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6 novembre 2025

"DAL CAMPO ALLA TRINCEA" di Leonardo Aresi

“When football was football and footballers were men“. 
Come i calciatori del Regno Unito nel primo conflitto mondiale abbandonarono i campi da gioco per arruolarsi nell'esercito di Sua Maestà."

«When football was football and footballers were men». Nel periodo del primo grande conflitto mondiale, tra l’estate del 1914 e la fine del 1918, quasi tutti gli sportivi professionisti e dilettanti del Regno Unito si arruolarono volontariamente nell’esercito di Sua Maestà per proteggere la Madre Patria. Il 12 Dicembre del 1914, il conservatore William Joynson Hicks costituì il 17th Service Battalion of the Middlesex Regiment che comprese i giocatori di calcio. Alla guida del «Footballers’ Battalion» venne messo Frank Buckley: difensore del Bradford City con un passato nelle due squadre di Manchester e nel Birmingham. Buckley, fregiato del grado di maggiore, si distinse nella battaglia della Somme (nella foto sotto), sul fronte occidentale, dove gli alleati prevalsero sui tedeschi dopo una logorante guerra di trincea.
In quell’occasione fu ferito gravemente sia ai polmoni che alle spalle e quindi dovette fare ritorno in Regno Unito per essere curato. Ciò non gli impedì di riaggregarsi ai suoi uomini in occasione dell’offensiva contro i tedeschi ad Argenvillers nel Gennaio del 1917, che coincise con la sua ultima battaglia. Le pessime condizioni dei suoi polmoni costrinsero il maggiore a mettere definitivamente da parte le armi. Rientrato a casa, cercò di mettersi alle spalle i dolori della guerra ripartendo dal mondo del calcio. Il Norwich city lo ingaggiò come manager nel 1919. Poi, dal 1923 al 1927, affrontò una parentesi al Blackpool. Major Buckley, come continuarono a chiamarlo i suoi calciatori, lasciò però concretamente il segno nel Wolverhampton tra il 1927 e il 1944. Soldati inglesi durante la terribile battaglia della Somme

In quello spazio temporale costruì le basi dei successi nazionali in campionato e coppa dei Wolves degli anni ’50, valorizzandone l’academy e predicando una filosofia di gioco veloce e palla a terra. Ogni tifoso dei Lupi che si rispetti gli è grato per aver fatto firmare il primo contratto da professionista al leggendario capitano Billy Wright che a quelle latitudini ha portato 3 titoli nazionali, 1 FA cup e 3 Charity Shields oltre ad aver collezionato più di 100 presenze con la maglia dei Three Lions. La maggior parte dei componenti del battaglione dei calciatori, però, non furono fortunati a voltar pagina come Buckley. 

Tra i centinaia di caduti che deliziarono gli appassionati di calcio d’oltremanica prima dello scoppio delle ostilità ci furono Richard McFadden, William Jonas e George Scott del Leyton Orient, allora conosciuto come Clapton Orient, Evelyn Lintott del Queen’s Park Rangers, Duncan Currie, John Allan, James Boyd, Tom Gracie, Ernest Ellis, James Speedie e Harry Wattie degli Hearts, Patrick Slavin, Leigh R. Roose, Donnie McLeod, Archie McMillan, Robert Craig, John McLaughlin e Peter Johnstone del Celtic, David Murray, John Fleming , Jimmy Speirs e Walter Tull dei Glasgow Rangers. Quest’ultimo fu un vero e proprio rivoluzionario sia sul campo di battaglia che su quello calcistico.

Tull, orfano dalle origini paterne caraibiche, fin dalla sua infanzia si dimostrò una persona fuori dal comune. I suoi successi legati al pallone arrivarono già a diciotto anni con il Clapton nella London Senior Cup e FA amateur Cup, facendolo diventare il primo giocatore di colore a vincere dei titoli nell’ English Senior football. Nel 1908 il Tottenham Hotspur si accorse del suo talento e non se lo fece scappare. Walter Tull, un rivoluzionario diviso tra i campi di calcio e la trincea

Tull (nella foto a lato) divenne dunque il primo outfield player di colore nella storia della Top division inglese. Qualcosa non andò per il verso giusto con i Lilywhites e dopo solo 10 presenze e 2 reti venne relegato alla squadra riserve. Ciò nonostante ci fu chi volle continuare a credere nelle sue enormi potenzialità. Herbert Chapman, una figura leggendaria nel panorama calcistico britannico e mondiale, più avanti vero e proprio santone sulla panchina dell’Arsenal, difatti lo mise sotto contratto al Northampton Town. Qui Walter Tull trascorse i suoi anni più felici, collezionando 111 presenze e 9 reti.

Nel 1914 lo scoppio della prima guerra mondiale e il conseguente richiamo del battaglione dei calciatori interruppero i suoi fasti sul rettangolo verde. Gli anni della guerra misero in evidenza le sue grandi qualità di trascinatore e leader. Il nativo del Kent si distinse in 6 grandi battaglie, guadagnandosi addirittura il grado di officer nonostante ai tempi ciò fosse proibito agli uomini di colore. Di ritorno verso il Regno Unito, dopo aver condotto in modo valoroso una spedizione di 26 uomini sul fiume Piave, cadde sotto i colpi nemici in un’imboscata nel nord della Francia.

Ad aspettarlo in patria ci sarebbe stato un contratto con i Rangers, la squadra di cui era tifoso suo fratello Edward. Chissà se Tull sarebbe riuscito a guadagnarsi un posto nella Hall of fame di Ibrox Park, un onore riservato a pochissimi eletti. Fu commovente il memorial tra Spurs e Gers disputato nel 2004. Per il club di Govan e i suoi tifosi verrà sempre ricordato come un fallen ranger.
di Leonardo Aresi, da https://www.rivistacontrasti.it

29 settembre 2025

"JIM BAXTER. RIBELLE PER VOCAZIONE" di Leonardo Aresi

Tonight I'm a Rock 'N' Roll Star.
Il talento di uno sportivo è innato, indomito e spesso destinato alla grandezza. Così è stato il talento di James Curran Baxter, nato il 29 Settembre del 1939 a Hill O’Beath, un minuscolo villaggio situato sulla ventosa costa orientale della Scozia. Una volta conclusa con ottimi voti la carriera scolastica, Jim venne instradato dai genitori ai lavori in miniera come molti altri suoi coetanei. Era il secondo dopoguerra e le fameliche fauci dell’industria britannica bramavano carne fresca.
L’esaltazione delle sue enormi potenzialità con la palla tra i piedi era quindi circoscritta al rito pagano di quartiere: la partita della domenica con gli amici. Il ragazzo era un autentico narciso, uno sbruffone pieno di sé e del proprio gioco. La sfera rimaneva incollata ai suoi scarpini fin quando decideva lui e soltanto lui. Dei continui richiami che riceveva in campo dai compagni se ne fregava alla grande. Guascone per natura. E Baxter non l’ha mai rinnegata la sua natura. Né tantomeno ha provato ad arginarla. Anzi l’ha assecondata ed esasperata fino in fondo, anche a costo di pagarne un tragico conto.

Le spensierate sgambate di pasoliniana memoria rappresentarono solamente il punto di partenza verso qualcosa di molto più grande. Quel talento non poteva certo sfiorire sotto i colpi di piccone. Baxter in cuor suo ne aveva piena consapevolezza ma a prendersi sul serio faceva davvero fatica. E lo dimostrò in maniera eclatante quando per la prima volta gli fu concessa la possibilità di firmare nero su bianco un contratto da calciatore. Quel moccioso arrogante, nel giorno del suo provino con la squadra giovanile dell’Halbeath, rimase inchiodato al tavolo da gioco della sala scommesse di Hill O’Beath.

Una partita a poker e una fumata di sigaro circondato da manovali e pescatori avevano la priorità. Persa la mano decisiva e finiti i denari da sperperare, a Baxter non restò altro che sfogare la propria delusione incantando con prodezze mirabolanti gli allenatori a cui inizialmente aveva dato buca. Non se la fecero scappare quella fenomenale testa di cazzo. Questione di poco tempo e l’attenzione delle squadre più blasonate della regione era tutta su di lui. Nel 1957 fu il Raith Rovers ad assicurarsi i suoi colpi di genio. Memorabile la vittoria contro i Rangers nel 1958 di cui fu indiscusso fautore.

“È nata una stella” titolavano le pagine sportive di tutti i giornali all’indomani del trionfo.

Gli anni trascorsi a Kirkcaldy fecero da trampolino di lancio per una delle più appassionanti ed intense storie che il calcio scozzese abbia mai conosciuto. Baxter nel 1960 approdò, per la cifra record del tempo di 17.500 sterline, proprio nei Blues di Glasgow, giganti assoluti del movimento calcistico nazionale che all’epoca già potevano vantare 31 titoli in bacheca. L’allenatore Scot Symon era fermamente convinto che le giocate di quello scapestrato centrocampista avrebbero permesso ai suoi uomini di fare il definitivo salto di qualità.

Slim Jim, come lo ribattezzarono i tifosi per il suo fisico longilineo, debuttò con lo stemma della casata di Govan cucito sul cuore in occasione di un incontro estivo di Coppa di Lega contro il Partick Thistle. A Novembre mise a segno le sue prime reti in campionato e nei quarti di finale della Coppa delle Coppe contro il Borussia Mönchengladbach. Finì 8-0 quel match: uno dei più grandi massacri europei di sempre a tinte blu. L’agile eleganza di quello spilungone fece immediatamente breccia nei cuori del popolo di Ibrox. Il suo estro fuori dagli schemi mozzava il fiato a chi fino ad allora era stato abituato a concepire il calcio come una scienza esatta. Baxter con i suoi guizzi al di là di ogni logica era riuscito a scatenare in campo una rivoluzione pari a quella che Beatles e Rolling Stones trasmisero dal palco con la loro musica.

«Un giorno ero un giocatore del Raith Rovers che cercava di rimorchiare al Cowdenbeath Palais, ed il giorno dopo ero a Glasgow circondato da ragazze che si gettavano impazzite su di me. Si era verificato un grande cambiamento nella mia vita e di certo non me lo sono lasciato sfuggire».

In un’epoca nella quale la parola del manager era legge, Jimmy decise di farsi guidare solo dall’istinto. Le donne, l’alcol, il gioco d’azzardo, gli abiti firmati e la vita notturna spericolata nei locali di Glasgow alimentarono come benzina sul fuoco la sua leggenda. Il levriero del Fife è stato l’emblema della classe operaia catapultata in paradiso. Allenarsi con regolarità ovviamente era fuori discussione e questo lo portò a scontrarsi più volte a muso duro con i senatori della squadra e con lo stesso Scot Symon che a malincuore era continuamente costretto a chiudere un occhio sulla sua condotta indisciplinata. Quel demonio se ne infischiava di qualsiasi codice comportamentale presentandosi ubriaco ai raduni prima delle gare ufficiali o addirittura concludendo in commissariato le notti brave della vigilia.

I giocatori dei Rangers allora più che mai rappresentavano l‘establishment protestante ed unionista della nazione ma a Baxter poco importava. Fu tra i pochissimi in quegli anni a fraternizzare con i nemici cattolici dell’altra sponda del fiume Clyde. Bandiere del Celtic come il capitano Billy McNeill, Pat Crerand e Mike Jackson divennero infatti suoi carissimi amici. Del settarismo religioso, politico e sociale che divideva le due fazioni non se ne curava. Nelle stracittadine però non conobbe pietà. Fu una vera e propria bestia nera per i biancoverdi con un invidiabile score di due sole sconfitte in diciotto incontri totali. Dal 1960 al 1964 la popolarità di Jim Baxter non ebbe eguali nel panorama calcistico scozzese. Il suo ostinato anticonformismo era sulla bocca di tutti. Come diceva Oscar Wilde, amare se stessi è l’inizio di un romanzo lungo quanto la vita.

Baxter fu il Deus ex machina in ogni conquista collettiva dei Gers di quel periodo. Il bottino recita 10 titoli di cui 3 campionati, 3 Coppe di Scozia e 4 Coppe di Lega. Non male per uno che era solito consumare senza tregua quantità industriali di Bacardi. Il culto del ragazzone fece proseliti anche tra i sostenitori della Nazionale. La Tartan Army stravedeva per lui. Il 6 Aprile 1963 davanti ad una platea oceanica di quasi 100.000 spettatori, Slim Jim fece del tempio del calcio il suo salotto di casa. Oltre a mettere a segno una doppietta, con un tiro dal limite dell’area ben angolato ed un superbo calcio piazzato su rigore, riuscì letteralmente a destabilizzare gli inglesi presenti a Wembley con i suoi improvvisi cambi di direzione ed i suoi lanci balistici da una parte all’altra del campo.

90 minuti di assoluta perfezione consegnati alla storia: il masterpiece della sua carriera. Un gruppo di tifosi dell’Arsenal dopo quella sconfitta per 1–2 firmarono addirittura una petizione pregando in tutti i modi il loro board di portarlo ad Highbury. La proposta non si concretizzò mai. Le voci sulla sua profonda mancanza di professionalità avevano fatto il giro dell’isola e per molti club Jim era considerato uno squilibrato da tenere alla lontana.

«Tutto quello che ho fatto in campo è stato puro istinto. Forse mi sono divertito un po’ troppo, ma in fondo cos’è troppo? La moderazione l’ho sempre lasciata ai moderati. Senza pentirmene nemmeno una volta».

Il 23 Ottobre 1963 partecipò alla sfida tra l’Inghilterra ed una rappresentativa FIFA per celebrare i 100 anni della Football Association. Un ulteriore lustro a livello internazionale in quella annata magica. Giocò al fianco di campioni che siedono di diritto nell’Olimpo del calcio come Francisco Gento, Alfredo Di Stéfano, Ferenc Puskás, Eusébio, Raymond Kopa e Lev Yashin. Qualche anno più tardi, dopo l‘amichevole tra Scozia e Brasile, un certo Edson Arantes do Nascimento meglio noto come Pelé disse ai cronisti che lo tempestavano di domande fuori da Hampden Park che Baxter sarebbe dovuto nascere brasiliano viste le qualità tecniche di cui era padrone. George Best poco prima di morire, in un’intervista rilasciata al magazine FourFourTwo, lo inserì nel suo undici ideale. E chissà di cos’altro sarebbe stato capace se nel 1964 una frattura scomposta alla gamba durante una gelida trasferta viennese di Coppa Campioni non avesse pregiudicato il prosieguo della sua carriera.
di Leonardo Aresi, da https://www.rivistacontrasti.it

23 marzo 2025

DAVIE COOPER. A KING OF MAGIC


























Nel 1986 i Queen ottennero un successo planetario con uno tra gli album più iconici del loro repertorio. Solennità, ritmo e profonde emozioni come raramente vissute prima di allora dagli appassionati del rock made in Britain. Parlando di calcio, invece, fu Davie Cooper, più di qualunque altro, ad essere ispirato da un qualcosa di magico su un campo da calcio. Perlomeno in Scozia. La sensazione di stupore che i tifosi al di là del vallo di Adriano potevano sperimentare ogni qual volta gli si presentò l'occasione per dribblare, segnare la rete del vantaggio in una finale di coppa, beffare il portiere avversario su calcio di punizione o servire un assist illuminante rimane scolpita nella loro memoria a distanza di 30 anni dalla morte del nativo di Hamilton, Nato il 25 febbraio del 1956, il giovane Davie iniziò a dare i primi calci al pallone nella selezione della sua scuola. La posizione in campo era e rimase per tutta la sua carriera quella di ala. Negli anni '60 e '70, d'altronde, proprio due centrocampisti come Jim Baxter e Jimmy Johnstone si fecero strada nell'olimpo del calcio scozzese. Il mito si alimenta nell’emulazione. 

Quando i tempi diventarono maturi, il Clydebank FC gli concesse la possibilità di entrare nel mondo del calcio giovanile. Durante la trafila nelle squadre Under 16 e Under 18, Cooper mise in evidenza tutte le sue potenzialità. In quegli anni, la partecipazione con la Scozia ad una youth edition del torneo Home Nations lo consacrò tra i migliori talenti in circolazione nel panorama scozzese. Rangers, Motherwell, Clyde, Coventry City e Crystal Palace si interessarono a lui ma alla fine i Bankies riuscirono a tenerselo stretto. L'estate del '74 segnò l'inizio della sua carriera da professionista. Il 10 Agosto, a diciotto anni compiuti, arrivò il tanto atteso debutto in prima squadra: Clydebank 0 - Airdrie 4. Non esattamente un inizio memorabile. Per scalfire la determinazione di quella giovane promessa baciata sulla fronte, e sul mancino, dagli dei del football ci voleva ben altro però. In quella stagione, tra alti e bassi, giocò 29 partite realizzando 5 reti. Nella stagione 1975/76 il giovane Cooper fu tra i migliori del Clydebank giocando in ogni partita e mettendo a segno 22 reti. Il suo contributo fu decisivo nella conquista della promozione. I tifosi e gli addetti ai lavori dei Bankies non furono però i soli a rendersi conto della crescita esponenziale del talento cristallino del ragazzo. I Glasgow Rangers, infatti, l'8 Giugno del 1977, trasferirono 100.000 sterline sui conti della dirigenza biancorossa portando il 21enne ad Ibrox Park. La leggenda di colui che ben presto diventerà "Super" Cooper ebbe inizio. La stagione 1977/78 fu la sua prima con la casacca red, white and blue. Quello sì che fu un inizio col botto: treble domestico, giocando 52 partite su 53 e mettendo a segno 8 gol di cui uno direttamente da calcio d'angolo. Il mancino aveva letteralmente stregato il popolo dei Teddy Bears che ormai non ne potevano più fare a meno. "Davie! Oh, Davie Cooper! Oh, Davie Cooper on the wing!" era il grido unanime che si alzava dalle tribune con lui in campo. Quei Rangers, comunque, erano composti da mostri sacri come lo storico capitano John Greig, la sgusciante ala Tommy McLean, il jolly Derek Jonhstone, in campo nel 1972 ad appena 18 anni nella finale di coppa delle coppe a Barcellona vinta dai Lightblues, la roccia difensiva Tom "Jaws" Forsyth, Derek Parlane e il grande Sandy Jardine. In panchina sedeva Jock Wallace, tra i manager più amati di sempre ad Ibrox. Big Jock era un burbero signore scozzese che, anche grazie alle sue tecniche di allenamento in stile Marines, riuscì a togliersi delle belle soddisfazioni. Fu proprio lui a volere a tutti i costi Coop ad Ibrox. 
Nella stagione successiva, senza il generale a guidare la sua truppa, il titolo si spostò verso le parti di Celtic Park ma i Gers riuscirono comunque ad affermarsi vittoriosi nelle due coppe nazionali oltre che a dare vita ad una bella cavalcata europea, eliminando PSV Eindhoven e Juventus, e ad aggiungere alla bacheca trofei la Drybrough Cup, un torneo che comprendeva le top four della Scottish Premier League. Proprio nella finale di questa coppa, contro gli "auld" enemies biancoverdi, il numero 7 mise a segno una delle reti più incredibili mai viste in Scozia e non solo. Descriverla in modo da rendergli il giusto onore è alquanto difficile: ricevuto il pallone da un compagno che si trovava in prossimità della bandierina del calcio d'angolo, Cooper stoppò di petto il pallone con il difensore in marcatura per poi rapidamente farlo scivolare sul fido mancino e , coprendo con il corpo la sfera, si fece strada verso il centro dell'area palleggiando. Qui altri due difensori si scagliarono verso di lui ma con un sombrero sopra le loro teste riuscì a beffarli entrambi. A questo punto, a soli 5 metri dal portiere, riuscì a divincolarsi con un altro superbo sombrero dall'ennesimo difensore che tentò di fermare la sua corsa verso la gloria per poi appoggiare in rete con il portiere spiazzato. Un goal senza eguali nella storia dei Rangers che più avanti verrà giustamente votato dai loro tifosi come il più bello di sempre. A kind of magic. 
Nonostante fosse tecnicamente una spanna sopra la maggior parte dei calciatori scozzesi dell'epoca, Davie mantenne sempre i piedi per terra dimostrandosi, oltre che un campione, anche un uomo umile. La stagione 1979/1980 segnò l'inizio del breve declino dei Rangers nella prima parte degli anni 80. In quella annata la squadra finì quinta, undici punti dietro i campioni dell'Aberdeen guidati da Sir Alex Ferguson. I tifosi non ebbero modo di gioire nemmeno nelle coppe domestiche e internazionali. Di fronte ad una situazione che presagiva nulla di positivo, l'unica certezza era Cooper. 
Nella stagione 1980/1981, l'occasione per saziare l'incessante fame di successi di migliaia di tifosi lightblues si presentò nella finale di Scottish Cup contro il Dundee United tramandata ai posteri come "The Cooper final". A fine gara il tabellino reciterà: Rangers 4 -Dundee United 1. Coop, circondato da un tripudio di sciarpe e bandiere, firmò un goal, pregevole pallonetto dopo aver scaltramente approfittato di una disattenzione difensiva degli avversari, e due assist al bacio. Le stagioni successive continuarono ad essere deludenti sul fronte del campionato. Le offerte dall'Inghilterra per Cooper si fecere sempre più numerose ma il ragazzo in nessun modo volle allontanarsi da Ibrox. In quegli anni di transizione, infatti, continuò a deliziare i suoi tifosi con giocate spettacolari. Gli unici successi arrivarono in coppa di lega, dove i Rangers riuscirono ad imporsi tre volte. L'avvento di Souness come player-manager nel 1986 però riportò finalmente l'entusiasmo tremendamente atteso. Campioni affermati come i nazionali inglesi Woods e Butcher, giovani promesse destinate a grandi successi come McCoist, Durrant o Derek Ferguson e veterani come l'ex Man United Nicholl andarono a formare la squadra che riportò dopo 9 anni il titolo tra le mura amiche. Ovviamente Cooper fu protagonista anche in quella stagione, collezionando 48 presenze e 11 reti. Riuscì, inoltre, a lasciare il segno nella finale di coppa di lega vinta contro il Celtic con un goal e una prestazione sugli scudi. 
 Nella stagione dopo, 1988/1989, ottenne l'ennesima medaglia di League Cup, sette in totale, e sopratutto fu per la terza volta campione di Scozia. E' proprio alla fine di quella annata che le strade di Super Cooper e i Rangers si separarono. Avvicinato dai cronisti dopo il Testimonial match a lui dedicato dichiarò "I played for the team I loved". Tommy McLean, suo ex compagno ad Ibrox negli anni '70, una volta diventato il manager del Motherwell, non se lo fece scappare. Al Fir Park, Coop visse 4 stagioni e mezzo di intense emozioni contribuendo a riportare un trofeo nella bacheca degli Steelmen dopo 40 anni di digiuno. Quella Scottish Cup del 1991 deve aver avuto sicuramente un sapore particolare per lui, nonostante avesse già provato più volte l'ebrezza della vittoria nella sua vita precedente con la maglia dei Lightblues. Per chiudere in bellezza la carriera, tornò per un paio di stagioni nella squadra che gli diede la possibilità di realizzare i suoi sogni: Il Clydebank. Il ritorno del figliol prodigo venne accolto da tutta la comunità con caloroso entusiasmo. Il 7 Febbraio del 1995 finì la parabola calcistica di uno dei più grandi giocatori mai visti in Scozia e nel Regno Unito. 645 presenze e 95 goals complessivi con le 3 squadre alle quali ha legato il proprio nome e 22 presenze e 6 reti con la nazionale scozzese. 
Sarebbe stato bello poter terminare di scrivere con un lieto fine ma la vita riserva talvolta epiloghi tragici. Il 23 Marzo dello stesso anno, Davie Cooper scomparve a causa di un’emorragia cerebrale avvenuta mentre filmava il giorno prima un video-coaching per giovani calciatori.  La notizia della sua morte sconvolse l'intero paese. Il suo ricordo rimane vivissimo nei cuori di coloro che ne hanno potuto godere l'umanità e la classe calcistica. Le parole con cui Walter Smith si è espresso nei confronti di Coop sono emblematiche: "God gave Davie Cooper a talent. He would not be disappointed with how it was used."
di Leonardo Aresi
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