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15 aprile 2026

"HILLSBOROUGH 1989" di Simone Galeotti

Prima di parlare dell'inizio credo sia giusto partire dalla fine. 
Dal momento in cui 97 tifosi hanno lasciato questa terra avvolti dai colori di quella bandiera che tante volte ha sventolato per loro a scrivere idealmente nel vento l'orgoglio del popolo che rappresenta. 
La bandiera con il “Livebird”, uccello mitologico metà cormorano e metà aquila. Per tutti la fenice della Mersey. Quella fenice che sembrò chiudere le sue ali e posarsi leggera sulle bare di tutte quelle vittime innocenti, come a fermare in un caldo abbraccio la passione di una vita. Ma il legame con la squadra non si spezza neppure nel culto della sepoltura. Chi resta, fissa simboli e momenti come tributo alla memoria per gli sfortunati che non ci sono più. Come elemento identificativo del loro passaggio sulla terra: l'onore di essere appartenuti con intensità al cuore di un club, e un merito terreno che richiede tutta la visibilità possibile, ben oltre la dimensione temporale. Verso l'eternità. Come eterna sarà l'immagine struggente del terreno di gioco dell' Hillsborough completamente ricoperto da un placido mare di mazzi di fiori, di messaggi di dolore. Come i cancelli d' ingresso della maledetta Leppings Lane, su cui saranno addossati cappellini, sciarpe, gagliardetti. 
Non solo del Liverpool. Ci saranno tutti, proprio tutti. Edera multicolore sulle rovine del calcio. Santuario improvvisato di un pellegrinaggio continuo. Pellegrinaggio popolare, autenticamente popolare. Dolore, lacrime e rimpianti.


Ma di cosa stiamo parlando? E' giusto fare un piccolo ma doveroso passo indietro per chi non ha ancora capito, per i più giovani o per chi in ogni caso non mastica tutti i giorni pane e football.
E' il 15 aprile 1989. Sheffield. 
La città dell'acciaio, costruita su 7 colline nei pressi del fiume Sheaf che a Sheffield ha regalato il nome. La città della squadra di calcio più antica del mondo, lo Sheffield F.C.. Data di fondazione 1857. Notte dei tempi. Dopo, solo dopo, arriveranno lo Wednesday e lo United. 
Civette e lame. Hillsbourogh e Bramall lane.
E' un pomeriggio insolitamente soleggiato nel South Yorkshire. In aprile generalmente la pioggia non fa mistero di essere particolarmente generosa in quelle terre. Nel sobborgo di Owlerton, pochi km a nord ovest dal centro cittadino c'è la casa dello Sheffield Wednesday. Hillsbourogh appunto. Ad essere esatti la seconda casa delle civette, inaugurata il 2 settembre 1899 dopo l'abbandono dell' Olive Grove.
C'è da giocare la semifinale di F.A. Cup, la celeberrima coppa d'Inghilterra che nel periodo dell'isolamento continentale, dovuto ai fatti dell'Heysel ha assunto un importanza e un valore ancora maggiore. E ciò è tutto dire....
Come da tradizione la partita deve svolgersi in campo neutro e a giocarsi l'accesso ai fasti di Wembley arrivano due club che se non sono formalmente acerrimi rivali sicuramente non nutrono l'un per l'altro grandi simpatie. Liverpool e Nottingham Forest. 
Per il Liverpool in quegli anni è diventata una piacevole abitudine arrivare alle fasi finali della manifestazione, e spesso anche di aggiudicarsi l'ambito trofeo. I tricky trees del City Ground invece non salgono i 39 gradini del royal box per ricevere la “coppa” dal 1959. Trenta anni esatti.
Ho accennato prima all' Heysel. Finale della coppa dei campioni 1985 a Bruxelles, di fronte Liverpool e Juventus. Trentanove morti. Una tragedia in proporzioni umane. Una mazzata in provvedimenti disciplinari. Il movimento calcistico inglese è escluso dalle competizioni europee per cinque anni.
Le ripercussioni interne sono altrettanto pesanti. In quello stesso anno la Lady di Ferro al secolo Margareth Thatcher approva lo “Sporting Event Act” dove si ratifica l'abolizione della vendita di alcolici negli stadi e nei parcheggi limitrofi. Nel 1986 arriva un'altra ingiunzione. Si tratta del “Public order act”, ovvero, guai a comportarsi in maniera non consona anche se non violenta. Ai tribunali viene conferita ampia autonomia in merito. Non sarà sufficiente. Non perché si tratti di prescrizioni inutili, ma perché se per prime vengono a mancare le capacità organizzative tutto il resto sono solo inutili dettagli.
Quel 15 aprile incomincia male sin dalle prime ore del mattino. Lavori in corso sulla M62 ostruiscono e ritardano l'afflusso del pubblico, segnatamente quello proveniente da Liverpool. Ma la contingenza viaria del traffico che scorre a rilento non è niente di fronte alla leggerezza con cui viene deciso di distribuire i settori dello stadio alle due squadre e ai rispettivi tifosi. Non ci scordiamo che otto anni prima sempre a Hillsborough, e sempre per una semifinale di coppa d'Inghilterra avvennero incidenti in occasione di Tottenham-Wolverhampton. Fortunatamente non gravi nel bilancio, ma che comunque obbligarono il club tenutario dell'impianto ad intervenire sulla struttura.
Ma tutto sembrava dimenticato. Tutto pareva rimosso dalla memoria. Chi non guarda agli errori del passato è destinato a ripeterli in futuro. E “Cassandra” aveva già lanciato la sua profezia. Derisa. Inascoltata.





















La capiente “Spion Kop End” che conteneva all'incirca 21.000 spettatori viene assegnata alla “Travelling Kop” del Nottingham Forest, squadra che notoriamente ha un seguito di pubblico meno numeroso del Liverpool, mentre al club di Anfield Road sarebbe spettata la dirimpettaia “Leppings Lane” con i suoi 14000 posti. Piccola e angusta. 
Basti pensare poi che in totale gli ingressi riservati ai tifosi dei reds saranno solo sei, contro i sessanta dei supporters del Forest. A poco più di mezz'ora dall'inizio del match la situazione in curva appare relativamente tranquilla. Ci sono famiglie intere con bambini molti dei quali alla loro prima trasferta. Si parla di come farà giocare la squadra Dalglish, di come si comporterà il “redento” Ian Rush reduce dalla penosa esperienza italiana. 
Qualcuno discute se ci sarà intesa fra Ronnie Whelan e John Barnes. Altri scommettono che il goal decisivo lo segnerà Aldrige. Tutti sognano di andare a Wembley.
I problemi iniziano a manifestarsi quando cessa l'intasamento stradale e la M62 riversa sullo stadio tutti i sostenitori del Liverpool, e improvvisamente ci si rese conto della marea umana che stazionava all'esterno della Leppings Lane. Si presume approssimativamente 5000 persone. Iniziò a salire la tensione. 
All'interno dello stadio nel frattempo si incominciano a scandire cori, a cantare “You'll never walk alone”. Fuori montava l'impazienza, c'era chi iniziava a spingere, chi a lamentarsi della calca eccessiva. Una pressione enorme. La polizia andò letteralmente in corto circuito non aspettandosi di dover gestire una situazione così complicata. E qui scattò una decisione. Terribile e fatale. Per smaltire la congestione le forze dell'ordine decidono di aprire un grosso cancello d'acciaio posto nei pressi di un tunnel che conduce all'interno della curva. Il “Gate C”. Sarà come aprire le porte dell'inferno. In genere, in questi casi, ufficiali di polizia a cavallo si sistemano all'ingresso con la funzione di avvisare ed evitare pericolosi sovraccarichi. Per motivi ancora ignoti ciò non successe quel pomeriggio. Entrano tutti. Con e senza biglietto Il gate scarica una quantità di tifosi di gran lunga superiore alla capienza, e in breve non avendo nessuna via di fuga gli spettatori a ridosso del terreno di gioco vengono spinti verso le recinzioni. Le famigerate “Fences”. Fu un massacro. 
Calpestati, spinti, soffocati. Un olocausto di ferro e corpi. Di morte. E altra morte colpisce gli sventurati rimasti schiacciati nel tunnel. Il tutto mentre l'incontro è già cominciato da sei minuti. Lunghi, interminabili, paradossali. Perché nessuno si era accorto delle dimensioni di quello che stava accadendo a pochi passi dal rettangolo verde, se non purtroppo i diretti interessati. Poi un funzionario di polizia capisce che c'è qualcosa che non va e richiama l'attenzione dell'arbitro. Per la cronoca il signor Ray Lewis. E arriva un fischio anomalo. Tanto insolito da sembrare quasi triste. Stridulo complemento sonoro in mezzo a urla e invocazioni. La partita viene interrotta. Ma la polizia commette uno sbaglio. Un altro. Non si renderà immediatamente conto del problema, ma anzi tenterà goffamente di respingere coloro che reputa invasori e non sopravvissuti. Intanto i più fortunati troveranno scampo sulla West Stand tratti in salvo da mani misericordiose. Chi perdeva l'equilibrio o cedeva alla paura era perduto. Quando ci si rende conto del disastro la tragedia si è già consumata. I morti in totale a fine giornata saranno 93 e oltre 200 i feriti. Fra scene di panico e pianto c'è anche chi con abnegazione e grande coraggio cerca di aiutare e rincuorare i contusi. I cartelloni pubblicitari verranno usati come barelle di fortuna, mentre le sirene delle ambulanze urlano nel limpido sabato di Sheffield. Fra le vittime anche John Paul Gilhooley 10 anni, cugino del futuro capitano Steven Gerrard. E' crudele il destino. Sarah e Victoria Hicks sono due sorelle di Pinner sobborgo londinese, entrambe fanatiche del Liverpool. Per Sarah 19 anni il tagliando della semifinale era il regalo di compleanno. Travolta e uccisa. Victoria invece spirerà fra le braccia del padre che inutilmente cercherà di rianimarla. Tony Bland 22 anni rimarrà in stato di coma vegetativo fino al 1993. Fino a quando i genitori Allan e Barbara non decideranno di farlo morire con “dignità” interrompendo la terapia. “Non è cosciente non soffrirà”, dissero i medici. I familiari delle vittime si costituiranno parte civile. 
Ci sarà un processo che avrebbe dovuto essere esemplare ma che in sostanza non ha mai fatto piena luce sull'attribuzione delle colpe. 
Ci sarà un giornale, il “Sun” che getterà sporcizia spacciandola per verità. 
Ci sarà un orologio ad Anfield che segnerà per sempre le 15:06 del 15 aprile 1989. Lest we forget.

10 gennaio 2026

"STORIE E LEGGENDE DELLA FA CUP" di Vincenzo Paliotto (Urbone), 2017

(Prefazione Simone Galeotti)
La FA Cup è la competizione calcistica più antica del mondo e già questo basta probabilmente per caricare questa manifestazione di tutto il fascino possible. Ad ogni modo, ripercorrerne la storia, le leggende e le imprese è eccezionalmente emozionante soprattutto passando attraverso i suoi aneddoti, le storie improbabili ed in particolar modo i giant killing, che rendono la Coppa d’Inghilterra unica ed inarrivabile.
La FA Cup costituisce l’essenza del calcio e degli amanti di un football che forse non c’è più e che stenta anche a sopravvivere, ma che in questa Coppa miracolosamente ancora esiste.

9 gennaio 2026

"SOGNI E REALTA'. Un viaggio nella FA Cup e nel cuore del calcio inglese" di Stefano Faccendini (Ultrà Sport), 2018

Nel panorama calcistico mondiale, la FA Cup è indubbiamente il torneo a eliminazione diretta più affascinante, e rappresenta una tradizione impossibile da replicare. A molti appare come un residuo del passato, un curioso anacronismo che si affianca ogni anno allo spettacolo sfavillante della Premier League. Ma c'è una FA Cup che inizia ad agosto e finisce a gennaio e una che inizia a gennaio e finisce a maggio. Qualsiasi squadra ai nastri di partenza del turno extra preliminare è solo a tredici partite da Wembley. Basta vincerle tutte. Forse non sarebbe possibile nemmeno in un romanzo, ma a nessuno è proibito sognare, anche solo per una notte, anche solo per novanta minuti. 
Per farci vivere da vicino questi sogni, Stefano Faccendini ha seguito, partita dopo partita, l'edizione dell'FA Cup 2017-18.
Ne è uscito un libro di viaggio, un viaggio al centro del calcio inglese. Un libro che ci racconta di impianti sportivi persi nel nulla, di tifosi incredibilmente appassionati, di partite fra calciatori che sembrano appartenere a universi distanti anni luce, ma che per un pomeriggio si sfidano alla pari, e ogni tanto capita che non vinca il migliore.

8 gennaio 2026

LA STORIA DELLA FA Cup (part 1) - Dalla prima edizione al 1900






















La FA Cup.
Un vero mito per qualsiasi bambino inglese, che sogna un giorno di poter alzare il trofeo tra il giubilo dei tifosi della sua squadra, forse il primo legame con il calcio d’oltre manica per gli appassionati stranieri, inebriati dalla storia e dalla tradizione di questa competizione. E sì, perché quello che colpisce è proprio l’elemento storico della FA Cup, il più antico torneo calcistico sulla faccia della terra, istituito dagli inventori del calcio moderno, gli inglesi. Le tante finali appassionanti, gli eroi per un giorno sul palcoscenico indimenticabile di Wembley, ma anche le squadre dilettantistiche che fanno soffrire, ed alcune volte battono, le grandi, gli infiniti turni preliminari, i replays, che una volta potevano essere pure quattro o cinque, i tutto esaurito negli stadi di ogni dimensione e categoria. E’ anche questo mischiarsi senza criterio tra squadroni come Arsenal o Manchester United e piccoli team di provincia come Yeovil Town o Altrincham che alimenta il fascino della Coppa: sorteggio secco, niente teste di serie ed altre alchimie da calcio moderno. E poi la soddisfazione non è solo vincerla, ma pure giocare le semifinali in campo neutro e soprattutto arrivare alla finale a Wembley (beh, una volta era così, ma tra poco tornerà ad esserlo, non più però all’ombra delle mitiche torri). L’Imperial Stadium gremito all’inverosimile, perfettamente diviso a metà tra le due tifoserie, che quasi ti arrabbi se non hanno colori in forte contrasto tra loro, così da poterti godere l’effetto cromatico della bandiere e delle sciarpe al vento, il delirio dei festeggiamenti e la delusione cocente degli sconfitti. 

Ma come e quando nasce tutto ciò? Dall’intuizione di Charles Alcock (nella foto a destra), uno dei fondatori nel 1863 della Football Association, che nel 1871 lanciò l’idea di creare un torneo ad eliminazione diretta sulla falsariga di un gioco che lo stesso Alcock aveva praticato per anni nella sua scuola di Harrow, nel nord di Londra. Alla prima Coppa d’Inghilterra, che si tenne nel 1872, parteciparono 15 squadre, tra cui gli scozzesi del Queens Park di Glasgow, poi protagonisti sfortunati negli anni a venire. Il pareggio dava il passaggio del turno ad entrambe le squadre, e dal momento che gli abbandoni non erano infrequenti, il tabellone riusciva sempre ad essere uniformato alle forze rimaste. Al Queens Park fu dato diretto accesso alle semifinali – i calciatori di allora erano tutti dilettanti ed il biglietto per Londra costava abbastanza – ma il pareggio con i Wanderers, la squadra di Alcock, prima sorpresa nella storia della FA Cup, costrinse gli 18 scozzesi, a corto di fondi, a ritirarsi dalla competizione. Fu così che Wanderers e Royal Engineers si disputarono la prima finale, davanti a 2.000 persone, al Kennington Oval di Londra, oggi come allora un campo di cricket. Era il 16 marzo 1872, ben 131 anni fa. Le pesanti maglie di cotone dei Wanderers contrapponevano i colori nero,viola e rosa ad un più sobrio rosso e blu dei Royal Engineers, sconfitti da un gol di Betts al quindicesimo minuto e costretti a giocare in dieci per un infortunio quasi tutto il match. Il trofeo fu consegnato solo tre settimane dopo in una serata di gala tenutasi a Pall Mall. L’anno successivo i Wanderers si ripetono contro l’Oxford University, al Lillie Bridge. Il 1873 è anche l’unico caso di edizione giocata con la qualificazione automatica alla finale della detentrice del trofeo, esperimento che non verrà più ripreso. Per un altro po’ di anni si contendono la vittoria finale squadre di universitari, oltre ai Wanderers, vincitori per ben cinque volte, due i successi degli Old Etonians, uno dell’Oxford University, dei Royal Engineers (nel 1875, per 3-0 nel replay, prima finale ripetuta della storia) e degli Old Carthusians. La finale è sempre al Kennington Oval, senza mai superare i 7-8.000 spettatori, mentre nei turni preliminari non sono rare le rinunce o i problemi logistici. Ma il numero delle squadre partecipanti inizia a salire, team del nord o di quartieri londinesi cominciano a dire la loro. Già nel 1880 i Clapham Rovers si impongono in finale, e devono passare solo tre anni per vedere la vittoria di una squadra del nord, il Blackburn Olympic. Le squadre del nord erano quasi professionistiche, a testimonianza che, come oggi, tanta era la passione nelle regioni più settentrionali dell’Inghilterra. Dopo la tripletta dal 1884 al 1886 dei Blackburn Rovers, le prime due vittorie in finale con il Queens Park, unica squadra scozzese a raggiungere la finale della FA Cup, si capisce che il football sta attirando sempre più l’attenzione delle masse. Nei primi anni ’80 si supera la soglia delle 100 squadre iscritte, nel 1886 i primi club dilettantistici affermatisi agli albori della competizione iniziano a sparire a causa dell’emergente professionismo, dichiarato legale. Le finali vedono la presenza di più di 10.000 tifosi sempre più appassionati. 
Nel 1887, anno della prima vittoria dell’Aston Villa, giocano l’FA Cup squadre di tutto il Regno Unito. La squadra sconfitta è il WBA, e per questo derby si muoveranno da Birmingham e da West Bromwich più di 8.000 persone. Il WBA si rifarà l’anno dopo, mentre nel 1889 si impone il Preston, siglando il primo double, dopo essersi aggiudicato l’edizione d’esordio del campionato inglese e finendo anche la stagione imbattuto in assoluto. E’ evidente che le squadre fondatrici della Football League quegli anni la fanno da padrone, sempre con una netta predominanza delle formazioni del nord, che vincono, oltre che con i Rovers anche nel 1890 e nel 1891, con il WBA nel 1892, ultima finale al Kennington Oval, con i Wolves l’anno successivo, prima finale giocata fuori Londra, a Manchester al Fellowfield per continuare con Notts County (finale a Liverpool, al Goodison Park), Aston Villa, Sheffield Wedsnesday, ancora Aston Villa, Nottingham Forest, Sheffield United e Bury, impostosi nella prima edizione del nuovo millennio, nel 1900. Dal 1895, fino al 1914, la finale si disputerà al Crystal Palace Stadium a Londra. Tra queste la finale più appassionante è quella del 1897, tra Aston Villa ed Everton, conclusasi con un 3-2 molto lottato, mentre nel 1890 il 6-1 inflitto dai Blackburn Rovers ai malcapitati Sheffield Wednesday è il risultati più netto avutosi in un atto conclusivo tra le edizioni fino al 1900. Intanto già negli ultimi anni del diciannovesimo secolo le squadre più forti vengono 19 esentate dai primissimi turni, le iscrizioni aumentano in modo vertiginoso mentre il calcio inizia a far concorrenza sul serio a cricket, corse dei cavalli e canottaggio. Se si pensa che la finale del 1873 fu giocata al Lillie Stadium, vicino al Tamigi, proprio per attirare il numeroso pubblico accorso ad assistere alla concomitante classica del remo tra le università di Cambridge ed Oxford, allora l’evento con la e maiuscola, e si esamina la situazione alcuni decenni dopo, si capisce come quello che diventerà il Beautiful Game appassioni sempre più il pubblico inglese.
di Luca Manes, da "UK Football please"

LEGGI la prossima puntata.
LA STORIA DELLA FA Cup (part 2) - Dal 1900 alla seconda guerra mondiale.

7 gennaio 2026

🏆"LE PRIME VOLTE DELLA FA Cup!" di Giacomo Mallano

Dai Sacri Libri della storia della FA Cup, ecco una una curiosa raccolta di ‘Prime Volte’:

- LA PRIMA FINALE.
La prima FA Cup Final fu disputata il 16 marzo del 1872 al Kennington Oval di Londra. Di fronte Wanderers e Royal Engineers, che si esibirono davanti a 2.000 spettatori, paganti dei circa 5 pence del biglietto.
- IL PRIMO GOL DELLA STORIA DELLA COPPA.
Della storica giornata dell’11 novembre 1871 abbiamo già detto tutto nel corso del racconto. Secondo i resoconti, il primo gol ufficiale della storia della Coppa (e del calcio mondiale) fu realizzato da Jarvis Kenrick del Clapham.
- IL PRIMO GOL IN UNA FINALE.
Anche di questo abbiamo parlato; la vittoria di misura dei Wanderers sui Royal Engineers fu firmata da Mortin Peto Betts, più noto forse con lo pseudonimo di A.H. Chequer.
- LA PRIMA DOPPIETTA IN UNA FINALE.
Thomas Hughes dei Wanderers andò in rete due volte nel replay della finale del 1876, finita 3-0 sugli Old Etonians.
- IL PRIMO AUTOGOL IN UNA FINALE.
Il poco invidiabile primato appartiene ad uno dei Padri del Calcio, Lord Kinnaird, anche se per quasi un secolo se ne persero le tracce. Nella finale del 1877, infatti, Kinnaird difendeva la porta dei Wanderers, e ad un certo punto indietreggiò oltre la linea di porta con la palla fra le mani. L’arbitro assegnò il gol all’Oxford, ma per qualche strano motivo i rapporti ufficiali non ne fecero menzione. Fu così che per molto tempo il risultato della finale fu per tutti 2-0, fino a quando qualcuno rimediò all’errore storico e Lord Kinnaird non tornò sui libri di storia anche in questa sezione…
- IL PRIMO A SEGNARE IN DUE FINALI SUCCESSIVE.
Alexander George Bonsor segnò con gli Old Etonians nel 1875 e 1876, gol inutili in entrambe le occasioni. Curiosamente, Bonsor vinse due FA Cup con i Wanderers nel 1872 e 1873, senza però riuscire a segnare.
- IL PRIMO A SEGNARE IN TRE FINALI SUCCESSIVE.
Questo record è invece di Jimmy Brown del Blackburn Rovers. In gol per la prima volta nel 1884 contro il Queen’s Park, Brown si ripetè nel 1885, ancora contro gli scozzesi. Completò la tripletta nel 1886 contro il WBA, battuto per 2-0.
- IL PRIMO A SEGNARE IN OGNI TURNO DI FA CUP.
Archie Hunter dell’Aston Villa riuscì nell’impresa nell’edizione 1886-87, anche se i Villans furono esonerati dal quarto turno. Sandy Brown del Tottenham giocò e segnò in tutte le partite del 1901.
- IL PRIMO GOL A WEMBLEY.
Lo realizzò David Jack nella Finale del Cavallo Bianco del 1923 fra Bolton e West Ham. L’ultimo fu invece quello di Di Matteo (Chelsea) nella finale del 2000 contro l’Aston Villa, l’ultima giocata al vecchio Wembley prima della demolizione.

13 novembre 2024

FA Cup - La coppa che mi riappacifica.

Come mi accade da molti anni, troppi anni, vengo assalito dall’ormai solita forma di rifiuto verso il nostro calcio. Mi rendo conto di invecchiare e come tutti gli “anziani” sovente mi rifugio nei ricordi e nel “quanto era bello una volta”.
Il passo successivo che compio ormai da tempo è il rifugiarmi tra le mie collezioni di programmi, riviste, annuari, distintivi, coccarde, VHS e Dvd di vecchie stagioni.
Di conseguenza, come ad ogni inizio di stagione mi lascio andare ad uno sguardo alle formazioni della Premiership e vi trovo selezioni internazionali e sempre meno britannici. Stesso discorso per gli allenatori, per non parlare dei presidenti, forse si salva ancora l’addetto al taglio dell’erba del terreno di gioco o almeno lo suppongo.

Chissà, magari i club della Premier League (ma anche della Football League) hanno scoperto che i malesi o i canadesi sono maestri nel taglio del manto verde e quindi nemmeno più il “groundsman” proviene da Hackney o da Accrington.
Poi ci aggiungiamo il costante declino delle maglie da gioco dove stile, sobrietà, eleganza, rispetto delle tradizioni hanno ormai ceduto il passo a orrendi tentativi di stupire e null’altro.
Ma come ogni anno, so già che arriverà il momento che mi riappacifica con il nostro football…la F.A. Cup!!!
Ebbene si, ogni anno la stessa solfa, lo so che dovrò soffrire ma già l’Extra Preliminary Round mi vede scandagliare i risultati, cercare i dati sulle presenze degli spettatori, possibilmente immagini fotografiche o video.
E così è stato anche quest’anno, poi subito dopo il solito sguardo distratto ai risultati dei vari campionati per poi rituffarmi nelle ricerche per il Preliminary Round e poi in un attimo sarà già ora del First Round e man mano che arrivano squadre della terza o quarta serie già abbiamo qualche clamorosa eliminazione che, a parte la sorte del proprio club preferito, è il succo della competizione per il quale merita seguire ogni singolo incontro di ogni turno.
E’ chiaro che anche nella Coppa con la “C” maiuscola, la Coppa per eccellenza, diciamolo pure, l’unica Coppa (almeno per me) bisogna fare i conti con il cosiddetto progresso ma è pur vero che vedere i bambini del local club dilettantistico che al fischio finale corrono attraverso il terreno di gioco per festeggiare il passaggio del turno proprio come accadeva nel 1972 a Hereford (nella foto sopra) o nel 1947 a Yeovil o nel 1968 a Tow Law apre il cuore!

E così in un attimo siamo arrivati Third Round e anche qui abbiamo assistito ad alcuni
giant-killing che entreranno a fare parte della infinita storia di questa competizione. Il Barnet che vince a Bramall Lane, il Newport County che elimina il Leicester, l’Oldham che passa a Fulham con in panchina l’allenatore provvisorio pescato dalle giovanili per tamponare il vuoto creatosi dopo che il titolare della panchina era stato sollevato dal suo incarico. Allenatore provvisorio che prima di tutto è un tifosissimo dell’Oldham, aveva già acquistato il biglietto ferroviario per scendere a Londra per assistere al match come fan e si è ritrovato nelle vesti di protagonista.
Poi come ogni anno arriverà la finale ed io, come faccio da diverse stagioni, non la guarderò perché ormai in finale ci vanno sempre le solite 3 o 4 grandi squadre della Premiership e non più il QPR o il Wimbledon o il Coventry City o il Watford e Wembley non ha più la pista per le corse dei cani, non ha più le Torri e nemmeno le panche ed i seggiolini in legno.
Ma a casa ho un seggiolino in legno verniciato di blu del vero Wembley, me lo ero accaparrato ad un’asta quando fu demolito l’Empire Stadium.
Così il giorno della finale mi siedo lì e sfoglio qualche Football Monthly con lo speciale sulla finale o qualche programma di finali del passato aspettando che tutto ricominci dopo le vacanze estive.
di Gianluca Ottone

27 settembre 2024

COVENTRY CITY. Magie di FA Cup.


























L'Inghilterra è considerato il paese con la più famosa, bella e tradizionale coppa nazionale che, molto spesso, ha regalato sorprese uniche, grandi partite e replay storici. Secondo alcuni dati della Football Association, la FA Cup è il trofeo che, per almeno una volta, è stato vinto da quasi tutte le squadre di categorie differenti e città (o contee) differenti.
Una famosa cavalcata storica, in questo ambita competizione anglosassone, fu quella del Coventry City che, nella stagione 1986-87, alzò al cielo dell'Empire Stadium (Wembley).
Il Coventry City è un squadra di calcio originaria del distretto cittadino di Coventry, appunto, sito nelle West Middlands. Storicamente parte del Warwickshire, Coventry è la decima città più popolosa d'Inghilterra e la tredicesima dell'intero Regno Unito.
Il club calcistico fu fondato nel 1883 per diventare, nel 1892, un club professionistico a tutti gli effetti. La sua storia non è mai stata del tutto avvincente, ha spesso militato il categorie inferiori alla First Division (oggi Premier League) e vanta, nel suo palmares, un sola Coppa d' Inghilterra.
Questo articolo tratta proprio di quella corsa a quell'unico trofeo presente in bacheca degli “Sky Blues”.
Nella stagione calcistica 1986-87, il Coventry City militava nella First Division ma, ovviamente, non rientrava tra le favorite e, di fatto, concluse il campionato con uno scialbo decimo posto in classifica. Il club di Coventry, però, prese sul serio la FA Cup in quanto non lo riteneva un trofeo impossibile da vincere.
Al sorteggio del Terzo Turno di coppa d'Inghilterra, l'urna mise di fronte agli Sky Blues il Bolton Wanderers che, all'epoca, vacillava in fondo alla Terza Divisione. 
La vittoria al Highfield Road fu uno schiacciante 3-0 per il Coventry City.
Nel Quarto Turno, però, sembrava che tutto potesse svanire in quanto, il City, si trovò a dover affrontare un test molto importante in quel di Manchester, per la precisione ad Old Trafford. Davanti a sé non vi era un Manchester United grandioso (che oltretutto terminò la stagione sotto al Coventry) ma erano sempre i Red Devils. Il team del West Middlands, però, riuscì ad espugnare la tana dello United per 0-1.
Negli ottavi di finale vi fu la trasferta in casa del Stoke City dove, ancora una volta, il Coventry City vinse con un risultato di 0-1.
Ormai tutti i tifosi della cittadine credevano nell'impresa dei loro beniamini ed il sorteggio, per i quarti, diede un agguerrito Sheffield Wednesday che però venne schiacciato, in casa, da un Coventry City che vinse per 1-3. Dopo questa vittoria, c'era fiducia nei propri mezzi e il club ed i loro supporters credevano nella speranza di portare l'ambita FA Cup nelle West Middlands.
In semifinale, l'avversario fu un Leeds United che si trovava in Second Division ma, visto che si trovava in semifinale, non avrebbe ceduto di un centimetro agli assalti del Coventry. Si giocò ad Hillsborough. Passò in vantaggio il Leeds United con Ronnie ma poi vi fu una rimonta per 2-1 da parte del Coventry con le reti di Gynn ed Houchen ma, quando sembrava fatta, al 83esimo il Leeds United pareggiò con Edwards. Sarà il goal di Bennett ai tempi supplementari che permise l'accesso alla finalissima.
La finale fu giocata, ovviamente, a Wembley contro i londinesi del Tottenham Hotspurs che batterono, in semifinale il Watford.
L'Empire Stadium raccolse a sè ben 96.000 spettatori, l'arbitro di gara fu il mancuniano Neil Midgley che diede il fischio alle ore 15:00 del 16 Maggio 1987.
Alla prima azione buon per il Tottenham , la difesa del Coventry si fece trovare impreparata e, su un cross dalla destra di Waddle, Clave Allen bucò, di testa, la porta degli Sky Blues difesa da Ogrizovic. Questo, però, non abbattè il Coventry City che che reagì subito e, dopo soli sei minuti arrivò alla rete del pareggio grazie al solito Barnett. L'azione ebbe inizio da centrocampo, zone metà campo degli Spurs, e Greg Downs fece un lancio verso l'area di rigore avversaria, Houchen giocò di sponda e, un rapido Bernett, agganciò il pallone nei pressi dell'arietta piccola, smarcò il portiere avversario andando a rete. 1-1. Da lì il Coventry City prese coraggio e macinò molto gioco ed arrivò al goal anche con Regis ma venne subito annullato per presunto fallo da parte del numero 9 degli Sky Blues. Verso il terminare del primo tempo il portiere del Coventry Ogrizovic si avventurò fuori dall'area di rigore di competenza e, quando rinviò, colpì un giocatore del Tottenham rischiando di combinare la frittata visto che che poi i londinesi sprecarono l'occasione.
Al 40esimo, però, gli Spurs tornarono in vantaggio grazie ad un colpo di testa di Mabbutt. Anche qui il portiere del Coventry non fu incolpevole, visto che prima uscì poi tornò indietro tra i pali. Il primo tempo terminò così con il Tottenham in vantaggio. Nella ripresa si vide un Coventry City molto più agguerrito che lottava su ogni pallone e, al 62esimo, un cross dalla destra di Barnett attraversò l'area di rigore degli Spurs e sbucò indisturbato Houchen che, in tuffo di testa, concluse a rete per il goal del pareggio. Sugli spalti ci credevano i supporters degli Sky Blues mentre, in campo, il team allenato, all'epoca, da Sillett iniziò anche a giocare più duro mettendo sempre la gamba; clamoroso fu il contrasto, sul finire di gara, tra Klicline (Coventry City) e Mabbutt (Tottenham) dove, quest'ultimo, spiccò letteralmente il volo dopo il contrasto con l'avversario.

























Si andò ai supplementari ed entrambi i team volevano chiudere la pratica il prima possibile. A chiuderla è, al 95esimo, il Coventry City con la complicità del Tottenham. McGrath del Coventry si avventurò, sulla fascia di destra, in una corsa fino al fondo tentò un cross potente terra-aria che, però, venne intercettato da Mabbutt. Sfortuna, per il numero 6 del Tottenham, volle che la palla prendesse uno strano effetto e sorprese con una “palombella” il portiere degli Spurs: Clemence.
E' 3-2, è, goal, anzi autogoal, è Coventry City in vantaggio, è delirio sugli spalti (settore Coventry) dell'Empire Stadium di Wembley. Nel resto dei tempi supplementari, il Tottenham provò, come potè, a rimontare ma sbatteva con un muro celeste. Al momento del triplice fischio da parte di Midgley, lo stadio scoppiò in una festa tutta a tinte celesti, era fatta: il Coventry City conquistò il suo primo (unico a tutt'oggi) trofeo prestigioso. I tifosi Sky Blues erano al settimo cielo la festa continuò per giorni. Oggi, se si va a visitare il Museo dei Trasporti di Coventry, vi è esposto il bus Double-Decker con la quale il team sfilò per le strade della città del West Middlands
La FA Cup ha regalato, regala e regalerà sempre romantiche storie di calcio la magie ed il fascino che possiede è tutta raccolta in un'antica tradizione che non va mai snobbata, anzi, è da considerata, spesso, molto più importante di un campionato vinto, di una salvezza raggiunta o una qualificazione europea.
di Damiano Francesconi

23 settembre 2024

"FA Cup Final 1973. The scratch of the cat" di Simone Galeotti

Quando il signor Ken Burns da Stourbridge fischia la fine dell'incontro, lo spicchio di Wembley colorato di biancorosso esplode in un boato di gioia. 
E Bob Stokoe, si alza dalla panchina e corre. Il Sunderland ha appena conquistato la sua seconda FA Cup battendo in una finale palpitante di emozioni, il Leeds United di Don Revie.

























Lo ha fatto non solo da sfavorito ma anche da compagine di seconda divisione. Era la prima volta dal dopoguerra che un team “cadetto” saliva i gradini del royal box per ricevere il trofeo. Accadde anche nel 1931 con il WBA. Accadrà di nuovo nel 1980 quando un frizzante e irrispettoso West Ham befferà l'Arsenal detentore. Anche quel 5 maggio 1973 i bianchi di Elland Road si inchineranno al Sunderland da campioni uscenti. Corsi e ricorsi storici. Poesia e bellezza della coppa più antica del mondo. E intanto, Bob Stokoe continua a correre. Bob Stokoe è il manager dei black cats da cinque mesi. Ha raccolto una squadra che navigava nelle torbide acque dei bassifondi di classifica dell'ostica second division. Con lui al timone il Sunderland virerà decisamente verso posizioni di classifica di tutto rispetto e sopratutto raggiungerà l'atto finale della coppa. Corre impazzito di felicità. Corre verso Jim Montgomery. Verso quel portiere che con due parate strepitose ha consentito al club del nord est d'Inghilterra di mantenere la rete di vantaggio e aggiudicarsi la coppa. La sua corsa a braccia aperte, cappello marrone a nascondere una calvizie incipiente, impermeabile trench beige sopra la tuta d'ordinanza rossa, resterà nella memoria come uno dei momenti più carichi di entusiasmo e commozione di sempre. Ad immortalarlo in quell'attimo, saranno non solo le riprese televisive e i flash dei fotografi, ma anche una statua che oggi campeggia all'esterno dello Stadium of Light. Omaggio e tributo all'uomo. Ricordo e testimonianza per chi quel giorno l'ha vissuto. Ma anche per chi non c'era. Per chi ci sarà, e vorrà capire la magia di certe emozioni. Per lui la vittoria sarà doppia. Racconterà che un giorno quando era alla guida del Bury, Don Revie cercò di corromperlo per favorire il successo dei suoi. L'incrocio di destini è straordinario se si pensa che Brian Clough forse il maggior nemico giurato di Revie si infortunò giocando per il Sunderland proprio contro il Bury di Stokoe, per poi prendere il posto di Donald George Revie al Leeds quando quest'ultimo assunse la guida della nazionale. Come detto in precedenza c'era già una coppa d'Inghilterra nella vetrina dell'argenteria del Roker Park, il vecchio e glorioso stadio del Sunderland. Costruito per rivaleggiare in grandezza con gli odiati vicini di Newcastle ed inaugurato nel 1898. Fu abbandonato nel 1997 a favore di un complesso di case residenziali e far posto al nuovo Stadium of Light. Un gioiello. Moderno e confortevole. Ma il cuore di tanti tifosi pulsa ancora sotto inclementi colate di cemento. 


Quella coppa, la prima, era datata 1937. Per gli annali, il Sunderland si impose 3-1 sul Preston di fronte a 121.919 spettatori. Per la statistica andarono a segno Gurney, Carter, e Burbanks. Per i romantici, un ragazzino di dodici anni, Billy Morris, entra a Wembley con un gattino nero in tasca. Un portafortuna. Sarà uno dei motivi (ma non l'unico) per cui nel 2000 quando il club decise di indire un referendum per eleggere definitivamente il nick name della squadra l'appellativo “Black Cats” vincerà con largo margine. La FA Cup 1973 inizia nel tradizionale “terzo turno” di gennaio dove entra in scena la nobiltà vecchia e nuova di prima e seconda divisione. Inizia a Nottingham, sponda Notts County. Al Meadow Lane finirà 1-1, ma nel replay giocato in casa tre giorni dopo il Sunderland si imporrà per 2-0. Al quarto turno servirà ancora una ripetizione per decidere chi potrà accedere al turno successivo. Dopo che il Reading ha imposto il pareggio per 1-1 al Roker Park i biancorossi vanno a vincere in trasferta 3-1. Negli ottavi o se preferite al quinto turno l'abbonamento al replay del Sunderland prosegue. E questa volta il club di Stokoe fa una vittima illustre. Il Manchester City che aveva eliminato il Liverpool. Al Maine Road è un autentica battaglia che terminerà sul 2-2. Ma in casa il Sunderland non fa sconti e i Citizens si arrendono. 3-1!. La coppa entra nel vivo e sabato 17 marzo nei quarti di finale, l'occasione è troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire. I Black cats pescano il Luton Town e lo affrontano fra le mure amiche. Finirà 2-0 e per il club di Roker park si aprono le porte di Hillsborough. Si aprono le porte della semifinale, preludio agli sfarzi di Wembley. Ma l'impresa è ardua. C'e da battere l'Arsenal e l'emozione di certe serate. In quelle semifinali ad eccezione del Sunderland che come detto militava in seconda divisione, gli altri tre team erano tutte squadre di massima serie e tra le altre cose anche le migliori visto e considerato che al termine del campionato l'Arsenal giunse secondo alle spalle del Liverpool campione, il Leeds United si classificò terzo e il Wolverhampton Wanderers finì la stagione al quinto posto. Sunderland- Arsenal, dunque. 
E' il 7 aprile 1973. La muraglia umana dei tifosi è impressionante su tutti i lati dello stadio. Ci saranno in totale oltre 55.000 spettatori. Per la città di Sunderland è già un evento. Si muoveranno in 23.000, fra treni, autobus, e mezzi privati. I gunners scendono in campo con la maglia da trasferta gialla su pantaloncini blu, come al solito un effetto cromatico straordinario sul rettangolo verde. Il Sunderland opta per un impeccabile tenuta completamente bianca. Come una damigella debuttante al gran ballo dell'aristocrazia. Su Hillsborough tira un vento insidioso. I centrali dell'Arsenal commettono un errore sulla ribattuta dei centrocampisti avversari e Vic Halom ne approffitta per battere Wilson con un mezzo pallonetto. Alla fine del primo tempo i ragazzi di Stokoe sono avanti 1-0. Nella ripresa la convinzione di potercela fare cresce con il passare dei minuti e diventa quasi una certezza quando Hughes di testa raddoppia per i suoi su una rimessa in gioco di Bobby Kerr spizzicata leggermente da Dennis Tueart. L'Arsenal proverà a rientrare in partita ma il goal di Charlie George nel finale di gara non sarà sufficiente. Il Sunderland andrà a Wembley a giocarsi la finale con il Leeds United che intanto nell'altra semifinale, ha battuto i Wolves 1-0 a Maine Road con una rete di Billy Bremner. Immediatamente si scatenò un autentica corsa al biglietto. Tutta Sunderland avrebbe voluto scendere a Londra. Una Sunderland quella dei primi anni settanta che ancora vantava uno dei cantieri navali più importanti del mondo, gli shipyards, dove generazioni di operai piegavano l’acciaio sotto cieli perennemente grigi, ma almeno con una busta paga a fine mese. Dove ancora le miniere non risentivano della crisi e degli scioperi degli anni ottanta.
Dove il Wearmouth Bridge accoglieva il sempre maggiore volume di traffico cittadino. Il 5 maggio 1973, mentre il presidente della Federcalcio Inglese e il Duca di Kent salutavano le due squadre sotto le torri dell' Empire Stadium, Sunderland era deserta. Coloro che erano rimasti a casa si incollarono a radio e tv per seguire la partita. Per le agenzie di scommesse non ci sarebbe stata partita. Troppo più forte il Leeds United. Troppo più smaliziata ed esperta la squadra di Don Revie che per ogni ruolo poteva permettersi di schierare un nazionale. Uno squadrone stellare temuto ovunque e che se nel campionato appena concluso era arrivato solo terzo, aveva raggiunto non solo questa finale di FA Cup ma anche l'atto finale della Coppe delle Coppe. Avrebbe sfidato il Milan di Rocco e Rivera a Salonicco, in una partita i cui echi risuonarono per molto tempo. Al 30° della prima frazione di gioco David Harvey il portiere del Leeds, alza sopra la traversa un pallonetto da quasi metà campo di Kerr. Dalla bandierina Billy Hughes scodella un pallone che carambola maldestramente sulle gambe di Halom, ma quel controllo approssimativo permetterà allo scozzese Ian Porterfield di battere violentemente a rete il goal dell' 1-0. Sarà la rete che deciderà l'incontro, ma il momento decisivo è senza dubbio quello avvenuto a venti minuti dalla fine. Reaney mette in mezzo un pallone che Cherry gira verso la porta, ma Montgomery con un tuffo prodigioso dice di no deviando il pallone però nei piedi dell'accorrente Peter Lorimer. Sembra fatta per il Leeds, sembra che quel meraviglioso pallone color ocra debba placidamente terminare la sua corsa nelle capienti reti di Wembley. Ma il destino di quella partita è già stato scritto a favore del Sunderland e Montgomery riesce miracolosamente a intercettare la sfera che come impazzita carambola solo sulla traversa. E l'episodio che permetterà a capitan Kerr di alzare orgogliosamente la coppa d'Inghilterra mentre nel cielo di Londra esplode l'urlo dei supporters biancorossi, e a Sunderland è festa grande.
Al ritorno in città un autobus scoperto portò in parata gli eroi di Wembley da Carville a Roker Park, fra scene di genuino entusiasmo popolare. Ci riproveranno diciannove anni dopo. Ancora da squadra di seconda divisione.
Ma il 9 maggio 1992 il Liverpool di Greame Souness si imporrà per 2-0 spegnendo i nuovi sogni di gloria dei black cats.
di Simone Galeotti, https://lettereinchiaroscuro.blogspot.com

10 settembre 2024

1989 LIVERPOOL vs EVERTON, emozioni...



Credo che non ci sia mai stata una cornice più degna del vecchio stadio di Wembley per ospitare una finale calcistica. 
Se poi la finale in questione è quella di F.A. Cup allora siamo di fronte alla sublimazione, alla chiusura del cerchio, all' elevazione di tutto e tutti.
E che bella Londra in certi giorni di primavera, le sue strade, la sua gente così variegata, i suoi palazzi, non sembra davvero la città plumbea e piovosa descritta tante volte magistralmente nelle mirabili pagine di Charles Dickens e Arthur Conan Doyle.
Ma torniamo a noi, le divagazioni letterarie non devono distrarmi. 
20 maggio 1989: Liverpool vs Everton, Final Tie
Esattamente cinque settimane dopo la tragedia di Hillsborough, un graffio dentro la memoria di ogni appassionato di football. Eppure era un giorno bellissimo. L'erba di Wembley sembrava brillare di luce propria, una schacchiera di verde dove risaltavano uomini vestiti di rosso e di blu. E poi le reti, quelle reti...i pennoni sulle torri con la union jack che garriva fieramente, accarezzata da una brezza leggera. Un incanto, un intera città ferità che orgogliosamente celebrava il suo giorno di gloria. Ma soprattutto era il giorno (e lo fu) del tributo, della memoria condivisa, il ricordo ancora maledettamente troppo fresco di quelle 96 vittime della semifinale di Sheffield. 
Quando venne intonato "Abide with me" non sembrava nemmeno più uno stadio di calcio, sembrava che l'intero Wembley fosse stato sollevato e trasportato qualche miglia più a sud vicino al placido Tamigi sotto le possenti arcate di Westminster. 
Si Dio resterà con voi, e avrà cura di voi.

Devozione, poi applausi, veri convinti scroscianti, e Gerry Marsden guida subito dopo uno struggente "You ll' never walk alone" cantato a squarciagola dai tifosi dei reds e osservato in un quasi liturgico rispetto dai cugini dell'altra squadra della Mersey. 
Tutta l'Inghilterra e non solo si commuove. Viene voglia di piangere senza vergogna, senza pudore. Entrambe le squadre portano il lutto al braccio, una fascia nera su maglie indimenticabili per chi come me ha amato pazzamente gli anni ottanta. 
Si parte fischio d'inizio, c'è Joe Worrall a dirigere il match. Nessuno si è ancora ripreso dall'emozione che John Albridge ha già portato in vantaggio il Liverpool ( espiazione forse dell' errore commesso l'anno precedente quando aveva sbagliato un rigore regalando di fatto la coppa a quei matti del Wimbledon ). 1-0, dunque, quante volte le finali sono terminate 1-0, sembra un punteggio fatto apposta per una finale!.
Ma invece no, almeno questa volta. Al 59' del secondo tempo Colin Harvey tira fuori il coniglio dal cilindro anzi lo scozzese dal cilindro. Fuori Paul Bracewell e dentro Stuart McCall, che pareggia a un minuto dalla fine toccando la sfera quanto basta in una selva di uomini in area rossa, 1-1. Gli attimi che seguiranno sono indescrivibili gioia pura dei tifosi dei toffes e irrefrenabile invasione di campo. Tutto pacifico ma tanta paura. 
E cosi si va ai tempi supplementari, appendice coinvolgente di una splendida finale, che pare chiudersi quando Ian Rush riporta avanti il Liverpool. Siamo 2-1. 
Ma il genietto perverso dello spettacolo ha ancora in serbo spazio e gloria per McCall che con una rete spettacolare da fuori area impatta sul 2-2. 
Tuttavia è tutt'altro che finita, il solito Rush istrione gallese sonnacchioso e ironico infila di testa la rete decisiva del 3-2 per i suoi. Adesso è proprio finita, ha vinto il Liverpool che guidato dal suo capitano irlandese Ronnie Whelan sale i 39 gradini del Royal Box per ricevere il trofeo. 
La fenice della Mersey risorge dalle sue ceneri ma quel giorno a Wembley hanno vinto tutti. 

7 settembre 2024

WATFORD, Il volo del calabrone.





















Breaking hearts. E' il maggio del 1984 e Elton John, è nel pieno di un tour in Germania per promuovere il suo ultimo album. Breaking hearts, infrangere i cuori. Ma il cuore è un muscolo involontario, al cuore non si comanda. E allora nel bel mezzo dei concerti tedeschi, c'è uno stop, una sosta prestabilita, una fermata obbligatoria, quanto basta per prendere l'aereo e tornare a Londra. Si, perchè la storia aveva chiamato, fissando l'appuntamento. A Wembley il 19 maggio il Watford F.C sarebbe stato protagonista della finale di coppa d'Inghilterra contro l' Everton. Mai successo ne prima ne dopo.. almeno fino ad oggi.

La parabola era cominciata sette anni prima, quando lo stravagante cantante nato a Pinner distretto di Harrow nord-ovest londinese, decide che è giunta l'ora di provare a risollevare le sorti di quella che da sempre è la squadra per la quale fa il tifo. Watford appunto. The hornets, i calabroni per via del giallo nero delle maglie.
Il primo tassello si chiama Graham Taylor, inglese di Worksop.
Assomiglia a un ufficiale al servizio di sua maestà, sarebbe stato a suo agio anche a prua della Victory accanto a Lord Nelson fra i gorghi di Trafalgar, oppure in mezzo ai quadrati di Wellington a Waterloo a respingere i poderosi assalti della vecchia guardia napoleonica. Stratega accanto a strateghi. Ma le battaglie di Taylor sono sul campo di calcio. Da calciatore veste le maglie di Grimsby Town e Lincoln, ed è proprio lavorando come allenatore nel city che Elton John lo chiama e lo porta nel Watford, nella feroce quarta divisione inglese, nella pioggia e nel fango di Vicarage Road.
Ed e una scalata senza precedenti, solo il Wimbledon qualche anno dopo sarà capace di fare qualcosa di simile. 
Nel 1982/83 i golden boys sono ai nastri di partenza della massima serie, e sarà solo per lo strapotere del Liverpool che i ragazzi di Taylor non si sederanno sul trono d'Inghilterra. Certa nobiltà non ammette intrusioni al potere..
L'anno seguente non sarà un campionato felicissimo, ma c'è anche l'impegno europeo in coppa UEFA a limare le energie. Un avventura che si chiuderà negli ottavi di finale per mano dei cechi dello Sparta Praga.
Ma è la F.A. Cup a tenere banco a far sperare, a far brillare gli occhi, e il sogno va vicinissimo dall' essere realizzato. Nell' ordine cadono gli Hatters i cappellai del Luton Town in due derby infuocati, Charlton, Brighton, e Birmingham City. Poi si aprono le porte del Villa Park per la semifinale, giocata di fronte a 43000 spettatori . C'è il Plymouth a contendere l'accesso ai fasti di Wembley. Ci pensa Hot cross John Barnes a telecomandare un traversone per la testa del biondo George Reilly che segna il goal sicuramente più importante di tutta la sua carriera. 1-0.
Ci sono immagini di repertorio che testimoniano, la gioia, quasi l'incredulità dei tifosi del Watford all'indomani del successo di Birmingham. Cartelli affissi davanti alla sede del club, riportano: “FA cup final terrace tickets £ 5 Queue”. E poi sorrisi di gente entusiasta che mostra l'agognato biglietto dove spicca in nero l'inconfondibile sagoma della coppa più bella del mondo. Da Watford all' Empire Stadium la distanza è breve, solo poche miglia più a sud, non si cambia nemmeno linea, una decina di stazioni della metropolitan (quella viola..) e si scende a Wembley Park.
Il capitano è Les Taylor numero 4 che presenta i suoi compagni alle autorità;
Sherwood, Bardsley, Price, Terry, Sinnott, Callaghan, Johnston, Reilly, Jackett, Barnes. Allineato a pochi passi da loro c'è l' undici di Howard Kendall, forse l' Everton più forte di sempre, e che l'anno successivo a Rotterdam contro il Rapid Vienna conquisterà anche l'ormai ahimè scomparsa coppa delle coppe.
Per pura nota di cronaca questa è la prima finale giocata con maglie dove appare lo sponsor. “Iveco”, per il Watford su una “Umbro” giallo rossa da favola, “Hafnia”, per l' Everton su una “Le coq sportif”di un vivace blu per niente male. Il contrasto cromatico rende gloria al Dio del football.

Nella prima mezz'ora gli uomini di Taylor partono alla grande e si fanno anche piuttosto pericolosi, ma due episodi li condannano. Il primo avviene al 38' del primo tempo quando Greame Sharp intercetta un tiro di Stevens maldestramente sfiorato da Barnes che accarezza il palo e termina placidamente in rete . Poi al 51' della ripresa Andy Gray approfitta di un uscita diciamo non perentoria di Sherwood per sospingere in goal di testa un cross di Steven che sembrava non finire mai. Finisce 2-0, c'e solo la sempre suggestiva consolazione di salire i gradini del palco reale e ritirare la silver medal. I tifosi dell' Everton espongono uno striscione che recita: “sorry Elton- i guess that's why they call us the blues !” Scusaci Elton immaginiamo che sia per questo che ci chiamano i Blues.
Eh si, breaking hearts,.. è proprio il caso di cantarlo Sir, ci avete davvero spezzato il cuore.
di Simone Galeotti, https://lettereinchiaroscuro.blogspot.com

5 agosto 2024

LA STORIA DELLA FA Cup (part 5) - Era moderna fino al 2003.

Il racconto della storia della FA Cup volge ormai alla fine, rimane da raccontare degli anni ’90 e delle ultimissime finali, quelle dell’”esilio” in Galles. Lo scorso decennio è caratterizzato da grandi cambiamenti non solo per questa storica competizione, ma per tutto il movimento del calcio inglese.























Il Taylor Report costringe la stragrande maggioranza dei club ad apportare significativi ammodernamenti ai propri stadi (che in alcuni casi verranno messi in pensione e sostituiti con nuovi impianti); nasce la Premier League; Sky, la televisione del magnate australiano Rupert Murdoch, stipula con la neonata lega contratti multimilionari che permettono l’esborso di cifre fino ad allora impensate per l’acquisto di giocatori; allenatori e campioni (o presunti tali) stranieri imbottiscono le rose delle squadre inglesi. Insomma trionfa, come d’altronde ovunque, quello che molti definiscono, spesso con accezione dispregiativa, il “calcio moderno”. La Coppa d’Inghilterra perde una parte della sua importanza. Vincere la Premier diviene prioritario, quanto meno per le grandi d’oltre Manica. Intendiamoci, la FA Cup non viene proprio snobbata, però c’è un calo degli spettatori (soprattutto negli incontri tra piccole e grandi in casa di queste ultime) e non sempre si schierano le migliori formazioni possibili, pensando agli impegni di campionato (e/o di Champions League, altra novità degli anni ’90).
Nel 1992 si pone anche fine ai replays ad oltranza. Se ne gioca uno solo, in caso di parità si va ai supplementari e poi ai rigori. La prima finale del decennio scorso sembra però voler perpetuare il mito di questa storica competizione. Manchester United e Crystal Palace, all’epoca con Ian Wright al centro dell’attacco, mettono in scena un match vibrante e spettacolare, che termina con un inedito 3-3 che costringe le due squadre alla ripetizione. I tifosi degli Eagles, illusi da una doppietta di Wright, vedono svanire i loro sogni a sette minuti dalla fine, quando Mark Hughes pareggia il match. Nel secondo incontro – finito 1-0 e tra i più brutti della storia delle finali – ci pensa il carneade Lee Martin ad assicurare il primo successo della gestione Ferguson. Per il piccolo Crystal Palace rimane la soddisfazione di aver eliminato il grande Liverpool in semifinale per 4-3 dopo aver perso con gli stessi Reds una partita di campionato per 9-0! Potenza della Coppa d’Inghilterra… 
Nel 1991 tornano a vincere gli Spurs, 2-1 sul Nottingham dopo i supplementari, in quella che sarà la finale delle lacrime di Paul Gascoigne. Lacrime di dolore, visto che il bizzarro campione di Newcastle è costretto ad abbandonare il campo dopo pochi minuti a causa di un (suo) tackle assassino, che gli aveva procurato un grave infortunio al ginocchio. Il 1992 vede invece il ritorno a Wembley di una formazione di Second Division: il Sunderland. Il miracolo non riesce, troppo forte il Liverpool, che si impone 2-0, con il quinto gol di Ian Rush in una finale – gli altri quattro, equamente divisi, li aveva fatti nel 1986 e nel 1989.
L’anno dopo c’è la storia infinita della sfida tra Arsenal e Sheffield Wednesday. Dopo aver sconfitto Waddle e compagni nell’atto conclusivo di League Cup, i Gunners hanno la meglio anche in FA Cup, ma solo al replay (prima gara 1-1) e solo grazie ai miracoli di 10 David Seaman e al gol decisivo di Tony Adams. Segnatura realizzata all’ultimo minuto dei tempi supplementari! Forse quel giorno il Dio del calcio preferì non vedere una finale di Coppa d’Inghilterra decisa dal dischetto. Come dargli torto! Tra il 1994 ed il 1996 è sempre finalista il Manchester United, anche se con alterne fortune. Roboante il 4-0 rifilato al Chelsea nella prima occasione, con doppietta su rigore di Eric Cantona, sorprendente lo 0-1 rimediato contro l’Everton guidato da Paul Rideout l’anno successivo, ultimo successo dei Toffeemen a Wembley.
Nel 1996 invece la finale contrappone lo United ai rivali storici del Liverpool. L’eroe di una partita bruttina ma combattuta fino alla fine è il grande Eric Cantona, che a quattro minuti dalla fine manda in estasi i suoi tifosi, quell’anno già felici per aver portato a casa il campionato. Sul gol non mancano le responsabilità di “Calamity” James, allora portiere dei Reds. Ma come scordare la magica traiettoria del pallone calciato da Cantona? Difficile, così come, per opposti motivi, è stato difficile per i tifosi del Chelsea e del Middlesbrough dimenticare il primo minuto dell’atto conclusivo del 1997, che vedeva opposte le loro squadre. Forse dovremmo parlare dei primi 42 secondi, tanto bastò infatti a Roberto Di Matteo con un tiro da fuori area per stroncare le speranze del Boro e siglare il gol più veloce della storia delle finali disputate a Wembley. Ruud Gullit diventa il primo manager non britannico a vincere la FA Cup.
Nel 1998 la Toon Army di Newcastle torna a giocare una finale dopo ben 24 anni, ma l’Arsenal nega la gioia del successo ai Geordies, regalandosi un meritato double. Di Overmars ed Anelka le reti dei Gunners. Nuova sconfitta per il Newcastle l’anno dopo, quello del treble del Manchester United, troppo forte per i Geordies, dominati forse al di là del 2-0 finale. Teddy Sheringham, partendo dalla panchina, diventa l’eroe del match, con un gol e ed un assist al bacio per Paul Scholes.





















Eccoci allora al fatidico anno 2000, ovvero all’ultima finale disputata all’ombra delle due torri. Il vecchio Wembley Imperial Stadium chiude i battenti, sarà demolito per far posto 11 ad un nuovo impianto, ultramoderno ed ultracostoso. Il Chelsea liquida l’Aston Villa per 1-0 (nella foto sopra) con un’altra segnatura di Roberto Di Matteo, sfortunato eroe della tifoseria dei Blues, da lì a pochi mesi costretto al ritiro a causa di un grave infortunio. Per l’atto conclusivo del 2001 ci si sposta quindi al bellissimo Millennium Stadium di Cardiff, costruito per i mondiali di Rugby del 1999, che ospiterà la FA Cup fino al 2005.
La prima finale gallese è una vera e propria classica: Liverpool-Arsenal. Vincono i Reds in rimonta, grazie a due splendidi gol di Michael Owen negli ultimi minuti. Ma i Gunners si rifaranno nel 2002, 2-0 al Chelsea, sempre battuto dagli uomini di Wenger nelle ultime edizioni della coppa, e nel 2003, 1-0 al Southampton, che sperava di ripetere l’impresa del 1976.
Da notare che quella dell’anno scorso è stata la prima partita giocata “al chiuso”, ovvero sotto il tetto semovente dello stadio di Cardiff. Il resto è storia dei nostri giorni: l’ennesima semifinale Manchester United-Arsenal vinta dai Red Devils e la sorpresissima Millwall, i “brutti, sporchi e cattivi” del Sud di Londra, dalla bacheca dei trofei miseramente vuota, che si giocano la finale contro la squadra che ha vinto più volte la competizione (dieci successi). Come finirà? Senza scomodare il solito mito di Davide contro Golia, basta ricordare che la storia della FA Cup è ricca di sorprese, anche clamorose…
di Luca Manes, da "UK Football please" (giugno 2004)

4 agosto 2024

LA STORIA DELLA FA Cup (part 4) - Gli anni '80



Come preannunciato nella precedente puntata della storia della FA Cup, eccoci finalmente arrivati ai miei ricordi personali, quanto meno delle finali degli ultimi venti e passa anni, tutte vissute con dirette televisive. A dir la verità è stato proprio l’ultimo atto di un’edizione della Coppa d’Inghilterra ad avvicinarmi al calcio inglese, al suo fascino e alla sua tradizione ultra centenaria.
Era il 1981, rammento di aver visto le due partite tra Spurs e Manchester City (la prima conclusasi sull’1-1, la seconda 3-2) su una TV straniera, quella della svizzera italiana o Capodistria. La cosa che mi colpì di più, oltre allo splendido gol dell’argentino Ricky Villa che decise le sorti della coppa, fu la massa umana dei tifosi sulle gradinate di Wembley, il loro sventolio di bandiere all’entrata in campo delle squadre e la loro esultanza irrefrenabile dopo i gol dei loro eroi. Nei mesi successivi quei match, iniziai timidamente a informarmi, tramite i limitati mezzi allora a mia disposizione, sul mondo così bello e particolare dell’english football. Ovviamente non mi persi la finale del 1982, in un certo modo capendo già allora la sacralità della giornata dell’atto conclusivo della manifestazione e stabilendo che doveva diventare un must anche per me. Vidi un altro successo del Tottenham, a spese di una squadra con un nome altisonante: il Queen’s Park Rangers. Più tardi avrei imparato a chiamare il team di Loftus Road QPR, ma questa è un’altra storia. Gli Spurs ebbero la meglio al replay per 1-0, dopo l’1-1 del primo match. Oramai ero definitivamente conquistato.
Ora ripensando a come ho seguito la FA Cup in questi decenni mi perdo nel mare dei ricordi, delle immagini di partite, sintesi e gol. Fino a pochi anni fa c’erano ancora i replays ad oltranza, uno dei tratti distintivi di questa competizione, che servivano a conferire epicità a sfide apparentemente infinite. In particolare rammento un Everton-Sheffield Wednesday, credo di fine anni ’80, per cui ci vollero quattro partite per decidere chi doveva accedere al turno successivo. Poi poter vedere, almeno in TV, un Giant Killer all’opera aggiungeva un ulteriore tassello all’unicità della competizione. Come non citare allora il piccolo Wrexham che recupera due gol al grande Arsenal ed elimina i Gunners al terzo turno nell’ormai lontano 1992. Che partita ragazzi! Ma torniamo al racconto delle finali, per forza di cose preponderante in questo umile tentativo di rievocare la storia della Coppa d’Inghilterra. Eccoci al 1983. Sfida tra il Manchester United di Bryan Robson ed il Brighton, che quell’anno aveva chiuso all’ultimo posto della vecchia First Division. Partita a senso unico? Beh, sì, ma la seconda, terminata con un roboante 4-0 per i Red Devils. La prima si era dilungata ai supplementari (2-2), su un terreno infame e sotto una pioggia incessante, con il Brighton a divorarsi un’occasione enorme pochi secondi prima del centoventesimo minuto, tra la costernazione del commentatore della BBC, a cui sfuggì un “and Smith must score” in riferimento al giocatore che ebbe la palla della vittoria. 12 L’anno dopo i detentori della coppa finirono ingloriosamente fuori al terzo turno contro il Bournemouth, uno dei risultati più eclatanti degli ultimi decenni.
A succedere allo United fu l’Everton, negando all’ottimo Watford di quei tempi la soddisfazione di portarsi a casa il primo trofeo della sua storia, con il povero Elton John rotto in lacrime di delusione. Sempre l’Everton, uno dei migliori di sempre, arrivò a Wembley nel 1985. Già campione d’Inghilterra e vittorioso in Coppa Coppe, il team di Liverpool perse il treble a causa di uno splendido gol dello sfortunato – perché troppo presto costretto al ritiro – Norman Whiteside del Manchester United. United che giocò in dieci buona parte dell’incontro, terminato ai supplementari, per l’espulsione di Kevin Moran, primo cartellino rosso nella storia delle finali. 1986: terzo anno consecutivo all’ombra delle due torri per i Toffee Man. Questa volta è un derby tra le due superpotenze del calcio inglese degli anni ’80: Everton e Liverpool. 3- 1 per i Reds, che raggiungono il double grazie ad una doppietta di Ian Rush. Con lo stesso Rush, Dalglish, Lawrenson, Neal e Whelan e via discorrendo da una parte e Sharp, Southall, Sheedy, Lineker, Reid e compagnia dall’altra, per gli appassionati di calcio di Liverpool era certo un bel vedere! Poi ci furono due finali storiche, indimenticabili, contraddistinte dal trionfo degli outsider. Nel 1987 il Coventry City, “paria” del calcio inglese, sorprese un Tottenham sicuro di riportare la coppa al White Hart Lane e poi tradito anche dall’inossidabile capitano di mille battaglie Gary Mabbutt, autore di un incredibile auto-gol. Ricordo che la partita mi tenne letteralmente incollato alla poltrona, sebbene all’inizio anch’io dessi ben poco credito agli Sky Blues. E invece finì con l’estasi dei tifosi del Coventry dopo i supplementari che fissarono il risultato sul 3-2. 
L’anno dopo arrivò a Wembley la Crazy Gang, come venivano simpaticamente chiamati quei mattacchioni dei giocatori del Wimbledon, che sconfissero nientemeno che il Liverpool! Lawrie Sanchez siglò il gol della vittoria con un bel colpo di testa. Poi nella seconda frazione ci penso Dave Beasant, il portierone dei Dons, ad assicurare la gloria eterna ai gialloblù, parando un rigore a John Aldridge. Anche quello fu un evento storico, dal momento che mai in precedenza erano stati sbagliati dei rigori in finale. Questo forse a testimoniare la paura dei Reds, che tutto avevano da perdere in quella partita. Narrano le cronache che a Wembley i fans doc del Wimbledon furono “aiutati” per la giornata da supporters di altre squadre, che chiaramente parteggiavano tutti per i più deboli. In realtà fu l’intero paese a tifare per il piccolo club di Londra Sud, che fino a pochi anni prima non era nemmeno nell’olimpo dei professionisti.
Anche io fui ben contento di vedere Vinny Jones alzare la coppa, sebbene stentassi a credere ai miei occhi! Tutt’altre sensazioni ebbi per la finale del 1989, quella del dopo Hillsborough. Si giocò il derby della Merseyside più triste della storia, con la città di Liverpool che poche settimane prima si era unita compatta a piangere i propri morti e che ancora non si era riavuta dallo shock. Non credo ci sia bisogno di soffermarsi sui fatti di Sheffield, sulla tragedia che accadde prima della semifinale tra Liverpool e Forest, che causò 95 vittime. Una delle pagine più drammatiche del calcio d’oltremanica, nota a tutti gli appassionati del nostro sport, raccontata in diretta televisiva dalla coppia Bulgarelli-Caputi sull’allora Telemontecarlo. Successivamente il Liverpool arrivò in finale, vincendola per 3-2, con 13 Rush mattatore come tre anni prima. Ma per quella volta i tifosi dell’Everton non furono tanto dispiaciuti di perdere una sfida stracittadina. Ed io non mi scorderò mai l’immagine delle tribune e del campo di Anfield ricoperto di fiori e sciarpe di tutte le squadre del Regno Unito, omaggio silenzioso a chi non c’era più.
Chiudo qui quest’ennesimo capitolo della storia della FA Cup. I tanti ricordi, che ho comunque cercato di sintetizzare il più possibile, mi costringono a scrivere un altro articolo, sebbene sulla fanzine avessimo preannunciato che questa sarebbe stata l’ultima puntata.
di Luca Manes, da "UK Football please" (marzo 2004)

LEGGI la prossima puntata.
LA STORIA DELLA FA Cup (part 5) - Era moderna fino al 2003.
 
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