Visualizzazione post con etichetta 1980s. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 1980s. Mostra tutti i post

21 maggio 2026

1980/81. CHE ASTON VILLA..

Per chi come me ha iniziato ad appassionarsi al football britannico verso la seconda metà degli anni settanta, il titolo di League Champions conquistato dall' Aston Villa FC nella stagione 1980/81 rappresentò una splendida emozione, il cui ricordo e' tuttora piacevolmente vivo a distanza di molto tempo I ragazzi in "claret & blue" riportarono il bel trofeo della First Division al Villa Park dopo ben 71 anni dall'ultimo trionfo, anni nei quali il club era sceso fino alla Third Division soltanto nove anni prima .Ma ciò che ancor di più rese per me memorabile quella vittoria, arrivata al termine di un acceso testa a testa con l'Ipswich Town, fu il fatto inedito per allora di poter seguire quasi settimanalmente in tv le vicende di quell'appassionante stagione calcistica. Ciò fu possibile grazie ad una trasmissione ormai divenuta un "cult" leggendario tra gli appassionati: "Football Please" (ma guarda che combinazione...) trasmessa da Teleroma 56 ed ideata da Michele Plastino. Egli aveva acquisito dalla ITV, con grande lungimiranza, i diritti per l'Italia della First Division e commentava gli highlights lasciando in sottofondo l'inconfondibile voce di Brian Moore. Benché già tifosissimo dell'Arsenal, presi a cuore le vicende del Villa nella lotta al titolo, ed ancora oggi ricordo bene l'undici titolare(non erano infatti tempi di rose extra large e giocatori provenienti da ogni parte del globo...)autore di quella storica impresa. I goals del possente centravanti Peter Withe arrivato dopo la dolorosa dipartita dell' idolo Andy Gray, e del giovanissimo Gary Shaw, unico local-boy della squadra, furono decisivi (38 tra i due!) insieme al fatto che il manager Ron Saunders utilizzò soltanto 14 giocatori (di cui 7 sempre presenti !) nel corso delle 42 gare di campionato. Tra i pali stazionava l'esperto 'keeper Jimmy Rimmer, protetto dai rocciosi centrali ,entrambi scozzesi Alan Evans e Ken McNaught;ai lati difensivi Kenny Swain e Gary Williams; in mezzo al campo il capitano Dennis Mortimer ed il giovane talento ,con accanto due ali diversissime tra loro.Il guizzante e veloce Tony Morley, tipica wing inglese, ed il più arretrato Des Bremner, chiave di volta tattica dello schieramento di Saunders. Ne uscì una formazione votata, come nella migliore tradizione inglese ,al football più puramente offensivo,grazie alla fantasia di Cowans, alla incredibile velocità di Morley ed alla perfetta integrazione dei due stikers, così diversi per caratteristiche fisiche (Shaw era un brevilineo dalla tecnica sopraffina e dalla grande agilità nell'area piccola) ma splendidamente integrati a misura quali implacabili finalizzatori. Probabilmente l'Ipswich di quell'anno era forse più forte dei Villains di Saunders (non a caso Mariner e compagni vinsero la Coppa Uefa, oltre a disputare una semifinale di Fa Cup in quella stagione) come in effetti i tre scontri diretti dimostrarono in modo netto. Infatti, oltre ad uscire sconfitti dalle due gare di campionato, l'Aston Villa fu eliminato al primo ostacolo in Fa Cup dagli uomini del non ancora sir Bobby Robson. Ma furono proprio i tanti impegni a fiaccare l'Ipswich nel finale(con alla fine ben 66 gare ufficiali disputate nelle quattro competizioni!) ed infatti i tractor boys persero ben sette delle loro ultime dieci gare in campionato. 

A testimonianza della sorpresa che rappresentò quella squadra, che non era certo tra le favorite della vigilia, va notato che "Match of the Day" scelse di portare le sue telecamere alle gesta dell' Aston Villa soltanto ad ottobre inoltrato per la demolizione (4-0) del Sunderland al Villa Park. Nella corsa al titolo spiccano nella mia memoria anche un bellissimo 1-3 al Goodison Park siglato da Morley, Mortimer e Cowans ed un 3-0 al Middlesbrough verso fine aprile che rappresentò di fatto la vittoria che tagliò le gambe alle speranze nel Suffolk. L'ultima giornata del 2 maggio fu l'apoteosi: il Villa aveva quattro punti di vantaggio, ma l'Ipswich aveva una gara da recuperare dopo quel weekend. L'Arsenal era quanto di peggio potesse capitare al Villa per quell'ultima giornata e per giunta nella fossa di Highbury. Ma l'Ipswich non diede segnali di ripresa ed uscì sconfitto anche dal vecchio Ayresome Park di Middlesbrough:i ventimila che invasero l'intera clock end di Highbury esultarono anche se i loro beniamini cedettero 2-0 ai Gunners. L'Aston Villa era campione d'Inghilterra !!! La M1 sulla via del ritorno a Birmingham si colorò di celeste ed amaranto. La favola di quella squadra 27 tuttavia non si esaurì con quell'epilogo storico. Ve ne sarebbe stato un altro di li a dodici mesi , a Rotterdam....
di Fabrizio Miccio, da UK Football Please (marzo 2003)

4 maggio 2026

[MISTER FOOTBALL] "DON ROBINSON e lo Scarborough." di Roberto Gotta

Personaggio al tempo stesso notissimo e sconosciuto: come sempre, dipende dai gradi di interesse, più ancora che competenza, perché non si può sapere tutto e neanche il 50% di tutto. Diciamo, riassumendo a fatica, che Robinson nel calcio è stato due volte presidente dello
Scarborough, club della sua città, tra i più antichi d’Inghilterra (1879), salito in Football League per la prima volta nel 1987 sotto la gestione di Neil Warnock, poi fallito nel 2007 e rinato, con gestione interamente affidata ai tifosi, con nome simile (Scarborough Athletic) subito dopo, e ora iscritto alla National League North, il sesto livello del calcio inglese.

Lo Scarborough di Robinson negli anni Settanta fece davvero la storia, seppur minore, del calcio inglese: arrivò due volte al terzo turno di FA Cup, nel 1973, 1976 e 1977 vinse a Wembley l’FA Trophy, ovvero la FA Cup per club dalla quinta serie in giù, partecipò due volte alla Coppa Anglo-Italiana per semiprofessionisti, 1976 e 1977, e in occasione della primissima partita di quella 1976, contro il Monza, in porta ci fu la presenza straordinaria di Gordon Banks, l’ex portiere della nazionale fermo dal 1972 per i postumi del tremendo incidente stradale che aveva fermato la sua carriera a grandi livelli. 
Nel 1976 lo Scarborough giocò anche l’Anglo-Italian Semiprofessional Cup, andata e ritorno con la vincitrice della Coppa Italia semiprofessionistica, il Lecce, che perse 1-0 in Inghilterra vincendo però 4-0 in casa. 

Robinson nel 1982 però lasciò la proprietà del club e scese di un’ottantina di chilometri lungo la costa nordorientale inglese, portando con sé l’allenatore Colin Appleton (che aveva portato sulle sue spalle per il giro d’onore dopo la vittoria dell’FA Trophy 1977, foto a lato) e prendendo in gestione lo Hull City, anzi salvandolo dalla chiusura: tempo tre anni e lo Hull passò dalla quarta alla seconda serie (l’attuale Championship). Uomo di contatti e intraprendenza, aveva fatto i soldi affittando trampolini elastici sulla spiaggia di Scarborough, era stato organizzatore di riunioni di wrestling (ed era persino salito sul ring come Dr.Death), co-organizzatore del concerto Live Aid, proprietario di zoo, promulgatore di radio private (e pirata) e tante altre cose, tra cui voli per portare centinaia di persone a Las Vegas per giocare nei casinò.

20 aprile 2026

"EVERTON EUROPEO" di Massimiliano Morganella

Rotterdam. Everton e Rapid Vienna approdano alla loro prima finale europea. I blues puntano al trionfo continentale a coronamento di una stagione che li ha visti protagonisti su tre fronti: campionato, coppa d’Inghilterra e Coppa delle Coppe. Il match di Rotterdam rappresenta così per l’Everton un’altra impegnativa tappa di una lunga stagione, intermezzo internazionale tra le partite della League e le ambizioni nella F.A. Cup. 

E’ anche una sfida indiretta stracittadina con i cugini del Liverpool di Fagan, da anni leader in Inghilterra e in Europa. Il Rapid, forse pago già di essere giunto alla finale, affronta l’impegno puntando sull’esperienza dei suoi “vecchi” (Krankl, Panenka, Garger) e cercando di resistere il più possibile al ciclone Everton. Nel primo tempo la profezia di Baric si avvera e i Blues di Kendall vedono infrangersi i loro arrembanti attacchi sulle scogliere difensive austriache. 
Ma, dopo l’intervallo, l’iceberg costruito dal Rapid si scioglie inesorabilmente ai lampi e ai fulmini dell’attacco inglese. Greame Sharp, giovane attaccante scozzese, mostra di meritare ampiamente il posto fra i primi cinque del “Bravo 85” e manda in gol prima il connazionale Andy Gray e poi Sheedy. Steven per i Blues e Krankl per il Rapid regalano altre due emozioni agli oltre 40.000 spettatori del Feyenoord Stadium, infiammato da un tifo caldo e spumeggiante. Poi tutti a casa: l’Everton con la Coppa, il Rapid con l’onore delle armi.

La finale di Rotterdam vede opposti il Rapid Vienna e l’Everton. Entrambe le squadre non hanno mai raggiunto una finale di Coppa Europea. Nella squadra inglese, neo campione della League, spiccano il centravanti scozzese Andy Gray, il suo connazionale Greame Sharp, l’ala destra Trevor Steven, l’esperto mediano Peter Reid e il portiere Neville Southall, titolare della nazionale del Galles. 
La finale di Coppa delle Coppe si svolge a Rotterdam, città dal clima ideale per entrambe le formazioni. Tra di esse c’è un divario tecnico abissale e i pronostici si sprecano a favore della squadra inglese. Ma, nel primo tempo, gli uomini di Baric riescono ad imbrigliare le convulse azioni offensive dei Blues e chiudono i primi 45 minuti sullo 0-0, creando anche pericolosi contropiede. Nella ripresa, l’Everton si scatena e dopo una pressione continua passa tre volte con Gray, Steven e Sheedy. Il Rapid ha un’impennata d’orgoglio e segna il gol della bandiera con il vecchio Krankl. I ventimila tifosi inglesi giunti a Rotterdam sono in delirio: l’Everton ha vinto il suo primo alloro continentale.

-RHYTHM AND BLUES-

Rotterdam ha incoronato gli inglesi di Liverpool, giustizieri di un Rapid Vienna inconsistente. Vittoria scaturita da novanta minuti di incessante attacco. Nell’anno in cui il Liverpool ha perso tutto, l’Everton, seconda squadra della Merseyside, ha vissuto la più bella stagione vincendo campionato, Coppa delle Coppe e Charity Shield (il trofeo che è in palio ad inizio di stagione tra la squadra campione d’Inghilterra e la detentrice della F.A. Cup) e finendo seconda nella successiva Coppa d’Inghilterra solo per il gol, “inventato” da Whiteside che ha dato la vittoria al Manchester United. Per i Blues, quindi, il 1985 potrebbe segnare l’inizio di un’epoca.
Nel collage dei numeri 21, 23 e 27 del Guerin Sportivo dei tempi.. mai condizionale si rivelò provvidenziale e, per certi versi, profetico. Infatti, dopo la tragedia dell’Heysel del 29 maggio 1985, la prima decisione dell’UEFA è stata l’esclusione a tempo indeterminato delle squadre inglesi dalle competizioni europee. 
Considerazioni? Diverse e variegate, senz’altro ad iniziare, naturalmente, dal comune dolore per la strage. Sul piano squisitamente calcistico un club, l’Everton, non ha potuto partecipare alla Coppa dei Campioni 1985/86 guadagnata meritatamente sul campo. E considerando che le formazioni inglesi nei dieci anni precedenti (dal 1975 al 1984) si erano aggiudicate la competizione in ben sette occasioni (4 Liverpool, 2 Nottingham, 1 Aston Villa) da quella stagione indiscutibilmente, ragionevolmente, fatalmente ed inevitabilmente la massima competizione europea è stata falsata nei valori e nei riferimenti sportivi. 
Irrimediabilmente. Per sempre.
di Massimiliano Morganella, da "UK Football Please"

15 aprile 2026

"HILLSBOROUGH 1989" di Simone Galeotti

Prima di parlare dell'inizio credo sia giusto partire dalla fine. 
Dal momento in cui 97 tifosi hanno lasciato questa terra avvolti dai colori di quella bandiera che tante volte ha sventolato per loro a scrivere idealmente nel vento l'orgoglio del popolo che rappresenta. 
La bandiera con il “Livebird”, uccello mitologico metà cormorano e metà aquila. Per tutti la fenice della Mersey. Quella fenice che sembrò chiudere le sue ali e posarsi leggera sulle bare di tutte quelle vittime innocenti, come a fermare in un caldo abbraccio la passione di una vita. Ma il legame con la squadra non si spezza neppure nel culto della sepoltura. Chi resta, fissa simboli e momenti come tributo alla memoria per gli sfortunati che non ci sono più. Come elemento identificativo del loro passaggio sulla terra: l'onore di essere appartenuti con intensità al cuore di un club, e un merito terreno che richiede tutta la visibilità possibile, ben oltre la dimensione temporale. Verso l'eternità. Come eterna sarà l'immagine struggente del terreno di gioco dell' Hillsborough completamente ricoperto da un placido mare di mazzi di fiori, di messaggi di dolore. Come i cancelli d' ingresso della maledetta Leppings Lane, su cui saranno addossati cappellini, sciarpe, gagliardetti. 
Non solo del Liverpool. Ci saranno tutti, proprio tutti. Edera multicolore sulle rovine del calcio. Santuario improvvisato di un pellegrinaggio continuo. Pellegrinaggio popolare, autenticamente popolare. Dolore, lacrime e rimpianti.


Ma di cosa stiamo parlando? E' giusto fare un piccolo ma doveroso passo indietro per chi non ha ancora capito, per i più giovani o per chi in ogni caso non mastica tutti i giorni pane e football.
E' il 15 aprile 1989. Sheffield. 
La città dell'acciaio, costruita su 7 colline nei pressi del fiume Sheaf che a Sheffield ha regalato il nome. La città della squadra di calcio più antica del mondo, lo Sheffield F.C.. Data di fondazione 1857. Notte dei tempi. Dopo, solo dopo, arriveranno lo Wednesday e lo United. 
Civette e lame. Hillsbourogh e Bramall lane.
E' un pomeriggio insolitamente soleggiato nel South Yorkshire. In aprile generalmente la pioggia non fa mistero di essere particolarmente generosa in quelle terre. Nel sobborgo di Owlerton, pochi km a nord ovest dal centro cittadino c'è la casa dello Sheffield Wednesday. Hillsbourogh appunto. Ad essere esatti la seconda casa delle civette, inaugurata il 2 settembre 1899 dopo l'abbandono dell' Olive Grove.
C'è da giocare la semifinale di F.A. Cup, la celeberrima coppa d'Inghilterra che nel periodo dell'isolamento continentale, dovuto ai fatti dell'Heysel ha assunto un importanza e un valore ancora maggiore. E ciò è tutto dire....
Come da tradizione la partita deve svolgersi in campo neutro e a giocarsi l'accesso ai fasti di Wembley arrivano due club che se non sono formalmente acerrimi rivali sicuramente non nutrono l'un per l'altro grandi simpatie. Liverpool e Nottingham Forest. 
Per il Liverpool in quegli anni è diventata una piacevole abitudine arrivare alle fasi finali della manifestazione, e spesso anche di aggiudicarsi l'ambito trofeo. I tricky trees del City Ground invece non salgono i 39 gradini del royal box per ricevere la “coppa” dal 1959. Trenta anni esatti.
Ho accennato prima all' Heysel. Finale della coppa dei campioni 1985 a Bruxelles, di fronte Liverpool e Juventus. Trentanove morti. Una tragedia in proporzioni umane. Una mazzata in provvedimenti disciplinari. Il movimento calcistico inglese è escluso dalle competizioni europee per cinque anni.
Le ripercussioni interne sono altrettanto pesanti. In quello stesso anno la Lady di Ferro al secolo Margareth Thatcher approva lo “Sporting Event Act” dove si ratifica l'abolizione della vendita di alcolici negli stadi e nei parcheggi limitrofi. Nel 1986 arriva un'altra ingiunzione. Si tratta del “Public order act”, ovvero, guai a comportarsi in maniera non consona anche se non violenta. Ai tribunali viene conferita ampia autonomia in merito. Non sarà sufficiente. Non perché si tratti di prescrizioni inutili, ma perché se per prime vengono a mancare le capacità organizzative tutto il resto sono solo inutili dettagli.
Quel 15 aprile incomincia male sin dalle prime ore del mattino. Lavori in corso sulla M62 ostruiscono e ritardano l'afflusso del pubblico, segnatamente quello proveniente da Liverpool. Ma la contingenza viaria del traffico che scorre a rilento non è niente di fronte alla leggerezza con cui viene deciso di distribuire i settori dello stadio alle due squadre e ai rispettivi tifosi. Non ci scordiamo che otto anni prima sempre a Hillsborough, e sempre per una semifinale di coppa d'Inghilterra avvennero incidenti in occasione di Tottenham-Wolverhampton. Fortunatamente non gravi nel bilancio, ma che comunque obbligarono il club tenutario dell'impianto ad intervenire sulla struttura.
Ma tutto sembrava dimenticato. Tutto pareva rimosso dalla memoria. Chi non guarda agli errori del passato è destinato a ripeterli in futuro. E “Cassandra” aveva già lanciato la sua profezia. Derisa. Inascoltata.





















La capiente “Spion Kop End” che conteneva all'incirca 21.000 spettatori viene assegnata alla “Travelling Kop” del Nottingham Forest, squadra che notoriamente ha un seguito di pubblico meno numeroso del Liverpool, mentre al club di Anfield Road sarebbe spettata la dirimpettaia “Leppings Lane” con i suoi 14000 posti. Piccola e angusta. 
Basti pensare poi che in totale gli ingressi riservati ai tifosi dei reds saranno solo sei, contro i sessanta dei supporters del Forest. A poco più di mezz'ora dall'inizio del match la situazione in curva appare relativamente tranquilla. Ci sono famiglie intere con bambini molti dei quali alla loro prima trasferta. Si parla di come farà giocare la squadra Dalglish, di come si comporterà il “redento” Ian Rush reduce dalla penosa esperienza italiana. 
Qualcuno discute se ci sarà intesa fra Ronnie Whelan e John Barnes. Altri scommettono che il goal decisivo lo segnerà Aldrige. Tutti sognano di andare a Wembley.
I problemi iniziano a manifestarsi quando cessa l'intasamento stradale e la M62 riversa sullo stadio tutti i sostenitori del Liverpool, e improvvisamente ci si rese conto della marea umana che stazionava all'esterno della Leppings Lane. Si presume approssimativamente 5000 persone. Iniziò a salire la tensione. 
All'interno dello stadio nel frattempo si incominciano a scandire cori, a cantare “You'll never walk alone”. Fuori montava l'impazienza, c'era chi iniziava a spingere, chi a lamentarsi della calca eccessiva. Una pressione enorme. La polizia andò letteralmente in corto circuito non aspettandosi di dover gestire una situazione così complicata. E qui scattò una decisione. Terribile e fatale. Per smaltire la congestione le forze dell'ordine decidono di aprire un grosso cancello d'acciaio posto nei pressi di un tunnel che conduce all'interno della curva. Il “Gate C”. Sarà come aprire le porte dell'inferno. In genere, in questi casi, ufficiali di polizia a cavallo si sistemano all'ingresso con la funzione di avvisare ed evitare pericolosi sovraccarichi. Per motivi ancora ignoti ciò non successe quel pomeriggio. Entrano tutti. Con e senza biglietto Il gate scarica una quantità di tifosi di gran lunga superiore alla capienza, e in breve non avendo nessuna via di fuga gli spettatori a ridosso del terreno di gioco vengono spinti verso le recinzioni. Le famigerate “Fences”. Fu un massacro. 
Calpestati, spinti, soffocati. Un olocausto di ferro e corpi. Di morte. E altra morte colpisce gli sventurati rimasti schiacciati nel tunnel. Il tutto mentre l'incontro è già cominciato da sei minuti. Lunghi, interminabili, paradossali. Perché nessuno si era accorto delle dimensioni di quello che stava accadendo a pochi passi dal rettangolo verde, se non purtroppo i diretti interessati. Poi un funzionario di polizia capisce che c'è qualcosa che non va e richiama l'attenzione dell'arbitro. Per la cronoca il signor Ray Lewis. E arriva un fischio anomalo. Tanto insolito da sembrare quasi triste. Stridulo complemento sonoro in mezzo a urla e invocazioni. La partita viene interrotta. Ma la polizia commette uno sbaglio. Un altro. Non si renderà immediatamente conto del problema, ma anzi tenterà goffamente di respingere coloro che reputa invasori e non sopravvissuti. Intanto i più fortunati troveranno scampo sulla West Stand tratti in salvo da mani misericordiose. Chi perdeva l'equilibrio o cedeva alla paura era perduto. Quando ci si rende conto del disastro la tragedia si è già consumata. I morti in totale a fine giornata saranno 93 e oltre 200 i feriti. Fra scene di panico e pianto c'è anche chi con abnegazione e grande coraggio cerca di aiutare e rincuorare i contusi. I cartelloni pubblicitari verranno usati come barelle di fortuna, mentre le sirene delle ambulanze urlano nel limpido sabato di Sheffield. Fra le vittime anche John Paul Gilhooley 10 anni, cugino del futuro capitano Steven Gerrard. E' crudele il destino. Sarah e Victoria Hicks sono due sorelle di Pinner sobborgo londinese, entrambe fanatiche del Liverpool. Per Sarah 19 anni il tagliando della semifinale era il regalo di compleanno. Travolta e uccisa. Victoria invece spirerà fra le braccia del padre che inutilmente cercherà di rianimarla. Tony Bland 22 anni rimarrà in stato di coma vegetativo fino al 1993. Fino a quando i genitori Allan e Barbara non decideranno di farlo morire con “dignità” interrompendo la terapia. “Non è cosciente non soffrirà”, dissero i medici. I familiari delle vittime si costituiranno parte civile. 
Ci sarà un processo che avrebbe dovuto essere esemplare ma che in sostanza non ha mai fatto piena luce sull'attribuzione delle colpe. 
Ci sarà un giornale, il “Sun” che getterà sporcizia spacciandola per verità. 
Ci sarà un orologio ad Anfield che segnerà per sempre le 15:06 del 15 aprile 1989. Lest we forget.

14 aprile 2026

"LONDON CALLING. La controcultura a Londra dal '45 a oggi" di Barry Miles (Editore EDT), 2012


La Londra di Barry Miles è quella della cultura underground che nasce fra le macerie della Seconda guerra mondiale ed esplode nel corso degli anni Sessanta e Settanta, concentrandosi sul West End e su Soho, le zone in cui era confluita un'eterogenea popolazione di personaggi creativi e fuori dalle righe, intolleranti nei confronti delle costrizioni della cultura e del costume ufficiale: scrittori, poeti, registi, musicisti, artisti, pubblicitari, architetti, stilisti, e una miriade di più anonimi personaggi decisi a fare della propria vita un'arte. È la storia di una rivoluzione culturale determinata a ottenere una "totale confusione dei sensi", che si sviluppa fra le vie di una metropoli artisticamente onnivora, fatta di locali, librerie, club, pub, teatri, piazze, vicoli, scantinati, case occupate o case borghesi. Una storia di sconvolgente energia vitale e al tempo stesso autodistruttiva, raccontata sul filo di quell'ironia che solo un testimone diretto può comunicare. 
Mettere in fila i nomi che si incontrano fra queste pagine fa tremare l'idea stessa di 'controcultura', poiché vi si ritrova molta della creatività che animerà per ibridazione la cultura ufficiale del Novecento: Dylan Thomas, Francis Bacon, i Situazionisti, il cool jazz, il rock 'n' roll, Mary Quant, Kingsley Amis, J.G. Ballard, i Rolling Stones, i Beatles, William Burroughs, Jimi Hendrix, i Pink Floyd, Allen Ginsberg, Pete Townshend, Yoko Ono, Derek Jarman e moltissimi altri.

2 aprile 2026

"L'AVVENTURA DI ELTON JOHN AL WATFORD" di Luca Manes

Uno squadra mediocre, uno stadio decrepito, solo tre impiegati full time che si dovevano occupare dei compiti più disparati, dall'ufficio stampa alla cura del terreno di gioco, passando per le incombenze amministrative e il calcolo dei salari dei calciatori.


Questa era la realtà del Watford a metà degli anni Settanta, quando a tirar fuori gli Hornets dall'aurea mediocritas della Quarta Divisione si presentò mister Reg Dwight. Forse vi sarà più familiare il suo nome d'arte: Elton John.
Si narra che per trovare un manager di buon livello il buon Reg chiese consiglio a Don Revie. “Prendi Graham Taylor, ha fatto miracoli con il Lincoln”. La risposta del grande fautore dei successi del Leeds United di quell'epoca.
Anche Elton John si era accorto che con gli Imps Taylor aveva svolto un lavoro eccellente: nel 1975-76 avevano dato una bella ripassata al suo Watford: 1-3 in casa e 1-5 in trasferta.
“Entro 10 anni voglio che questo club giochi in Europa”, la richiesta di Elton John al suo manager. Per far ciò servivano considerevoli migliorie al vetusto Vicarage Road. Per prima cosa si eliminò la pista per le corse dei levrieri. Così facendo si permise ai tifosi di essere fisicamente più vicini alla squadra, che ne aveva bisogno. Ma il rapporto con l'intera comunità del gradevole sobborgo di Londra fu rafforzato “invitando” i giocatori a partecipare alle varie attività che il club promosse a Watford.

Taylor diede al team un'impronta molto offensiva e, anche grazie ai consistenti assegni staccati da Elton John, arrivarono due promozioni consecutive nel 1978 nel 1979. Uno splendido bis a cui si aggiunse una semifinale in Coppa di Lega persa contro il Nottingham Forest, poi laureatosi campione d'Europa.
Nel 1978-79 la coppia composta da Ross Jenkins e da un giovane Luther Blissett (sì, proprio lui...) mise a segno ben 65 goal tra coppe e campionato, roba da leccarsi i baffi. Dopo un paio di stagioni di consolidamento in Seconda Divisione, ecco l'ennesimo salto di qualità, con lo storico primo approdo in First Division. Gli investimenti nel settore giovanile stavano dando i loro frutti. Sulle ali c'erano due giocatori di grande qualità come Nigel Callaghan e John Barnes, arrivato dal Sudbury Court e promosso rapidamente dalla squadra riserve. Nel magico 1981-82 della promozione nella massima serie, il Watford esordì allo Stamford Bridge. Barnes, appena diciassettenne, si beccò gli odiosi “versi della scimmia” per 90 minuti. Non si scompose, trafiggendo la difesa dei Blues e contribuendo in maniera decisiva al 3-1 finale. Era l'inizio di nove mesi che entreranno per sempre nei cuori dei supporter giallo-rosso-neri. La notizia della conquista di un posto in First Division raggiunse Elton John in Norvegia, dove si trovava per un concerto. Successivamente chiamò tutti i giocatori, per complimentarsi con loro. Il sogno si stava avverando.
L'ascesa degli Hornets sembrava veramente inarrestabile.

Nel 1982-83 la matricola terribile si arrese solo al grande Liverpool. Secondi davanti al Manchester United e al Tottenham. Ma soprattutto, prima, fantastica qualificazione alle coppe europee, quattro anni in anticipo rispetto alla tabella di marcia fissata all'arrivo di Taylor. Ciliegina sulla torta, Luther Blissett capocannoniere con 27 reti. Un risultato che gli fruttò il passaggio al Milan, dove sappiamo tutti come andò a finire (male).
Nel 1983-84 le Hornets sfiorarono la FA Cup. Dopo una cavalcata trionfale, nell'atto conclusivo dovettero ammainare bandiera bianca al cospetto dell'Everton. Elton John era in tribuna a trepidare per i suoi giocatori e a fine partita pianse lacrime amare, quasi sapesse che la bella favola del Watford era terminata senza il tanto atteso lieto fine. Il 1987 fu l'anno degli addii: Taylor si trasferì al Villa Park, Barnes al Liverpool, Elton John vendette la società (poi ricomprata nel 1997, prima di un ulteriore passo indietro dal ruolo di presidente nel 2002).
Ora il celebre cantante si fa vedere di rado dalle parti del Vicarage Road, ma siamo abbastanza certi che, qualora Gianfranco Zola riuscirà a riportare le Hornets in Premier, sarà il primo a festeggiare, casomai ricordando con un sorriso quando si presentava agli allenamenti della squadra agghindato in maniera improbabile e Taylor lo cacciava via. “Questa è una squadra di calcio, qui ci sono degli standard da mantenere, un dress code da rispettare”, tuonava il futuro manager dei Tre Leoni.
E guai a contraddirlo!
di Luca Manes

9 marzo 2026

"1980 JUVENTUS-ARSENAL. Una sfida ad alta tensione.." di Max Troiani

"Ed ora per la Juventus è notte fonda"
. Così Nando Martellini, mercoledì 9 aprile 1980, sanciva il passaggio del turno dell'Arsenal nella partita di ritorno della semifinale di Coppa delle Coppe tra la Juventus e gli inglesi.
Gli italiani giocarono con il freno a mano tirato, mentre l'Arsenal a tratti cercava di segnare quel gol che sarebbe valso la finale. A due minuti dalla fine, dopo un paio di rinvii di Bettega dalla propria area (e questo la dice lunga sulla tattica attuata quella sera dalla Vecchia Signora), ci fu un'incursione di Graham Rix sulla fascia sinistra. Il cross dal fondo trovò un sorprendente e solitario Paul Vaessen (nella foto il gol) che segnò indisturbato sul secondo palo, per la gioia dei numerosi tifosi inglesi presenti quella sera al Comunale di Torino.
Liam Brady, in procinto di passare proprio alla squadra torinese a fine stagione, commentò: "La nostra vittoria è meritata. La Juventus si è difesa troppo, ha giocato manifestamente per lo 0-0, le andava bene il pareggio ed è per questo che hanno addormentato il gioco. E dire che erano la squadra di casa".

E pensare che la partita d'andata si era conclusa con un pareggio (1-1) favorevole alla Juventus, ma non erano mancate le polemiche durante e soprattutto dopo il match. Un fallaccio di Bettega su David O’Leary al 23' del primo tempo costrinse quest'ultimo a lasciare il campo per Pat Rice. Un gol di Cabrini su rigore all'11' portò in vantaggio i torinesi, e un autogol dello stesso Bettega rilanciò l'Arsenal nel finale. I Gunners ebbero tante occasioni, in special modo grazie a un grande Liam Brady, autore di passaggi smarcanti per gli attaccanti inglesi Stapleton e Rix, che però non riuscirono a concretizzare.
Gli inglesi giocarono a Londra con questa formazione: Jennings, Devine, Walford (Vaessen), Talbot, O'Leary (Rice), Young, Brady, Sunderland, Stapleton, Price e Rix..

Il giorno dopo, i tabloid britannici riversarono tutto il loro astio sulle prime pagine, attaccando gli italiani e in primis Roberto Bettega, definito prima del match "il più inglese degli italiani". Il Daily Mail riportava un "horror-tackle", e i giornali domenicali, tra cui il News of the World, prevedevano a ragione: "A Torino sarà l'inferno". Solo il più titolato Times pensò di analizzare il match in maniera meno pesante e scrisse: "Le speranze dell'Arsenal cominciano a vacillare".
Secondo il "Mail", la cronaca del "fattaccio" degli italiani attirò l'attenzione ancor più della decapitazione della Principessa Saudita Misha da parte del boia di Re Khaled, condannata per un semplice adulterio (in quei giorni questa notizia teneva banco su tutti i giornali del Regno Unito perché ITV, il canale privato inglese, mandò in onda la sera del match di coppa una ricostruzione, e dopo la furia degli Emirati Arabi l'allora Ministro degli Esteri Britannico Carrington dovette chiedere personalmente scusa).
Il tackle di Bettega era stato veramente vergognoso e incomprensibile, non ammetteva scuse. O'Leary, dopo essersi tolto i frammenti dei tacchetti dello scarpino dell'italiano, si dovette imbottire di antidolorifici e antibiotici per essere presente nel match del sabato dopo contro il Liverpool dove, tra l'altro, secondo la stampa giocò anche bene. La preoccupazione maggiore era per la partita di ritorno, ma non solo. 
di Max Troiani

3 marzo 2026

[UK CINEMA] THE FIRM. (1989)

Il film racconta la vita di Clive "Bex" Bissell, un insospettabile agente immobiliare che nasconde una natura violenta come capo della "Inter City Crew". Questo gruppo è il riflesso cinematografico della reale
Inter City Firm, la leggendaria banda di hooligan legata al West Ham United. Bex vive nei sobborghi eleganti, ma il suo cuore appartiene ai quartieri popolari dell'East End di Londra, dove il calcio è vissuto come una guerra per il territorio.
La trama si sviluppa tra le strade grigie e i pub dell'est di Londra, con diverse scene girate nei pressi dello storico stadio Upton Park, la casa degli "Hammers". I luoghi del film non sono monumenti famosi, ma parcheggi desolati, sottopassaggi e case popolari che trasmettono un senso di oppressione e realtà. Bex vuole unificare tutte le tifoserie inglesi sotto il suo comando per sfidare le altre nazioni durante gli Europei, ma trova resistenza nei leader rivali che non vogliono cedere il potere.
Il protagonista frequenta i luoghi simbolo della cultura casual dell'epoca: i negozi di abbigliamento sportivo e i pub dove si organizzano gli scontri. Molte sequenze esterne mostrano la zona di Newham e i dintorni dei moli londinesi, aree che all'epoca stavano cambiando volto ma che conservavano un'anima dura. Bex si muove in questi spazi con arroganza, convinto che la sua posizione nel West Ham lo renda intoccabile.

La squadra del West Ham, con i suoi simboli dei martelli incrociati, fa da sfondo costante alla sua identità. Per lui, il club non è solo sport, ma un marchio di appartenenza da difendere con i pugni. Nonostante i tentativi della moglie di riportarlo alla realtà familiare, Bex continua a dare appuntamenti alla sua banda nei parchi e nelle stazioni ferroviarie, pronti a partire per la prossima battaglia.
Il film si chiude mostrando come quei luoghi, apparentemente normali, diventino campi di battaglia urbani. La regia di Alan Clarke usa lunghi piani sequenza per farci camminare accanto a Gary Oldman tra i vicoli di Londra, facendoci sentire parte di quella sottocultura pericolosa. Alla fine, "The Firm" resta un viaggio brutale dentro l'ossessione di un uomo per la propria squadra e per il potere che essa gli conferisce in strada.


Il film è uscito ufficialmente il 26 febbraio 1989, trasmesso per la prima volta nel Regno Unito sul canale BBC Two all'interno della collana antologica Screen Two. Nonostante sia stato prodotto nel 1988, la sua messa in onda avvenne l'anno successivo proprio in quella data.

2 marzo 2026

"MAESTRI DI CALCIO. BRIAN CLOUGH" di Christian Giordano

«I wouldn’t say I was the best manager in the business. But I was in the top one.» – Brian Clough

OBE. Officer of the British Empire, ufficiale (dell’Ordine) dell’Impero Britannico (quartultima fra le cinque classi dell’onorificenza istituita da re Giorgio V nel 1917), per i suoi fan più accaniti; Old Big ’Ead, vecchio testone, per i suoi – altrettanto irriducibili – detrattori.
Comunque si voglia interpretare, la sigla identifica un manager che ha scritto la storia del calcio (non solo) britannico degli anni Settanta-Ottanta. E l’ha fatto in realtà pressoché amatoriali che, dopo il suo trionfale passaggio, sono ripiombate nell’anonimato.
Mai avute mezze misure: adorato o detestato come capita a chiunque provi (e magari riesca) ad affrancarsi dalla mediocrità. Anche se mediocre, Cloughie, nelle sue molteplici reincarnazioni, non lo è stato mai. Fenomenale goleador a cavallo fra gli anni Cinquanta-Sessanta con Middlesbrough e Sunderland (251 reti in 274 partite di massima divisione), in campo è stato fra i pochi ex campioni diventati poi grandi allenatori; e fuori, nella pionieristica e ingessata tv dell’epoca, un José Mourinho con quarant’anni di anticipo sull’originale. Il primo Special One. Anche lui con il suo Pep, il nemico fierissimo Don Revie.

Quinto degli otto figli (in realtà sesto di nove, la primogenita Elizabeth morì a 4 anni di sepsi, nda) di Joseph e Sara, Brian Howard Clough nasce a Valley Road (Middlesbrough), Inghilterra, il 21 marzo 1935. Lasciata presto la scuola, trova un impiego alla ICI (Imperial Chemicals Industries, la maggiore azienda chimica britannica, nda) e gioca centravanti in club di non league, il Billingham Synthonia e il Great Broughton.
Nel novembre del 1951 entra nei Ragazzi del Middlesbrough, la squadra per cui tifava da bambino, sulle gradinate di Ayresome Park, sognando di emulare le gesta di Wilf Mannion e di George Hardwick. Il primo contratto professionistico lo firma nel maggio 1952, poi parte per la leva, nel National Service. Il debutto fra i titolari (fortissimi) arriva solo il 17 settembre 1955, in casa con il Barnsley, in seguito alla serie d’infortuni che hanno falcidiato l’attacco. Una volta in prima squadra non ne esce più e, superata la concorrenza di Charlie Wayman e Lindy Delapenha, è capocannoniere per tre stagioni consecutive senza però riuscire a portare il Boro in Second Division.

Già allora il lato polemico della sua natura comincia a emergere, perché il club non vuole cederlo nonostante il gran numero di acquirenti e la volontà di andarsene del giocatore, invero espressa sin troppe volte (la prima dopo nove partite).
Nel novembre 1959 la maggior parte della squadra (il portiere Peter Taylor escluso) firma una petizione affinché a Clough, sempre più arrogante e presuntuoso, siano tolti i gradi di capitano. Si scoprirà poi che al ragazzo non andava giù che i compagni scommettessero illegalmente contro la propria squadra, e incassando volutamente quei gol che, una stagione dopo l’altra, erano costati al club la promozione. O perlomeno la chance di giocarsela fino in fondo. Finalmente, nel luglio 1961, dopo aver segnato 204 gol in 222 partite fra campionato (197 in 213 gare) e coppa, può andarsene. E lui che ti combina? Passa agli odiati cugini, il Sunderland, per 42.000 sterline.

Nel Wearside diventa subito una leggenda segnando 63 volte in 74 partite (46 in 61 di campionato) in neanche una stagione e mezza. L’incredibile media realizzativa (quaranta gol a stagione per quattro annate consecutive dal 1956-57, e cinquina nel 9-0 al Brighton) non basta però a convincere appieno il Ct inglese Walter Winterbottom, che gli concede appena due chance, entrambe nel 1959: con il Galles (1-1) al Ninian Park di Cardiff e con la Svezia (2-3) a Wembley. Il sogno di una carriera da predestinato gli si spezza nel 1962 insieme con il ginocchio destro nel Boxing Day, come oltremanica chiamano il giorno di Santo Stefano, nello scontro in area con il portiere del Bury, Chris Harker. Il sordo rumore dell’impatto ammutolisce il Roker Park. Brian non tornerà in campo per il resto della stagione (e il Sunderland fallirà la promozione) né in quella successiva, quando l’approdo in First Division diventa finalmente realtà. Da neopromosso, il Sunderland parte malissimo. Il manager Alan Brown, passato allo Sheffield Wednesday in estate, non era stato rimpiazzato. I tifosi sono in fermento, così Clough si rimette le scarpette in tre occasioni. Pur clinicamente guarito, non è però più il giocatore che in 296 partite era andato a segno 267 volte. Torna anche al gol, al Roker Park il 5 settembre 1964, un colpo di testa ravvicinato nel 3-3 con il Leeds United di (eh sì) Don Revie, ma è ormai l’ombra dell’attaccante di un tempo e sia lui sia il Sunderland devono arrendersi: a 29 anni Clough è – alla lettera – un calciatore finito.

Chiusa la carriera agonistica, entra nello staff tecnico dei Black Cats come allenatore della squadra giovanile e centra subito la finale della FA Youth Cup, la Coppa d’Inghilterra di categoria. Pochi mesi dopo, nell’ottobre 1965, diventa il più giovane manager (trent’anni) della Football League accettando la panchina dell’Hartlepool United, in quarta divisione, che guiderà assieme all’amico Peter Taylor, suo compagno ai tempi del Boro. Quello che nel novembre 1959 la lettera non l’aveva firmata, e che adesso, per raggiungerlo, lascia il Burton Albion. Comincia lì un sodalizio tecnico che segnerà vent’anni di football albionico ed europeo. E che porterà, ma altrove, successi inimmaginabili. I due setacciano i pub della città per raccogliere fondi per il club.
Il 21 maggio 1966 fanno esordire un 16-enne, John McGovern, che poi seguirà Clough ovunque. In maggio però la strana coppia Brian & Peter lascia (per il Derby County) il club del Victoria Park dopo aver portato la squadra dal diciottesimo all’ottavo posto e prima di vedere coronato il loro lavoro: la promozione, infatti, i Pools la centreranno nella stagione successiva, la 1967-68, con in panchina Angus “Gus” McLean. Grazie anche ai loro acquisti in difesa – Dave Mackay e Roy McFarland – la sin lì non ancora premiata ditta Clough & Taylor si rifà vincendo con i Rams la Division Two 1968-69; e tre stagioni più tardi, dopo il sorprendente quarto posto del primo anno, addirittura la Division One. Come non bastasse, l’anno successivo arrivano il settimo posto in campionato e la semifinale di Coppa dei Campioni persa contro la Juventus (3-1 al Comunale, 0-0 al Pride Park), poi finalista battuta a Belgrado dall’Ajax (gol di Johnny Rep). La favola però finisce lì perché, nell’ottobre 1973, dopo una serie di contrasti (eufemismo) con il presidente Sam Longson, la adesso sì premiata ditta saluta il club del Baseball Ground.

A Derby quasi scoppia la rivoluzione. I giocatori minacciano lo sciopero, ma è tutto inutile: il dinamico duo non tornerà. Neanche un mese ed eccolo ridiscendere in Third Division, al Brighton & Hove Albion, che termina il torneo al 19° posto. La stagione seguente il sodalizio si separa. Clough va – udite udite – addirittura al Leeds United per rimpiazzare Don Revie, appena nominato Ct della nazionale inglese. Taylor resta al BHA.
Cloughie al club dell’Elland Road dura 44 giorni, quelli de Il Maledetto United di David Peace diventato letteratura da film per Tom Hooper. Se ne va sbattendo la porta per l’eccessivo potere che i giocatori (specie i veterani, in testa il capitano Bremner, fedelissimo di Revie) esercitano sulla società. Dopo quattro mesi senza calcio, e una buonuscita di 100 mila sterline, l’8 gennaio 1975 Clough torna nelle Midlands: con un lungo lavoro ai fianchi, il presidente del club, Stuart Dryden, lo convince ad allenare il Nottingham Forest.

Nel luglio 1976 la strana coppia Clough-Taylor si ricompone e il terzo posto dei Reds, che schierano giovani di qualità come Peter Withe in attacco e Larry Lloyd al centro della difesa, vale la promozione in First Division. L’anno successivo il neopromosso Forest vince il campionato e la Coppa di Lega (0-0 dopo i tempi supplementari con il Liverpool a Wembley, rigore di Robertson nel replay all’Old Trafford).

Fra il 1979 e il 1980, l’apoteosi: due Coppe dei Campioni consecutive.

La prima a Monaco, 1-0 al Malmö (guidato dall’inglese Bob Houghton) con zuccata del centravanti Trevor Francis, futuro sampdoriano e primo giocatore inglese acquistato per un milione di sterline (inutile lo stratagemma antipressioni cloughiano di firmarlo a 999.999, comunque poi salite a 1,1 milioni, considerando le tasse). La seconda a Madrid, punteggio minimo sull’Amburgo con invenzione della funambolica ala sinistra ribelle John Robertson che, incurante degli urlacci di Clough e Taylor di rientrare, taglia verso il centro, scambia con Birtles e in diagonale buca Kargus sul palo più lontano. Due brutte finali (in quella del “Bernabéu” l’assenza dell’infortunato Francis si aggiunse agli acciacchi di Horst Hrubesch, entrato al 46’, e alla giornata-no della star Kevin Keegan) chiudono un’impresa unica. Mai una matricola, che sino a un paio d’anni prima era ancora in cadetteria, aveva conquistato due volte il trofeo in altrettante partecipazioni. Sarà la più grande sorpresa nella storia del calcio britannico, e forse europeo, fino alla storica Premier League 2016 vinta dal Leicester City allenato da Claudio Ranieri. In campionato il Forest deve invece accontentarsi della seconda piazza dietro altri reds, l’imprendibile Liverpool di Clemence, Neal, Kennedy, Dalglish, Case e Hansen: 30 vittorie, 4 sconfitte, 85 gol fatti e 16 subiti. Eppure in Coppa dei Campioni i detentori erano riusciti a eliminarlo: 2-0 al City Ground, 0-0 all’Anfield. Nel magico 1979 arrivano pure la seconda Coppa di Lega (a Wembley, 3-2 con doppietta di Gary Birtles al Southampton) e la Supercoppa Europea (1-0 al Barcellona in casa, 1-1 fuori; nel 1980 il trofeo continentale va invece al Valencia: 2-1 al City Ground, 0-1 al Mestalla). L’Intercontinentale no. Perché, dopo la rinuncia pro-Malmö nel 1979, nel 1980 (ma si giocò l’11 febbraio 1981) il Forest cede a Tokyo contro il Nacional Montevideo per un gol della futura meteora cagliaritana Waldemar Barreto Victorino. Di lì a due anni la rosa, fra trasferimenti e ritiri, è smantellata. Ingaggi onerosi quali il 19-enne Justin Fashanu (primo calciatore nero costato quanto Francis, e senza lo stratagmma della sterlina in meno), Ian Wallace e Peter Ward non producono i risultati attesi, e il Forest va a fondo. In classifica e nel mare di debiti.

Taylor si ritira nel 1982 per motivi di salute (e forse per i mancati risultati a fronte dei grandi nomi arrivati), ma un anno più tardi diventa manager del Derby County e si porta dietro, sembra all’insaputa di Clough, l’ultima stella del Forest, John Robertson. I due vecchi amici, uno dei più riusciti binomi nella storia del calcio tout court, non si parleranno più. Anche se Brian sarà presente al funerale di Peter, deceduto a Mallorca il 4 ottobre 1990.
Dopo il terzo posto in First Division e la semifinale UEFA del 1984 (2-0 casalingo all’Anderlecht, 3-0 al ritorno con un assurdo rigore concesso dallo spagnolo, e forse non integerrimo, Guruceto Muro e gol decisivo di Erwin Vandenbergh all’88’), il Forest raccoglie due vittorie in quattro finali di Coppa di Lega e due Full-Members Cup. Non realizza però il sogno di Clough, la FA Cup, sfiorata nel 1991 perdendo 1-2 la finale contro il Tottenham Hotspur. La stagione 1992-93 si chiude in disarmo. Il 22° posto significa retrocessione e Clough, che a quattro turni dalla fine si era dimesso perché un membro del CDA, Chris Wooton, ne aveva rivelato l’alcolismo nell’edizione domenicale di un quotidiano nazionale, dice stop.

L’ultima gara al City Ground, contro lo Sheffield United, termina con Brian portato in trionfo da migliaia di tifosi “retrocessi” eppure adoranti. Sposato con Barbara, tre figli (Nigel, anch’egli buon centravanti ma poi solo discreto allenatore, Simon ed Elizabeth detta Libby), nei suoi ultimi anni Clough si è goduto i nipoti e il giardino, è stato columnist del mensile Four Four Two e ha evitato, per quanto gli fosse possibile, gli eccessi.

Il 20 gennaio 2003 un trapianto di fegato durato dieci ore gli aveva salvato la vita, che altrimenti si sarebbe interrotta entro un paio di mesi. In carriera gli è mancata soltanto l’agognata panchina dell’Inghilterra, incarico che solo l’indole rissosa, la carenza d’istruzione e l’essere politicamente scorretto (vergognoso il suo mobbing, per non dire bullying, sul compianto Justin Fashanu, primo gay dichiarato del calcio inglese) gli hanno negato. Mai noto come grande stratega (l’italo-svizzero Raimondo Ponte rivelò poi che al Forest le partite nemmeno si preparavano) o fine psicologo, Clough è stato soprattutto un eccezionale motivatore. Ma per quanto compiuto a Nottingham e a Derby, comuni di cui è diventato cittadino onorario, al Vecchio Testone si perdonava tutto. Comprese le accuse (mai provate) di fare la cresta in campagna acquisti.
Più difficile dimenticare la mancata riconciliazione con l’amico di sempre. Quella no. Quella, OBE non se l’è mai perdonata.
di Christian Giordano, da https://sportspoetssociety.blogspot.com

27 febbraio 2026

"LA LEGGENDA DI SANT'ALBERTO, 1986 quando il Celtic infranse i cuori di Edimburgo" di Alessandro Boretti (Urbone), 2016

Nello sport, come nella vita, si gioca per vincere. E alla fine vince solo uno. Non esiste il “primo-a-pari-merito”! Tutti gli altri, come mi disse il compianto presidente dell’Hellas Verona Saverio Garonzi, alla fine di una mia vittoria sulla squadra che lui seguiva in quell’occasione, “i se gratta el cul!” Ma in un rush finale, quando si è testa a testa con l’avversario, cosa serve per vincere?
Il campionato di calcio scozzese della massima serie nella stagione 1985/86 vide il suo epilogo all’ultima giornata, quando Hearts di Edimburgo e Celtic di Glasgow si contesero il titolo. Gli Hearts giunsero a quell’ultima gara in vantaggio sui rivali biancoverdi di 2 punti, e sarebbe bastato loro un misero punto per assicurarsi quello che noi chiamiamo “scudetto”. Quel sabato, in tutta la Scozia, c’erano solo 2 persone che credevano fermamente che il Celtic potesse ribaltare la situazione e assicurasi il titolo. 
Uno era il manager David Hay, un grande talento come giocatore uscito dal vivaio biancoverde a fine anni ’60, ma persona schiva e mite che, nonostante il ritardo in classifica, durante la stagione aveva condito le interviste rilasciate ai mass media senza clamore, ma con un convinto ottimismo. Pura formalità o estrema fiducia nel proprio lavoro e soprattutto nei propri giocatori? E ancora: una squadra come affronta il lavoro settimanale, volto a rincorrere gli avversari, fisicamente e mentalmente? Qual è l’approccio che spinge i calciatori a presentarsi in campo quando l’avversario primo in classifica dista parecchi punti e le gare a disposizione per recuperare sono sempre meno? Nonostante prestazioni altalenanti e problemi di vario genere, il Celtic riuscì ad arrivare all’ultima gara di campionato con un’unica possibilità di agganciare e superare gli Hearts in classifica. Questo libro vi porterà fino a quell’ultimo piovoso sabato, il 3 maggio 1986 dove nello spogliatoio di Love Street, lo stadio del St. Mirren, scoprirete l’altra persona che credette in quella vittoria.

8 febbraio 2026

ROBERT MAXWELL. "UNA SPIA AL DERBY COUNTY" di Max Troiani

Robert Maxwell è stato un magnate dell'editoria britannica che ha legato il suo nome al
Derby County tra il 1984 e il 1991. Intervenne in un momento critico, salvando il club dal fallimento imminente grazie a un'iniezione di capitali che estinse i debiti con il fisco. 
Sotto la sua proprietà, il club visse una rinascita sportiva fulminea, passando dalla Third Division alla massima serie (First Division) in soli tre anni, grazie anche all'acquisto di campioni come Peter Shilton, Dean Saunders e Mark Wright.
Tuttavia, la sua gestione fu estremamente controversa e segnata da un forte egocentrismo. Maxwell, che possedeva contemporaneamente anche l'Oxford United, impose il proprio nome come sponsor sulle maglie del Derby e minacciò ripetutamente di lasciare la società se i tifosi non avessero risposto con maggiore entusiasmo allo stadio. Il suo stile autoritario e i sospetti conflitti d'interesse crearono tensioni costanti con la Football League.
Il legame si interruppe nel maggio 1991, quando Maxwell vendette il club a un consorzio locale pochi mesi prima della sua misteriosa morte in mare. Solo dopo la sua scomparsa emerse il colossale scandalo finanziario legato al furto dei fondi pensione dei suoi dipendenti; fortunatamente, la cessione tempestiva del Derby County permise al club di non essere trascinato nel crack del suo impero mediatico, salvaguardando la sopravvivenza della storica squadra inglese.
Maxwell era anche il padre di Ghislaine Maxwell, condannata nel 2021 per traffico sessuale di minori nel caso legato a Jeffrey Epstein. Ghislaine era la sua figlia prediletta, tanto che battezzò il suo yacht di lusso Lady Ghislaine in suo onore.

A lungo sospettato di essere una risorsa del KGB sovietico, grazie a un accesso privilegiato ai leader del Cremlino e al monopolio sulla diffusione della scienza russa in Occidente tramite la sua Pergamon Press. Documenti del National Archives britannico confermano che i servizi segreti lo tenevano sotto stretta sorveglianza sin dagli anni '50 come potenziale agente d'influenza. Agiva come un intermediario oscuro, sfruttando i suoi canali mediatici per ammorbidire l'immagine dell'URSS in cambio di favori economici. La sua morte misteriosa nel 1991 e i legami con il software di spionaggio PROMIS hanno alimentato la tesi che fosse un agente "triplo", fedele solo al proprio potere. Recentemente, indagini sui contatti del clan Maxwell con figure legate all'intelligence russa hanno riacceso il dibattito sulla sua natura di spia.

23 dicembre 2025

[MISTER FOOTBALL ] "WILLIE YOUNG. Red Scotsman" di Roberto Gotta

Uno dei giocatori più caratteristici di un’epoca, una colonna della difesa dell’Arsenal tra anni Settanta e anni Ottanta, dopo gli inizi all’Aberdeen e il passaggio al Tottenham, due stagioni per poi raggiungere ai Gunners il suo ex allenatore Terry Neil. 
‘Jennings-Rice-Nelson-Talbot-O’Leary-Young-Brady-Sunderland-Stapleton-Price-Rix’, in ordine di numero di maglia che all’epoca aveva un senso, la potrei recitare anche nel sonno, ed era la formazione dell’Arsenal finalista di FA Cup nel 1979, la famosa ‘finale dei cinque minuti’ contro il Manchester United, 3-2, la seconda delle tre consecutive che Young giocò. Difensore centrale deciso e coraggioso, con una statura imponente che utilizzava per intimorire gli avversari, fu protagonista di una lunga serie di episodi tipici della sua epoca, fatta di avventatezza e sregolatezza. Uno, purtroppo, gli costò la nazionale scozzese: era il 3 settembre 1975 si era appena giocata Danimarca-Scozia per le qualificazioni agli Europei 1976, vinta dagli ospiti 1-0 con gol di Joe Harper, e la squadra era tornata a cenare in hotel, a Vedbaek, località 22 chilometri a nord di Copenhagen. I giocatori avevano poi avuto il permesso di uscire, a patto di tornare non oltre l’1 di notte. Così fecero tutti, e lo staff tecnico, guidato dall’allenatore Willie Ormond, se ne andò a dormire. Cinque furbetti, però, uscirono dalle loro stanze e andarono al bar dell’hotel: erano Harper, il leader Billy Bremner e tre membri della Under 23 vittoriosa la sera prima, appunto Young, Pat McCluskey e Arthur Graham, a cui il Ct Jimmy Bonthrone la sera prima aveva inizialmente dato, poi tolto, il permesso di uscire. Young a dire il vero era un po’ incerto, perché Bonthrone era anche il suo allenatore di club, all’Aberdeen, e dunque lo avrebbe rivisto neanche 24 ore dopo il rientro, ma Bremner lo rassicurò dicendo «tranquillo, io qui conto più di lui» (ed era vero). 
I cinque versarono un bicchiere di liquore addosso ad una cameriera, Anne Simonsen, che subito (e giustamente) si lamentò con il gestore. La ragazza peraltro aveva commesso due errori fatali, ovviamente del tutto slegati dalla cafonata dei cinque: aveva chiesto di lavorare quella notte, pur non essendo di turno, perché sperava in mance consistenti e di fare pratica con l’inglese, obiettivi utopistici - entrambi - per chi ha a che fare con degli scozzesi (…). 

Dopo una mezza rissa con il DJ del locale, che a quanto pare aveva allontanato Graham autore di una richiesta musicale sgradita, era arrivata addirittura la Polizia, che però aveva creduto alle promesse dei cinque di un comportamento migliore. Sì, come no. Tempo mezz’ora e i ‘Copenhagen Five’, come vennero poi chiamati dalla stampa, erano al Bonaparte, la discoteca danese più in voga al momento, dove presto la loro esuberanza (…) cominciò a infastidire alcuni avventori. La situazione peggiorò quando Young, nel tentativo (così disse) di coprire con la manona un faretto che gli impediva di vedere il bancone, lo ruppe: il proprietario gli presentò un conto da 800 sterline e Young rispose «voglio solo pagare la lampadina, non comprare il locale». Poco dopo venne chiamata di nuovo la polizia, che portò fuori un McCluskey ormai malfermo sulle gambe, e rispedì tutti a casa. O meglio in hotel, dove però Bremner decise che si poteva fare nottata mettendo a soqquadro una stanza a caso. Peccato che fosse quella di un certo Jock McDonald, dirigente federale: i racconti di quella notte, che sono arrivati da almeno quattro fonti diverse, qui a mio avviso mancano di qualcosa, perché se in stanza non c’era nessuno non si capisce dove McDonald fosse, alle 4 del mattino, ma quel che pare certo è che quando scoprì l’accaduto diede un pugno in faccia a Bremner. Sei giorni dopo la commissione disciplinare federale escluse i cinque dalla nazionale a tempo indeterminato. La punizione venne successivamente cancellata e Harper e Graham (tra l’altro apparentemente incolpevole per le vicende al Bonaparte) vestirono la maglia della Scozia, mentre Bremner era ormai avanti con gli anni (33), McCluskey subì un calo di forma e Young fu scavalcato da difensori più completi. 

C’è poi il celebre episodio della finale di FA Cup 1980: a 3’ dalla fine Paul Allen, centrocampista del West Ham, schivò Graham Rix e si avviò palla al piede verso la porta difesa da Pat Jennings, ma Young con un intervento in scivolata da dietro, senza alcuna speranza di prendere la palla, lo sgambettò. Allen, 17 anni e 256 giorni, era il più giovane giocatore di una finale a Wembley e l’opinione pubblica inorridì nel vedergli negata in quel modo l’opportunità di scrivere un’altra pagina di storia. L’arbitro George Courtney poté solo ammonire Young, considerando che a suo avviso il fallo non era grave (e a quell’epoca per ricevere un cartellino rosso diretto dovevi praticamente ammazzare qualcuno), ma lo sdegno per l’accaduto portò alla ideazione del ‘professional foul’, più o meno fallo da ultimo uomo, che venne adottato due anni dopo, sulla base di raccomandazioni di un comitato di saggi. 
Fu poi abolito nel 1985 per essere ripreso e ampliato a livello internazionale nel 1990. 
Ma Young è stato tanto altro, tanto. Per chi è abbonato a Sky, ne ho parlato, segnalo però l’episodio in cui affrontò con durezza un attaccante del Falkirk che aveva pestato la mano del portiere dell’Aberdeen, dopo un intervento in scivolata, nel tentativo di fargli perdere la palla. Quell’attaccante reagì con un calcio e fu squalificato per 53 giorni. Quell’attaccante era Alex Ferguson. La sua personalità esuberante, parziamente visibile anche negli ultimi anni danneggiati dalla demenza senile (causata, secondo i medici, dai traumi ripetuti), lo mise spesso nel mirino dei tifosi: diceva, divertito, di essere stato il primo giocatore ad essere contestato sia dai tifosi del Tottenham (per essere passato all’Arsenal) sia, inizialmente, da quelli dell’Arsenal stesso (per un fallaccio sull’attaccante dei Gunners Frank Stapleton). 
Facile, banale, scontato dire che la sua scomparsa porta via un pezzo di quel calcio tempestoso e bellissimo a chi ha avuto la fortuna di viverlo, ma lo dico lo stesso. 

Nella foto sopra, Young a terra, dopo aver subito un fallo da Steve Archibald del Tottenham. Foto che ho scattato il 30 agosto 1980. Gli altri sono, da sinistra, il terzino sinistro dei Gunners Kenny Sansom, il terzino destro (ma finì poi per giocare più spesso a sinistra, coerentemente con il numero 3) Spurs Chris Hughton, Stapleton, il centrocampista Spurs Glenn Hoddle e, semicoperto, Rix. Quel giorno ad Highbury c’erano 54.045 spettatori, un ricordo per me straordinario. Indelebile. Willie Young (1951-2025).

5 dicembre 2025

"ROTHMANS FOOTBALL YEARBOOK". La Bibbia Statistica del Calcio Britannico (1970-2003) di Max Troiani


Il
"Rothmans Football Yearbook" è stato per decenni il libro di riferimento fondamentale per chiunque amasse il calcio nel Regno Unito. 
Lanciato nel 1970, era un'enciclopedia annuale che raccoglieva meticolosamente ogni singola statistica della stagione precedente.
Immaginatelo come un "mattone" di libro, pieno zeppo di numeri, date e nomi. Era famoso per essere incredibilmente accurato e completo, tanto da essere usato come fonte ufficiale da giornalisti e commentatori, guadagnandosi il soprannome di "Wisden del calcio" (come l'autorevole annuario di cricket).
"Rothmans" era il nome dallo sponsor originale, la famosa marca di sigarette. Questa sponsorizzazione è durata fino al 2003. Con il cambio delle leggi sulla pubblicità, il libro ha dovuto cambiare sponsor e nome nel corso degli anni: è stato "Sky Sports Football Yearbook" e ora si chiama "The Utilita Football Yearbook".

Nonostante il nome sia cambiato, il contenuto è rimasto lo stesso: un archivio dettagliato. Dentro ci trovavi (e ci trovi ancora oggi, nelle edizioni moderne) tutte le classifiche finali, i risultati di ogni partita, chi ha segnato i gol, chi è stato espulso e tutti i trasferimenti dei giocatori, dalla Premier League fino alle categorie minori.
Per i veri appassionati, le vecchie copie con il marchio "Rothmans" sono diventate veri e propri oggetti da collezione. La versione moderna continua la tradizione, rimanendo un punto fermo per chi vuole conoscere a fondo i dettagli del calcio britannico.

Gli appassionati lo chiamavano affettuosamente "The Doorstop" (il fermaporta) o "The Brick" (il mattone) per il suo peso e le sue dimensioni. Un collezionista ha scherzato dicendo che, per fare spazio alla sua collezione completa, avrebbe dovuto "costruire un'estensione di casa o buttare via dei mobili". Il peso era un problema reale anche per le spedizioni postali, rendendo i costi proibitivi per i collezionisti internazionali.

Molti lettori che oggi hanno superato i 40 o 50 anni (eccomi) ricordano di aver ricevuto l'annuario per il compleanno o a Natale e di averlo letto dalla prima all'ultima pagina, più volte. Non si limitavano a consultarlo per la loro squadra del cuore, ma memorizzavano l'intera lista dei marcatori della Quarta Divisione, i nomi dei giocatori di riserva di squadre sconosciute e i risultati completi di ogni partita.

Molti collezionisti hanno accumulato decine di volumi nel corso degli anni. Un lettore ha descritto la sua collezione come un "elefante nella stanza", un insieme di 54 libri che pesavano complessivamente quanto il bagaglio consentito per due valigie in aereo! Alla fine, con l'avvento di internet, la consultazione digitale è diventata più pratica, portando alcuni a separarsi con dolore dai loro "mattoni" blu, anche se non li avevano aperti per vent'anni.
di Max Troiani
Questo blog viene aggiornato senza alcuna periodicità e non può quindi essere considerato un prodotto editoriale ai sensi della legge n.62 del 7/03/2001. L'autore dichiara inoltre di non essere responsabile per i commenti inseriti nei post. Eventuali commenti che siano lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, non sono da attribuirsi all'autore, nemmeno se il commento viene espresso in forma anonima. Le foto di questo blog sono pubblicate su Internet e sono state quindi ritenute di pubblico dominio. Se gli autori desiderano chiederne la rimozione, è sufficiente scrivere un'e-mail o un commento al responsabile del sito.