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4 agosto 2025

"OH AH PAUL McGRATH" di Charlie Del Buono

Ci sono vari tipi di calciatori: quelli che segnano valanghe di gol, quelli che costano paccate di soldi e spesso non li valgono, quelli a cui la vita ha dato tutto, felicità, fama, soddisfazioni e non ha chiesto nulla in cambio. Ci sono poi calciatori che non sono mai stati sulle prima pagine dei giornali, non hanno vinto palloni d’oro (magari perché giocano in difesa, e si sa che per molti pennivendoli sportivi se non segni sei trasparente), non hanno avuto storie d’amore con veline e vedettes, ma che tuttavia sono stati un esempio di lotta e sacrificio, facendo spesso diventare grandi squadre tutt’al più mediocri. Un esempio su tutti: Paul McGrath, la Perla Nera di Ichicore, venerato tutt’ora dai tifosi del Villa e dai seguaci della nazionale Irlandese, ricordato con affetto dai fans Man Utd, Derby County e Sheffield Utd. Paul il campione, l’uomo dai molteplici infortuni alle sue martoriate ginocchia, l’uomo con la schiena fragile e dispettosa, l’uomo con la faccia da pugile e il coraggio da leone; il coraggio di chi dalla vita spesso ha ricevuto schiaffi. Questa è la sua storia. Paul nasce a Ealing, sobborgo di Londra, nel 1959 da Betty McGrath, ragazza irlandese immigrata per lavoro, e da uno studente di medicina nigeriano che mollerà moglie e figlio subito dopo tornandosene in Nigeria. Betty quindi fa ritorno nella bigotta Eire degli anni sessanta con il piccolo Paul, ma non è ben voluta in quanto ragazza madre e per di più di un bambino di colore.
Presto iniziano le difficoltà economiche e la donna per lavorare è costretta a tornarsene in Inghilterra, lasciando il piccolo Paul in un orfanotrofio di Dun Laoghaire (sobborgo di Dublino).
Sotto la supervisione della direttrice dell’istituto orfanotrofio mrs. Donnelly, il piccolo Paul si avvicina al calcio, affascinato dalla mitica ala del Chelsea Charlie Cooke che sarà il suo idolo calcistico d’infanzia. Diventato troppo grande per l’orfanotrofio, Paul viene mandato in un istituto per ragazzi in difficoltà e vi rimane per qualche anno, continuando ad avere saltuarie visite dalla madre che in Inghilterra non se la passa troppo bene e che quindi non può riprenderselo con sé.
Il piccolo McGrath inizia a giocare a calcio prima con il Pearce Rovers e poi con il Dalkey Utd, povero in canna e con la madre lontana il ragazzo lavora inoltre prima come guardiano in un ospedale e poi come installatore di cancelli. Con il Dalkey Utd il ragazzo ha il suo primo serio infortunio che lo costringe in ospedale per qualche settimana e che gli causa una forte depressione, tale che i dottori rintracciano la madre, che decide di tornare in Irlanda e di riprendersi il ragazzo con sé. Paul inizia la sua carriera semipro con il St Patrich’s Athletic, e da lì viene notato dai talent scout del Man Utd. Dopo aver ricevuto l’offerta per un mese di prova, il ragazzo viene tesserato dai red devils e firma il suo primo contratto da professionista (200£ a settimana), sotto l’occhio amorevole del suo primo mentore Big Ron Atkinson. La vita cominciava a restituire a Paul quello che gli aveva tolto, ma non saranno tutte rose e fiori.
Il suo debutto in campionato è datato 13/11/82 contro gli Spurs, giocando da centrale difensivo con l’irlandese Kevin Moran. 
Nel 1985 vince la FA Cup, ma dall’anno seguente con l’avvento di Ferguson cominciano per Paul i problemi; lo Utd è rinomata come squadra di bevitori e il life style dei giocatori (soprattutto irlandesi) che vedono nella pinta di birra la meritata ricompensa alla fine di una giornata di duro lavoro, non è condivisa da Ferguson che accusa Paul e Norman Whiteside di tradire la sua fiducia. Complice un infortunio alle ginocchia Paul esce dalle grazie dell’allenatore, che spesso lo accusa di essere un ubriacone vagabondo, tutto ciò risulta comico considerando che Ferguson non è uno che pasteggia con l’acqua di Lourdes.
L’epilogo nel 1989: Ferguson propone a McGrath per la rescissione del contratto una buona uscita di 100.000£ e un testimonial match, Paul rifiuta; è guerra e alla fine il giocatore viene ceduto nell’agosto del 1989 all’Aston Villa per 450.000£. Tutti diedero del pazzo al Manager dei Villans Graham Taylor per aver speso tutti quei soldi per un giocatore con le ginocchia ballerine, ma da quella stagione per Paul inizia la vera gloria con il Villa e con la nazionale verde smeraldo.
Esordio da Villans il 19/08/89 a Nottingham contro il Forest: 1-1; nella difesa a tre del Villa Paul gioca alla grande vicino a Kent Nielsen e Derek Mountfield ed è subito secondo posto nella lega per i Claret & Blue subito dietro al grande Liverpool. Stagione successiva: Graham Taylor se ne va a far danno sulla panca della nazionale inglese e sulla panca del Villa arriva il ceko Venglos; sono dolori, la squadra si salva a stento ma Paul è uno dei migliori.
Stagione 91/92: sulla panca del Villa si siede Big Ron Atkinson e McGrath con il suo nuovo compagno Shaun Teale (tipo buffo che assomigliava a uno dei Monty Payton) fa scintille. Grande centrale difensivo, quando serve intelligente mediano, Paul gioca alla grande ed il Villa arriva secondo nel 92/93 dietro al Man Utd, e sempre contro i Red Devils di Cantona nel 1994 vince la Coppa di Lega per 3 a 1.
Nel 1995 ad allenare i Claret & Blue arriva la vecchia gloria Brian Little e la squadra si salva a malapena, ma l’anno successivo Paul fa da chioccia a due promettenti giovani Southgate ed Ehiogu ed è ancora Coppa di Lega, 3 a 1 al Leeds Utd.
Paul oltre ai problemi alle ginocchia accusa guai alla schiena, si allena solo in palestra ma il sabato è sempre in campo e se pur sofferente è sempre tra i migliori. La leggenda dice che è come una Rolls Royce che va usata con parsimonia, sta in garage tutta la settimana ed il sabato sfreccia in strada.
Dopo 315 gare in Claret & Blue il Villa lo cede non senza rimpianti al Derby County nell’ottobre del ’96 per 200.000£. Il nostro eroe contribuisce alla salvezza dei bianconeri e l’anno seguente chiude la carriera con lo Sheffield Utd, dove l’ennesimo infortunio e l’ennesima operazione lo fanno optare per l’abbandono del calcio giocato.
Fantastica fu la carriera di McGrath nella nazionale irlandese; sotto la guida di Jack Charlton, che lo utilizza come centrocampista difensivo, Paul partecipò ad Euro 88 in Germania e ai mondiali di Italia 90 e Usa 94. Euro 88 fu uno spasso: i verdi si tolsero lo sfizio di mandare a casa l’Inghilterra con le pive nel sacco (1 a 0 con gol di Ray Houghton).
Memorabile fu la campagna di Italia 90 dove i verdi furono battuti ai quarti di finale dall’Italia ma furono protagonisti di un buon debutto mondiale. Al ritorno a Dublino dopo la spedizione italiana c’erano migliaia di persone festanti ad accogliere la squadra all’aeroporto; quel giorno arrivava nella capitale in visita Nelson Mandela che stupito chiese il perché di tutta quella folla festante e soprattutto chiese come mai quella folla urlava una canzone a lui incomprensibile: “Oh Ah Paul McGrath”
Per chi scrive il top Paul lo diede a Usa 94 quando durante la gara inaugurale del girone i verdi batterono l’Italia di psycho Sacchi e il vecchio Paul bloccò l’allora più forte giocatore del mondo, Roberto Baggio. 1 a 0 per i verdi (Ray Houghton once again) con un tiro dalla distanza si realizza il sogno della folta comunità irlandese degli stati uniti.
Dopo il ritiro dell’allenatore Charlton il suo sostituto McCarthy decise di accantonare, non senza qualche colpo basso (leggetevi cosa dice al riguardo Roy Keane), il mitico Paul per favorire il ricambio generazionale. Peccato però che poi i verdi l’europeo del 96 e il mondiale del 98 lo videro in televisione. Chi conosce il mondo del calcio britannico sa quale sia l’amore ed il rispetto che i tifosi nutrono verso questo giocatore. Mi trovavo a Dublino qualche mese prima del suo addio al calcio, da giocarsi nella capitale tra la nazionale in verde ed una selezione di giocatori scelti da Jack Charlton, ed alcune persone mi dissero che da tempo era impossibile trovare un biglietto per la gara. L’Irlanda voleva tributare la giusta dose di affetto ad un figlio illustre rinnegato per stupidi motivi molti anni prima.
Oggi Paul è un signore di 47 anni, sposato in seconde nozze con Caroline, padre di 4 figli maschi (Cristopher, Mitchell, Jordan e Paul Jr.) che passa il suo tempo tra la famiglia e la scuola di calcio che ha creato con Frank Stapleton per dare una opportunità a tutti i piccoli potenziali McGrath irlandesi. In qualità di villans, sull’orlo di una crisi di nervi, mi auguro di vedere al più presto in claret & blue un nuovo Paul McGrath che magicamente scenda in campo al posto dello stordito Laursen e ci impedisca di fare le figure barbine che troppo spesso facciamo.
Un saluto a tutti gli estimatori del calcio che fu ed un saluto a questo campione, rassicurante come una pinta di Guinness, arguto come un elfo e combattivo come una canzone dei Pogues. Slainte Paul!
di Charlie Del Buono, da UK Football Please (dicembre 2004)

10 giugno 2025

"FUORI AREA: racconti UK di rabbia e passione" di AAVV (Mondadori), 2000

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Cosa hanno in comune Tony Yeboah, leggendaria punta del Leeds, ed un boa constrictor?
Cosa si prova ad assistere ad un incontro di Scottish Premiership fatti di anfetamine e con in cuffia il reggae dub di Desmond Dekker che ti pulsa nelle orecchie?
Quanti ancora hanno negli occhi il gol di Ricardo Villa nella famosa finale di F.A. Cup tra ManCity e Spurs? Millantare un passato glorioso da calciatore di buon livello, può salvare un povero vecchio da un’aggressione notturna?
Gli interrogativi sopra elencati trovano risposta in un libro edito da Mondatori, dal titolo “Fuori area: racconti UK di rabbia e passioni”. Il libro in questione altro non è che una compilation di racconti di vari autori inglesi, più o meno noti, riguardanti il calcio che fa da sottofondo a storie di varia e colorita umanità.
Il curatore della raccolta è Nicholas Royle, scrittore e collaboratore della rivista Time Out oltre che avvelenato sostenitore del ManCity. Si misurano nell’impresa, citando in ordine sparso, Mark Morris, John Hegley, Geoff Dyer, ed anche il celebre Irvine Welsh, autore del famoso romanzo poi divenuto film di culto Trainspotting.
Proprio di quest’ultimo è uno dei due racconti che mi ha più divertito: Martin, Faz ed Hendo sulle terraces dello stadio degli Hibs fatti di anfetamine, guardano (si fa per dire) la gara dei verdi contro il Motherwell, tifando “fuori sincrono” rispetto al resto degli altri tifosi. Colpa delle droghe e del reggae dub!
Notevole, a mio parere, è anche il racconto di Mark Timlin: il detective Nick Sherman viene ingaggiato da un presidente della Premiership per controllare che il gioiello della sua squadra non faccia danno con alcol e donne prima della sfida fondamentale per il campionato. Il nome del giocatore è Stan “the man” Mac Ness, provate ad indovinare qual è il calciatore che ha ispirato il personaggio in questione? Ah, magico Collymore, solo avesse avuto un po’ di cervello…
Da segnalare anche la splendida foto di copertina: un gruppo di bimbi saltano cercando di colpire di testa un pallone, in un campo di periferia di un sobborgo industriale inglese degli anni sessanta.
Ritengo che questo sia un libro che possa essere apprezzato dagli tutti; voglio usare le parole di Nicholas Royle per dirvi il perché.
"…questo libro è per quei ragazzi troppo cresciuti che giocano la domenica mattina, che urlano – sali sali! – sperando che qualcuno fischi un fuorigioco anche se non c’è nemmeno l’ombra di un guardalinee; è per i difensori insicuri che si accalcano nelle aree di rigore avversarie sui calci d’angolo, solo perché è piacevole essere oggetto di attenzione almeno una volta ogni tanto; ed è per tutti gli arbitri del mondo. E’ per tutti quei ragazzini che, almeno una volta nella loro vita, hanno dovuto bussare alla porta di un vicino per implorare: “possiamo avere indietro il nostro pallone per favore?”. Ed è anche per quello studente troppo cresciuto, c’è ne uno in ogni squadra, che durante le fasi di riscaldamento, invece di passare ad un altro giocatore, tirerà una bordata scaraventando la palla fuori, a km di distanza dal portiere, e dopo non andrà a riprenderla. Sono poche le persone per le quali questo libro non va bene. Non è per i disonesti, per i palloni gonfiati, o per tutte le minoranze che ancora gridano offese razziste. Non è per coloro che hanno combattuto e vinto la battaglia per farci pagare un extra per guardare il calcio in diretta tv. Non è neanche per quei “presunti tifosi” che lasciano gli spalti 5 minuti prima della partita, per non trovare traffico mentre tornano a casa; qualcuno dovrebbe fare un video con tutti quei gol segnati all’ultimo minuto e mai visti da quei poveracci. In breve, questo è un libro di eccellenti nuove storie scritte da alcuni dei migliori scrittori del Regno Unito, ed è per chiunque ne apprezzi la bellezza." 
Buona lettura! E alla prossima.
Recensione di Charlie Del Buono

31 marzo 2025

VILLAMANIA

Primavera del 1981: in una camera da letto, in un pomeriggio assolato, c’e un ragazzino bloccato sotto le coperte causa parotite. Quel ragazzino ancora non sa che di li a poco avrebbe visto qualcosa in tv che lo avrebbe condizionato per il resto della sua. Quel ragazzino ero io e stavo per vedere la mia prima gara di calcio inglese in tv. La partita si disputava tra 2 squadre dal nome buffo. Una squadra aveva un nome per me allora impronunciabile (avevo 9 anni) ed una maglia bianco-blu ed altro non era che l’IPSWICH TOWN, l’altra squadra aveva un nome piu’ facile da ricordare, un nome quasi italiano, si chiamava ASTON VILLA.
Fu amore a prima vista: per la sua maglia busto claret e maniche blue, per quel furetto biondo che faceva impazzire tutti gli avversari, Gary Shaw, e soprattutto fu amore a prima vista perche’ confronto all’altra squadra il Villa era piu’ debole ed ovviamente perse la partita. E’ singolare come una comune malattia possa generare una forma maniacale duratura, ben piu’ della malattia stessa. Tuttavia avevo scelto: sarei stato un Villans. Era una scelta mia, non condizionata ne da mio padre al quale il calcio inglese non interessava, ne da i miei amici i quali vedevano questa mia nuova mania con benevolo compatimento ed ironica comprensione. Sono passati oltre 40 anni da quel giorno e nelle mia vita sono cambiate tante cose; ho cambiato amicizie, ho finito la scuola e cambiato lavori , ho cambiato ragazze (non molte perche’ decisamente non ci so fare molto) ,ho incontrato persone meravigliose ed altre purtroppo le ho perse.
Sono diventato uomo e del ragazzino che ero sono rimaste poche cose: la mia incrollabile simpatia per gli sfigati (gli indiani, Sandokan che perdeva la sua Monpracem, Paperino e la bimba orfana di madre del film IL BUIO OLTRE LA SIEPE ) e la mia fede assoluta nel Villa. Come tutte le storie d’amore (e questa lo e’) all’inizio tra me ed il Villa fu subito passione e le soddisfazioni fioccavano: 1981 scudetto ,1982 coppa campioni , 1983 supercoppa europea. Periodo d’oro dove per seguire i miei eroi mi affidavo al fedele Guerin Sportivo e guardavo quel poco che passava in tv.
Il ricordo piu’ bello: 26 MAGGIO 1982, io che stringendo tra le mani un peluche guardo il Villa battere il Bayern del compagno Breitner (ma queste sottigliezze politiche le avrei capite solo piu’ tardi) per 1-0. Il Bayern nettamente favorito e molto piu’ forte dei miei eroi domina la gara, dopo pochi miniti il portiere del Villa RIMMER viene sostituito da un ragazzo appena 18enne Nigel Spink. Tra me e me penso “ e’ finita!”. Al contrario Spink para tutto ed al 69’ Morley se ne va sul fondo ,crossa, e Withe ( sgraziato come pochi ) fa carambolare la palla prima sul palo sinistro e poi in rete. E’ fatta: la coppa con le orecchie e’ dei miei eroi. 
Da allora come in tutte le love story ci sono stati alti (rari e sudati) e bassi (molto piu’ frequenti con una retrocessione nel 1986; che colpo al cuore quel titolo del Guerino VILLA DA RESTAURARE) e talvolta tacita sopportazione per quella squadra che io tanto amavo e amo e che vivacchiava all’ombra di Liverpool ed Everton prima e di Arsenal e Man Utd poi. 
Ma non fa nulla anche io in oltre 20 anni di militanza villans ho la mia galleria di eroi; non saranno i Rush, Dalglish, Lineker, Gascoigne, Cantona od Henry ma chi se ne frega basta che portino con onore ed orgoglio la casacca claret-blue e per me sono i piu’ forti. 
Cito in ordine sparso: il dream team dei primi anni 80 per intero poi Platt (orgoglio villans fine anni 80 inizio 90), Daley (imprendibile sulla fascia), McGrath, Townsend, Staunton, Houghton (VIVA L’IRLANDA!) , McInally (attaccante sgraziato e scarso rifilato al Bayern a peso d’oro) Saunders, Atkinson e Cascarino fino ai piu’ recenti Ian Taylor (10 anni di dighe a meta’ campo) Southgate, Ehiogu, Dublin, Stone etc. Ovviamente devo delle scuse nella mia vita a chi ha avuto la sfortuna di essere stato trascinato in questa mia follia, in primis a mio fratello (villans un po’ piu’ tiepido) e poi ai miei amici ed amiche che col tempo hanno imparato che se il sabato sera ho il muso lungo e se in alcuni occasioni me ne sto sopra al letto ad ascoltare i Calexico e’ perche’ la mia adorabile masnada di cialtroni ha rimediato l’ennesima figuraccia. 
di Charlie Del Buono, da "UK Football please"

30 gennaio 2025

BERT TRAUTMANN. Ehi Fritz, vuoi una tazza di tè?

“Hello Fritz, fancy a cup of tea?”
Con questa frase, puntandogli un fucile contro, un soldato britannico, durante la seconda guerra mondiale, cattura un paracadutista della Luftwaffe: in quel momento ha inizio la leggenda di Bert Trautmann. Questa è la sua storia:
Carl Bernhard Trautmann nasce a Brema negli anni venti, periodo in cui la Germania conosce la miseria più nera, che prelude all’affermazione del nazismo; a soli 17 anni il ragazzo, già componente della gioventù hitleriana, si arruola come paracadutista nella Luftwaffe e partecipa alla seconda guerra mondiale. 
L’avventura militare del soldato Trautmann è tutto un programma: sopravvive, uno dei pochi, al bombardamento di Kleve, sopravvive all’esplosione ravvicinata di una bomba a mano, viene catturato nell’ordine da russi e partigiani francesi ed in entrambi casi scappa; viene catturato nel 1945 dai soldati americani e condannato alla fucilazione, riesce a scappare ancora una volta e dopo varie peripezie viene intercettato dai militari inglesi che lo rinchiudono nel campo di prigionia di Ashton nel Lancanshire. Qui a fine l’avventura del soldato Trautmann e comincia la leggenda del calciatore. 
Nel campo di Ashton, il prigioniero tedesco comincia a giocare nelle gare fra detenuti e si mette in luce come centrocampista, ruolo in cui giocava fin da piccolo; poi un giorno il caso volle che durante una gara venne a mancare il portiere e Bert occupò quel posto: da quel momento iniziò la carriera del primo e più grande portiere tedesco che abbia mai calcato i campi inglesi. Alla fine del conflitto mondiale Trautmann decide di rimanere in Inghilterra e comincia a giocare con il St. Helens Town e da qui viene notato dagli osservatori del Manchester City che gli offrono un contratto. Bert accetta, è il 1949, e nella città di Manchester si scatena un putiferio. Le ferite della seconda guerra mondiale sanguinano ancora e l’opinione pubblica inglese non vede di buon occhio un portiere tedesco per di più ex militare. Fu così organizzata una marcia di protesta per impedire che il Manchester City tesserasse Trautmann, vi parteciparono oltre 40.000 persone, ma fortunatamente i dirigenti dei blues tirarono dritto, e fecero bene: avevano trovato un magnifico portiere. 
Gli esordi di Bert con la maglia del City non furono facili, anche perchè doveva sostituire Frank Swift, amatissimo portiere blues dell’epoca; ma alla fine a forza di grandi prestazioni Trautmann convinse tutti e difese la porta del City dal 1949 al 1964, quindici anni di onorata carriera e 545 presenze tra campionato e coppe. Proprio una partita di coppa trasforma Trautmann in leggenda. 5 maggio 1956: a Wembley è in corso la finale della F.A. Cup fra Manchester City e Birmingham City, a 17 minuti dalla fine i mancuniani sono in vantaggio per 2 a 1 quando nella loro area di rigore entra la punta del Birmingham Peter Murphy e Trautmann esce dalla porta e si tuffa tra i suoi piedi; lo scontro è terribile, il portiere perde i sensi ma con il pallone tra le mani. Sgomento tra la folla, si pensa al peggio, ma Trautmann dopo alcuni minuti si riprende e decide di concludere la gara (all’epoca non esisteva il secondo portiere), compie due grandi salvataggi e continua a massaggiarsi il collo colpito nello scontro. Alla fine il Manchester City vince la coppa battendo il Birmingham 3 a 1; nel dopo gara Bert non si sente troppo bene, i medici dispongono degli accertamenti e ci si accorge che la seconda delle 5 vertebre fratturate si è spezzata in due, il portiere era rimasto vivo per puro miracolo (una cosa non nuova nella sua avventurosa vita), insomma aveva terminato la finale di coppa con il collo rotto.
Questo motivo, unito alla vittoria di coppa e alla lunga militanza nella squadra dei blues gli ha conferito tra i tifosi del Manchester City lo status di leggenda e fino a qualche tempo fa nei dintorni del vecchio Maine Road era possibile acquistare una fanzine interamente a lui dedicata. Nel 1964 al suo testimonial game lo saluteranno oltre 60.000 tifosi. 

Oggi Bert ultraottantenne, dopo aver lavorato per la Federazione Tedesca come osservatore in Africa ed Asia, vive con la sua seconda moglie nel litorale spagnolo vicino Valencia e recentemente è stato insignito dalla Regina d’Inghilterra dell’Ordine dell’Impero Britannico, per aver contribuito con il suo esempio di uomo sportivo e coraggioso alla riconciliazione post-bellica anglo-tedesca. Oggi l’arzillo vecchietto che Bobby Charlton definì come il miglior portiere degli anni ’50, dice del mondo del calcio: “Non guardo programmi sportivi, trasmettono solo i gol, e nessun portiere fa bella figura se lo si guarda mentre gli segnano un goal. FANTASTICO BERT!!!!
di Charlie Del Buono, da "UK Football please"

31 ottobre 2024

RON SAUNDERS. Hero and Villan.



Due sono le maniere per diventare un allenatore leggendario: o si costruiscono grandi squadre, mietendo successi a ripetizione, allenando club blasonati oppure si ottiene un risultato straordinario con un club storico ma in astinenza da trofei e poi all’apice del successo si saluta la compagnia abbandonando tutti.
Ron Saunders appartiene alla seconda categoria di trainers. Ron arriva dal Man City (dove non aveva lasciato tangibili tracce) nel 1974, prendendo il Villa in Second Division e questo è il suo score:

- Stagione ’74/’75: promozione dalla Second alla First Division e vittoria a sorpresa della Coppa di Lega (1-0 al Norwich, gol di Graydon).
- Stagione ‘75/’76: sedicesimo nella First Division
- Stagione ‘76/’77: quarto nella First Division, vittoria della Coppa di Lega al terzo replay contro l’Everton (3-2 gol di Nicholl e Little 2).
- Nelle stagioni ‘77/’78 e ‘78/’79 ottavo nella First Division
- Stagione ‘79/’80: settimo nella First
- Stagione ‘80/’81 Campione d’Inghilterra
- Stagione ‘81/’82: lascia la squadra nel febbraio ’82 per dissidi con l’insopportabile Doug Ellis.

Come si può ben notare l’importanza del lavoro di Saunders nella storia del Villa è fondamentale, perché nel giro di pochi anni ha riportato il team tra le prime otto squadre d’Inghilterra ed oltre alle due Coppe di Lega ha riconquistato il titolo dopo ben 71 anni. Già questo basterebbe per considerarlo, almeno nelle Midlands, una leggenda, ma il top lo raggiunge nell’anno 1982 quando in piena corsa per la Coppa dei Campioni molla tutto.
Il Gaucci made in UK, al secolo Doug Ellis, con le sue insopportabili ingerenze, aveva costretto quest’uomo tutto d’un pezzo a non terminare il magnifico progetto che stava costruendo.
Ci si chiede come sia stato possibile che Saunders con il suo carattere abbia allenato il Villa per sette stagioni di fila. E’ presto detto, nel regno incontrastato di Ellis al Villa Park, iniziato nel 1968 e tutt’ora in corso, c’è un meraviglioso gap che va dal ’75 all’81 quando il presidente era Sir William Dugdale, altro stile, altra signorilità. 
Al ritorno di “deadly” Doug nell’82 fu subito rottura e nell’anno seguente Saunders prende posto sulla panca degli odiati Brummies del City, e come nei romanzi d’appendice il giorno di S.Stefano dell’83 batte il Villa 3-0 in un derby testa-coda, dove la coda era il City sia chiaro!
Andiamo a scoprire qualcosa di più di questo burbero personaggio.
La stampa dell’epoca lo riteneva un tecnico scarso tatticamente, che preferiva il tipico gioco britannico tutto pressing e palla lunga, e non gli perdonava il suo scarso feeling con quei giocatori che la stampa stessa considerava stars del Villa anni ’70. Qualcosa di vero c’è, in effetti quando i giocatori più importanti del team prendevano il sopravvento li cedeva, comprando giocatori poco noti o da ricostruire; così facendo manteneva il controllo totale del team. Tra le sue vittime più note lo storico capitano del Villa anni ’70 Chris Nicholl, John Gidman ed il bomber Eddy Gray, allora stella assoluta a cui preferì prima Deehan e poi il bisonte Peter Withe.
Ron utilizzava giocatori di cui si fidava ciecamente e nell’anno del titolo in 42 gare fece ruotare solo 14 calciatori; e cito come in un magico rosario: Rimmer, Swain, Gibson, Evans (7 gol), McNaught, Mortimer (4 reti), Bremner (2 reti), Shaw (18 reti), Withe (20 reti), Cowans (5 reti), Morley (10 reti); a disposizione Deacy, Williams e Geddis (4 reti).
Per approfondire ulteriormente il personaggio Saunders sentiamo cosa dissero di lui un giornalista e un suo giocatore:
Ray Matts, corrispondente da Birmingham per l’Evening Mail: "Con me è sempre stato gentile, con i colleghi londinesi assolutamente no. Saunders li disprezzava perché riteneva fossero troppo dediti all’estetica del football trascurando tattica ed efficienza. All’epoca della vittoria in campionato il suo Villa era opposto all’ Ipswich di Brian Robson (molto più gentile e diplomatico con i giornalisti) che aveva tutti i favori della stampa in virtù di un gioco più bello da vedere, e di giocatori di classe tipo Muhren, Mariner, Wark e Brazil; a lui questa cosa assolutamente non andava giù. Spesso mi raccontava storie incredibili riguardo il suo lavoro al Villa Park; cominciava le sue storie con "non dovrei dirtelo ma…" e finendo poi, dopo avermi regalato qualche scoop con un “…ma tu potresti dire che…”  dicendomi in sostanza ciò che secondo lui era pubblicabile e ciò che non lo era. Tutto questo per proteggere i suoi ragazzi".

Gordon Cowans, storico centrocampista del Villa di quegli anni: "Ron soffriva il fatto che i media ignorassero il suo lavoro al Villa Park, non sopportava che lo tacciassero come un tecnico tatticamente scarso e quindi una volta, prima di una gara, si presentò nello spogliatoio con dei foglietti. In questi foglietti aveva appunti di tattica per tutti noi, e dopo averceli letti e pazientemente spiegati li stracciò, li buttò in un angolo e ci disse “Questa è spazzatura. Lavoriamo tutta la settimana su ciò che dobbiamo fare in campo, sui movimenti da fare e sugli accorgimenti da prendere quindi senza perdere altro tempo andate fuori, giocate e vincete perché potete farlo”".

Che altro aggiungere riguardo questo personaggio che sembrava uscito dal telefilm di George e Mildred, con un cappellino alla Andy Capp e con la tempra dura dell’uomo semplice e diretto? 
Allenatori così ne esistono sempre meno nel baraccone calcio odierno, per questo talvolta è impossibile resistere al lasciarsi andare ricordando the good old days.
di Charlie Del Buono, da UK Football please

18 settembre 2024

IL GIORNO DEL CAPPELLAIO MATTO.






















Tranquilli amanti del calcio inglese, in questo pezzo non si faranno analisi psicologiche sui personaggi del celebre libro di Carrol “Alice nel paese delle meraviglie”, qui si parla di calcio inglese, di quello un po’ datato, in sostanza di quello che in fine amiamo di più.

Sembra di stare a parlare di epoche lontanissime eppure poco più di 40 fa il nostro amato football viveva una dimensione enormemente diversa rispetto a quella odierna. Il calcio inglese, esiliato dal resto d’Europa dalla vigliacca sentenza post-Heysel che colpi tutto il movimento calcistico di sua maestà e non solo il Liverpool come giustizia avrebbe voluto, era un calcio autarchico snobbato da investitori e campioni esteri e per questo con il livello medio più equilibrato. In questo contesto storico il Luton Town, piccola squadra della cintura londinese, visse il suo moneto di gloria massima. Dicevamo che erano altri tempi, in quei tempi là succedeva che i “cappellai” di Luton ( il soprannome The Hatters era dato dal fatto che il distretto di Luton fin dal diciassettesimo secolo era il maggior produttore di cappelli di paglia e non ) erano da tempo frequentatori dell’allora first division inglese, nella stagione 86/87 addirittura centrarono il settimo posto, e quindi si erano ritagliati una credibilità notevole ma nessuno avrebbe scommesso su una loro vittoria nella finale di Coppa di Lega del 1988.
In un Wembley gremito, di fronte a 96.000 il persone il 24 aprile dell’88 l’Arsenal di George Graham affronta il piccolo Luton Town guidato da Ray Harford. Sulla carta i gunners partono con il favore del pronostico anche se come accennato poco fa negli anni 80 i giant killing erano molto più frequenti, si pensi solamente che due anni prima, nel 1986, la Coppa di Lega fu alzata in cielo dal capitano dell’Oxford United. In campo 22 giocatori di cui 21 inglesi e uno ( il portiere del Luton Dibble ) gallese, erano proprio altri tempi. I Gunners partono forte e menano le danze ma già al 13’ si hanno le avvisaglie che sarà un pomeriggio storico; Brian Stein sfrutta al meglio un assist di Steve Foster e taglia fuori tutta la difesa dell’Arsenal battendo Lukic da pochi metri: 1-0 tra l’incredulità generale. Il club di Highbury si lancia al contrattacco, le giocate di Rocastle, Michael “history man” Thomas, i guizzi del leggendario attaccante Alan Smith sbattono però contro la diga eretta dal Luton a difesa della porta di Andy Dibble. La sensazione generale è quella che una volta trovato il gol del pari l’Arsenal possa far sua la gara. Nel secondo tempo accade ciò che tutti si aspettavano, in soli 5 minuti i gunners ribaltano la situazione:al 71’ gol del pari in mischia di Hayes, subentrato ad uno spento Groves, ed al 74’ il bomber Smith come da prassi timbra il cartellino a seguito di una rocambolesca azione che dimostra come la difesa degli Hatters fosse ancora in tilt dopo il aver subito il gol del pari. A questo punto i Gunners dilagano, Rocastle porta a spasso il pallone in area avversaria, Donaghy ingenuamente lo tocca ( ma forse no, probabilmente stiamo parlando di uno dei primi grandi tuffi in area di rigore che la mia memoria di appassionato di brit-football ricordi ) , rigore. Dal dischetto la leggenda Nigel Winterburn si appresta a dare il colpo di grazia al Luton, succede però che Dibble sventa la minaccia con un gran balzo sulla sua sinistra tenendo in gioco gli Hatters per gli ultimi leggendari dieci minuti. Chi ha letto Febbre a 90 di Hornby sa di cosa sto parlando: arriva puntuale in area Gunners il disastro di Gus Ceasar, centrale non nuovo a leggerezze leggendarie, che cicca il rinvio su retropassaggio di testa di Sansom innescando una azione confusa che dopo tiri e rimpalli porta al gol del pari di Danny Wilson al 82’. Sconcerto tra i gunners, difesa storicamente solida che già aveva in Tony Adams la sua colonna. Lo stesso Adams, già capitano all’epoca, al 90’ stende da par suo Mark Stein, punizione ineccepibile battuta da Danny Wilson, Adams libera di testa ma il nuovo entrato Grimes scodella di nuovo in area, è il 90’, e Brian Stein, ancora lui brucia tutti in anticipo e trasforma il sogno in realtà, 3-2 ed il Luton Town è nella storia. Le parabole dei 2 club saranno opposte, quell’Arsenal sotto la sapiente guida di Graham vincerà il campionato l’anno seguente dopo anni di digiuno e da quel momento inizierà una escalation poderosa mentre il piccolo Luton dopo questo trionfo atteso ben 103 anni arriverà di nuovo in finale di Coppa di Lega l’anno successivo perdendo però contro il Forest 3-1. Dopo questo meraviglioso biennio inizia la lunga caduta all’Inferno dei “cappellai” che culmina con la retrocessione l’anno scorso stagione 2008/09 dalla 4 divisione(a noi vecchi piace ancora chiamarla cosi)alla Conference. Un grande rammarico per il Luton Town sarà non disputare alcuna competizione europea per via del noto bando alle squadre inglesi, rammarico che nel tempo colpirà pure Oxford Utd e Wimbledon ma questa è un’altra pagina di un calcio che non c’è quasi più: il calcio dei piccoli miracoli, dei clamorosi giant-killing, il calcio delle squadre inglesi con giocatori britannici, il calcio dei cari vecchi tempi e a quello spirito ormai quasi scomparso a cui questo piccolo articolo vuol rendere omaggio.
di Charlie Del Buono

13 settembre 2024

TONY ADAMS, Capitano nell'anima.


























Il calcio, e lo sport in generale, non è fatto solo di gesti atletici, giocate strabilianti, reti, tabellini e statistiche, il calcio è fatto anche di grandi gesti; e sono i grandi gesti che rimangono nell’immaginario collettivo.

Tony Adams nasce il 10 ottobre 1966 nei sobborghi di una swingin London ancora ebbra della vittoria dei “Tre leoni” nel mondiale giocato pochi mesi prima.
Nel destino del ragazzo ci sarà una sola squadra, l’Arsenal, di cui lui sarà il capitano coraggioso, l’assoluta bandiera ed il traghettatore del “Boring Arsenal” di Graham, che con il suo contributo si trasformerà nell’Arsenal champagne di Wenger.
Tuttavia l’immagine che ho impressa a fuoco nella mente non riguarda il Tony Adams gooner, non riguarda un suo successo, non riguarda neanche la sua proverbiale grinta, riguarda bensì un suo magnifico gesto. Inghilterra, estate 1996: al grido di “Football is coming home” nel paese della sterlina si giocano i Campionati Europei di calcio.
La nazionale inglese è circondata da un fondato ottimismo che fa pensare a tutti che i “bianchi” possano finalmente mettere le mani sul trofeo continentale. La squadra è ricca di fuoriclasse e di giocatori allo zenith della loro carriera; come non essere ottimisti quando nel team hai gente come Seaman, Gascoigne, Platt, Pearce, Adams, Sheringam, e Shearer (the one and the only).
La campagna europea degli inglesi parte in sordina con un pareggio di 1-1 con la Turchia, gol di Shearer (ma che lo dico a fare). Seguirà una vittoria sulla fiera Scozia 2-0 (Shearer e Gascoigne) ed infine un netto successo sull’Olanda per 4-1 (Shearer 2, Sheringam 2). L’Inghilterra vince e convince e termina al primo posto del suo girone. La stampa inglese euforica si esalta come raramente capita e probabilmente mette un pò di pressione alla squadra, comunque il successo sembra scritto nel destino quando nei quarti una Inghilterra in tono minore supera ai rigori la Spagna. Tra gli inglesi e la finale ora ci sono solo i tedeschi, sempre i soliti tedeschi, che non producono calcio spettacolo, ma alla fine sono sempre lì, ad un passo dal paradiso.
Ricordo un memorabile titolo di un giornale (credo il Sun) che in previsione della sfida con la Germania, riesumava lo spirito combattivo della seconda guerra mondiale e sbatteva in prima pagina Gascoigne e Pearce con l’elmetto titolando “Let’s blitz the fritz”.
Arriva il fatidico giorno, 26 giugno 1996; nella semifinale l’Inghilterra parte a spron battuto, 3 minuti e Shearer (come sempre) porta i suoi in vantaggio; al quarto d’ora però il vecchio Kuntz pareggia i conti, 1-1 e palla al centro. Per tutta la gara, supplementari inclusi, è l’Inghilterra che gioca il calcio migliore e Gazza in spaccata manca il golden gol per un centimetro; si va ai rigori, come sei anni prima quando a Torino, nella semifinale mondiale, Pearce scagliò il pallone a Superga. Shearer, Platt, Pearce (che memore dell’errore fatto ad Italia 90 calciò un pallone che pesava un quintale), Gascoigne e Sheringam segnano per l’Inghilterra, replicano però con fredda precisione per la Germania Hassler, Strunz, Reuter, Ziege e Kuntz! Si va ad oltranza.
Wembley trattiene il fiato; sulla palla per gli inglesi si porta Gareth Southgate, centrale del Villa con ottime referenze; tira, ma Kopke para! 
Gelo nello stadio. Per i tedeschi va al tiro Moller, rete! Wembley ammutolisce, i tedeschi urlano e cantano la loro gioia e Southgate sprofonda in un pianto dirotto inginocchiandosi a terra.
Cosa può fare in quei momenti un “capitano nell’anima”? Pur con il morale a pezzi Tony Adams rimette in piedi Southgate, se lo carica sulle spalle e lo porta a raccogliere l’applauso del pubblico inglese, sofferente ma fiero come non mai. Adams nella sua biografia racconterà che in quel momento era un uomo distrutto; annegherà poi da solo la sconfitta nella birra, ma nonostante tutto trovò il modo di confortare il compagno tramortito dal peso di aver fallito un appuntamento con la storia. Grandissimo Tony, capitano senza fascia al braccio (all’epoca la vestiva con orgoglio Shearer), simbolo del calcio inglese che ancora una volta era arrivato vicino alla vittoria e se l’era vista sfuggire.
Tony, gigante comprensivo e sensibile, guarda negli occhi tutto lo stadio, è pronto per nuove sfide, sa di essersi battuto al meglio e con lui i suoi compagni, compreso Southgate che gli piange sulle spalle.
di Charlie Del Buono, da UKFP (dicembre 2006)
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