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3 febbraio 2026

"MATT LE TISSIER, Una scelta di vita" di Christian La Fauci (Urbone), 2019


7 novembre 1986, Sheffield Wednesday - Southampton = 3-1, Le Tissier segna la sua prima rete in campionato con la maglia dei Saints. Il 7 novembre 2019, esce il primo libro in lingua italiana sulla sua vita, scritto da Christian La Fauci.

Quando un calciatore ha un talento fuori dal comune , in genere finisce per far parte di qualche grande squadra e legare il suo nome alla conquista di campionati e trofei . Tuttavia , raramente ne viene fuori qualcuno che pone in essere una scelta di vita piuttosto che di carriera , uno che antepone la propria serenità , il piacere di giocare ed un ambiente a sé congeniale ad una bacheca o un palmares che diventa l'ultimo dei suoi pensieri . Casi più unici che rari , ma ogni tanto qualcuno ci sta : qualcuno come Matthew Le Tissier.....

15 luglio 2025

"LE TISSIER. Lo chiamavano LE GOD" di Ivano Brindisi (Garrincha Edizioni), 2025

"Le God". Icona dei Saints. Tutto si tiene. Un fisico strano, capace di movimenti sinuosi, bellissimi. Un' andatura caracollante ma in grado di produrre giocate incredibili. Matthew Le Tissier, dall'Isola di Guernsey a Southampton, nell'Hempshire. Ivano Brindisi ci conduce nel viaggio di un calciatore di classe sopraffina che ha legato la sua carriera, la sua vita, ad un'unica squadra, riempiendo gli occhi di una città "periferica" del calcio inglese, di una bellezza che resta, unica. Eterna.

11 giugno 2025

"HO VISTO GIOCARE ALI DIA.. per ben 2 volte!" di Adam Grapes

Tanti conoscono la storia di Ali Dia ma essendo un tifoso di Southampton sono uno dei pochi (circa quindici mila) che lo ha visto giocare nella Premier League, poi sono uno dei pochissimi che l’ha visto giocare per ben due volte con la maglia dei Saints, adesso vi spiego tutto.
L’inizio della stagione 1996/97 è stata di alti e bassi per il Southampton. Dopo una salvezza per via della differenza reti, la stagione precedente (il Manchester City ci aveva fatto un bel assist, giocando per un pareggio negli ultimi minuti nella partita contro Liverpool quando serviva una vittoria), il nuovo allenatore Graeme Souness ha portato un po’ di ottimismo, soprattutto dopo una vittoria per sei a tre in casa contro Manchester United. Ma dopo questi trionfi seguirono anche dei disastri, soprattutto una sconfitta per sette a uno al Goodison Park contro l’Everton, un giorno brutto sia dentro che fuori dal campo con non buoni comportamenti dopo la partita di qualche tifoso dell’Everton verso di noi anche sul treno che portava a Londra, non bastavano i sette gol per avere soddisfazione ad alcuni di loro, non mi mancherà Goodison Park. Gli infortuni in squadra aumentavano, poi un giorno il giornale di Southampton “The Daily Echo” ha fatto lo scoop, il cugino di George Weah, un certo Ali Dia, è arrivato ai Saints dopo una raccomandazione proprio del giocatore liberiano. Internet era alle prime fasi della sua esistenza, se ricordo bene c’era un computer con collegamento all’Università ma non avevamo minimamente idea come utilizzarlo. Poi al massimo se siamo riusciti a risolvere il rebus del collegamento avremmo scoperto al massimo qualche sito con solo testo e immagine; quindi, qualche ricerca su questa new entry nella rosa del Southampton sarebbe stata impossibile, ci fidiamo di George e Mister Souness!
La settimana dopo la sconfitta con l’Everton abbiamo giocato in casa contro Leeds. Con solo due attaccanti a disposizione, Le Tissier e Ostenstad, Ali Dia è stato messo in panchina. La maledizione degli infortuni è continuata durante la partita Le Tissier è stato costretto ad abbandonare il campo dopo una trentina di minuti. Ricordo ancora l’urlo quando Ali Dia è sceso in campo (togliendo i tifosi ospiti), il saluto di benvenuto di 13.000 tifosi (The Dell poteva ospitare solo 15.000 spettatori) è stato qualcosa di incredibile.

Quest’uomo ci porterà verso la salvezza, e chissà magari anche verso le coppe europei (pensavo)! Ha quasi segnato subito con il suo primo tocco, sarebbe stata la mamma di tutti gli esordi ma il tiro è stato bloccato dal portiere. La partita è continuata ed il Southampton ha perso due a zero, meglio della settimana precedente, eravamo abbastanza contenti, dai tutto è relativo!
Dia è stato sostituto verso la fine della partita, nessuno aveva pensato che era successo qualcosa di strano, non avrebbe giocato per un po’, ci voleva più tempo per abituarsi ai ritmi del campionato inglese... Onestamente direi che nessun tifoso presente al The Dell quel pomeriggio ha reso conto che non è stato per niente al livello necessario per giocare nel Premier League, abbiamo visto correre in campo, tirare, fare passaggi, ma con i nostri occhi da dilettante non sembrava che era successo nulla di strano. Chiaramente chi era in panchina ha capito tutto subito, Graeme Souness dopo la partita ha fatto un’intervista molto diplomatica, mentre Matt Le Tissier, il giocatore sostituto, è stato più diretto, dicendo che correva come “Bambi sul ghiaccio”.

Sono sicuro di averlo visto giocare per le riserve qualche giorno dopo, e grazie a una ricerca su Internet ho trovato su Ebay un Teamsheet per una partita tra le riserve di Southampton e Chelsea con il suo nome presente! All’epoca andavo a tutte le partite sia in casa sia in trasferta di Southampton, amichevoli incluse, ed anche a quasi tutte le partite delle riserve.
Che bella la vita di studente senza una moglie! Guardando il calendario, vedo che la sera prima c’è stata una partita di League Cup in trasferta a Oxford, Souness ha già visto abbastanza per non rischiare Dia in campo quella sera, ha deciso di dargli una altra chance in questa partita delle riserve, che all’epoca giocavano a Staplewood, il campo di allenamento di Southampton, che fortunatamente era 200 metri da casa mia.

Anche in questa partita delle riserve Ali Dia non ha fatto un granché e subito dopo ha lasciato Southampton. Pochi giorni dopo è uscita la storia che è stata tutta una bufala. Ha provato la stessa tattica con Gillingham (bocciato dopo una prova) e West Ham (dove non gli fatto dare neanche il provino). Non sappiamo chi ha fatto quella telefonata a Souness, forse il suo agente, forse un amico, forse anche lui stesso. Dopo l’avventura a Southampton ha giocato otto partite per il Gateshead nella quinta divisione inglese.

Non era completamente incompetente a calcio ma anche qui non è riuscito a mantenere un posto nella formazione. Probabilmente il suo livello vero sarebbe stato il Wessex League, campionato regionale della zona di Southampton! Le ultime notizie di lui sono state in 2016, ha preso una Laurea in Inghilterra, poi ha lavorato in Qatar prima di tornare a Londra. Chissà se gioca ancora a calcetto la sera, nonostante tutto direi che è arrivato nell’elenco dei dieci giocatori di Southampton più conosciuti. 
Sicuramente è sull’elenco nero di Graeme Souness ma ricorderò sempre quell’urlo quando l’altoparlante ha detto “Sta entrando in campo per il Southampton il numero 33, Ali Dia”.
di Adam Grapes

19 novembre 2024

"PETER SHILTON. Superbia e mano de Dios" di Alessandro Nobili



Ogni volta che proviamo a pensare alla vita di un portiere, almeno tra i pali, la immaginiamo solitaria, concentrata estroversa e condita, a tratti, da quella schizofrenia che li rende affascinanti. Sono gli eroi silenziosi, quelli che fanno poco rumore rispetto agli attaccanti o ai giocatori più tecnici che rubano la scena e strappano gli applausi al pubblico.
Nella realtà alcuni di loro, con un pizzico di delusione, potrebbero anche risultare timidi, taciturni e vergognosi.
Nel caso di Peter Shilton siamo invece di fronte ad un personaggio devastante sia in campo che fuori anzi nella vita privata di casini ne ha combinati parecchi. 
Shilton, detiene un record ancora imbattuto quello dell’unico calciatore che abbia superato le 1000 presenze nei campionati inglesi perché praticamente ha calcato tutti i campi di categoria dal momento che si è ritirato a 48 anni. Pazzesco! Questo dà l’idea di un uomo senza mezze misure. Infatti i record andavano di pari passo con quello che combinava nella vita privata costellata di scelte dubbie, come quella di dilapidare le Sterline guadagnate regalandole agli allibratori delle corse di Cavalli oppure, alle frizioni familiari che sopraggiungevano ogni volta che c’era una relazione extraconiugale. Da buon inglese non si fece mancare nemmeno il problema con l’alcool tanto che fu arrestato per guida in stato di ubriachezza. 
Ma Shilton era comunque un grande, un leader assoluto che seppe dettare la sua legge tra i pali e che fu capace di vincere trofei passati alla storia come le due Coppe dei Campioni vinte con quel Nottingham Forest di Brian Clough. L’allenatore se ne rese conto subito che tipo di uomo era e con saggezza lasciò spazio e fiducia al suo portiere che poi lo ripagò diventando il dominante per quell’irripetibile cavalcata vincente. Fin dagli albori della sua carriera, il suo obiettivo dichiarato era sempre stato quello di essere il migliore e diede subito un assaggio di sé quando scoperto da Gordon Banks poi lo fece fuori, calcisticamente intendiamoci. Continuò ad essere il migliore anche quando ci fu un dualismo generazionale, vinto peraltro, con un altro grande portiere molto diverso da lui, Ray Clemence del Liverpool. E così nel pieno della sua maturità Peter Shilton si tolse la soddisfazione di togliere il posto al suo rivale e di farsi tre mondiali di fila 1982-1986-1990

Ma, con calma, proviamo a ripartire dall’inizio: Shilton crebbe nel Leicester squadra della sua città natale e di cui era tifoso. Militò nelle Foxies per otto stagioni conoscendo anche una retrocessione per poi risalire in premier league. Cambiò aria e decise di accettare la sfida dello Stoke City. Gli anni che passò a Stoke non furono memorabili anzi conobbe di nuovo l’amarezza della retrocessione e quindi decise di trovare una squadra che avesse ambizione e il suo destino si incrociò con una neopromossa dal futuro inimmaginabile: il Nottingham Forest. Scelta non fu mai più azzeccata perché coincise con l’apice della sua carriera. Shilton aveva un fisico pazzesco per la media di quegli anni: massiccio, non altissimo ma molto agile. La sua prerogativa era quella delle uscite alte, le prese volanti soprattutto dai corner. Non nelle respinte di pugno che furono il suo tallone d’Achille. Fu l’uomo che cambiò la concezione solitaria di quel ruolo. Il portiere, che era l’unico baluardo a difesa degli avversari, si trasformò in una sorta di coach che dava indicazioni di come difendersi infischiandosene dei dettami del mister. Clough al Forest ne capì l’innovazione e infatti vinse un campionato, quattro coppe di lega, una super coppa europea e due coppe dei campioni consecutivamente: l’unica squadra ad aver vinto più Coppe Campioni che Campionati.

Dopo qualche problema extraconiugale di troppo, Shilton decise di cambiare di nuovo aria e molti, in primis la feroce critica dei tabloid inglesi, pensava che fosse ad un passo dal declino. Invece il buon Peter si reinventò ultimo baluardo a difesa dei pali del Southampton nel 1982 dove militava anche un certo Keegan. E come resuscitato a nuova vita, nel 1984 la sua leadership riuscì a portare i Saints al secondo posto. Saints che erano una squadra che alla metà degli anni ’70 viaggiava tra una retrocessione in Second ed una promozione in
First Division. Chiusa la parentesi nel Sud dell’Inghilterra, Shilton si trasferì nel Derbyshire accasandosi al Derby County fino al 1991 quando retrocesse in Second Division. Ormai la sua parabola discendente era iniziata confermata anche dal fatto che divenne prima player manager al Plymouth e poi manager a tempo pieno fino ad uno spareggio perso per la promozione. Di nuovo però, ad un passo dall’addio al calcio giocato, si convinse di poter dare ancora qualcosa. 
Nel 1995 venne ingaggiato dal Wimbledon FC e successivamente dal Bolton, con il quale giocò poco e poi dal West Ham. Ma ora, c’era un record da battere. Shilton aveva partecipato a 998 partite ufficiali. Era obbligatorio raggiungere la cifra tonda. Lo fece con il Leyton Orient in Terza Divisione il 22 dicembre 1996. Alla fine le sue presenze ufficiali furono 1005 e si ritirò dai campi di calcio all'età di quasi 48 anni.
Con la nazionale invece ebbe un rapporto altalenante così come è stato il destino di quella Nazionale nonostante fosse la migliore mai vista per talento messo in campo con giocatori del calibro di Lineker, Gascoigne, Waddle, Pearce, Butcher, Hoddle, Robson, Platt, Beardsley. Il suo debutto fu con l’Italia in una partita di qualificazione agli europei persa 1 a 0, per poi prendere parte ai campionati del mondo di Spagna 1982, Messico 1986 e Italia 1990, ai campionati d'Europa di Italia 1980 e Germania Ovest 1988. La sua ultima esibizione con la nazionale fu sempre con l’Italia in occasione della finale del terzo quarto posto del mondiale del 1990. Quel quarto posto fu il miglior risultato con la Nazionale inglese.
Ma è proprio la nazionale che farà in modo che l’immagine di Peter Shilton rimarrà indimenticabile. Un episodio che lui odierà con tutto sé stesso e che la storia del calcio ce lo lascerà lì indelebile tra i ricordi più rocamboleschi e falsi della storia dei mondiali. Città del Messico giugno 1986 quarti di finale Argentina - Inghilterra, la famosa mano de Dios di Diego Armando Maradona. Il vecchio Peter a distanza di anni non ha ancora mandato giù quella che lui stesso definisce la più grande beffa subita. E possiamo immaginarlo.

























Lo Shilton sbruffone, arrogante, la superbia con cui tolse il posto a Gordon Banks, le Coppe dei Campioni vinte con il Forest, le 125 presenze in nazionale, liquefatte di fronte a quell’affronto che fu vergogna ovunque lui andasse. Il ricordo che brucia. 
La vendetta che arde, la rabbia che sale possono essere riassunte in queste poche ma evidenti parole:

“…Ho sempre saputo che sarebbe arrivato un giorno in cui avrei pagato tutto, un giorno in cui qualcuno mi avrebbe fatto scontare il mio lato oscuro. Quel giorno venne, e decise di punirmi con la mano di Diego Maradona. La sola cosa che mi infastidisce è non avere mai avuto le sue scuse. A fine partita, quando succede qualcosa tra noi giocatori, se ne parla. Se c'è da dirsi qualcosa, ce la diciamo. Tutto finisce lì, nel campo. Lui no, Maradona non venne a parlarmene. Fui l'unico a non accorgermi di niente, non ebbi neppure la soddisfazione di protestare. Le uscite con i pugni erano da sempre il mio punto debole, nonostante le esercitazioni continue, sul pallone andavo come se fossi stato un pugile, caricavo e pam, un cazzotto alla palla. Diego diede un cazzotto prima di me e io non lo vidi. Lui correva, esultava e io pensavo che mi aveva battuto, non sapevo che mi aveva fregato…”

Ad ogni modo, il nostro caro Shilton, per noi ragazzi di allora che giocavamo a rifare il verso a quei miti che ammiravamo in tv in quelle sporadiche occasioni in cui arrivavano immagini dall’Inghilterra, rimarrà uno dei portieri migliori, iconici, quelli che indossavano maglie strette e pantaloncini attillati. Un classico di quel calcio fatto di fisici asciutti, anche se lui era una bestia, gambe tozze e magliette sporche di fango e sangue. E poi come non dare credito a Sir Robert William Robson detto Bobby che disse:
“Shilton? He was the very best goalkeeper for long long time. A very special guy”
Come On Guys
di Alessandro Nobili

30 settembre 2024

"MATT LE TISSIER. The Football Genius" di Alessandro Nobili






















Southampton, contea dell'Hampshire nella parte Sud Est dell’Inghilterra. 
Il suo porto è uno dei maggiori della costa meridionale. Da lì salpò il Titanic. 
Il suo nome viene citato in una delle tracce del disco The Final Cut dei Pink Floyd che si intitola appunto, Southampton Dock. 
Ma, per me, Southampton significa “Matthew Le Tissier”. Nato sull’isola sperduta di Guernsey a 50 km dalla costa Francese, questo ragazzotto ancora sconosciuto si trasferisce nell’Hampshire e nel 1985 entra nelle giovanili dei The Saints. 
Da quel momento in poi cominciò un amore viscerale tra Matt e i colori biancorossi. Un amore lungo sedici anni che lo consacrò “One Man Club”
Fu l’icona di Southampton, la bandiera, il grande condottiero che faceva eccitare i suoi tifosi con le sue giocate. A guardarlo bene, non gli davi nemmeno un briciolo di fiducia. Le Tissier era un omone di 185 centimetri con un fardello di 80 kg che portava a spasso per il campo. In apparenza poca agilità, poca velocità. Ma quando lo vedevi con la palla al piede cambiavi idea. Vederlo giocare con quella maglia larga, sporca di fango era semplicemente stupendo. Era un inglese con i piedi brasiliani, un centrocampista diverso da tutti gli altri, un giocatore che si affidava esclusivamente all’estro, alla giocata, al colpo sensazionale che quasi mai ti deludeva. 
Al The Dell, le generazioni passate in quei sedici anni, ancora si stropicciano gli occhi al ricordo delle sue magie. Perché Le Tissier non viene ricordato per un gol o per una giocata, Letissier viene ricordato per tutto. Per tutti i suoi 196 palloni in fondo alla rete, mai banali, sempre eccezionali per classe e astuzia. Capolavori che avevano il sapore della divinità.
Non a caso veniva chiamato “LE GOD” un onorificenza ampiamente meritata da chi sapeva trasformare una semplice partita di calcio piovigginoso in un eccitante e caldo pomeriggio d’emozioni. Xavi, il campione catalano e capitano del Barcellona, per lui ha speso queste parole: “Uno dei giocatori più eccitanti che io abbia mai visto Il suo talento era fuori dalla norma. Poteva dribblare sette o otto giocatori, ma senza velocità, camminava davanti a loro e li irrideva. Per me era sensazionale. Era sicuramente un idolo.” Basterebbe ciò per collocare Matthew Le Tissier nell’olimpo dei più grandi. Le God è per pochi, per palati fini, per chi ama il football non per i risultati ma per le sensazioni e gli amplessi che produce una semplice giocata. La gente forse non lo ricorda perché è stato uno dei più grandi talenti ad non aver vinto nulla. Non ci interessa la scarsa considerazione che molti non gli riconoscono. A noi basta l’amore smisurato di chi lo ha vissuto che ne fa di Le Tissier una parabola dal percorso magnifico, come le sue traiettorie balistiche, geniali, immortali. Era quello il suo marchio di fabbrica, la traiettoria. La sua dote migliore: il tiro. Ce n’era per tutte le salse. Stop, controllo e tiro: Gol! Lancio lungo di qualche difensore, stop di Le Tissier, lenta ma inesorabile progressione, dribbling e che era di contro balzo, al volo o dopo un triangolo volante, il risultato era sempre lo stesso, siluro verso la porta e palla in fondo al sacco. Dal dischetto poi era un cecchino infallibile 48 rigori su 49, l’unico sbagliato fu parato dal portiere del Nottingham Mark Cossley, ma stiamo parlando di sciocchezze. Bastava guardarlo mentre prendeva palla e con il suo modo dinoccolato superava gli avversari come birilli, irridendoli. “Matt Le Tiss, Matt Le Tiss, Le Matt, Matt Le Tiss, he gets the ball and takes him for a ride, The Matt, Matt Le Tiss” era il coro che i tifosi dei The Saints gli dedicavano.


Matthew l’ho amato, l’ho venerato, le sue giocate me le sognavo la notte, le provavo sui campi di calcio quando ancora ne avevo la forza. Matthew era uno di noi, uno che la vita l’ha vissuta senza atteggiarsi ad eroe. Un uomo che quando ha smesso con il calcio è rimasto nel suo angolo, nella sua nicchia dove di tanto in tanto chi lo ama e chi non lo ha dimenticato, lo va a trovare sempre con la stessa passione. Il suo piede che disegna traiettorie divine non può essere dimenticato. E, i tifosi dei The Saint non lo hanno dimenticato, perché quella con la maglia biancorossa è stata davvero una storia pazzesca, di quel romanticismo di cui spesso ci commoviamo. La fedeltà a quei colori, l’amore per la sua gente, si differenziava con la vita privata che invece veniva spesso spesa non seguendo il protocollo dell’atleta perfetto. Ma questo si era già intuito dal suo fisico che con il passare delle stagioni diveniva sempre più macilento. Ma le giocate sul campo continuavano a mischiarsi perfettamente con i litri di birra che buttava giù. Qualche allenamento saltato ma, c’era un amore che non finiva mai fino al giorno in cui siglò l’ultima rete con la maglia biancorossa.
Anno 2001, stadio The Dell. 
Dopo più di un secolo di vita lo stadio sta per essere abbattuto. Southampton-Arsenal, risultato sul 2 a 2. Il ragazzo di Guernsey decide di salutare la sua gente e lo stadio a modo suo. Come nei migliori finali, all’ultimo minuto sigla il gol della vittoria. Il punto più alto di una storia d’amore senza precedenti e poi cala il sipario sul più talentuoso giocatore d’oltremanica e, stranezza del destino, subito dopo il suo ritiro il Southampton retrocede. In un'epoca che designa le vittorie come unico metro di giudizio calcistico, la sua storia risplenderà sempre nell’animo di ogni romantico calciofilo. Le Tissier, , il Dio che giocava con i Saints. 
Un numero uno, il lungagnone con il sette appicciato su quella maglia a strisce.
Un genio, semplicemente un genio! VIVA LE GOD!
di Alessandro Nobili
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