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22 dicembre 2025

"LONDRA, VIALLI e i miei 19 anni…" di Stefano Conca

Tra un mese saranno passati già tre anni dalla scomparsa di Gianluca Vialli, uno dei migliori centravanti italiani degli anni della mia infanzia e gioventù. Dotato di una classe straordinaria abbinata a una potenza e velocità di esecuzione unica, un Campione con la C maiuscola, capace, tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, di lasciare il segno sia in Serie B, con la Cremonese, che nella Serie A con i colori della Sampdoria prima e della Juventus dopo, nonché in Premier League con la maglia del Chelsea. Non voglio stilare qui un elenco dei suoi successi in ambito sportivo, da giocatore prima e da allenatore e dirigente sportivo negli anni seguenti. Esistono già tante pubblicazioni, libri, almanacchi e giornali d’epoca che ne parlano.

Mi piace ricordare Vialli con le stesse parole che trovai tre anni fa, a caldo, all’indomani della sua scomparsa. Si tratta di poche righe scritte di getto, appunti che sostanzialmente parlano più di me che di Vialli ma è giusto così. Ci sono momenti della nostra vita che ci rimangono impressi e che sembrano avere una loro colonna sonora, con attori e comparse e personaggi più o meno famosi che entrano ed escono di scena. Quante volte associamo un momento della nostra vita a un film visto al cinema, o a un concerto a cui siamo stati, o una partita di calcio a cui non abbiamo mai assistito?
Avevo voglia di scrivere due righe su Vialli, si tratta di un paio di esperienze personali che non hanno nulla a che vedere con il Vialli Uomo che ho sempre stimato e apprezzato. Sono profondamente dispiaciuto per la sua scomparsa anche se, inevitabilmente, quando sento parlare di Vialli non posso fare a meno di pensare a questi due momenti della mia vita.

Il primo è senza dubbio quando verso la fine degli anni ‘80 l’emittente televisiva TV Koper/Capodistria, appena entrata nell’orbita dalla Fininvest di Berlusconi, mandava in onda la trasmissione sportiva dedicata al calcio estero “Settimana Gol” condotta da un giovane Gianluca Vialli, allora attaccante della Sampdoria. Quelle prime immagini che arrivavano “gratis” in Italia da oltre manica con le reti di tutte le partite del massimo campionato inglese, della Bundesliga e della Liga spagnola erano un appuntamento fisso di ogni settimana. 
Era poesia allo stato puro. È da lì che ho iniziato ad apprezzare il football britannico in ogni sua forma: campi perfettamente verdi come Anfield Road o Highbury contro veri e propri pantani come Carrow Road, dove calciatori come Brian Mclair o Matthiew Le Tissier o David Platt sembravano comunque giocare sul velluto. Stadi sensazionali come Old Trafford e Villa Park e strutture vecchie e fatiscenti ma non prive di un certo fascino come il The Dell o Selhurst Park.

L’altro ricordo, forse quello che mi ha fatto persino odiare Vialli per un certo momento, è invece legato al periodo in cui ho vissuto a Londra nel 1996.
Mese di ottobre, intorno alle 11.00 del mattino o giù di lì, suonano al campanello, c’è qualcuno alla porta, “sarà il tipo che viene a riscuotere l’affitto della settimana” penso, e ancora mezzo addormentato mi giro dall’altra parte. “È sabato mattina, chi cazzo rompe i coglioni a quest’ora…?” domanda Antonio, uno dei miei tre co-inquilini, disoccupato.

“È per te Stefano!” mi dice Lorenzo, che nel frattempo è andato ad aprire. Così mi alzo e lentamente cerco di rimettere insieme i pezzi dopo una notte di bagordi. Si finiva di lavorare sempre tardi al ristorante in Piccadilly e finito il turno si andava sempre in cerca di qualche avventura che finiva sul bus notturno che ti riportava a King’s Cross.
Faccio per entrare in cucina e Lorenzo mi guarda con due occhi spalancati e uno sguardo che cerca di comunicarmi qualcosa. “C’è una ragazza!” mi dice pieno di eccitazione ma a bassa voce, al che Antonio si alza di scatto e cerca di arrivare prima di me alla porta ma prontamente lo fermo. “Sei tu Stefano? Mi chiamo Alessia, abito con la mia amica al terzo piano, mi hanno detto gli altri che sei appassionato di calcio inglese, io sono tifosissima di Gianluca Vialli, il Chelsea oggi gioca in casa, ti andrebbe di portarmi?”
Mi strofino bene gli occhi, è molto carina, la guardo come se non avessi mai visto una ragazza prima d’ora, soprattutto una che ti chiede di andare a vedere una partita (che in effetti…). Devo rispondere subito senza esitazione prima che cambi di idea. “Ma certo, faccio una doccia, mi preparo se vuoi mangiamo qualcosa prima”.

“È fatta!” dico tra me e me, ho un appuntamento, e che appuntamento, “adesso devo solo metterla dentro, come Vialli!” voi non ci crederete ma è veramente quello che ho pensato...

Mangiamo al Burger King, all’epoca ero abbastanza squattrinato (come ora del resto) quindi non è che potessi permettermi di portarla chissà dove per pranzo ma a questo lei non sembra farci caso e io inizio veramente a sentirmi come il protagonista della celebre canzone dei Pulp, Common People dall’album Different Class, uscita proprio l’anno prima e che le radio della capitale trasmettevano in continuazione.

Parliamo del più e del meno, del perché ci troviamo a Londra, di questa e altre storie. È una brava ragazza, proviene da Pisa ed è venuta fin quassù anche lei per cercare lavoro e cercare di imparare un po’ la lingua, come fanno quasi tutti negli anni ‘90. Prendiamo la metro e pensiamo che non sarà difficile trovare i biglietti per entrare, dopotutto è solo una sfida contro il Wimbledon (praticamente un derby!). Da come parla penso che non dev’essere male stare con lei, è carina e ha la passione del calcio. Inizio a farmi dei film in testa su me e lei che viviamo insieme da una vita, mettiamo su famiglia e cresciamo i figli a pane e football e al sabato andiamo a vedere la partita ma poi comincia a parlarmi di Vialli e allora ritorno coi piedi per terra così inizio a pensare che non dev’essere male neppure il Chelsea con Gullitt che gioca e allena, Vialli e Di Matteo appena arrivati dall’Italia e Mark Hughes in attacco, insomma una bella squadra.
Ci vogliono meno di trenta minuti per arrivare a Earl’s Court, Stamford Bridge è solo a pochi passi, il quartiere non è il massimo, sicuramente sarà stato meglio negli anni ‘70 quando nel pieno del suo splendore attirava artisti e musicisti di mezzo mondo. Nonostante l’Inghilterra abbia appena ospitato i campionati europei vinti dalla Germania, lo stadio è ancora tutto un cantiere, una tribuna centrale coperta e mastodontica se confrontata con tutto quello che la circonda. Una delle due End è stata appena abbattuta, l’altra è già stata ricostruita ed è ben riconoscibile ancora oggi. Ci sono macerie e ruspe ovunque, qualche gru e alcune impalcature. L‘altra tribuna laterale è vecchia e fatiscente e ha praticamente i servizi a cielo aperto e vi si accede da una scalinata malridotta. Inizio seriamente a pensare che non sarà facile trovare i biglietti per entrare vista la capienza limitata dello stadio a causa dei lavori. Ci precipitiamo subito alla biglietteria e in men che non si dica scopriamo che è tutto sold out. “Così non la conquisterò mai” penso e allora mi viene in mente che anche qui come in Italia deve esserci qualche bagarino che gira intorno allo stadio vendendo biglietti di contrabbando ma è anche pieno di poliziotti e servizio d’ordine che risulta impossibile anche solo pensare di entrare di “sgamo”. La situazione mi sta sfuggendo di mano, la vedo spazientita, cerco di tranquillizzarla ma sembra inutile. Lei inizia persino a sbraitare con quelli del servizio d’ordine dicendo che è venuta fin qui dall’Italia solo per vedere giocare Vialli e che non è giusto!

Ad un tratto si avvicina un gruppo di tifosi del Chelsea che intuiscono qualcosa e pare proprio che uno dei loro amici non sia potuto venire allo stadio e che quindi si ritrovano con un biglietto in più che stanno cercando di vendere. “Ma noi siamo in due” penso. Non faccio in tempo ad alzare lo sguardo che Alessia ha già cacciato fuori quaranta sterline e le caccia in mano all’inglese che le sgancia il biglietto. “Mi dispiace, ne avevano solo uno, mi aspetti qui? Ci vediamo dopo o te ne vuoi andare? Io entro che stanno per iniziare, ti ringrazio tantissimo per avermi portata, ti giuro mi dispiace!!!” mi abbraccia e mi molla un bacio sulla guancia che appena se ne va mi strofino via con la manica del giubbotto, non sputo per terra solo perché sono più educato di questi inglesi che nel frattempo pieni di birra come sono urinano dappertutto.

A questo punto non faccio che girare a vuoto intorno alle rovine di Stamford Bridge, cercando consolazione nel tentativo di captare quello che sta avvenendo all’interno grazie alle grida della folla eccitata. Mi domando se abbia un senso stare lì fuori ad aspettare al freddo per novanta minuti o se sia più dignitoso infilarmi in qualche pub e sbronzarmi. Fanculo al mio primo appuntamento a Londra e fanculo al Chelsea e fanculo pure a Gianluca Vialli.
Aspetto, i minuti passano e sento la folla gridare più volte in diverse occasioni però sento anche le urla provenire dalla parte della tribuna più piccola dove sono assiepati i tifosi dei Dons, mi dico che forse è la volta buona che il Chelsea le prende.

Quando mancano circa dieci minuti allo scadere alcuni steward si avvicinano ai cancelli e iniziano ad aprire per permettere alla folla di defluire. So già come si fa, anche a San Siro fanno così, faccio finta di niente ed entro, salgo i gradini facendo lo slalom tra le pozzanghere di piscio e per la prima volta metto il piede in un vero stadio inglese. L’atmosfera è incredibile, urlano tutti, insulti più che altro, di tanto in tanto si alza qualche coro ma non come negli stadi italiani, dalle curve, qui cantano tutti. Alzo lo sguardo al tabellone, con mia sorpresa il Chelsea sta perdendo 4-1 e il nome di Vialli non compare tra i marcatori. Sorrido, cerco di godermi gli ultimi minuti di partita tra uno spintone e un’altro quando all’improvviso all’ottantatreesimo minuto Vialli si procura un rigore che proprio lui va a calciare. Vialli calcia dal dischetto e il portiere del Wimbledon para ma la palla gli sfugge di mano e anche se in un secondo tempo riesce a bloccarla con entrambe le mani la palla ha già attraversato la linea di porta come pure tutte e due le braccia, il gol viene convalidato e leggo nel volto di Vialli un’espressione di sollievo. La partita finisce 2-4 e all’uscita dallo stadio mi faccio trovare nel punto in cui io e Alessia ci eravamo lasciati circa novanta minuti prima ma lei non c’è. Aspetto qualche minuto dopodiché mi infilo nella metropolitana immaginando lei che se ne va sulla macchina di Vialli… Per la cronaca il capitano del Wimbledon era un certo Winnie Jones, lo stesso che qualche anno prima aveva sollevato l’FA Cup a Wembley nella finale vinta contro il Liverpool. Ma quella della Crazy Gang è un’altra storia che merita di essere raccontata a parte.

Di quel pomeriggio non ricordo altro se non che quella fu la prima volta che misi piede in uno stadio inglese. Incontrai Alessia qualche tempo dopo, su un bus diretto a Kings Cross. Lei era con un’amica e in quella circostanza fui davvero fortunato perché quella sera un tizio grande e grosso aveva iniziato a seguirmi fuori da un locale e stavo iniziando a sentirmi parecchio a disagio. Appena messo piede su quel bus fui davvero sollevato nello scoprire che non ero più solo. Qualche giorno dopo lei tornò in Italia mentre io e i miei amici trovammo un affitto meno caro a South Bermondsey. Si, proprio dalle parti del Vecchio Den… 💙
di Stefano Conca

13 novembre 2025

"LA PRIMA VOLTA" di Stefano Faccendini

In seguito alla pubblicazione del libro “Sogni e realtà” sul calcio inglese e la FA Cup, mi sono trovato a rispondere a qualche domanda relativa a questa mia passione. Quando è iniziata, perché, a quante partite sono stato, quali squadre seguo. 
Le risposte non sono sempre agevoli come sembrano, un po’ perché non ho contato, un po’ perché le ignoro. Una cosa ricordo bene, la mia prima partita dal vivo. Era il dicembre 1989. Stavo passando un mese su questi lidi per imparare la lingua, visto che le poche ore di scuola non mi permettevano di arrivare al livello necessario per leggere Match e Shoot senza vocabolario accanto. Non ricordo bene come ma mi ritrovai in un paesino sulla costa, Lancing, non troppo lontano da Brighton. Fu all’arrivo lì, di notte, con l’ultimo treno, che feci conoscenza con l’apertura esterna delle porte descritta anche nel libro pubblicato qualche mese fa. Tre weekend, tre partite. Chelsea, Spurs, Arsenal. Tre nomi da brivido. Biglietti comprati al botteghino, entusiasmo alle stelle, quello di quando pensi di sognare ad occhi aperti.

La prima partita è a Stamford Bridge. Arrivo la mattina presto. Da Victoria Station me la faccio a piedi, sono quasi cinque Km ma voglio vedere tutto, in metro non vedrei nulla. Camminando in un negozio di libri usati vedo un Rothmans dell’anno prima in vendita per un paio di sterline. La reazione è quella da primo premio nella lotteria di capodanno. Passerò mesi a studiare nomi, soprannomi e record di ogni club delle prime quattro serie del calcio inglese. Fa un freddo cane, sono bardato come si deve ma nei pressi dello stadio vedo gente con la maglia a maniche corte del club e basta. Rimango affascinato. Il programma lo accarezzo come fosse la Sacra Sindone. L’odore degli hot dog cucinati con cipolle talmente grandi che pensavo fossero patate fritte mi riempie le narici e tutt’oggi, ogni volta che lo sento appropinquandomi nei pressi di uno stadio, vengo ricatapultato 30 indietro a quel pomeriggio.

Del Wimbledon non era molto che si parlava ma avevano vinto la FA Cup ai danni del Liverpool un anno prima. Nonostante questo tutti, ogni anno, si aspettavano, e si auguravano, che sparissero dalla First Division
. Erano sempre guardati e giudicati con sufficienza. Io feci lo stesso sbaglio quel due dicembre 89, soprattutto quando Kerry Dixon portò in vantaggio i padroni di casa dopo neanche un minuto. Il Chelsea aveva in squadra, oltre ad uno dei centravanti più in forma del momento, gente come Tony Dorigo, Micky Hazard, Graham Roberts e Ken Monkou. In porta avevano Dave Beasant, il grande ex della partita. Un minuto dopo Terry Gibson aveva ristabilito la parità. A fine primo tempo il risultato era 2-3 ma nella seconda parte non furono i giocatori di casa a farsi onore quanto piuttosto quelli in trasferta a divertirsi. Il punteggio finale fu di 2-5 con una doppietta ciascuno per Gibson e Dennis Wise, anche lui di lì a poco eroe dei Blues, più ciliegina dell’eterno vecchio Alan Cork.

Osservavo tutto, il settore ospiti composto da semplici gradoni scoperti, la famosa Shed, piena, dalla parte opposta. Il resto scarsamente popolato, non si arrivava a 20mila persone, ma mi sembrava il posto più bello del mondo, nonostante le macchine parcheggiate dentro lo stadio, dietro una delle due porte. Cercavo di afferrare i canti, di parlare con chi mi stava a portata di orecchio disperato di non fare la figura di un semplice curioso, magari non ero tifoso del Chelsea ma di sicuro già mi sentivo quasi un esperto di calcio inglese. Dopo 90 minuti.

Difficile descrivere il sentimento di silenziosa euforia, di appagamento, di soddisfazione in quel viaggio di ritorno verso Lancing, consapevole che in una settimana sarei tornato a vedere un’altra partita e che il mistero della maniglia esterna non mi avrebbe fatto più paura.

10 novembre 2025

TRIPS. "FOREVER TRUE" di Stefano Conca

Eccomi qua, sono le tre di mattina e mi trovo seduto all’interno del terminal delle partenze dell’Aeroporto Internazionale di Birmingham. Una poliziotta mi ha appena svegliato dopo un paio di ore di sonno, voleva sapere se stessi bene. Effettivamente dopo una simile batosta non saprei cosa rispondere. Ma vediamo di rimettere insieme i pezzi di quella che è stata una lunghissima giornata.

È martedì, si gioca un turno infrasettimanale e il Millwall, dopo una lunga striscia positiva (quattro vittorie e un pareggio) e ancora imbattuto fuori casa in questa stagione, è impegnato nella difficile trasferta sul campo del Birmingham. Sveglia puntata alle sei del mattino, il volo per l’aeroporto di Manchester parte con un’ora di ritardo e per poco non perdo il bus che mi porta a Birmingham. Pioviggina, il traffico sulla M6 è abbastanza sostenuto ma tuttavia è scorrevole. Lentamente vedo scorrere fuori dal finestrino le uscite di Crewe, Stoke on Trent, Wolverhampton, West Bromwich, intravedo la sagoma del Bescot Stadium, casa del Walsall, e nei pressi di Birmingham riesco anche a distinguere l’inconfondibile profilo del Villa Park. Se allargo leggermente la mappa sul mio telefono cellulare compaiono da Nord a Sud e da Est a Ovest, nel raggio di un centinaio di chilometri, forse due al massimo, le città di Liverpool, Wigan, Bolton, Stockport, Preston, Blackburn, Rochdale, Burnley, Bradford, Leeds, Chester, Wrexham, Sheffield, Derby… Luoghi che trasudano football. E non è un caso che che proprio qui, in quello che è stato il cuore pulsante della rivoluzione industriale, circa centocinquant’anni fa le masse di operai con le loro famiglie hanno pensato di inventarsi un passatempo per tenersi impegnati il sabato pomeriggio. Il bus si ferma a Digbeth dove scendo e incontro la pioggia che scende incessante. Ad accogliermi fuori dalla stazione dei bus di Birmingham c’è un gigantesco murale dedicato ai Black Sabbath, opera dell’artista locale Mr Murals. Non sarà l’unico tributo della città alla band che qui ha avuto i natali. Dello stesso autore, a qualche centinaio di metri, lungo la facciata degli studi cinematografici di Digbeth si trova un altro murale dedicato alla celebre serie TV di Netflix Peaky Blinders che qui è stata girata.

Ma non perdo tempo e mi precipito alla stazione dei treni di New Street al cui interno si trova il Raging Bull, un gigantesco toro di bronzo dalle sembianze meccaniche alto più di dieci metri. Ideato in occasione dei giochi del Commonwealth nel 2022 rappresenterebbe il passato industriale della città in contrasto con il suo carattere animoso e moderno. Oggi il toro è stato rinominato ufficialmente con il nome di “Ozzy” in onore della celebre rock star Ozzy Osbourne. Non è raro incontrare altri tori in giro per Birmingham dal momento che l’animale è il simbolo della città e lo stesso quartiere dove sorge la stazione centrale di Birmingham prende il nome di Bull Ring.

Visto che sono abbastanza in anticipo salgo su un treno che mi porta a Witton nel quartiere di Aston. Qui si trova lo splendido Villa Park, casa dell’Aston Villa. L’impianto, inaugurato nel 1897 e progettato dal celebre architetto Archibald Leitch, è un vero gioiello; sebbene oggi abbia una capacità di poco più di 43.000 posti, in passato poteva ospitare più di 70.000 spettatori. Il record di presenze risale al 2 marzo del 1946, in occasione del match contro il Derby County, a cui assistettero più di 76.000 spettatori. La sola Holte End, di cui rimane la celebre facciata, poteva ospitare più di 30.000 spettatori.

Su un muro nelle vicinanze si trova anche un bellissimo murale, l’ennesimo, dedicato a Ozzy Osbourne, leggenda del rock recentemente scomparsa, grande tifoso dell’Aston Villa e che proprio qui al Villa Park ha tenuto il suo ultimo concerto qualche mese fa, poco prima di lasciarci. Che la terra gli sia lieve, R.i.P. Ozzy!

Continua a piovere e non mi resta che trovare riparo al Witton Arms, storico pub della zona, nonché quartier generale dei tifosi dell’Aston Villa che qui si ritrovano a sorseggiare qualche pinta prima di ogni partita casalinga. Riprendo il treno per New Street, passo di nuovo sotto al toro gigante, e mi incammino verso l’ultima tappa che mi ero prefissato prima di iniziare a incamminarmi verso St. Andrew’s: il Black Sabbath Bridge, ennesimo tributo della città alla celebre band. Vi si trova una panchina su cui sono rappresentati i volti dei quattro musicisti e su cui sono depositate decine e decine di mazzi di fiori, nastri e bandiere di ogni nazionalità per rendere omaggio alla più grande band Metal mai esistita.

Mi incammino lungo il Gas Street Basin, storico bacino fluviale con il suo mix di architettura industriale ed edifici moderni al cui interno si trovano diverse chiatte ormeggiate. Oggi dovrebbe fungere da vivace centro sia per il patrimonio industriale che per il tempo libero ma è già buio e piove che Dio la manda per cui non mi resta che incamminarmi spedito verso St. Andrew’s. Ripasso nuovamente dalla stazione che ormai è disseminata di agenti in vista dell’arrivo di un migliaio di tifosi del Millwall. Prendo al volo il bus n.6 e non c’è bisogno di sapere dove devo scendere, anche se i vetri sono completamente appannati quando si ferma davanti a St. Andrew’s scendono praticamente tutti. Sono fradicio, e penso di avere l’acqua anche nelle mutande ormai. Faccio prima una sosta nel Blues Store per comprare un paio di souvenir come da tradizione, la sciarpa del club locale e la spilla ufficiale sono un cimelio irrinunciabile per un appassionato di una qualsiasi squadra di calcio, la prima volta che si visita uno stadio nuovo.

Manca poco meno di un’ora al calcio d’inizio e la zona dedicata ai tifosi locali nel piazzale antistante lo stadio è già gremita. Scatto un paio di foto alla statua dedicata a Trevor Francis, eroe amato da queste parti e che qui giocò prima di approdare al Nottingham Forest di Clough e successivamente alla Sampdoria. Non lontano, alle spalle della Tilton End c’è anche un murale dedicato al celebre campione scomparso da poco, accanto a lui è raffigurato anche un giovane Jude Bellingham, anche lui cresciuto nelle giovanili dei Blues. Peccato che la vista sia parzialmente coperta da un’ambulanza parcheggiata proprio sul davanti.

Alle 18.55, dopo un’attenta perquisizione da parte degli agenti, faccio ufficialmente il mio ingresso nel settore ospiti del St. Andrew’s dove molti tifosi del Millwall devono ancora arrivare, anche se la zona del bar è già affollata e l’entusiasmo dopo la lunga striscia positiva delle ultime gare è palpabile. Completamente fradicio e infreddolito non me la sento di bere una birra, opto per il famigerato Bovril, accompagnato da una pie a base di carne al cui interno la temperatura raggiunge tranquillamente i centocinquanta gradi celsius anche dopo 20 minuti in uscita dal forno. Un vero toccasana per le giornate fredde e piovose. Poi come al solito mi capita di incontrare il tifoso venuto da Londra, quello venuto dall’Essex, quello nato e cresciuto a South Bermondsey ma che adesso vive a Watford, e inizio a scambiare quattro chiacchiere cercando di sbilanciarmi in un pronostico favorevole. Nonostante l’ottimismo per la quarta posizione in classifica, si percepisce tuttavia anche la sensazione, condivisa da molti che, comunque, nonostante i risultati positivi, il Millwall abbia fin qui ottenuto molto più di quello che avrebbe meritato, dal punto di vista del gioco ma soprattutto, numeri alla mano, per la differenza reti, che se confrontata con quella delle altre squadre, con sedici gol fatti e quindici subiti in tredici incontri disputati, appare piuttosto sconcertante. A pesare è sicuramente la sconfitta interna contro il Coventry capolista, con quattro gol subiti al Den. Le vittorie contro il West Brom in casa e il successo a Loftus Road contro il QPR nonché le due successive vittorie interne contro Stoke e Leicester hanno però permesso di tornare a guardare alla stagione con rinnovato ottimismo. Tuttavia, la mancata vittoria sul terreno dell’Oxford dello scorso fine settimana ci ha riportato con i piedi per terra. Si sa che la stagione è molto lunga e può succedere ancora di tutto. Appunto…

Le due squadre scendono in campo salutate dal boato degli oltre venticinquemila spettatori in un clima incandescente. Quella dei Blues è una tifoseria davvero tosta, tanto che nessuno sembra accorgersi di quello che sta succedendo sul terreno di gioco nei minuti iniziali. L’atmosfera è abbastanza ostile ma nei primi venti minuti non succede molto in campo e i più di mille sostenitori del Millwall si fanno sentire a gran voce con il classico No One Likes Us!” intervallato da insulti e sfottò di ogni tipo.

Al ventottesimo minuto però i Blues scendono sulla fascia destra con troppa facilità e la difesa del Millwall è completamente aperta, Paik Seung-Ho riceve palla all’interno dell’area di rigore, ha tempo di stoppare e di far partire un sinistro che rimbalza a terra e si infila alla sinistra di Crocombe. È un boato, siamo sotto ma è il momento di reagire subito. I tifosi ci credono, la squadra un po’ meno, le tifoserie si rispondono colpo su colpo, in campo invece c’è una sola squadra, i Lions sembrano incapaci di aggredire, la squadra sembra spenta, qualcosa a centrocampo non funziona e dietro si continua a rischiare. Poco prima dell’intervallo, su una ripartenza perdiamo palla a centrocampo, basta un bello scambio tra due attaccanti del Birmingham e i nostri sembrano immobili. Assist a centro area per Grey che la sfiora appena e siamo sul 2-0. Il St. Andrews è una bolgia, noi rispondiamo con gli insulti, proviamo ad incitare i nostri ma si percepisce che le cose si stanno mettendo veramente male. Il momento peggiore è quando tutt’intorno a noi, i venticinquemila iniziano a intonare “Forever True” degli UB40. Per fortuna arriva il fischio dell’arbitro e andiamo tutti a prendere una birra con la speranza di vedere un atteggiamento diverso nella ripresa da parte dei nostri.

Inizia il secondo tempo, passano tre minuti e loro fanno il terzo. A questo punto non conta più quello che succede sul campo. Loro sono al settimo cielo mentre tra di noi serpeggiano tanta amarezza e una certa frustrazione, ma non ci dobbiamo far intimidire. Ormai sono rimasti in pochi ad incitare la squadra, la maggior parte di noi è intenta a gettare occhiate ai tifosi che ci insultano e ci sbeffeggiano, rispondiamo con il più classico “come outside!” e qualche steward è costretto ad intervenire per placcare gli animi. Passano poco più di quindici minuti e loro ne fanno un altro, a questo punto un gruppo numeroso dei nostri prende e se ne va, non è bello, ma vedere che la squadra non tenta nemmeno di salvare la faccia è davvero frustrante. Siamo sul 4-0 ma i gol potrebbero anche essere di più e mentre tutt’intorno esplode la festa, la sensazione è che per noi sarà una serata ancora lunga, umida e fredda. Molti si sono già precipitati ai pullman, qualcuno scriverà che al sessantaseiesimo minuto più di cinquecento tifosi del Millwall venivano scortati fino alla stazione… Rimaniamo in centocinquanta, forse duecento. Solo un padre con il suo figlioletto di dieci anni sono rimasti a fronteggiare gli oltre venticinquemila del St. Andrew’s, tanto che ancora una volta gli steward sono costretti a intervenire, questa volta con l’aiuto anche dalla polizia, scortando all’esterno il signore con il ragazzo in questione, ovviamente sotto una pioggia di insulti. Non succede molto altro fino al novantesimo per fortuna e il fischio finale sembra arrivare come una liberazione.

Gli uomini guidati da Neil provano poi ad avvicinarsi ai pochi dei nostri rimasti ma ricevono una valanga di “boooo”, c’è chi pretende delle scuse ovviamente e io potrei essere tra questi, anche se alla fine preferisco applaudire comunque i ragazzi. Ci sarà tempo per riflettere sulle cause di una simile debacle e soprattutto per metabolizzare la sconfitta, a cominciare da sabato prossimo, in casa contro il Preston, che vincendo domani potrebbe portarsi davanti a noi in classifica. A proposito di classifica, nonostante l’umiliazione di questa sera siamo ancora quarti ma il Coventry di Lampard, nel frattempo, ha vinto (nel primo tempo era sotto) e guarda tutti sempre più dall’alto, il Boro ha pareggiato, mentre il Bristol City ha perso in casa, il Charlton ha battuto il West Brom e lo Stoke è andato a vincere a Oxford. Come se non bastasse, con la vittoria di questa sera al St. Andrews, crescono sempre più anche le ambizioni dei Blues. Con la sola eccezione del Coventry, unici grandi favoriti quest’anno a mio modo di vedere, ci sono molte squadre racchiuse in pochi punti. Questo fa certamente riflettere su quanto sia equilibrata, divertente e allo stesso tempo imprevedibile la Championship.

Mentre esco sento ancora risuonare dagli altoparlanti le note di Forever True”, saluto alcuni tifosi che salgono sui pullman e mi incammino sotto la pioggia tra la moltitudine dei tifosi dei Blues verso la stazione dei bus dove prendo l’X1 diretto a Coventry via Birmingham Airport.

Sono le sei di mattina all’Aeroporto Internazionale di Birmingham, tra poco mi imbarcherò per Milano. Nel frattempo, mi sono quasi asciugato, ho messo sotto carica il cellulare, ho mandato qualche messaggio a casa. Poi ho dormito un paio di ore e sono stato svegliato da una poliziotta che gentilmente mi ha chiesto se stessi bene. Mi sono bevuto un cappuccino caldo e ho scritto queste righe di getto così come veniva, per cercare di tracciare un bilancio di queste ultime ventiquattr’ore e chiedermi se ne sia valsa la pena. Carta di credito alla mano, inizio a scorrere le date del calendario e prenoto i biglietti per la prossima trasferta.
di Stefano Conca
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