di giocatori ereditato da Shankly (Clemence, Neal, Thompson, Hughes, Keegan, Heighway, Toshack, Callaghan) con i nuovi acquisti, in una squadra eccezionale.
Già al secondo anno il manager portò ad Anfield un Silverware di Campione d’Inghilterra ed una Coppa UEFA: non male per chi si considerava solo un buon fisioterapista! Anche dal punto di vista tattico egli dimostrò un grande acume; inoltre, seppur apparentemente morbido di carattere, riuscì sempre a farsi rispettare dai propri giocatori esigendo disciplina da chiunque, da Keegan all’ultima delle riserve.
La Coppa UEFA arrivò dopo due sfide indimenticabili contro il Bruges. Nell’andata ad Anfield una prestazione disastrosa di Neal portò i belgi sul 2-0, punteggio che il Liverpool riuscì a ribaltare vincendo per 3-2. Contro tutto e tutti Paisley schierò Neal anche al ritorno: il difensore lo ripagò con una partita perfetta, contribuendo in larga parte a mantenere fino in fondo l’1-1 che spedì il trofeo sulle rive del Mersey.

La stagione successiva vide il Liverpool confermarsi Campione d’Inghilterra con maggiore facilità rispetto alla stagione precendente. I Reds raggiunsero anche la finale della FA Cup, dove furono sconfitti dal Manchester United. Molti tifosi scouse al termine della partita raggiunsero l’aeroporto di Heathrow, dove si imbarcarono per Roma, teatro quattro giorni dopo della finale della Coppa dei Campioni, che opponeva il Liverpool al Borussia Mönchengladbach, nella rivincita della finale UEFA del 1973. La scarsa forma dimostrata da David Johnson (acquistato l’estate precedente dall’Ipswich Town) nella finale di Wembley spalancò le porte della finale a Ian Callaghan, unico superstite degli anni bui della seconda divisione. La sostituzione di un attaccante con un centrocampista si rivelò mossa alquanto azzeccata: McDermott e Smith portarono i Reds sul 2-1, dopo il provvisorio pareggio di Simonsen. A completare l’opera pensò Kevin Keegan: ormai prossimo all’addio direzione Amburgo, King Kenny si dimostrò fuoriclasse assoluto giocando la sua migliore (e purtroppo ultima) partita in maglia rossa proprio nell’occasione più importante. I suoi dribbling fecero letteralmente impazzire Berti Vogts, il quale, ormai esasperato, a una decina di minuti dalla fine non trovò di meglio che stenderlo in piena area di rigore. Dal dischetto Neal scrisse la parola “fine” alla partita. Paisley non bevve un solo sorso d’alcool quella sera, per non rischiare di conservare un ricordo annebbiato del giorno più bello della sua carriera. Lo stesso non si può dire della marea rossa che aveva invaso Roma, così come degli stessi giocatori!

“Chi prenderà il posto di Keegan?” Questa era la domanda che turbava il sonno ad ogni tifoso del Liverpool nell’estate del 1977. Probabilmente nessuno, pensavano in molti, tantomeno il sostituto acquistato da Paisley: quel Kenny Dalglish che aveva sì segnato molto per il Celtic Glasgow, ma che sicuramente era stato sopravvalutato, essendo stato pagato la bellezza di 440.000 sterline, cifra record per il calcio inglese.
Ancora una volta la storia diede ragione al manager: il biondo scozzese si rivelò il più grande giocatore di sempre ad aver portato il Liver Bird sul petto. Secondo molti fu addirittura il miglior giocatore britannico in assoluto.
Lo shopping in Scozia continuò con Alan Hansen e, qualche mese dopo, con Graeme Souness. A differenza di molti altri nuovi arrivi, Souness non impiegò molto tempo per diventare uno degli idoli della Kop. Un suo goal realizzato ad Anfield contro il Manchester United con uno splendido tiro al volo lo fece entrare subitaneamente nel cuore della tifoseria, oltre a fargli vincere il premio “BBC Goal of the Season”. Altra grande intuizione di Paisley, Souness sapeva calciare la palla con potenza inaudita, ma sapeva pure trattarla con estrema precisione tecnica. L’esito dei suoi tackle era del tutto prevedibile: ne usciva sempre vincitore, portanto con sè il pallone e a volte anche l’avversario!

La prima stagione del dopo-Keegan non regalò al Liverpool grandi soddisfazioni domestiche, ma si concluse con la seconda finale consecutiva di Coppa dei Campioni. I Reds avrebbero dovuto difendere il titolo europeo contro il ben conosciuto Bruges, sul magico terreno di Wembley. La finale fu un trionfo per l’anima scozzese della squadra: Alan Hansen, a sorpresa schierato da Paisley a centrocampo al posto dell’infortunato Tommy Smith, giganteggiò a centrocampo riducendo praticamente a zero i pericoli per la propria difesa. Souness illuminò la scena da par suo, concedendo tra l’altro un pallone con la scritta “Please score” a Kenny Dalsglish il quale, da bravo ragazzo quale era, non poté fare altro che obbedire, riportando la Coppa dei Campioni nella bacheca di Anfield dopo un’assenza durata solo qualche ora.
La stagione successiva vide sulla scena quello che secondo molti fu il miglior Liverpool di sempre: vittoria in campionato con 68 punti, 85 gol segnati e solo 16 subiti; in compenso, nessuna coppa. Paisley confermò Hansen a centrocampo e, tanto per non perdere l’abitudine, ebbe ragione al 100%: lo scozzese sembrò trovare la collocazione ideale per ripercorrere le gesta di un famoso connazionale che giocava nello stesso ruolo: Ron Yeats. La stagione 1978/79 fu l’ultima per Emylin Hughes, capitano e alter ego del manager sul campo, nonchè la prima per un terzino sinistro che avrebbe segnato due i tra più importanti goal della storia del Liverpool, Alan Kennedy.

Il 1979/80 vide un’altra vittoria in campionato: da segnalare che la formazione tipo non cambiò praticamente mai. Clemence, Neal, Alan Kennedy, Thompson, Ray Kennedy, Hansen, Dalglish, Case, Johnson, McDermott e Souness saltarono, in totale, solo 28 partite!
L’estate del 1980 vide l’arrivo dal Chester di un giovane spilungone gallese di nome Ian Rush. Come sempre, Paisley diede ad alcuni giovani giocatori la loro chance: oltre a Rush, da segnalare Sammy Lee che, dopo tre campionati in cui aveva giocato pochissime partite, divenne titolare fisso, e Ronnie Whelan, che esordì (segnando) niente di meno che all’Olympiastadion di Monaco di Baviera contro il Bayern nella semifinale di ritorno di Coppa dei Campioni, partita che garantì al Liverpool la terza finale in 5 anni. Teatro della sfida il Parco dei Principi di Parigi, avversario il grande Real Madrid, seppure in una versione tra le più scarse tra i team merengue arrivati in finale di Coppa dei Campioni.
Dopo 80 minuti di gioco dal livello largamente inferiore alle attese, una percussione di Alan Kennedy dalla sinistra, conclusa con un tiro al fulmicotone sul secondo palo, aprì la strada al trionfo finale, mandando in visibilio la marea rossa che aveva invaso Parigi. 
Nonostante la vittoria parigina, l’estate del 1981 non fu piacevole dalle parti di Anfield Road; se ne andarono infatti due colonne della squadra, Ray Clemence e Jimmy Case. Il secondo fu sostituito da Craig Johnston, mentre il posto di portiere venne preso da uno sconosciuto ex guerrigliero originario dello Zimbabwe, Bruce Grobbelaar. Egli rappresentò probabilmente la scommessa più ardita di Paisley, il quale credeva nelle sue qualità a tal punto da confermarlo, contro il volere di tutti, anche dopo una partita da incubo persa in casa contro il Manchester City nel giorno di Santo Stefano, durante la quale Grobbelaar offrì tutto il peggio del suo repertorio. Una volta ancora, la storia diede ragione al manager: a Roma, sponda giallorossa, possono ampiamente confermare. Paisley attuò inoltre una mossa psicologica del tutto inedita: a metà stagione la fascia di capitano passò da un Phil Thomson inizialmente molto turbato a Graeme Souness. Con lo scozzese al comando della squadra, le scintillanti prestazioni di Rush e Whelan e un Grobbelaar finalmente sugli scudi, le cose iniziarono a girare a meraviglia. A fine stagione i Reds si aggiudicarono il titolo di campione d’Inghilterra (con 4 punti di vantaggio sull’Ipswich Town), oltre alla prima Coppa di Lega della loro storia (battendo a Wembley il West Ham)

L’anno successivo arrivò la seconda Coppa di Lega consecutiva. Questa volta l’avversario era il Tottenham. Un goal di Archibald nei primi minuti sembrava dovesse rivelarsi decisivo in favore degli Spurs, ma a tre minuti dal termine Ronny Whelan riuscì a pareggiare i conti. Al termine dei tempi regolamentari Paisley, con una mossa psicologica degna del miglior Shankly, ordinò ai propri giocatori di rimanere in piedi sul prato nell’attesa dell’inizio dei supplementari, senza sedersi o sdraiarsi, nè tantomeno farsi massaggiare. Per i giocatori del Tottenham, prostrati fisicamente e distrutti psicologicamente dal pareggio in extremis, fu la mazzata decisiva. Il secondo goal di Whelan e il timbro del solito Rush certificarono per i Reds l’ormai inevitabile vittoria. Il campionato si concluse ancora una volta con il Liverpool Campione d’Inghilterra. Nelle ultime 25 partite i Reds ottennero 20 vittorie, tre pareggi e due sconfitte. Per la seconda volta in poche settimane fu una vittoria per 3-1 contro il Tottenham a consegnare un trofeo agli uomini di Paisley.


Nell’agosto del 1983 il manager annunciò che la stagione che andava a cominciare sarebbe stata per lui l’ultima alla guida della squadra. Avendo già vinto tutto quello che c’era da vincere, Paisley desiderava uscire di scena prima di iniziare l’inevitabile declino. Oltre alla ormai consueta conquista del Silverware di Campione d’Inghilterra, Bob diede l’assalto alla terza vittoria consecutiva in Coppa di Lega, impresa fino ad allora mai riuscita ad alcuna squadra, nè ad alcun manager. A Wembley questa volta l’avversario era il Manchester United: sotto per 1-0 a un quarto d’ora dalla fine, Paisley usò la sua arma segreta, mettendo in campo l’uomo dei goal importanti: Alan Kennedy. Barney Rubble non mancò al suo nuovo appuntamento con la storia e realizzò il goal del pareggio. I tempi supplementari rappresentarono un déjà vu molto piacevole: Ronnie Whelan segnò e riportò la Milk Cup sulle rive del Mersey.

Con un gesto di grande sensibilità Capitan Souness lasciò che fosse Bob Paisley a guidare la squadra lungo i 39 gradini di Wembley e per la prima volta nella storia del calcio inglese non fu il capitano della squadra vincitrice ma il suo manager ad alzare il trofeo. In 44 anni al servizio del Liverpool Paisley ricoprì tutti i ruoli: giocatore, fisioterapista, allenatore, consigliere, motivatore, esempio di lealtà, grande psicologo e motivatore, magistrale gestore del gruppo, tattico geniale, ancor più geniale talent scout. Al di là di tutto ciò, manager ineguagliato e probabilmente ineguagliato: con sei premi di “Manager of the Year”, sei Silverware di Campione d‘Inghilterra, tre Coppe di Lega, una Coppa UEFA e tre Coppe dei Campioni Bob Paisley è tutt’ora il manager più titolato nella storia del calcio inglese ed uno dei più titolati nel mondo. Egli fu inoltre insignito del titolo di Officer of the Order of the British Empire (OBE)
Negli anni a venire egli continuò a servire il club come dirigente. Nel 1992 gli fu diagnosticato il Morbo di Alzheimer. Paisley morì il 14 febbraio 1996, all’età di 77 anni. Qualche tempo dopo il Liverpool F.C. decise di onorarne la memoria erigendo, presso uno degli ingressi della Kop, il Paisley Gate, onore già riservato a Bill Shankly. Nel 2002 entrò a far parte della English Football Hall of Fame.
BOB PAISLEY R.I.P.
di Davide Pezzetti, da "UK Football please"
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