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9 aprile 2026

SCOTLAND. "THE AULD ENEMY" di Simone Galeotti

Inghilterra- Scozia? Partiamo con la signora MacLeod. 
La donna sarebbe dovuta apparire in primo piano, sorridente e vestita con semplicità. Avrebbe dovuto dire che era la moglie di Ally, l'allenatore di quella invincibile armata del calcio e a quel punto tutte le casalinghe di Scozia, secondo i piani, si sarebbero precipitate a fare acquisti al supermercato. Non si conosce con esattezza la cifra spesa per l’iniziativa pubblicitaria, si sa solamente che quel contratto, dopo il crollo della nazionale ai campionati del Mondo, fu invalidato e la catena di grandi magazzini in questione si rivolse immediatamente ad altri mezzi di seduzione del consumatore. 

Nel giorno della partita contro l'Olanda valida per i mondiali del 1978 (ossia la resa dei conti del girone), i parsimoniosi scozzesi oltre ai calcoli sulla qualificazione si misero a fare anche un altro tipo di conti, quantificando quello che sarebbe costato l'eventuale mesto ritorno a casa della loro squadra. Secondo un computo che teneva presente diversi aspetti, il mancato passaggio del turno (nonostante l’epigrafe allucinogena del “Non mi sentivo così da quando Archie Gemmill segnò all'Olanda nel '78”) avrebbe comportato una perdita economica di oltre un milione di sterline. 
Dentro la bolla speculativa c’erano gli accordi con la casa automobilistica Chrysler (300 mila sterline per pubblicizzare un nuovo modello attraverso i 22 nazionali), con l'industria discografica capeggiata da Rod Stewart e Andy Cameron (lancio di dischi commemorativi inneggianti al successo nella Coppa del Mondo), e con il settore tessile per via di magliette, camicie e bandiere incensate di vittoria. Qualcuno, probabilmente in malafede, dirà che la privazione finanziaria superò perfino la delusione dei tifosi. Insomma parve che la sconfitta sul campo dovesse passare in secondo piano davanti alla quantità enorme di soldi che velocemente scivolarono via come un ruscello nelle Highlands
Una vignetta di fine ottocento mostra un ministro della Chiesa di Scozia che incontra un compaesano mentre si prende cura del camposanto: “Mi fa piacere che lavori nel giardino del Signore, Jock.” - “Grazie Reverendo ma avreste dovuto vedere in che stato lui lo aveva lasciato.” Irrispettosi dei ranghi, dissacranti, disincantati. Poco inclini ad andare d’accordo fra di loro, figuriamoci con quelli del piano di sotto. 
A sanare le divergenze non ci riuscì nemmeno Giacomo VI, primo sovrano a regnare su tutte le isole britanniche, successore di Elisabetta I. Il rapporto con il cosiddetto “Auld Enemy” (il vecchio nemico) è rimasto burrascoso, e se si vuole aprire perbene il pomo della discordia, va fatto a nord, sia di Edimburgo, sia di Glasgow, coinvolgendo un arco immaginario la cui estremità flessibile parte da Greenock, tocca nell'impugnatura Inverness e scende fino all'altro vertice di Dundee. E' in questo comprensorio, dove si allungano enormi laghi silenti e l’orizzonte si serra davanti a aspre vette cariche di erica, che il sentimento del “Tartan”, del “Bonnie Scotland”, caro all' orgogliosa rivolta Stuart, resiste, piegandosi senza spezzarsi come il cardo selvaggio di Stirling, sotto le raffiche di ovatta soffiate dal goffo conformismo contemporaneo.

L’indole scozzese plasmata dal clima duro, da vigorosi sorsi di whisky e dall’etica presbiteriana ha potuto trovare ampie sacche di separazione da Londra attraverso una sostanziale separazione di poteri nel diritto pubblico e privato. In Scozia sin dai disordini del 1706 è sorto un sistema d’istruzione di alto livello accessibile da tutte le fasce sociali. Questo approccio verso la scuola, finanziato con i proventi del sistema fiscale, ha permesso alla popolazione di essere fra le più colte d’Europa, facendo sbocciare illustri scienziati nonché noti letterati. Esiste, è vero, un rovescio della medaglia dato dal ricordo di essere stati gli impavidi coraggiosi ma anche i fatalmente perdenti e oppressi. Questo corto circuito fa strisciare un ancestrale senso di sfiducia e una tendenza a sminuirsi, degna del miglior Freud in "Al di là dei principi di piacere", macerata nel continuo risentimento del predominio politico e culturale inglese. 
Nel calcio si comincia a darsele di santa ragione il 30 novembre del 1872 all’Hamilton Crescent di Glasgow in una empirica, trasandata, partita conclusasi 0-0. La Scozia, completamente formata da giocatori del Queen's Park, ebbe in prestito dalla nazionale di Rugby le divise blu e da allora blu resteranno. La carica del “Flower of Scotland” invece arriverà tardi, circa un secolo dopo. Nel frattempo incomincia a scatenarsi la furia dell’Old Firm e sulle placide sponde del Loch Ness, il 20 aprile 1934, Robert Kenneth Wilson scatterà una foto fatale che il giorno dopo farà impazzire il mondo stampata sulle pagine del Daily Mail: il mostro, nemmeno poi così mostro, esisteva davvero? Oh, fu un grandioso falso, ma il buon scozzese deve credere nel dogma di "Nessie" a qualunque costo (altrimenti mettiamo in cattiva luce San Colombano e allora come si dice: scherza con i fanti ma lascia stare i santi..). 
Tornando in musica la canzone, divenuta inno, fu composta da Roy Williamson, componente del gruppo musicale folk "The Corries" nel 1967 e adottata negli anni settanta. Buckingham Palace ne permise l'uso nonostante fosse una canzone deliberatamente e profondamente anti-inglese ispirata alla battaglia di Bannockburn del 1314. 
Nel 1993 sostituì Scotland the Brave che nel 1980, vivaddio, a sua volta aveva preso il posto del fischiatissimo God Save The Queen, e qualcuno, dai finestroni rigati di pioggia del palazzo di Holyroodhouse, giurò di aver visto il fantasma della povera Regina Mary. 
Poche soddisfazioni e molte delusioni a dire il vero per il Leone rosso di Robert the Bruce. Nel 1961 la Scozia sprofondò a Londra sotto un clamoroso 9-3, il risultato peggiore nei confronti diretti con i bianchi di sua Maestà. Uno strepitoso Jimmy Greaves segnò una tripletta con l’imbarazzante difesa scozzese che riuscì nell’impresa di concedere 5 goal in 10 minuti. Il portiere della Scozia, Frank Haffey, per la vergogna, decise addirittura di abbandonare il paese ed emigrò in Australia.
La rivincita, per fortuna, arrivò sei anni dopo quando il gruppo di Bobby Brown espugnò Wembley per 3-2 battendo i neo campioni del mondo in serie positiva da 19 incontri. La rete d'apertura la segnerà il leggendario Denis Law, Pallone d’Oro 1964, eccezionale attaccante che ha scritto pagine di storia del Manchester United, ma che a Manchester giocò anche con il City e proprio una sua marcatura, durante il drammatico derby del 1974 disputato a Old Trafford, paradossalmente condannerà alla retrocessione i red devils. 
Ripercorrendo Scozia- Inghilterra o Inghilterra- Scozia ci sarebbe da menzionare tutta la trafila del cosiddetto Home British Championship, ossia il più antico torneo per nazionali e conseguentemente l'epopea dei vari Jimmy Johnstone, Sandy Jardine, Greame Souness, Joe Jordan e Kenny Dalglish, e ogni altra vecchia gloria, oblio di una manifestazione sicuramente importante purtroppo calata nel fetido, aspro, respiro condominiale con gli inglesi naturlamnete avanti nei conteggio dei successi. Alla partita di Londra del 1977 pare ci fossero 70.000 tartaners sui 98.000 spettatori presenti. L'atmosfera, quando le squadre uscirono dal tunnel di Wembley era indescrivibile; le reti di Gordon McQueen e Dalglish scatenarono l’invasione di campo più celebre della storia. Per vincere di nuovo a Wembley servì una rigore di John Robertson nel 1981 ma in quel caso, nonostante l’ennesima massiccia presenza scozzese, le nuove balaustre dello stadio bloccarono sul nascere ogni festeggiamento alimentato da un trip troppo esuberante. 
Invece tornando alle sfide a tenore internazionale si giunge a quella del giugno 1996, valevole per i campionati europei organizzati dall’ Inghilterra del “Football Coming Home”. Finì 2-0 per gli inglesi con le firme di Alan Shearer e Paul Gascoigne e con il portiere David Seaman sugli scudi per aver parato un tiro dal dischetto al capitano Gary McAllister a dodici minuti dal termine sul punteggio di 1-0. Resta famosa la frase rivolta da McAllister al suo compagno John Collins allorché gli sussurrò: “If I score, we win the game”. E invece non solo ci sarà l’errore dal dischetto ma pochi attimi dopo pure la beffa attraverso il pallonetto show di Gazza sopra la testa di Colin “Braveheart” Hendry, seguito dal colpo al volo di sinistro spedito alle spalle di Andy Goram. Un pomeriggio amarissimo quello e mai digerito, neppure vendicato nel play off del 1999 valido per la qualificazione agli Europei del 2000 in Belgio e Olanda. Uno spareggio sanguinoso che premiò ancora gli inglesi. Il primo dei due match si disputò il 13 novembre all’Hampden Park di Glasgow e la squadra allenata da Kevin Keegan si portò via il successo grazie ad una doppietta di Paul Scholes. Al ritorno, a Wembley, nonostante le minime possibilità di rimonta in mano agli scozzesi, ci fu la solita battaglia. La Scozia vincerà 1-0, (centro di Don Hutchison) sfiorando più volte il il raddoppio che le avrebbe consentito di disputare i tempi supplementari. Anche stavolta David Seaman sbarrò le porte della gloria ai blu parando un calcio di rigore, ironia della sorte, proprio all'autore della rete del vantaggio. Gli ultimi faccia a faccia sono stati quello dell’11 novembre 2017, Inghilterra- Scozia 3-0 e quei sei minuti di follia allo stato puro nella gara di Glasgow: la Scozia, sotto di una rete riversa in campo tutto il cuore e una magnifica doppietta di Griffiths ribalterà lo contesa mandando in visibilio l'intero paese. A riportare la partita sul definitivo 2-2 ci penserà Harry Kane. “It feels like a defeat” dirà dopo la partita Leigh Griffiths, l’unico nel girone ad essere riuscito ad abbattere il muro difensivo inglese: già, un pari amaro come una sconfitta perché per la nazionale allenata da Gordon Strachan i tre punti avrebbero significato sperare ancora nella qualificazione al Mondiale. Sebbene i risultati negativi spesso siano stati meno netti di quelli mostrati dai referti, è oggettivo che per sperare di sconfiggere fra un paio di settimane gli inglesi a casa loro servirebbe una Scozia almeno parente di quella degli anni settanta. Servirebbe una sorta di ultima chiamata, un suono di cornamusa, (ah, attenti, quelle a tre bocche mi raccomando, poichè a due sono strumenti irlandesi e fanno un suono più dolce..) come accadde prima dello scontro sulla terra brulla di Culloden Moor, e fra i mattoni rossastri di Hampden lo sanno bene: “Everyone needs stroke luck sometimes”, disse, ferito gravemente e attorniato dai suoi uomini, il buon Principe Charles.

10 marzo 2026

"OLD FIRM. La battaglia di Glasgow" di Andrea Dimasi (Urbone), 2016

Non esiste partita al mondo che abbia lo stesso valore culturale dell’Old Firm
Il derby di Glasgow non è soltanto la sfida tra i due club più titolati di Scozia, ma un vero e proprio testa a testa che travalica i confini dello sport e mette a confronto aspetti storici, religiosi e sociali. “Old Firm” vuole offrirvi un manuale completo per conoscere meglio una partita che ha visto la sua nascita negli ultimi cinquecento anni di storia e cultura britannica. In questo libro scopriremo le dinamiche che hanno portato a questa rivalità, lo spinoso tema del settarismo, l’importanza economica della sfida, ma soprattutto le partite memorabili, i grandi successi delle due squadre e i personaggi che hanno scritto la storia di un match che paralizza Glasgow e che nutre particolari legami con l’isola d’Irlanda.

13 gennaio 2026

"LA TRAVERSA SPEZZATA" di Antonello Cattani (Urbone), 2020

Le ballate non sono solo una espressione romantica, ma rappresentano la memoria tenace della storia di una Nazione.
Questa ballata celebra quello che accadde a Wembley nel 1977. 
Nel tempio del football inglese ogni scozzese si sente più scozzese che altrove. La “Tartan Army”, la tifoseria scozzese che in kilt e maglia blu segue in tutto il mondo l’amata nazionale, quando scende a Londra va nel cuore del nemico. Esce dal sottosuolo delle stazioni, passa accanto a Buckingham Palace, occupa festosamente Trafalgar Square e infine entra gonfio d’orgoglio nel tempio sacro dell’avversario.
Sotto il sole o sotto la pioggia, maglie bianche contro maglie blu. Il gigante sassone contro il piccolo guerriero gaelico. Secoli di storia emergono dalla memoria: le battaglie trionfali di Stirling e di Bannockburn, ma anche la disfatta di Culloden, la tragedia delle pulizie etniche, e altro ancora. La disfida non è più su un campo di battaglia, ma su un terreno di gioco. Ma in palio c’è molto di più. Così può capitare che una traversa si spezzi. Per quale motivo?
Il lettore lo scoprirà leggendo le pagine di questo romanzo, che intreccia realtà e fantasia, personaggi realmente esistiti ed altri immaginari. Una storia scozzese, raccontata con tutta la passione possibile da parte non di un semplice appassionato, ma di un vero innamorato della Scozia.

16 ottobre 2025

"HARD SIXTIES. Storie tese dalla periferia scozzese" di Giacomo Mallano

A metà degli anni ’60 il calcio scozzese piombò in una crisi economica e di interesse che sarebbe sfociata (dopo anni di dibattiti) nella ridefinizione della piramide professionistica. 
Una crisi solo mascherata dagli exploit continentali di Celtic (1967) e Rangers (1968): dietro l’Old Firm si stava aprendo infatti un divario destinato a durare ancora oggi, un duopolio cui il pubblico scozzese non era preparato, e a cui reagì voltando le spalle allo spettacolo calcistico. A dicembre del 1964 le presenze totali facevano registrare un calo di 298.000 spettatori rispetto ad un anno prima, a fine stagione il calo arrivò a 435.000 unità. Troppe per non convincere la Football League a intervenire.

La proposta per rilanciare l’interesse popolare fu la creazione di una Terza Divisione, con riallocazione dei 37 club professionistici (all’epoca divisi in sole due Divisioni) secondo uno schema 14-12-12, con ammissione di un nuovo membro per arrivare al totale di 38. La (condivisibile) considerazione da cui partiva la SFL era che il movimento scozzese non fosse in grado di proporre diciotto formazioni competitive (in First Division). 
Questo faceva si che il campionato perdesse rapidamente interesse, ‘ucciso’ da un divario sempre più ampio fra le poche grandi e le altre, con troppe partite inutili (le promozioni e retrocessioni erano su base elettiva) e dunque poco attraenti per il pubblico. Creare tre divisioni più piccole e più omogenee poteva essere uno stimolo alla competizione. 
Da parte loro i club si arroccarono in una difesa abbastanza miope dei diciassette incassi casalinghi stagionali: una divisione di 14 club sarebbe ‘costata’ quattro partite casalinghe in meno, e in un’epoca in cui gli incassi al botteghino erano l’unica fonte di sostentamento si trattava di una prospettiva malvista. Era questa una remora cui la SFL aveva pensato nel redigere la propria idea, proponendo il varo di una nuova Coppa nazionale con cui ‘riempire’ il calendario in primavera…ma non ci fu niente da fare, l’incontro convocato a Glasgow il 22 marzo del 1965 andò quasi deserto e questo primo tentativo di riforma si arenò ancor prima di partire.
Nelle more di questo delicato momento di trasformazione dell’intero calcio scozzese, alcuni club attraversarono vicende singolari e tumultuose, poco note perché non erano ‘grandi’, ma non per questo meno suggestive e affascinanti.
Nella proposta della SFL, ad esempio, in Second Division avrebbe militato l’E.S. Clydebank, dove E.S. stava per East Stirlingshire. Accoppiamento curioso, visto che Clydebank è sulla costa ovest e l’East Stirlinghsire dalla parte opposta. Tutto era iniziato nel 1957, quando i fratelli Steedman avevano acquisito il controllo dell’East Stirlinghsire per 1.000 sterline. 
Il secondo club di Falkirk militava all’epoca in Second Division, ma l’entusiasmo e l’impegno dei nuovi proprietari lo portò nel giro di cinque stagioni in First Division, per la prima volta in trent’anni. Il 1963/64 fu una stagione memorabile, con affluenze di oltre 7.000 persone, ma la sfida a Celtic & co. si rivelò improba, e con soli 12 punti in 34 partite l’East Stirlinghshire tornò in Second Division. Una delusione che convinse i fratelli Steedman a cercare strade alternative al successo, e a trovarle (secondo loro) nel trasferimento del club (e del suo titolo sportivo) a Clydebank, per fonderlo con la locale squadra semi-pro (e chiamare la ‘creatura’ E.S. Clydebank). La decisione, assunta in una riunione ‘informale’ (eufemismo) del Board, incontrò da subito una imprevista resistenza della comunità locale. In un ambiente in cui il calcio aveva suscitato entusiasmi solo intermittenti e mai a livello di epidemia, le manifestazioni popolari di protesta sorpresero forse gli stessi promotori dello Shareholders Protection Association, l’organismo varato per tutelare gli interessi dei piccoli azionisti. 
In una prima fase non ci fu però niente da fare, la ‘piazza’ perse la battaglia e nell’agosto del 1964 l’E.S. Stirlingshire fece il suo esordio ufficiale in campionato. Storia finita? Nemmeno per sogno, gli ‘ultras’ del vecchio club affidarono il caso a Robert Turpie, un avvocato di Glasgow che aveva già assistito piccoli club negli anni precedenti, maturando un’esperienza specifica nel settore. Imprevedibilmente l’intervento del ‘principe del foro’ ribaltò la situazione: appellandosi ad un cavillo nel trasferimento di azioni ai fratelli Steedman, Turpie ottenne dal Giudice l’annullamento di tutte le decisioni successive, incluso il trasferimento a Clydebank. Fu così che nell’agosto del 1965 oltre 3.000 spettatori si accalcarono nel piccolo Firs Park per applaudire il ri-esordio dell’East Stirlingshire, e ai fratelli Steedman non restò che ripartire da un nuovo club, il Clydebank, che esordì in Second Division nel 1966/67.

Per una storia dal finale lieto e romantico, negli stessi anni se ne consumò una (calcisticamente) tragica, quella del Third Lanark. Membro fondatore della SFL, il club di Glasgow non aveva mai avuto timore di sfidare gli scomodi e ingombranti ‘vicini’ di Celtic e Rangers.

A cavallo degli anni ’60 aveva anzi vissuto una stagione felice, con il 3° posto nella First Division 1960/61 e la finale di Coppa di Lega nel 1959. La linea offensiva formata da Hilley, Goodfellow, Harley, Gray e McInnes (nel classico 2-3-5 dell’epoca) rivaleggiava quelle leggendarie rei Rangers o del Dundee (con i vari Gilzean, Cousin, Smith, Penman, Robertson).
La sventura del club non fu quindi di origini sportive, ma fu invece frutto dell’avidità speculativa del suo Chairman, William Hiddleston, il quale a un certo punto si convinse che l’area del Cathkin Park era troppo appetibile a livello commerciale per lasciarla al calcio. Dopo aver rastrellato fra il pubblico un numero sufficiente di azioni, avviò una subdola strategia di impoverimento del club: venduti i giocatori migliori a prezzi ridicoli, non pagati o pagati tardi gli altri, abbandonate a sé stesso le strutture dello stadio, ‘trascurate’ le regole basilari di buona e trasparente amministrazione, il Third Lanark finì in breve nell’occhio del ciclone. Il Board of Trade aprì un’inchiesta ufficiale e riscontrò un numero infinito di irregolarità e frodi, perpetrate da Hiddleston e dal suo staff.
Ineffabile, il boss dello storico club di Glasgow andò avanti per la sua strada, cedendo ad un’impresa di costruzioni l’intera area su cui sorgeva il Cathkin Park (incluso lo stadio). Nonostante gli sforzi delle autorità locali e le proteste dei tifosi, il Third Lanark non si iscrisse al campionato 1967/68, privando la First Division di una delle storiche protagoniste del calcio scozzese. Mentre tutto sembrava perduto due colpi di scena degni di Ken Follett riaprirono i giochi: il Comune negò il permesso di costruire sull’area del Cathkin Park, vanificando di fatto la speculazione edilizia di Hiddleston, ma soprattutto lo stesso Chairman morì improvvisamente, salvandosi di fatto dai numerosi procedimenti penali già avviati a suo carico, e lasciando tutti con il fiato sospeso. Sebbene estirpata la causa del male, però, la malattia era andata troppo avanti, e ogni sforzo di salvare in extremis il club fu vano. Glasgow perse una squadra storica e importante, e di fatto iniziò in quel momento il processo di polarizzazione del calcio cittadino (e di tutta la Scozia) intorno ai due giganti Celtic e Rangers. Partick Thistle, Queen’s Park (il primo club scozzese), Clyde, faranno sempre più fatica a tenere il passo delle rivali cittadine, e perfino a restare nelle divisioni d’elite della SFL. 

Mentre l’Old Firm diventava sempre più forte, insomma, le altre si indebolivano a vista d’occhio. Gli ‘anni europei’ di Celtic e Rangers non furono quindi frutto di una crescita complessiva del movimento scozzese, quanto della concentrazione delle risorse (poche) tecniche ed economiche dove c’era qualche possibilità di vincere, lasciando agli altri solo la nostalgia del ‘grande Dundee’, dei ‘grandi Hibs’, del ‘grande Kilmarnock’…
di Giacomo Mallano, da "UK Football Please"

18 settembre 2025

"I MONDIALI DELLA SCOZIA" di Gianfranco Giordano

La Scozia non ha partecipato alle qualificazioni per le prime tre edizioni della Coppa del Mondo di calcio in quanto non era ancora membro della FIFA.
La Scozia partecipa per la prima volta alle qualificazioni per il Mondiale nel 1950, al tempo il Torneo Interbritannico valeva come girone di qualificazione. Gli Scozzesi si qualificarono arrivando secondi nel Torneo, dietro l’Inghilterra, ma poi rinunciarono al viaggio perché ritenuto troppo difficile da organizzare.


Nel 1954 il Torneo Interbritannico vale ancora come girone di qualificazione ai Mondiali, la Scozia si piazza nuovamente seconda dietro l’Inghilterra e si qualifica per la sua prima Coppa del Mondo. In Svizzera la Scozia gioca due partite, contro l’Austria ed i campioni uscenti dell’Uruguay, scusate se è poco, incassa otto reti senza segnarne alcuna e torna a casa senza lasciare traccia. Del girone faceva parte anche la Cecoslovacchia ma il regolamento del torneo contemplava solamente due partite per squadra nel girone.
Nel 1958 la Scozia si qualifica superando nel girone Spagna e Svizzera. L’allenatore doveva essere Matt Busby, ma aveva dovuto rinunciare all’incarico a causa delle ferite subite nella tragedia di Monaco, il suo posto venne preso da Dawson Walker. All’esordio contro la Yugoslavia arrivano il primo punto e la prima rete nel torneo, poi due sconfitte di misura contro Paraguay e Francia che finirà al terzo posto.
Nel 1974 la Scozia, guidata da Willie Ormond, si qualifica superando nel girone Cecoslovacchia e Danimarca. Gli Scozzesi sono l’unica compagine britannica a staccare il biglietto per la fase finale della Coppa del Mondo. In Germania gli Scozzesi sono attesi da un girone di ferro con Brasile e Yugoslavia oltre allo Zaire, al tempo gli africani non facevano paura a nessuno. Esordio morbido contro lo Zaire, la Scozia fa l’errore di accontentarsi di due sole reti, poi due pareggi contro Brasile, squadra tutto sommato modesta, e Yugoslavia. Scozia eliminata per la differenza reti, il Brasile aveva segnato una rete in più allo Zaire. Per gli Scozzesi, il poco invidiabile record di essere eliminati dalla fase finale senza essere mai sconfitti.

Nel 1978 la Scozia si qualifica superando nel girone Cecoslovacchia e Galles. La Scozia era davvero una bella squadra, quasi lo stesso organico di quattro anni prima ma con più esperienza, un mix di grinta e talento. Nel girone c’erano l’Olanda, grande favorita, il Perù, squadra di buone individualità, Cubillas su tutti e l’Iran. All’esordio la Scozia viene strapazzata dal Perù, dopo essere passata in vantaggio con Jordan ed aver fallito un rigore con Masson. Nella seconda partita l’Iran si rivela avversario ostico ma gli Scozzesi riescono a passare in vantaggio nei minuti finali del primo tempo grazie ad un’autorete, nel secondo tempo però subiscono il pari degli Iraniani. Nell’ultima partita la Scozia tira fuori tutto il cuore e tutta la grinta che possiede, batte l’Olanda ma ancora una volta viene eliminata per la differenza reti.
Nel 1982 la Scozia si qualifica superando nel girone Irlanda del Nord, Svezia, Portogallo ed Israele, primo posto finale con una sola sconfitta. La grande Scozia è ormai in declino, i suoi eroi stanchi e segnati da mille battaglie. Questa volta la Scozia non stecca la partita d’esordio contro la Nuova Zelanda, cenerentola del girone. La partita con il Brasile comincia bene, rete di Narey dopo diciotto minuti, poi la Scozia deve inchinarsi ad un maestoso Brasile. Nell’ultima partita scontro diretto con l’Unione Sovietica che vanta una migliore differenza reti, la Scozia passa in vantaggio con Jordan, a segno nel terzo mondiale consecutivo, subisce la rimonta sovietica poi pareggia nei minuti finali. Ancora una volta la Scozia torna a casa per la peggior differenza reti.

Nel 1986 la Scozia si qualifica arrivando seconda dietro la Spagna, le altre squadre erano Galles ed Islanda. Nel corso della partita giocata a Cardiff il 10 settembre 1985, l’allenatore Jock Stein venne colpito da un infarto che ne causò la morte. Dopo il girone di qualificazione europeo, gli Scozzesi sconfissero l’Australia nello spareggio. Ormai è un’altra squadra, il ricambio generazionale è completo. Le speranze di passare il turno aumentano, in questa edizione passano anche le quattro migliori terze, ma per la Scozia non c’è niente da fare, nonostante sir Alex Ferguson in panchina. Dopo due sconfitte di misura con Danimarca e Germania Ovest, la Scozia era ancora in corsa per la qualificazione, ma un pareggio a reti bianche con l’Uruguay la condanna ad un mesto ritorno a casa.
Nel 1990 La Scozia si qualifica arrivando seconda dietro la Yugoslavia, le altre squadre erano Francia, Norvegia e Cipro. Quinta partecipazione consecutiva ottenuta sul campo, un record all’epoca, per gli Scozzesi. Il girone sembra abbordabile ma comincia subito male con una imbarazzante sconfitta all’esordio contro la Costa Rica, sempre brutte figure contro gli sconosciuti. Dopo un pronto riscatto contro la Svezia arriva la partita decisiva contro il Brasile, un pareggio potrebbe garantire il passaggio del turno, ma un gol di Muller ad otto minuti dalla fine spegne i sogni scozzesi. Ancora tutti a casa dopo il primo turno.
Nel 1998 la Scozia si qualifica arrivando seconda dietro l’Austria, le altre squadre erano Svezia, Lettonia, Estonia e Bielorussia. Ultima presenza scozzese alla fase finale della Coppa del Mondo. Tanto per cambiare nel girone c’è il Brasile, i Verdeoro battono la Scozia nella prima partita del girone grazie ad un’autorete nel secondo tempo. Il pareggio in rimonta contro la Norvegia riaccende le speranze, poi arriva il tracollo contro il Marocco nell’ultima partita.

In totale otto partecipazioni per la Scozia alla fase finale della Coppa del Mondo, in tutte le occasioni scozzesi eliminati al primo turno, spesso con merito ma in almeno due occasioni con grande sfortuna. Negli anni 70 la Scozia era davvero una squadra forte ed avrebbe meritato un posto di prestigio sul palcoscenico mondiale.
di Gianfranco Giordano

4 luglio 2025

"A EDIMBURGO CON IRVINE WELSH" di Andrea Pomella (Perrone Editore), 2023


È il 1966. Cinque ragazzini giocano a pallone sui prati di Muirhouse, tra le case popolari della periferia nord di Edimburgo. Due poliziotti li fermano per disturbo della quiete pubblica e li spediscono al tribunale di High Street. Uno di loro ha otto anni, suo padre è un ex portuale, sua madre fa la cameriera, si chiama Irvine Welsh. Mentre si becca la prima denuncia della sua vita, il piccolo Irvine ancora non sa che da grande diventerà uno scrittore, il più famoso di Scozia, quasi più famoso di un altro edimburghese nato un secolo prima di lui, Louis Stevenson. Le opere di Welsh, più che commedie, sono dei veri e propri romanzi politici, quasi tutti ambientati in una Edimburgo in cui il governo Thatcher ha spazzato via posti di lavoro, sindacati e ogni traccia di solidarietà sociale. A partire da Trainspotting ha fotografato il degrado e la follia della generazione perduta degli anni Ottanta, ragazzi per i quali l’eroina era l’unica alternativa al circolo vizioso casa-famiglia-lavoro.

5 maggio 2025

DERBY. La Contea Contesa (Ayrshire Derby)





























Se esiste un luogo nel mondo colmo di storia, tradizionalità e cultura non si può non parlare della Gran Bretagna. In quella terra anche i più remoti angoli nascosti hanno una storia da raccontare. Le storie, come è risaputo, sanno appassionare sempre i lettori. Sono quella spinta che, da sempre, tiene accesa la fiamma della curiosità e della scoperta di chi, oserei direi, vive di queste passioni.

In questo articolo si andrà alla scoperta di una storia legata al mondo del calcio in una delle contee, cosiddette, tradizionali dell'antica Caledonia. Ci troviamo in Scozia appunto e, più precisamente, nella contea dell'Ayrshire.
Situata a sud-ovest della Scozia, la contea dell'Ayrshire, possiede una delle terre più fertili per quanto concerne l'agricoltura e gli allevamenti. Storicamente parlando, nel castello di Turnberry, sembra abbia avuto i natali lo storico condottiero e Re scozzese Robert The Bruce.
Ma in una terra dove a far da padrone è l'agricoltura e l'allevamento dove si colloca il football? Ebbene in questo contesto rurale tipico della Scozia, vi sono due città ad avere la vetrina e lo scettro di città "industrializzate". Stiamo parlando di Kilmarnock e di Ayr. La prima è nota anche come KIllie ed è, ad oggi, la più densamente popolata della regione. La città, bagnata dal fiume Irvine, è sita nell'Ayrshire orientale ed è a metà strada tra Glasgow e la stessa Ayr. A proposito di quest'ultima, invece, Ayr è la più grande nel senso di ampiezza territoriale. La città è, perlopiù, un porto sulla Firth of Clyde posizionato nella zone meridionale dell'Ayrshire.

Le due città hanno, come ovvia tradizione d'oltremanica, le proprie squadre locali. I due club in questione sono il Klimarnock e l'Ayr United. Entrambi i club portano, con fierezza, il nome delle proprie rispettive città. Il Kilmarnock, nonostante non sia un club noto in Scozia per averdato filo da torcere alla due compagini di Glasgow, è comunque stata, come lo è a tutt'oggi, perennemente presente nella Scottish Premiership (massima divisione scozzese) ed ha, nonostante il poco blasone, cinque trofei in bacheca. Trattasi di un campionato, una coppa di Lega e tre coppe di Scozia.
L'Ayr United, al contrario, ha passato molto della sua storia facendo salti tra la massima serie scozzese, in verità non tantissime apparizioni, e le serie cadette, perlopiù in Championship (equivalente delle nostra serie B). A livello di palmarès non vi è altro se non trofei per il passaggio da una categoria cadetta ad una superiore.
Come il football, però, insegna quando si tratta di derby non vi è palmarès, blasone o notorietà che tenga. Al fischio d'inizio tutto si azzera e la singola battaglia avrà tutta una sua storia. Una nuova storia da essere raccontata.





















La prima partita si disputò il 14 settembre del 1910, nello stesso anno in cui si formò l'Ayr United (il Killie venne fondato anni prima nel 1869). Questa partita era valevole per la finale dell'antica e primissima competizione locale cosiddetta Ayrshire League nella stagione 1909–10 e finì con un pareggio 4–4. La prima vittoria, da parte di una delle due compagini, avverrà nell'anno successivo ad opera dell'Ayr United.
Ogniqualvolta i due club si trovano ad affrontarsi in un derby tutta la contea, praticamente si blocca, cittadini e tifosi di una piuttosto che dell'altra squadra altro non chiedono, ai propri beniamini, la vittoria. Ne vale l'onore, la faccia e la gloria fino al prossimo derby.
Storici incontri tra le due compagini si sono, spesso, svolti per via degli incroci nelle coppe nazionali. Questo a fronte, perlopiù, della differenza di categoria tra le due realtà calcistiche. Neanche a dirlo che tra gli incontri di campionato, Scottish Cup e Scottish League Cup lo scettro delle vittorie oggi è in mano al Klimarnock, ma guai a pensare ad un ampio divario statistico. Tutto sommato, al 2022, l'Ayr United ha conquistato un totale di 49 derby ed i Killie 59. C'è un divario di dieci vittorie di differenza ma per due club che, nella loro storia, hanno giocato in larga scala su due categorie differenti non è, a parer mio, neanche così troppo ampio.

I tifosi del Kilmarnock hanno sempre, comunque sia, preso sul serio questo derby perchè spesso, da quelle parti, la territorialità vale più di mille trofei in bacheca. I tifosi dell'Ayr United, dal canto loro, sentono sempre la convizione di dover vincere in ogni modo e maniera un derby contro gli arcirvali. Come detto, certe rivalità, hanno un senso più profondo che va ben oltre i 90 minuti di gioco. Manuel Pascali, ex calciatore italiano che divenne anche capitano del Kilmarnock, racconta in una sua intervista che quando era in procinto di esser giocato un Ayrshire Derby di coppa di Scozia, il ticket office presente fuori al Rugby Park (stadio del Kilmarnock) venne letteralmente preso d'assalto dai tifosi per potersi accaparrare un biglietto. Il piazzale antistante lo stadio era gremito di tifosi di tutte l'età. Per la cronaca quella partita si sarebbe disputata al Somerset Park, stadio dell'Ayr United, ma finì 2-2. Così venne rigiocato il replay al Rugby Park ed il Kilmarnock s'impose 3-1.

Un derby storico venne giocato il 28 gennaio del 2012. Ayr United e Kilmarnock si affrontarono, ad Hampden Park, nel match valevole per la semifinale di Coppa di Lega scozzese. Era la prima volta che il derby dell'Ayrshire si svolgeva in una semifinale di una competizione importante e, oltretutto, fu anche il primo derby giocato in un campo neutro. La partita fu molto tirarta, rude ma senza reti nell'arco dei 90 minuti. Sono seguiti i tempi supplementari ed era una questione di chi avrebbe osato di più e per primo. Alla fine Dean Shiels fece la differenza per il Kilmarnock, segnando l'unico gol, ad Hampden, e mandando la sua squadra in finale. Una finale che avrebbe vinto sempre 1-0, contro i favoriti Celtic.
E nella festa degli innamorati, a San Valentino, non ce lo metti uno storico derby? Il derby dell'Ayrshire del 1998, giocato il 14 febbraio, era valevole per l'approdo ai quarti di finale di Scottish Cup. Fu un incontro molto combattuto che fu deciso a fine partita. Jim Dick e Ian Ferguson, dell'Ayr United, segnarono negli ultimi sette minuti assicurando alla squadra di Gordon Dalziel il passaggio ai quarti di finale. Lì sarebbero stati poi battuti dai futuri vincitori della stessa competizione, gli Hearts. Questo poco importò ai tifosi dell'Ayr United in quanto, quella vittoria nel derby, fu la seconda di quattro vittorie consecutive in coppa sui nemici giurati del Kilmarnock.

Secondo alcuni "addetti ai lavori" l'Ayrshire Derby è uno dei più caldi di tutta la Scozia. Per certi versi non ha nulla da invidiare a quello di Edinburgo tra Hibernian ed Hearts. Ovviamente non stiamo qui a dire a chi spetta il primato di derby più sentito di Scozia. Quello dell'Ayrshire è un derby che, anche se non si tratta di una consuetudine vista la differenza di categoria, ha tutta la stoffa per essere uno dei più affascinanti del Regno Unito in generale. Un derby di contea, più che cittadino, dove le sue due città simbolo sono in perenne sfida o, meglio, in perenne attesa della sfida per far vedere chi sarà il padrone della stessa contea da lì al prossimo incontro tra le parti. Talvolta, come purtroppo spesso accade, ci sono state anche qualche scaramucce tra le due tifoserie. Inutile negare che, soprattutto in passato, qualche schermaglia tra le due tifoserie non vi sia stata nelle vie adiacenti al Rugby Park od al Somerset Park. Quelle sono cose che non si vorrebbero mai raccontare ma che, comunque sia, esistono ed accadono soprattutto quando in ballo c'è un derby acceso come quello dell'Ayrshire. Non è una costante, ma può succedere ed è successo anche in questa faida locale.

Concludiamo dicendo che, oltremanica, non si finirà mai conoscere storie, aneddoti e racconti. Quei posti sono una miniera d'oro di tutto ciò. E' quello di cui noi appassionati abbiamo bisogno oserei dire quasi in maniera "maniacale".
Maniacale quasi come vincere un derby nell'Ayrshire. Un derby che, magari, per qualche stagione non si presenta e rimane in archivio. Ma quando questo prende forma tramite un sorteggio di Coppa di Scozia o Coppa di Lega ecco che il fuoco ricomincia ad ardere, a prescindere da quale parte ci si trovi della barricata calcistica in questione. Un derby che ha un forte e radicale senso di appartenenza territoriale che, di tanto in tanto, deve essere rinnovato su di un manto verde per 90 minuti, quasi sempre, ad alta intensità. L'auspicio, per tutti noi appassionati di un certo tipo di football, è che questa faida possa diventare di carattere più ordinario ogni stagione grazie, soprattutto, alla presenza di entrambi i club nella massima serie scozzese.
di Damiano Francesconi

29 aprile 2025

"SCOTTISH PRIDE. Dalle origini alla moderna premiership" di Luca Di Lullo & Marco Scialanga (Urbone), 2021

"Scottish Pride" è metaforicamente un pallone di cuoio che vola oltre il Vallo di Adriano e atterra tra le magiche terre delle High e delle Lowlands. Popolo ma non Nazione, in eterno conflitto tra il dire e il fare, gli abitanti della verde Scozia - a sua volta Patria ma non Stato - sopravvivono a loro stessi aggrappandosi all'incrollabile orgoglio per rialzare sempre la testa quando tutto sembra essere ormai perduto, anche sui campi di calcio. Un sottile e prezioso "filo di Scozia" che unisce le gesta di William Wallace alle imprese dei Wembley Wizards capaci di umiliare i maestri inglesi a casa loro, a quelle del Celtic che annienta la grande Inter di Helenio Herrera nel magico pomeriggio dei "Lisbon Lions"; la cavalcata dei Glasgow Rangers che prima strapazzano, quindi rischiano e, infine, gioiscono contro la corazzata sovietica della Dinamo Mosca e lo splendido Aberdeen di Sir Alex Ferguson, che annichilisce niente meno che l'armata Real Madrid. Un divertente viaggio alla scoperta delle squadre che hanno contribuito a scrivere la storia del "Football" in Scozia.

27 febbraio 2025

"GLASGOW BELONGS TO ME. Ode ad una città dopo un paio di pinte" di Mauro Bonvicini & Francesco Basso (Eclettica), 2020

Esiste una Scozia che le guide turistiche ignorano e nella quale le cornamuse, i kilt e i castelli tanto amati dai turisti non sono che sbiadite immagini su cartoline in vendita fuori da qualche negozietto di souvenir. Una Scozia meno appariscente e meno glamour, ma non per questo meno affascinante. Anzi, forse proprio per questa sua ritrosia verso le orde che affollano il Royal Mile poche decine di miglia più a est, appare assai più genuina, sincera e, soprattutto, ammaliante. Una Scozia per pochi che ha in Glasgow la sua capitale. Chi vuole scoprirne le storie, i sapori, le tradizioni deve dimenticare i musei e lasciarsi piuttosto trasportare in una lunga notte di vagabondaggi tra strade, stadi e pub, entrando così in sintonia con la sua gente e con quello che ha da raccontare. Perché è solo dopo aver gustato un paio di pinte magari giù al vecchio The State che si può cogliere l'anima profonda di questa città e orgogliosamente dire, come recita una vecchia canzone, "Glasgow belongs to me".

13 febbraio 2025

"IL RUGGITO DI HAMPDEN. Storia culturale della tifoseria scozzese dai Wembley Warriors alla Tartan Army" di Mauro Bonvicini (Eclettica), 2021

Nella mente di molti appassionati di calcio si è radicata l'immagine del tifoso scozzese come di un campione di bonomia con una smodata propensione alcolica, la cui incrollabile fede nella squadra e lo smisurato orgoglio patriottico si declinano invariabilmente in un carnevale di kilt, tartan e cornamuse. 
Ma è davvero questa la realtà? La storia del seguito della Nazionale scozzese è invece tutt'altro che lineare e attraversa una serie di fasi che ne fanno un insieme ricco di sfaccettature a volte in evidente contrasto tra loro. Dai pellegrinaggi londinesi dell'immediato dopoguerra passando per le scomposte trasferte degli anni Settanta fino ai premi per il fair play del più recente passato, la tifoseria ha via via cambiato il proprio modo di porsi nei confronti del mondo esterno rimanendo pur sempre un elemento centrale negli equilibri del calcio oltre il Vallo di Adriano. Il libro descrive minuziosamente la varie tappe di un percorso che, partito con i primi pionieri negli anni Quaranta, si è definitivamente imposto all'attenzione dell'opinione pubblica mezzo secolo dopo grazie all'esplosione della tartan army.

12 febbraio 2025

"QUEEN'S PARK FC. LUDERE causa LUDENDI" di Damiano Francesconi



Questa citazione sta a significare “giocare per il gusto di giocare”, è il “motto” della più antica squadra di club scozzese.
Il club in questione è il Queen's Park FC che, non è da confondere con il Queens Park Rangers (club londinese che milita nel Championship inglese). Questo club ha, purtroppo per lui, preso vita nella città di Glasgow nel lontano 1867...già, Glasgow, la città élite del calcio scozzese, la città dell'Old Firm, la città dei cattolici del Celtic e dei protestanti dei Rangers, la città dei club scozzesi più forti di sempre.
Il Queens Park, però, può vantare una storia da brividi e, dati alla mano, è la squadra con più Coppe di Scozia alzate al cielo dopo, appunto, Celtic e Rangers. Va anche fatto presente che, nonostante il club militi nel Championship, è l'unico club amatoriale a farne parte.
E' il 9 Luglio 1867, attorno alle 20:30 un gruppo di giovani ragazzi si sono incontrati presso il N. 3 Eglinton Terrace con lo scopo di aprire un dibattito che, come argomento, aveva la fondazione di un club calcistico. Secondo alcune voci, sembra che il dibattito si accese molto quando bisognava scegliere il nome da dare a questo nuovo club calcistico; tra le proposte vi era “The Celts”, “The Northern” e “Morayshire”. Alla fine, a spuntarla, fu QUEENS PARK FC con un solo voto di vantaggio in più su gli altri citati in precedenza. Il primo storico incontro avvenne il 1 Agosto 1868 contro, l'ormai oggi defunta, Thistle FC. Si vocifera che vinse il Queens Park per 2-0.

Il club di Glasgow è noto anche per aver gettato le basi del calcio come lo conosciamo noi oggi. Inizialmente si giocava “calcio” nelle scuole pubbliche e non vi era un vero e proprio regolamento; fu così che il Queen's Park diede vita al calcio come è oggi per noi, ossia passaggi e controllo della palla (con assoluta destrezza per l'epoca che correva). Il club lavorò moltissimo anche sulle tattiche, schemi, verticalizzazioni, dribbling palla al piede, tutto questo sempre con un gioco molto ruvido stile anglosassone.
Tra le caratteristiche di questo club, vi è il loro motto (titolo dell'articolo) che sta a significare “giocare per il gusto di giocare”, tutto questo perché anche oggi il club non stipendia i suoi calciatori, al Queens Park si gioca per amor del calcio giocato.
Nel 1872 il club prese parte alla fondazione della Scottish Football Assosation e fu l'organizzatore dello storico match, giocato il 30 Novembre 1872, tra Scozia ed Inghilterra. Nello stesso anno venne invitato a prendere parte alla FA Cup inglese dove non arrivò in finale perdendo contro i Wanderers in semifinale.
Nel 1873, fu membro fondatore della Scottish Cup che prese il via il 18 ottobre dello stesso anno e vide esordire il Queens Park il 25 ottobre 1873. Quell'anno sarà ricordato per tre episodi fondamentali, il primo fu l'avvio del progetto dello storico stadio Hampden Park, successivamente le storiche maglie a strisce orizzontali bianco nere e, come ciliegina sulla torta, la vittoria per 7-0 contro il Dumbreck nella finale della Scottish Cup.
Verso il terminare del 19esimo secolo, il calcio diveniva sempre di più lo sport popolare dell'epoca vittoriana. Nel 1890, la Scottish Football League, venne formata ed invitò il Queens Park a parteciparvi ma ciò avrebbe comportato la trasformazione del club in squadra professionistica. I membri appartenenti al club rifiutarono il tutto e rimasero fedeli alla loro etica dilettantistica, in quanto sapevano che con il professionismo sarebbero entrati nel circolo vizioso del denaro ed il club avrebbe potuto scomparire. Successivamente accetterà di entrarne a far parte ma rimarrà sempre un club dilettantistico.
Con gli anni, continuano vittorie nella Coppa di Scozia; il trofeo verrà raggiunto anche nel 1875, 1876, 1880, 1881, 1882, 1884, 1886, 1890, 1893.
Nel 1900, prese parte al campionato per la prima volta riuscì a salvarsi arrivando all'ottavo posto in un campionato di undici squadre.

Il primo '900 verrà ricordato il reclamo/sentenza che fecero al Clyde che provò a soffiare, al Queens Park, Willie McAndrew. Dopo questo episodio il club chiese alla Lega di avere delle tutele per i calciatori dilettantistici, ciò venne accettato ed il Queens Park ebbe il diritto di trattenere i suoi calciatori fino al 30 Aprile di ogni anno. Tale sentenza è oggi ancora in vigore.
Sempre più spesso, i "dilettanti" hanno trovato difficoltà a competere con le loro controparti professionali e alla fine della stagione 1921-1922, il club retrocesse per la prima volta, avendo concluso, in un campionato di 22 squadre, penultimo. La vita in Division Two è stato di breve durata e un anno dopo tornarono al livello superiore della Lega scozzese come campioni appena incoronato seconda divisione, vincendo 24 delle loro 38 partite. Rimasero in prima divisione fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.
Durante gli anni della guerra, vennero istituite gare regionali in Scozia. Anche se questi campionati non erano ufficiali, veniva visto come un diversivo per una popolazione devastata dalla guerra, oltre ad essere un modo per aiutare a raccogliere fondi tanto necessari per lo sforzo bellico troppo.
Queens Park venne assegnato al campionato scozzese Southern e mise in campo i giovani per sostituire quelli che avevano lasciato il club per andare in guerra.
Mentre il mondo ha cominciato a tornare a una sorta di normalità dopo anni di guerra, il campionato scozzese ha annunciato la sua ripresa nel 1945, e il Queens Park si trovò immediatamente rilegato nella massima serie scozzese. Rimase in questa serie fino alla stagione 1947-1948 dove scese in serie cadetta e vi rimase per otto anni fino alla stagione 1955-1956.
Il periodo tra la stagione 1958-1959 e 1974-1975 fu mediocre e, il club, rimase in Division Two. Durante questo periodo i migliori piazzamenti saranno nel 1964-65 e di nuovo nel centenario del club 1967-1968. In entrambe le occasioni, finirono al 4° posto.
Vale la pena ricordare che, in questo periodo, due giovani calciatori emersero tra le fila del Queens Park. Diventeranno leggende nel mondo del calcio. Il primo fu, niente meno che Alex Ferguson (o Sir Alex) che continuerà, poi, a giocare per i Rangers ed il Dunfermline, prima di diventare un manager di successo al St. Mirren, Aberdeen e , soprattutto, Manchester United.
L'altro fu Andy Roxburgh che è ricordato per aver allenato la nazionale scozzese dall'Under 18 alla nazionale maggiore e per aver, successivamente, lavorato con la FIFA come direttore tecnico.


Nella stagione 1975-1976 il campionato scozzese subì variazioni. Venne introdotto un campionato Premier per i top club, seguita rispettivamente da una prima e seconda divisione.
Il Queens Park FC si sono trovati nella seconda divisione composto da 14 squadre. Fecero una buonissima stagione finendo il campionato al 4 ° posto, in quella stagione.
Cinque anni più tardi (1980-1981), il club conquistò la promozione, la prima volta dalla stagione 1955-1956. Campioni, ancora una volta, il Queens Park tornò in prima divisione anche se, con le nuove variazioni, una prima divisione voleva dire “TOP” ed a farne parte vi erano Celtic, Rangers e la forza crescente di Aberdeen e Dundee United.
Un'ulteriore ristrutturazione, del calcio scozzese, si ebbe a partire dalla stagione 1994-1995. Vennero formate quattro divisioni composte da dieci club e, il Queens Park si ritrova nel “seminterrato” della Scottish Third Division.

I dilettanti del Queens Park nonostante non abbiano mai avuto una vita costellata da successi, eccetto il periodo iniziale della loro storia, ha sempre potuto vantare, però, uno stadio straordinario icona del calcio scozzese. Nel 1903, i fondatori del Queens Park FC, acquisirono 33 acri di terra nella parte a sud di Glasgow e diedero il via ai lavori del più grande e tecnologicamente avanzato stadio del mondo, Hampden Park.
E' stato immediatamente adottato come Stadio Nazionale della Scozia ed è diventato una Mecca per i club e calciatori internazionali in tutto il mondo. La sua forma conca naturale e ampie “terrace” contava circa 150.000 posti. In quei tempi, i controlli erano meno rigorosi di oggi. Si ricordano memorabili partite giocate in questa strutture come nel 1937, amichevole internazionale, Scozia v Inghilterra, 1937 Scottish Cup Final tra Celtic ed Aberdeen e 1970 semifinale dell'European Cup tra Celtic e Leeds United.
Negli anni '90, però, iniziarono le ristrutturazioni dell'impianto e i vari ammodernamenti come: la nuova South Stand (con posti a sedere per 17.000 spettatori), inaugurato nel maggio del 1999 e le East e West Stand per facilitare l'entrate e l'uscita dei tifosi dallo stadio. La capienza attuale, ad oggi è, 52.000 spettatori.

Oggi questo club, militante in Championship, gioca le proprie partite casalinghe al Ochiview Park ma tutto ciò è provvisorio visto che, il club, ha acquisito il Lesser Hampden, un piccolo impianto vicino proprio ad Hampden Park. Ultimati i lavori, il Queen's Park, potrà vantare, di nuovo, un impianto tutto suo proprio vicino a quel tempio calcistico che tanto importante è stato per loro. 
Forse farà strano pensare che un club amatoriale di dilettanti possa giocare tra i professionisti, forse farà strano, anche, che questi dilettanti abbiano vinto qualche trofeo.
Statene certi che, quasi sicuramente, la cosa che potrebbe suscitare più perplessità, agli attuali “addetti ai lavori” del calcio moderno, è il fatto che i calciatori di questo antico e tradizionale club non percepiscano un salario e “giochino per il gusto di giocare” (com'è da loro motto). Ricordiamoci sempre che se questo club non fosse nato (il più antico di Scozia) il “football” oggi non avrebbe una storia così romantica da raccontare.
di Damiano Francesconi

1 ottobre 2024

"STADI DI SCOZIA. Raccontati da me e da calciatori italiani" di Carlo Cartacci (Urbone), 2024


«Con gli Hearts ho giocato in stadi magnifici ma anche in campi incredibili, come ad esempio quello del Raith Rovers FC a Kirkcaldy, cittadina a nord di Edimburgo, che si raggiunge passando sul famoso ponte “Forth Bridge”.

Ricordo che durante il viaggio il mio compagno di squadra John Robertson, che come sempre mi prendeva in giro, mi diceva: «Pasquale, adesso andiamo a San Siro». Altro che San Siro! Era un campo piccolo, con terreno di gioco difficile e circondato da minuscole tribunette, ma io l’ho trovato straordinario»
Pasquale Bruno, agli Hearts dal 1995 al 1997.

26 settembre 2024

LA FARSA DI ALLY e L'EPICA DI ARCHIE. Una rievocazione della Scozia al Mondiale del ‘78.

























Il calcio può essere epica, poesia, commedia, tragedia oppure farsa. Generi diversi che in alcuni rari casi riescono a mescolarsi così profondamente da formare un tutt’uno difficile da scindere, e ancora meno da dimenticare. La prima volta della nazionale scozzese alla fase finale di un mondiale di calcio rappresenta uno degli esempi più eclatanti. 
Tutto iniziò da una frase pronunciata all’Hampden Park di Glasgow il 25 maggio del 1978: “Mi chiamo Ally MacLeod, e sono un vincente”.
Poi, tanto per aggiungere la classica ciliegina su una torta che tutti non vedevano l’ora di gustare, ecco una Promessa di quelle con la P maiuscola. “La Scozia vincerà la coppa del mondo”. 
E il tripudio fu totale. Quella sera si celebrava la partenza della Tartan Army verso l’Argentina, e nulla era stato lasciato al caso; almeno 20mila erano le persone accorse per applaudire i giocatori in parata a bordo di un bus a due piani dal tetto scoperto, pronti a salire a bordo del DC10 che li avrebbe condotti verso la Grande Impresa. Orgoglio era la parola chiave; orgoglio di rappresentare non solo la propria nazione ma anche l’intero Regno Unito, dal momento che Galles, Irlanda del Nord e Inghilterra si erano perse per strada lungo le qualificazioni. Gli inglesi avevano dovuto arrendersi alla differenza reti lasciando primo posto del girone, e il conseguente biglietto per l’Argentina, all’Italia, mentre gli irlandesi non avevano avuto scampo contro l’Olanda di Cruijff. A lasciare a casa il Galles ci avevano invece pensato direttamente gli uomini di MacLeod in un tiratissimo incontro disputato ad Anfield il 17 ottobre 1977.
La Federcalcio gallese aveva scelto Liverpool a scapito di Wrexham per fini puramente economici (Anfield poteva contenere 51mila spettatori, l’impianto della capitale gallese solo poco più di 15mila), azzerando così il fattore campo per quello che era una sorta di spareggio per il definitivo primato del girone (che come terza e ultima squadra comprendeva i campioni d’Europa in carica della Cecoslovacchia). Gli scozzesi ringraziarono e passarono all’incasso, anche se con più difficoltà del previsto, dal momento che ci volle un rigore molto dubbio (mani in area di Joey Jones, ostacolato però irregolarmente da Joe “Squalo” Jordan) fischiato a undici minuti dalla fine per spezzare l’equilibrio. Don Masson, centrocampista del Derby County, centrò il bersaglio, imitato una manciata di minuti dopo da Kenny Daglish con un bel colpo di testa in tuffo. Il sogno poteva avere inizio.

La parata dell’Hampden Park (con tanto di canzone scritta appositamente da un Rod Stewart per nulla timoroso di sprofondare nel ridicolo cantando versi quali “Ole ola, ole ola / we’re gonna bring that World Cup back from over tha”) fu fonte di lazzi e scherni da parte della stampa inglese, che accusarono i colleghi di essere semplici tifosi dotati di macchina da scrivere. Critiche senza dubbio dettate dalla gelosia di gente con la bile grossa come un melone in quanto costretti a guardarsi la competizione dal divano di casa propria; critiche che però nascondevano un fondo di verità ben evidenziato da quel tifoso che, in mezzo al tripudio di Croci di Sant’Andrea, si chiese se non era meglio imbastire celebrazioni dopo aver vinto il trofeo, e non prima. 
Il gruppo in cui era stata sorteggiata incitava però all’ottimismo; c’era l’Olanda del Calcio Totale ormai sul viale del tramonto, per di più senza Cruijff e Van Hanegem, c’era un Perù “accozzaglia di veterani e vecchie glorie” (così disse un membro dello staff tecnico di Ally MacLeod), e infine c’era un Iran già inopinatamente ribattezzato squadra materasso. Alla fase successiva si qualificano le prime due, ragion per cui l’agenzia di scommesse Ladbrokes azzardò una quota 8-1 per la Scozia campione del mondo.




















Il Sierras Hotel, piccolo complesso nella cittadina di Alta Gracia, fu l’alloggio scelto per gli scozzesi. Non era certo un Movenpick a cinque stelle, quanto piuttosto un tugurio con le camere da letto più simili a dormitori per homeless e una piscina in cui sguazzavano beatamente decina di blatte, il tutto condito dall’onnipresente presenza, al di fuori del perimetro dell’hotel, dei militari della giunta di Videla, grilletto facile e simpatia direttamente proporzionale al tasso di democrazia che regnava nel paese, e da una scossa tellurica che aveva interessato le colline circostanti, “la più forte registrata negli ultimi cinquant’anni”, almeno così scrisse la stampa locale. Circostanze malaugurati a parte, Macleod era già proiettato alla partita d’esordio contro il Perù, ma si rifiutò di andare a visionare un loro allenamento dal vivo in quanto, a suo dire, li conosceva già bene grazie a una mezza dozzina di videocassette recentemente visionate. E poi cosa c’era da temere da una squadra che molti giornali europei definivano alla stregua di un’armata brancaleone un po’ in avanti con gli anni? La risposta arrivò sabato 3 luglio 1978 allo stadio Chateau Carreras di Cordoba davanti a 37792 spettatori. La Scozia doveva rinunciare a buona parte della difesa titolare, con i due terzini Willie Donachie e Danny McGrain più il centrale Gordon McQueen fuori causa per infortunio. La scelta di Macleod cadde rispettivamente su Stuart Kennedy, Martin Buchan e Kenny Burns, con i primi due posizionati in un ruolo di fascia che non era il loro. In più lasciò in panchina il talento di Graeme Souness a favore dei polmoni dell’ormai stagionato Masson, l’eroe di Liverpool, escludendo anche il bomber dei Rangers Glasgow Derek Johnstone, che aveva appena chiuso la stagione con un bottino di 41 reti, per lasciar posto a Jordan. Una mossa quest’ultima che lasciò perplessi parecchi osservatori ma che, almeno inizialmente, diede i suoi frutti quando al minuto 19 proprio lo Squalo raccolse una respinta difettosa del portiere peruviano Ramon Quiroga su tiro di Bruce Rioch e portò in vantaggio la Tartan Army. Ma il Perù non era quella banda di sprovveduti che molti credevano; a centrocampo dettava legge Teofilo Cubillas, uno dei reduci del Mexico 70 ma tutt’altro che un talento in pensione (del resto aveva poi 29 anni), mentre sulle fasce Kennedy e Buchan arrancavano dietro i tacchetti di Oblitas e Munante, ali piccole e leggere tutte dribbling e scatti. Prima dell’intervallo Cueto aveva pareggiato la rete di Jordan, ma ciò che preoccupava di più i tifosi scozzesi sugli spalti era l’incapacità dei propri beniamini di prendere le misure agli scatenati peruviani. Un bandolo delle matassa che Macleod non aveva la minima idea di come sbrogliare, e infatti una volta rientrato negli spogliatoi le uniche parole che disse ai suoi esterrefatti giocatori fu di “calciare la palla più lontano e più forte possibile”. Al rientro in campo la Tartan Army tentò con una reazione d’orgoglio di invertire l’inerzia della partita, ma quel giorno la dea bendata aveva deciso di non accettare la corte degli uomini di Macleod, per cui il colpo di testa di Jordan finì sul palo e Masson si vide respingere un calcio di rigore da “El Loco” Quiroga. Poi iniziò il Cubillas show e per gli scozzesi fu notte fonda; doppietta del mago peruviano per il 3-1 finale e giocatori in maglia blu fuori dal campo a testa bassa, morale sotto i tacchi e il ricordo dei festeggiamenti dell’Hampden Park evaporato come se fosse lontano intere decadi piuttosto che poche settimane.
L’indomani Macleod ordinò alle proprie truppe di serrare le fila e di pensare esclusivamente alla prossima partita, avversario l’Iran. Pura illusione; subito dopo il fischio finale l’ala del West Bromwich Albion Willie Johnstone, uno dei pochi elementi positivi nella disfatta peruviana, venne sottoposto a un controllo antidoping a sorpresa risultando positivo a uno stimolante. Il giocatore ammise di aver preso il Reactivian, farmaco permesso dalla Federcalcio inglese ma vietato dalla Fifa. Scoppiò un polverone, che andò a sommarsi alle già copiose critiche provenienti da una stampa inglese che se la rideva sotto i baffi e a non meglio precisate accuse di sbronze e sesso a go-go nelle notti antecedenti la partita. Johnstone, ingenuo più che imbroglione, venne dato in pasto all’opinione pubblica dal segretario della Federcalcio scozzese Ernie Walker, che lo rispedì a casa su due piedi. Poi fu di nuovo calcio, e nuovamente di pessima fattura. Anche contro l’Iran gli scozzesi palesarono gravi carenze tattico-organizzative, trovando la rete del vantaggio solo grazie a una comica autorete del difensore Eskandarian. Nel secondo tempo arrivò però la rete del pareggio degli asiatici, triste anticipazione del coro di fischi e urla (“ridateci i nostri soldi” il refrain più gettonato) che piombarono dalle gradinate occupate dai tifosi della Tartan Army. Si era decisamente lontani dal concetto di cavalcata verso la coppa espresso alla vigilia. Il giorno seguente alla conferenza stampa ad Alta Gracia l'atmosfera era plumbea, anche se Macleod tentò di rasserenarla avvicinandosi a un cane e cominciando ad accarezzarlo. "Almeno è rimasto questo cane a volermi bene", disse. La bestia si girò di scatto e gli morse il dito.
Il terzo e ultimo atto del girone eliminatorio prevedeva l'Olanda, che aveva vinto contro l'Iran e pareggiato con il Perù portandosi il testa al gruppo. Per qualificarsi alla fase successiva gli scozzesi dovevano battere i tulipani con almeno tre reti di scarto. Il teatro non era più il Chateau Carreras di Cordoba bensì il San Martin di Mendoza, città ai piedi delle Ande. Macleod, ai minimi storici in termini di popolarità, scese un ulteriore scalino verso il fondo accettando un'offerta di 25mila sterline da parte dello Scottish Daily Express (giornale che al termine del pareggio con l'Iran, tanto per dare le giuste proporzioni al disastro, era uscito con il titolo “The end of the world”) per un'intervista esclusiva, quando fino al giorno prima la linea adottata era quella di parlare con tutti i giornalisti senza favoritismi di sorta. Il tecnico decise però di cambiare le proprie abitudini anche riguardo l’undici titolare, schierando in campo Greame Souness fin dal primo minuto. Con un stadio per due terzi dalla propria parte (i neutrali erano tutti per gli scozzesi) Souness e compagni cominciarono ad attaccare a testa bassa; se fallimento doveva essere, almeno sarebbe arrivato senza perdere la dignità. Ma la prima rete a gonfiarsi fu proprio quella difesa da Alan Rough, battuto al minuto 34 da un calcio di rigore di Rob Rensenbrink per quello che era il gol numero 1000 nella storia della Coppa del Mondo. Sotto il cumulo di cenere dove si trovavano sepolti i sogni di gloria della Scozia ardevano però ancora diversi tizzoni, i cui nomi rispondevano a quelli di Greame Souness, Kenny Daglish (fino a quel momento deludente) e Archie Gemmill. L'1-1 partì proprio dai piedi del primo, il cui cross venne girato di testa da Jordan verso Daglish, che con una terrificante botta al volo ristabilì la parità. A inizio ripresa Willy van der Kerkhoff stese l'incontenibile Souness in area, e Gemmil trasformò il penalty del vantaggio. Gli olandesi, perso per infortunio il proprio motore di centrocampo, Johan Neeskens, tentennavano e arretravano di fronte alla ritrovata carica scozzese, con un Macleod risorto a vita nuova in panchina che si sbracciava incitando costantemente i suoi uomini. Al minuto 68, con la Scozia di nuovo in attacco, tre difensori olandesi accerchiarono Daglish sottraendogli la palla, che però finì sui piedi di Gemmill al limite dell'area. Fu l’inizio dell’Archie show; un primo dribbling su Wim Jansen, un secondo su Ruud Krol e un terzo su Jan Poortvliet prima di scagliare un rasoterra all’angolino imprendibile per il numero uno degli oranje Jan Jongbloed. Un gol fantastico, eletto poco tempo dopo il più bello di tutto il Mondiale, sicuramente uno dei migliori nella storia della Tartan Army. La Scozia cominciò a intravedere la luce alla fina del tunnel, dopotutto alla grande impresa mancava solo una rete. Che arrivò 4 minuti più tardi, ma nella porta sbagliata. Fu ancora una volta un gran gol, ma lo segnò Johnny Rep con una bordata dalla trequarti che non lasciò scampo a Rough. Fine del sogno, per la vittoria della coppa del mondo si prega di ripassare prossimamente.
Sull’avventura scozzese al Mondiale del 1978 sono stati versati fiumi di inchiostro, ma non solo; a distanza di vent’anni il Fringe Festival di Edimburgo è stato aperto con due film dedicati all’evento, il primo, The Game, incentrato sui tifosi che avevano sofferto da casa per i propri beniamini impegnati oltreoceano, il secondo, Argentina 78 – The Director’s Cut, maggiormente focalizzato sugli eventi calcistici, senza dimenticare una buona dose di ironia (non poté quindi mancare la più gettonata barzelletta scozzese post-Mondiale su Micky Mouse che girava per le strade di Glasgow con al polso un orologio raffigurante Macleod). Il momento mai dimenticato è però quello della rete di Gemmill, citata dal film Trainspotting (nella scena della camera da letto) ma soprattutto al centro di una ballata scritta dal poeta Alastair Mackie dal titolo The Nutmeg Suite. Versi che meritano di essere riproposti:
di Alec Cordolcini, da UKFP (dicembre 2007)
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