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10 marzo 2026

"OLD FIRM. La battaglia di Glasgow" di Andrea Dimasi (Urbone), 2016

Non esiste partita al mondo che abbia lo stesso valore culturale dell’Old Firm. 
Il derby di Glasgow non è soltanto la sfida tra i due club più titolati di Scozia, ma un vero e proprio testa a testa che travalica i confini dello sport e mette a confronto aspetti storici, religiosi e sociali. “Old Firm” vuole offrirvi un manuale completo per conoscere meglio una partita che ha visto la sua nascita negli ultimi cinquecento anni di storia e cultura britannica. In questo libro scopriremo le dinamiche che hanno portato a questa rivalità, lo spinoso tema del settarismo, l’importanza economica della sfida, ma soprattutto le partite memorabili, i grandi successi delle due squadre e i personaggi che hanno scritto la storia di un match che paralizza Glasgow e che nutre particolari legami con l’isola d’Irlanda.

29 settembre 2025

"JIM BAXTER. RIBELLE PER VOCAZIONE" di Leonardo Aresi

Tonight I'm a Rock 'N' Roll Star.
Il talento di uno sportivo è innato, indomito e spesso destinato alla grandezza. Così è stato il talento di James Curran Baxter, nato il 29 Settembre del 1939 a Hill O’Beath, un minuscolo villaggio situato sulla ventosa costa orientale della Scozia. Una volta conclusa con ottimi voti la carriera scolastica, Jim venne instradato dai genitori ai lavori in miniera come molti altri suoi coetanei. Era il secondo dopoguerra e le fameliche fauci dell’industria britannica bramavano carne fresca.
L’esaltazione delle sue enormi potenzialità con la palla tra i piedi era quindi circoscritta al rito pagano di quartiere: la partita della domenica con gli amici. Il ragazzo era un autentico narciso, uno sbruffone pieno di sé e del proprio gioco. La sfera rimaneva incollata ai suoi scarpini fin quando decideva lui e soltanto lui. Dei continui richiami che riceveva in campo dai compagni se ne fregava alla grande. Guascone per natura. E Baxter non l’ha mai rinnegata la sua natura. Né tantomeno ha provato ad arginarla. Anzi l’ha assecondata ed esasperata fino in fondo, anche a costo di pagarne un tragico conto.

Le spensierate sgambate di pasoliniana memoria rappresentarono solamente il punto di partenza verso qualcosa di molto più grande. Quel talento non poteva certo sfiorire sotto i colpi di piccone. Baxter in cuor suo ne aveva piena consapevolezza ma a prendersi sul serio faceva davvero fatica. E lo dimostrò in maniera eclatante quando per la prima volta gli fu concessa la possibilità di firmare nero su bianco un contratto da calciatore. Quel moccioso arrogante, nel giorno del suo provino con la squadra giovanile dell’Halbeath, rimase inchiodato al tavolo da gioco della sala scommesse di Hill O’Beath.

Una partita a poker e una fumata di sigaro circondato da manovali e pescatori avevano la priorità. Persa la mano decisiva e finiti i denari da sperperare, a Baxter non restò altro che sfogare la propria delusione incantando con prodezze mirabolanti gli allenatori a cui inizialmente aveva dato buca. Non se la fecero scappare quella fenomenale testa di cazzo. Questione di poco tempo e l’attenzione delle squadre più blasonate della regione era tutta su di lui. Nel 1957 fu il Raith Rovers ad assicurarsi i suoi colpi di genio. Memorabile la vittoria contro i Rangers nel 1958 di cui fu indiscusso fautore.

“È nata una stella” titolavano le pagine sportive di tutti i giornali all’indomani del trionfo.

Gli anni trascorsi a Kirkcaldy fecero da trampolino di lancio per una delle più appassionanti ed intense storie che il calcio scozzese abbia mai conosciuto. Baxter nel 1960 approdò, per la cifra record del tempo di 17.500 sterline, proprio nei Blues di Glasgow, giganti assoluti del movimento calcistico nazionale che all’epoca già potevano vantare 31 titoli in bacheca. L’allenatore Scot Symon era fermamente convinto che le giocate di quello scapestrato centrocampista avrebbero permesso ai suoi uomini di fare il definitivo salto di qualità.

Slim Jim, come lo ribattezzarono i tifosi per il suo fisico longilineo, debuttò con lo stemma della casata di Govan cucito sul cuore in occasione di un incontro estivo di Coppa di Lega contro il Partick Thistle. A Novembre mise a segno le sue prime reti in campionato e nei quarti di finale della Coppa delle Coppe contro il Borussia Mönchengladbach. Finì 8-0 quel match: uno dei più grandi massacri europei di sempre a tinte blu. L’agile eleganza di quello spilungone fece immediatamente breccia nei cuori del popolo di Ibrox. Il suo estro fuori dagli schemi mozzava il fiato a chi fino ad allora era stato abituato a concepire il calcio come una scienza esatta. Baxter con i suoi guizzi al di là di ogni logica era riuscito a scatenare in campo una rivoluzione pari a quella che Beatles e Rolling Stones trasmisero dal palco con la loro musica.

«Un giorno ero un giocatore del Raith Rovers che cercava di rimorchiare al Cowdenbeath Palais, ed il giorno dopo ero a Glasgow circondato da ragazze che si gettavano impazzite su di me. Si era verificato un grande cambiamento nella mia vita e di certo non me lo sono lasciato sfuggire».

In un’epoca nella quale la parola del manager era legge, Jimmy decise di farsi guidare solo dall’istinto. Le donne, l’alcol, il gioco d’azzardo, gli abiti firmati e la vita notturna spericolata nei locali di Glasgow alimentarono come benzina sul fuoco la sua leggenda. Il levriero del Fife è stato l’emblema della classe operaia catapultata in paradiso. Allenarsi con regolarità ovviamente era fuori discussione e questo lo portò a scontrarsi più volte a muso duro con i senatori della squadra e con lo stesso Scot Symon che a malincuore era continuamente costretto a chiudere un occhio sulla sua condotta indisciplinata. Quel demonio se ne infischiava di qualsiasi codice comportamentale presentandosi ubriaco ai raduni prima delle gare ufficiali o addirittura concludendo in commissariato le notti brave della vigilia.

I giocatori dei Rangers allora più che mai rappresentavano l‘establishment protestante ed unionista della nazione ma a Baxter poco importava. Fu tra i pochissimi in quegli anni a fraternizzare con i nemici cattolici dell’altra sponda del fiume Clyde. Bandiere del Celtic come il capitano Billy McNeill, Pat Crerand e Mike Jackson divennero infatti suoi carissimi amici. Del settarismo religioso, politico e sociale che divideva le due fazioni non se ne curava. Nelle stracittadine però non conobbe pietà. Fu una vera e propria bestia nera per i biancoverdi con un invidiabile score di due sole sconfitte in diciotto incontri totali. Dal 1960 al 1964 la popolarità di Jim Baxter non ebbe eguali nel panorama calcistico scozzese. Il suo ostinato anticonformismo era sulla bocca di tutti. Come diceva Oscar Wilde, amare se stessi è l’inizio di un romanzo lungo quanto la vita.

Baxter fu il Deus ex machina in ogni conquista collettiva dei Gers di quel periodo. Il bottino recita 10 titoli di cui 3 campionati, 3 Coppe di Scozia e 4 Coppe di Lega. Non male per uno che era solito consumare senza tregua quantità industriali di Bacardi. Il culto del ragazzone fece proseliti anche tra i sostenitori della Nazionale. La Tartan Army stravedeva per lui. Il 6 Aprile 1963 davanti ad una platea oceanica di quasi 100.000 spettatori, Slim Jim fece del tempio del calcio il suo salotto di casa. Oltre a mettere a segno una doppietta, con un tiro dal limite dell’area ben angolato ed un superbo calcio piazzato su rigore, riuscì letteralmente a destabilizzare gli inglesi presenti a Wembley con i suoi improvvisi cambi di direzione ed i suoi lanci balistici da una parte all’altra del campo.

90 minuti di assoluta perfezione consegnati alla storia: il masterpiece della sua carriera. Un gruppo di tifosi dell’Arsenal dopo quella sconfitta per 1–2 firmarono addirittura una petizione pregando in tutti i modi il loro board di portarlo ad Highbury. La proposta non si concretizzò mai. Le voci sulla sua profonda mancanza di professionalità avevano fatto il giro dell’isola e per molti club Jim era considerato uno squilibrato da tenere alla lontana.

«Tutto quello che ho fatto in campo è stato puro istinto. Forse mi sono divertito un po’ troppo, ma in fondo cos’è troppo? La moderazione l’ho sempre lasciata ai moderati. Senza pentirmene nemmeno una volta».

Il 23 Ottobre 1963 partecipò alla sfida tra l’Inghilterra ed una rappresentativa FIFA per celebrare i 100 anni della Football Association. Un ulteriore lustro a livello internazionale in quella annata magica. Giocò al fianco di campioni che siedono di diritto nell’Olimpo del calcio come Francisco Gento, Alfredo Di Stéfano, Ferenc Puskás, Eusébio, Raymond Kopa e Lev Yashin. Qualche anno più tardi, dopo l‘amichevole tra Scozia e Brasile, un certo Edson Arantes do Nascimento meglio noto come Pelé disse ai cronisti che lo tempestavano di domande fuori da Hampden Park che Baxter sarebbe dovuto nascere brasiliano viste le qualità tecniche di cui era padrone. George Best poco prima di morire, in un’intervista rilasciata al magazine FourFourTwo, lo inserì nel suo undici ideale. E chissà di cos’altro sarebbe stato capace se nel 1964 una frattura scomposta alla gamba durante una gelida trasferta viennese di Coppa Campioni non avesse pregiudicato il prosieguo della sua carriera.
di Leonardo Aresi, da https://www.rivistacontrasti.it

28 agosto 2025

"IL CASO MO JOHNSTON" di Simone Galeotti

Quartiere di Govan, esterno giorno. Luce tenue della mattina, asfalto bagnato, un chiosco di chips&fish e hot dog infradiciato dalla pioggia appena cessata gronda acqua sporca, odore di salse e bacon grigliato. Si muove Jimmy, vent'anni, professione disoccupato, un giovanotto magro, nervoso, spiritato, sulle spalle uno sbiadito giacchetto di pelle nera, un paio di “Docs” ai piedi, di quelle prodotte dalla Martens R. Griggs & Co. di Wollaston, maglietta dei "King Krimson" e bretelle d’ordinanza ad agganciare i jeans stretti col risvoltino; cammina sul selciato fra sgocciolii umidi, poca gente in giro, assenza apparente di calore umano, qualche gatto dagli occhi nocciola. Il pub dagli infissi scarlatti è dietro l’angolo, spera in una pinta con nelle tasche due sterline scarse di immaginazione ma Tim Chassels, proprietario di lunga data del Richard’s, è un omaccione con nelle narici l’odore di vecchi pestaggi e resta rigido nel suo broncio di intenditore presunto di perditempo e casinisti, sogghigna alla vista del ragazzo; allora Jimmy si appoggia a un angolo del locale dove lo spazio e più esiguo di un corridoio. 
È estate, luglio 1989, un’estate del cazzo, estate per modo di dire, perchè a Glasgow l’estate vira impazzita, non è terra di tepori, si fa alla svelta a rendersi conto che il sole non ami questa città. Jimmy si siede su uno sgabello in noce, sotto la fronte gli splendono due occhi cupi, rossi, la nottata quasi in bianco, le dita giallognole di nicotina, nocchiute e deluse come a sfilare ingannevoli assi di un poker, fumacchia di una Benson&Hedges. 
Dio ha detto che oggi è tempo di soffiare una pedina apparentemente incolorabile a quelli col pigiama, ma appare scelta discutibile, un orzaiolo, un bruscolo nell’occhio del creatore, una infelicissima mossa, stridente da far pensare a un eresia messa in giro da qualcuno. Infatti, macchè Dio, colpa del vizio ambizioso del sognare e del trasognare di quel Greame Souness, perbacco gran giocatore, niente da dire, bel baffo e bella chioma di ricci ma anche furbissimo picchetto da ippodromo, donnaiolo e scaltro come i garzoni di un macello. Glasgow luogo di bisticci e "nonsense", carbonari e certosini nell’eterogenesi dei fini, pigionanti della città dove nei tram si leggono polizieschi da viaggio, quotidiani stropicciati, sul fluttuare costante di working class e modesta borghesia, cattolici e protestanti, vangeli identici eppure contrapposti nell'interpretazione, sermoni ed eucarestie, Repubblicani e Lealisti, oppure, l'equazione più semplice di tutte: Celtic contro Rangers. 
Un’accetta a spaccare dritto per dritto il fiume Clyde. A Jimmy adesso risuona un nome nella testa: Don Kitchenbrand detto Rhino. Un sudafricano che aveva vestito la maglia dei Rangers fra gli anni Venti e Trenta, un cattolico, l’unico certificato, tuttavia con molta probabilità non molto ligio alla liturgia da paramenti e incensi di santa romana chiesa, eppure stavolta sembrava esserci altro a galleggiare nel cielo grigio. Qualcosa di nuovo, troppo nuovo e sconcertante. Nel pub entra James sporgendo il naso in avanscoperta, secco, ulivigno, inforca spesse lenti da miope, la maglietta con un' abbozzata "union jack". L’amico di una vita, dalla scuola, allo sballo di serate senza ipotesi, agli spalti simmetrici di Ibrox. Dietro di lui arriva il “vecchio” Allan, irrompendo nel pub col piglio di un basso che sorprende soprano e tenore. Non occorsero spiegazioni, fu subito chiaro che, se era già fuori a quell’ora senza né cappello né bastone e in faccia mostrava un brutto colore e alle occhiate investigative rispondeva solo con un’epilessia delle mani, una cosa grossa doveva essere capitata davvero. Furono tutti in un balzo ai suoi fianchi per sorreggerlo mentre Tim accorreva con mezzo bicchierino di Glenlivet. Venne praticamente deposto come un Cristo sulla seggiola più vicina. Sbalordimmo, poiché nella voce insieme alla indignazione che ne svisava i toni fino al falsetto, inequivocabilmente un gorgoglio di riso squittiva da far pensare che quanto ci veniva raccontando non lo facesse soffrire più di quanto lo divertiva e che comunque la "disgrazia", lo avesse si, sulle prime accasciato, ma trasformatolo subito dopo in elettrica marionetta. Insomma, cosa diavolo era accaduto?

Bisogna ripartire. Non cercate termini di paragone. Non lì troverete. Questo è un affare per stomaci forti. Noi galleggiamo sulla superficie liscia del semplice antagonismo sportivo, l'Old Firm scende in profondità, giù fino ai cromosomi di un popolo, fino alle ragioni di una comunanza forzata decisa dalla fame e dalle opportunità. Il trionfo delle conseguenze non volute. A Glasgow c'è una data d'inizio a tutto questo. Iniziate a cercarla a Gallowgate nel sud est della città. Edilizia popolare e negozietti a buon mercato che sventolano bandiere irlandesi. Sui pub troneggiano scritte in onore dei “Lisbon Lions 1967”, l'anno in cui il Celtic vinse la Coppa dei Campioni a Lisbona contro l'Inter di Helenio Herrera e contro i pronostici. Prima squadra non latina a farlo. Prima, sopratutto degli inglesi, che marceranno d'invidia e dovranno aspettare la stagione successiva per festeggiare, nella notte di Wembley, di Bobby Charlton e del Manchester United. “Qui troverete ovunque questa scritta”, - ti dicono orgogliosi. Qui, si riversarono navi di emigranti provenienti dall'Irlanda a seguito della penosa carestia delle patate scoppiata nella metà del XIX secolo e che causò la morte di quasi un milione di irlandesi. Ad attrarli il grande porto di Glasgow, i suoi moli, i suoi cantieri navali. Da qui, e non solo da qui, il Regno Unito è partito per il mondo e se lo è portato a casa. In breve, l'afflusso immigratorio definì ancora meglio la fisionomia della città. Operaia, proletaria, e laburista. Un giorno fratello Walfrid, nome religioso di Andrew Kerins, irlandese nato a Ballymote nel 1840 e anche lui emigrato nella cittadina scozzese viene convocato dal suo arcivescovo che ha in mente di creare ciò che ha già preso piede a Edimburgo. Ciò che già funziona con l'Hibernian. Una squadra di calcio che raccolga fondi da devolvere in beneficenza ai bambini più sfortunati: Poor Children's dinner table. Walfrid è entusiasta del progetto. Si darà subito da fare; affitta per 50 sterline un lembo di terra accanto al cimitero di Janefield, proprio nella zona di Gallowgate, e lo trasforma in un empirico campo da calcio. 
Nel 1888 partorisce la sua “creatura”, al grido di “viva San Patrizio”. È nato il Celtic Football Club. È nata una “banda di straccioni” che gioca accanto alle lapidi sbrecciate di un camposanto, con una maglia bianca e verde e un quadrifoglio come emblema. Diventerà icona, simbolo, rifugio, ed eccellenza sportiva. Ma intanto la massiccia iniezione di manodopera irlandese non poteva non provocare reazioni in città. Dell'altra faccia della città. Quella protestante, e presbiteriana, quella delle prediche infuocate di John Knox a una platea che lo ascolta ma non si muove. Perché farsi il segno della croce è da fanatici, da adulatori del Papa e delle sue politiche d'interesse, da fondamentalisti cristiani, da superstiziosi cattolici. Le braccia locali si vedono sfilare posti di lavoro e stipendi. Irlandesi e scozzesi. Cugini di genesi celtica. Troppo simili per non odiarsi. La religione, la politica, ma non solo. Ne nasce un attrito che il tempo provvederà ad accrescere e amplificare.

Nel 1872 erano nati i Rangers, anche se alcune cronache non collimano con questa data. Quello che è certo e che nascono dalle idee di quattro padri fondatori. I fratelli Moses e Peter McNeil, Peter Cambell e William McBeath. I primi due sono figli di un giardiniere che lavora presso la residenza estiva di John Honeyman, un mercante di grano. Per il nome si ispirano a una squadra inglese di rugby, per i colori al blu scozzese che gli anni a venire macchieranno di una britannicità palesemente ostentata da venature bianche e rosse. I colori della Union Jack. Mentre i cori racconteranno della battaglia di Boyne e di quando Guglielmo d'Orange sconfisse il re cattolico Giacomo II. Prima partita contro il Callander FC con pareggio finale a reti inviolate. Sedi vacanti e provvisorie per i primi anni, poi dal 1899 arriva definitivamente il quartiere di Ibrox e uno stadio progettato del celebre architetto Archibald Leitch. Diventerà il tribunale del popolo. Ibrox, Govan, South Side, salsedine, brividi freddi, gabbiani rauchi, i cantieri navali di Gorbals, e cieli neri per il fumo costante delle ciminiere. Sarà il riflesso opposto a Gallowgate. Oggi Govan è mestamente fatiscente ma la zona adiacente di Pacific Quay è stata oggetto di uno straordinario lavoro di rinnovamento, dal Glasgow Science Centre, al Riverside Museum, agli studi della BBC. Dalla fondazione dei due giganti calcistici della città, dal loro primo match ufficiale disputato nel maggio del 1888 (un amichevole si noti bene) malgrado numerosi segnali di distensione, la rivalità è cresciuta costantemente. Dissidi, rancori, incidenti e un episodio fra i tanti che ha destato l'attenzione di tutto il mondo.

Thomson Street, lunga teoria di case squadernate nell’est di Glasgow, più lontana di quanto si pensi dalle luci di Buchanan e Argyle Street, la mansarda è in cima a una di quelle palazzine dal colore indefinito, quasi minerale, è colma delle note dei Simple Minds, la voce chiara di Jim Kerr e il riff tagliente della chitarra di Charlie Burchill. Tutto partì da quel loro primo album "Life in a Day", rilasciato nel 1979, segnale indiscusso del loro talento musicale. Il sound punk rock combinato con elementi di elettronica adesso, dieci anni dopo, risuona con Belfast Child. Seán vorrebbe approfondire ancora una volta il tepore del corpo di Orna, la ragazza in piedi a due passi da lui, tenta di carezzarle piano i capelli, ciclamini di respiro, Orna si ritrae, ha la fronte larga bianca come le scogliere d’Irlanda, sotto una coppia di occhi azzurri e silenziosi, osserva Seán con aria di cocciutaggine e sazietà, la loro storia sta giungendo al termine, anzi è finita, la loro alcova ormai un nido consunto di un amore sbocciato sulle tribune ovali e oracolari di Parkhead nel solito putiferio, consueto, della "Jungle". Seán osserva le pozze d’acque dalla finestra, brillano come pupille che non sembrano intenerirsi in vezzi di fiume, le storie scappano via nel destino di parole storte, bizzarre, atte a corrompere, sono le linee oblique del nostro personale juke box di ricordi programmato a disobbedire, specchio portato a spasso o lasciato in soffitta come il ritratto di Dorian Gray. Porco cane di quel re pagliaccio, sussurrato alle canne di un fosso, quell’ impostura, quell’acquaforte morsa appena dall’acido del possibile, nell’assemblea di Guinness. Solo per un attimo, - le dice,- ma ci siamo anche io e te in quell’inquadratura. Forse adesso dovrei ridere di quel pomeriggio; nell’istante in cui "Mo" Johnston ci fotte al novantesimo io perdevo te. Ti vedevo sparire a poco a poco, trascinata dolorosamente fuori dall’onda umana dei tifosi che per non subire altra onta uscivano trafelati e corruschi da Ibrox. Mi guardavi, sospinta verso l’uscita, come scusandoti per quella tristezza. 
Lasciarsi in quello stadio per un litigio su quel rosso di merda che si era voluto mettere la maglia dei Rangers per dei sacchi di sterline in più era una cosa da idioti. Ecco perché, quando segnò, in fondo non immaginavo di chiudere in un modo così improbabile la nostra storia. “Good things come to those who wait”. 
Lui parlava dell’Old Firm e io pensavo a noi. Già seppi che disse proprio così il telecronista mentre Johnston stava per colpire il pallone decisivo. Lo vidi qualche giorno dopo sul nuovo TV color della Philips appena comprato dai miei per sostituire il vetusto apparecchio in bianco e nero. A questo proposito c’è una cosa che penso, mi fa star male e paradossalmente mi fa sorridere: hai mai pensato che ogni tifoso dei maledetti Rangers di tanto in tanto, andrà a cercarsi la videocassetta di quella rete e si commuoverà? Tutti quanti quei maledetti "huns" insomma, alle volte, si rifugeranno in quel giorno bislacco della nostra vita per essere felici. Assurdo. Seán guarda l’alba, le ombre di case che resistevano ancora al giorno, sullo sfondo la sagoma del Celtic Park, nello adesso stereo gira Angel of Harlem degli U2, Orna esce, c’è suo fratello Liam a prenderla. Bottiglie vuote, zodiaci sul soffitto, mentre sul muro un timido sole comincia ad accarezzare il poster di Paul McStay, “The Maestro”.

La notizia pareva già nell’aria fetida, ma pare che un quotidiano di Belfast, il Telegraph (tanto per far capire che una parte consistente di Old Firm si gioca in Irlanda del Nord) aveva annunciato per primo che i Rangers, sotto la pressione del loro allenatore Graeme Souness, vogliono venire meno alla loro storica “unwritten rule” di non tesserare giocatori di fede cattolica. 
Era ufficialmente aperto il caso Maurice Johnston. Maurice John Giblin Johnston, per tutti “Mo”, nasce a Glasgow il 14 aprile 1963. Rossiccio di capelli, qualche lentiggine e lo sguardo di chi conosce le insidie della strada. È cattolico oltre che calciatore promettente. Per uno di quelle parti il Celtic sembrava la destinazione naturale. Ci arriverà nel 1984 e in tre anni collezionerà 140 presenze siglando 52 reti. Poi arrivano le sirene francesi e l’esperienza nel Nantes. Nella Loira non smarrisce le sue doti di bomber facendo intendere di non voler più tornare, anzi no, improvvisamente rilancia il suo amore per il Celtic e dichiara che rivuole Parkhead. Frank Mc Avennie, il suo sostituto, se ne ritorna al West Ham. E Johnston tornerà a Glasgow, sì, ma nella parte blu. Una bella merda di problema. Souness risponderà alle domande dicendo:

“Sono scozzese e protestante, capisco certe cose, ma nel calcio come nel mondo moderno non devono contare, io ho il dovere di scegliere i più bravi e poi ho sposato una cattolica figuriamoci se avrò problemi ad allenarne uno”.

Anche il neopresidente David Murray avalla la scelta del “padrino di Edimburgo”. I tifosi no. Di ambo le parti. Per quelli del Celtic è semplicemente un “Judas” un maledetto traditore. E mentre dall' East End volano offese e minacce, sui cancelli di Ibrox bruciano le sciarpe dei Rangers e vengono stracciati gli abbonamenti. Edminston Drive viene presa d'assalto. Il 13 luglio fu una notte infinita, urla, rabbia e tanta polizia. Nemmeno una subdola regia occulta avrebbe fatto meglio, siamo infatti nel bel mezzo delle marce orangiste a Belfast. Benzina sul fuoco. Johnston fu costretto a difendersi da tutti. Da quelli dei Rangers, e da quelli del Celtic. Per muoversi avrà bisogno di tre guardie del corpo. Stessa storia per la moglie e i quattro figli. Fu persino costretto a prepararsi da solo la divisa da gioco in quanto anche il magazziniere dei “gers” si rifiutava di farlo. Billy McNeill l'allenatore del Celtic non avrà mezze parole:

“Non lo posso perdonare e credo che nemmeno i fans lo faranno mai perché ha mancato di rispetto a tutti a noi e alla nostra causa”.

4 novembre 1989, ad Ibrox, andò in scena l’Old Firm, il pubblico di casa parve ambiguo, prudente, Johnston apparve dal tunnel degli spogliatoi con un riso stizzoso, nell’abbrivio di scorgere il raccapriccio, fragorosamente evitato ai primi cori, ed evitato lo scandalo, cadde ogni verginità, ogni caldana di gelosia, anzi furono calori e ovatte nuziali, lui rosso come un lume di carro nottambulo, lui per gli altri solo bivacco di ladro di passo, “opus incertum” delle facce, colpi proibiti. I Rangers scendono sul terreno con Woods, Stevens, Munro, Brown, Wilkins, Butcher, Steven, Ferguson, McCoist, Johnston, Walters, il Celtic con Bonner, Morris, Burns, Aitken, Elliott, Whyte, Galloway, McStay, Dziekanowski, Coyne, Miller.

L’invocazione alla rete sforza le labbra, una spina d’apprensione, Johnston è un John Silver senza benda sull’occhio ma con la stessa follia piratesca, sterline o meno giocare in quella situazione sarebbe stato impossibile per molti, sgomita, anelante di dimostrare, nel rantolo dei 7500 tifosi ospiti barricati e fieri dietro i tricolori irlandesi, imballati nella Broomloan Stand dalla polizia dopo aver colpito Johnston in testa con un pasticcio di carne e intenti negli insulti d’addio. A un minuto dal termine tutto si scioglie nel singulto dell’azione: Stevens partì sulla fascia destra, Morris respinse in modo inadeguato il cross e la palla si contorse verso Johnston pronto a colpire rasoterra oltre Bonner. Alla pari di un'amante abbandonato il Celtic provò il dolore terribile di vedere il suo ex spezzargli definitivamente il cuore con il goal della vittoria a 60 secondi dalla fine; modo più crudele non poteva esserci. L’esultanza di Johnston è sfrenata, corre sotto il lato della curva occupata dai propri tifosi. Uno a zero e abbracci. Qualcosa era cambiato mutuando il film di Jack Nicholson ma nemmeno tanto, Johnston dimostrerà una forza di carattere notevole e se ne andrà da Ibrox solo nel 1991 dopo aver segnato 46 reti, qualcuna applaudita, qualcuna no perché appunto, mica tutti suonarono il flauto orangista di benvenuto per lui, ma la vicenda resterà pietra angolare nelle successive fasi della storia di questa partita, passione e scorza dura al tatto di qualunque ordinaria rivalità sportiva.

29 aprile 2025

"SCOTTISH PRIDE. Dalle origini alla moderna premiership" di Luca Di Lullo & Marco Scialanga (Urbone), 2021

"Scottish Pride" è metaforicamente un pallone di cuoio che vola oltre il Vallo di Adriano e atterra tra le magiche terre delle High e delle Lowlands. Popolo ma non Nazione, in eterno conflitto tra il dire e il fare, gli abitanti della verde Scozia - a sua volta Patria ma non Stato - sopravvivono a loro stessi aggrappandosi all'incrollabile orgoglio per rialzare sempre la testa quando tutto sembra essere ormai perduto, anche sui campi di calcio. Un sottile e prezioso "filo di Scozia" che unisce le gesta di William Wallace alle imprese dei Wembley Wizards capaci di umiliare i maestri inglesi a casa loro, a quelle del Celtic che annienta la grande Inter di Helenio Herrera nel magico pomeriggio dei "Lisbon Lions"; la cavalcata dei Glasgow Rangers che prima strapazzano, quindi rischiano e, infine, gioiscono contro la corazzata sovietica della Dinamo Mosca e lo splendido Aberdeen di Sir Alex Ferguson, che annichilisce niente meno che l'armata Real Madrid. Un divertente viaggio alla scoperta delle squadre che hanno contribuito a scrivere la storia del "Football" in Scozia.

18 novembre 2024

1971 IL DISASTRO DI IBROX.

Tra tutti gli episodi negativi – e ce ne sono stati – che hanno contraddistinto l’Old Firm, la sfida infinita tra Celtic e Rangers, uno spicca per l’enorme costo di vite umane che ha comportato: la tragedia di Ibrox del 2 gennaio 1971.
Quel giorno il derby tra i protestanti e i cattolici, tra i filo irlandesi e i fedeli alla corona britannica, sembrava destinato a terminare sullo 0-0, giusto epilogo di un match noioso e quasi privo di occasioni da rete. A un minuto dal termine Jimmy Johnstone, leggenda del Celtic di quegli anni, siglò un gol che alla maggioranza dei presenti apparve decisivo. Non a caso una parte dei quasi 100mila che affollavano gli spalti di Ibrox Park decise di prendere la via di casa, all’apice della depressione calcistica per aver perso un derby in maniera così rocambolesca. Ma a pochi secondi dal fischio finale del direttore di gara, Colin Stein pareggiò la disfida. Cosa sia successo in quei drammatici secondi all’interno dello stadio non è ancora certo al 100 per cento. La versione andata in voga per tanti anni è che i tifosi, sentite le urla d’esultanza per l’insperata marcatura del pari, provarono a tornare sugli spalti, creando un tragico “scontro” con coloro che stavano uscendo festanti. Più verosimilmente, si suppone ormai che la caduta di una persona con un bambino sulle spalle provocò un effetto domino a dir poco disastroso.




























La realtà dei fatti è che a perire furono ben 66 tifosi dei Gers, di età compresa tra i 9 e i 43 anni. Tra loro cinque studenti del villaggio di Markinch che abitavano nella stessa strada e che erano andati a vedere la partita insieme. Per percepire tutta la drammaticità di quanto accaduto in quei pochi minuti di parapiglia infernale basti pensare che le crash barriers dell’East Stand furono piegate quasi fossero di gomma. Le peggior tragedia della storia del calcio britannico, tristemente superata per l’ammontare delle vittime solo dal dramma dell’Hillsborough nell’aprile del 1989 (in quel caso i morti furono 97) è certamente da addebitare a una tremenda fatalità, ma anche, se non soprattutto, alla struttura obsoleta e inadeguata a ospitare folle oceaniche.

A differenza dei nostri tempi, allora gli impianti britannici erano tutto fuorché moderni e funzionali. Il fascino d’antan non faceva per niente rima con sicurezza. Ma se in tutto il Paese bisognò attendere i tanti lutti degli anni Ottanta per una sterzata decisa nella giusta direzione, almeno i Rangers impararono sin troppo bene la lezione, apportando subito delle significative migliorie al loro glorioso stadio.
Per la verità quello del 1971 non fu il primo “Disastro dell’Ibrox”. Oltre a due significativi incidenti nel 1961 e nel 1969 – che costarono la vita a due persone – ce n’è uno celebre quanto molto datato e legato al grande architetto di stadi, lo scozzese Archibald Leitch.

La sua primissima opera, proprio l’Ibrox Stadium, non resse all’urto delle oltre 68.000 persone accorse per assistere a una sfida tra Scozia e Inghilterra dell’aprile del 1902. Quel match era valido per il British Home Championship (conosciuto anche come Home International), il torneo che dal 1883 al 1984 ha visto fronteggiarsi in maniera sempre molto accesa le quattro nazioni britanniche, ovvero le due protagoniste dell’incontro di Ibrox più Galles e Irlanda del Nord (fino al 1950 scese in campo una selezione che rappresentava tutta l’Irlanda e non solo le sei contee dell’Ulster rimaste al Regno Unito dopo l’indipendenza dell’Eire nel 1922). Nonostante l’impianto non fosse pienissimo – la capienza era stimata nell’ordine degli 80.000 posti – la West Stand, una delle “curve”, crollò rovinosamente sotto il peso degli spettatori. Davanti agli occhi di Leitch, che era presente, centinaia di persone fecero un salto nel vuoto di diversi metri. In quella che fu la prima sciagura della storia in un impianto britannico morirono in 26, mentre altri 500 rimasero feriti. La struttura in legno con giunture in ferro non era per nulla adatta a contenere folle di quelle proporzioni, come dovette amaramente riconoscere un affranto Leitch, che in quel momento deve aver avuto la netta impressione che la sua carriera di designer di impianti sportivi fosse destinata a durare molto poco. Invece si sbagliava. 
di Luca Manes

30 ottobre 2024

OLD FIRM. Senza termini di paragone..



Non cercate termini di paragone. Non lì troverete. 
L’Old Firm resta un affare per stomaci forti. Noi ci limitiamo a galleggiare sulla superficie liscia del semplice antagonismo sportivo ma a Glasgow si scende in profondità, fino ai cromosomi di un popolo, fino alle ragioni di una comunanza forzata decisa dalla fame e dalle opportunità, il trionfo delle conseguenze non volute, l'eterogenesi dei fini. C'è una data d'inizio a tutto questo. Iniziate a cercarla a Gallowgate nel sud est della città. Edilizia popolare e negozietti che sventolano bandiere irlandesi mentre sui pub troneggiano scritte in onore dei “Lisbon Lions”. E qui che si riversarono gli emigranti provenienti dall'Irlanda a seguito della carestia delle patate scoppiata nella metà del XIX secolo. Ad attrarli il grande porto e i suoi stabilimenti. Un giorno fratello Walfrid, nome religioso di Andrew Kerins, irlandese di Ballymote, fu convocato dal suo arcivescovo che aveva in mente di creare ciò che aveva già preso piede a Edimburgo, ciò che già funzionava con l'Hibernian, ossia una squadra di calcio che raccogliesse fondi da devolvere in beneficenza ai bambini più sfortunati: “Poor Children's dinner table”.
Walfrid è entusiasta del progetto. Si darà subito da fare affittando per 50 sterline un lembo di terra accanto al cimitero di Janefield trasformandolo in un empirico campo da gioco e nel 1888, al grido di “viva San Patrizio”, nasce il Celtic Football Club: una “banda di poveracci” che tira calci a una palla accanto alle lapidi di un camposanto indossando una maglia biancoverde e un quadrifoglio sul petto. Con il tempo diventerà icona, simbolo, rifugio e eccellenza sportiva.
La massiccia iniezione di nuova manodopera provocò malumore nell’altra faccia della città. Quella protestante, presbiteriana, quella dei sermoni infuocati di John Knox a una platea che lo ascolta ma non si muove, perché farsi il segno della croce è da fanatici, da adulatori del Papa e delle sue politiche d'interesse, da superstiziosi cattolici. Le “braccia locali” si vedono sfilare qualche posto di lavoro e in fondo essendo cugini di genesi celtica sono troppo simili per non odiarsi. Ne nacque un attrito via via accresciuto e amplificato.
Nel 1872 erano nati i Rangers anche se alcune cronache non collimano con questa data. Quello che è certo e che nascono dalle idee di quattro padri fondatori. I fratelli Moses e Peter McNeil, Peter Cambell e William McBeath. I primi due sono figli di un giardiniere che lavorava presso la residenza estiva di John Honeyman, un mercante di grano. Per il nome si ispirano a un team inglese di rugby, per i colori al blu scozzese che gli anni a venire macchieranno di una britannicità palesemente ostentata da venature biancorosse, e i cori racconteranno della battaglia del Boyne e di quando Guglielmo d'Orange sconfisse il Re cattolico Giacomo II. Sedi vacanti e provvisorie per i primi anni poi dal 1899 tirano su i mattoni cremisi di Ibrox, il tribunale del popolo, lassù fra Govan e i brividi umidi dei cantieri di Gorbals.
1989/90.


Maurice John Giblin Johnstone, per tutti Mo nasce a Glasgow il 14 aprile 1963. Rossiccio di capelli, qualche lentiggine e lo sguardo di chi conosce le insidie della strada. E' cattolico oltre che calciatore promettente. E per uno nativo di quelle parti il Celtic sembrava la destinazione naturale. Ci arriverà nel 1984 e in tre anni collezionerà 140 presenze siglando 52 reti. Poi arrivano le sirene francesi e l'esperienza nel Nantes. 
Nella Loira non smarrisce le sue doti di bomber facendo intendere di non voler più tornare, anzi no, improvvisamente rilancia il suo amore per il Celtic e dichiara che rivuole Parkhead. Frank Mc Avennie, il suo sostituto, se ne ritorna al West Ham. E Johnstone tornerà a Glasgow, sì, ma un attimo, ritorna nella parte blu. Soldi. Il primo giornale a darne la notizia è il Belfast Telegraph (tanto per far capire che una parte consistente di Old Firm si gioca in Irlanda del Nord). I Rangers sotto la pressione di Greame Souness vengono meno alla loro regola storica di non tesserare giocatori cattolici anche se a dirla tutta negli archivi dei Rangers pare ci siano stati precedentemente al “rosso” altri 15 giocatori cattolici nelle loro fila come per esempio il sudafricano Don Kitchenbrand ma l'impatto del profilo di Maurice Mo Johnstone non era certo eguagliabile. Souness risponderà alle domande dicendo:
“Sono scozzese e protestante, capisco certe cose, ma nel calcio come nel mondo moderno non devono contare, io ho il dovere di scegliere i più bravi e poi ho sposato una cattolica figuriamoci se avrò problemi ad allenarne uno”.
Il neo presidente David Murray avalla la scelta del “padrino di Edimburgo”. I tifosi no. Di ambo le parti. Per quelli del Celtic è un “Judas” un traditore. E mentre dall' East End volano offese e minacce, sui cancelli di Ibrox bruciano le sciarpe dei Rangers e vengono stracciati gli abbonamenti. Edminston Drive venne presa d'assalto. 
Nemmeno una subdola regia occulta avrebbe fatto meglio, visto che il calendario riportava 13 luglio guarda caso nel bel mezzo delle marce orangiste. Johnstone fu costretto a difendersi da tutti. Da quelli dei Rangers e da quelli del Celtic. Per muoversi avrà bisogno di tre guardie del corpo. Stessa storia per la moglie e i quattro figli. Fu persino costretto a prepararsi da solo la divisa in quanto il magazziniere si rifiutava di farlo.
Billy McNeill, l'allenatore del Celtic, non avrà mezze parole: “Non lo posso perdonare e credo che nemmeno i fans lo faranno mai perché ha mancato di rispetto a tutti a noi e alla nostra causa”.
Ma nonostante tutto Johnstone dimostrerà una forza di carattere notevole. Sterline o meno giocare in quella situazione sarebbe stato impossibile per tutti. 
Invece se ne andrà da Ibrox solo nel 1991 dopo aver segnato 46 reti ed essersi lentamente ingraziato il sostegno della gente. 
Oggi le cose sono cambiate, il settarismo è più attutito. 
In ogni caso evitate di segnarvi o di mimare flauti orangisti, non si sa mai. (Boruc e Gazza docet)
di Simone Galeotti

22 luglio 2024

"THE POPPY E THE LILY. Calcio ed etnia a Belfast" di Gianluca Cettineo (Urbone), 2018

The Poppy and the Lily, il papavero ed il giglio, sono simboli che rappresentano la memoria storica delle due comunità nordirlandesi.
La comunità nazionalista irlandese e quella unionista scoto-ulsteriana sono in costante lotta tra di loro da quando la colonizzazione dell’Ulster ha avuto inizio (all’incirca 400 anni fa). Questa polveriera etnica, ben pressata all’interno dei confini dello stato nordirlandese, è esplosa in tutta la sua violenza al termine degli anni '60, ma si trascinava già dalla fine del XIX secolo. Le divisioni culturali, presenti nell'Irlanda del Nord e propagatesi nel resto del Regno Unito, si riflettono in tutti i campi della vita sociale della comunità nazionalista irlandese ed unionista scoto-ulsteriana. Il calcio non fa eccezione ma, anzi, essendo un fortissimo catalizzatore sociale, è termometro ed amplificatore delle tensioni etniche presenti nell’Ulster.
The Poppy and the Lily racconta di come il calcio nordirlandese rifletta la situazione politico-sociale nelle tormentate sei contee del nord d’Irlanda e non solo. Un viaggio tra le strade di Belfast e tra i suoi mosaici di quartieri divisi tra l’arancio ed il verde.
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