Visualizzazione post con etichetta Wolverhampton Wanderers. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Wolverhampton Wanderers. Mostra tutti i post

30 marzo 2026

WOLVERHAMPTON WANDERERS.. "Lupus in fabula.." di Vincenzo Felici

La Coppa dei Campioni, la più popolare e prestigiosa competizione di calcio internazionale, nasce da una polemica giornalistica.
Nel 1954 gli inglesi del Wolverhampton Wanderers si prodigano in una lunga e fortunata tournée europea. Ottengono risultati favolosi, comprese le vittorie su forti squadre russe e sulla famosa compagine ungherese dell' Honved Budapest. Ebbene, in seguito a questi trionfi taluni critici britannici considerano i "Lupi arancioni " i veri campioni del mondo.. Il giudizio, sicuramente frettoloso e tecnicamente infondato, trova una spiegazione meramente psicologica. In quel periodo il calcio inglese attraversa il momento più delicato della sua storia.. Dopo aver proclamato per decenni una discutibile superiorità, rifiutandosi persino di competere con squadre di altri paesi in competizioni ufficiali, i "maestri" constatano che la realtà è ben diversa..
Nel 1950, la nazionale britannica, al suo esordio assoluto ai Campionati del Mondo, viene beffardemente eliminata da un'allegra brigata di dilettanti americani, rappresentanti di un paese in cui ancora oggi il calcio stenta a decollare come vorrebbe. Nel successivo torneo mondiale le cose non vanno meglio.. Nel frattempo i "Tre Leoni" vengono clamorosamente battuti dalla nazionale ungherese: la prima sconfitta subita sul sacro terreno di "Wembley". In un clima di delusione così cocente, mentre il calcio di Sua Maestà diviene bersaglio di feroci sarcasmi, bastano, per l'appunto, le isolate vittorie del Wolverhampton Wanderers in amichevole, perchè gli inglesi ritrovino di colpo l'antica baldanza. 

Ma la presuntuosa quanto ardita affermazione dei critici britannici, non passa sotto silenzio. Piuttosto, viene raccolta nel continente dal più popolare giornalista francese specializzato nel calcio, Gabriel Hanot, che sulle colonne del noto quotidiano sportivo "L'Equipe" ne contesta la validità presunta, affermando che in Europa almeno quattro squadre possono essere considerate superiori al "Vecchio Oro". Fra di esse il Real Madrid, il Milan e la Honved Budapest. Il francese non si limita ad una polemica contestazione e riprendendo un suo antico progetto tenuto in tasca fino a quel momento, ma bocciato nel 1934, si rende protagonista di una vera e propria campagna per l'organizzazione di un campionato fra le migliori squadre europee. "L'Equipe" fa propria l'iniziativa del suo redattore, avvalendosi di autorevoli consensi e adesioni da parte di dirigenti e tecnici del calcio europeo, nonostante l'ostilità e l'indifferenza degli organi internazionali.
Ma ben presto l'idea iniziale del progetto si rivela irrealizzabile e partorisce la formula della Coppa che tutti conosciamo, soggetta alle progressive variazioni portanti all'attuale versione. Nonostante ciò, la squadra della città delle West Midlands inglesi, che gareggia nella tana dorata del "Molineux", è avvolta tuttora da un alone leggendario.
Il 30/9/1953 i "Wolves", freschi campioni di Inghilterra, si lanciano in una serie di amichevoli notturne, sperando di conquistare fama internazionale. Infatti bisogna inaugurare l'impianto di illuminazione dello stadio e viene chiamata la Nazionale sudafricana. Finisce 3-1 per i padroni di casa. A ruota arrivano il Celtic Glasgow, il Racing Club Avellaneda, il First Vienna, il Maccabi Tel Aviv e lo Spartak Mosca. Asfaltati.. Ad eccezione degli austriaci, che costringono il Wolverhampton Wanderers ad un pareggio a reti bianche. Reso noto che la squadra successiva che avrebbe tentato di espugnare il "Molineaux" sarebbe stata la grandissima Honved Budapest, l'atmosfera si carica di elettricità. L'impresa appare proibitiva, ma troppo ghiotta per Billy Wright, che ha dei conti in sospeso.. Capitano della squadra, è l'unico del Club ad aver visto i "sorci verdi" sia a "Wembley" che al "Nepstadion" contro gli ungheresi.
Il 13/12/1954 sono in 55.000 a spingere i "Lupi". La gara viene trasmessa in diretta dalla BBC. I padroni di casa sfoggiano una divisa sfolgorante, satinata, scelta appositamente perchè risplenda alle luci dei riflettori. Il campo è pesantissimo e la Honved fatica ad imporre le trame di gioco. Nonostante ciò va in vantaggio con Sandor Kocsis e addirittura raddoppia con Ferenc Machos. La reazione degli inglesi però e' furiosa: gli ungheresi vengono letteralmente assediati nella loro metà campo. Il tecnico Stan Cullins suona la carica e nella ripresa si compie il miracolo: Johnny Hancocks realizza un calcio di rigore procuratosi per atterramento ad opera di Kovacs e la squadra, spinta da una marea umana, trova il pareggio con Roy Swinbourne, dopo una azione ubriacante. L'attaccante si ripete poco dopo e lo stadio viene letteralmente giù ! Ecco, a distanza di ben sessantacinque anni, ci sentiamo in dovere di rendere il giusto tributo ai "Lupi" di Inghilterra, proprio nei giorni del gradito ritorno in Europa, seppure non dalla porta principale. Il Club, dopo aver raggiunto ormai lustri fa la prima finale assoluta di Coppa Uefa, persa coi connazionali del Tottenham Hotspur, ci riprova oggi nella nuova Europa League, eliminando seccamente il Torino nell'ultimo turno preliminare e accedendo alla fase a gironi.
Il curioso "Titolo dell'orgoglio" conseguito tanto tempo fa potrebbe portare fortuna agli uomini di Espirito Santo..
di Vincenzo Felici

21 febbraio 2025

1954. QUANDO I WOLVES SALVARONO L'ONORE D'INGHILTERRA

In un precedente articolo si è raccontata l’epopea internazionale dei Wolves, pionieri nello sviluppo del grande calcio in notturna giocato contro avversari continentali. L’apoteosi di quell’epoca, e uno degli eventi che ha scritto la storia del calcio inglese, arriva nell’inverno del 1954, pochi mesi dopo il trionfo per 4-0 sullo Spartak Moscow.


Nel Novembre del 1953, mentre i Wolves volavano verso il primo titolo della loro storia, a Wembley arrivava l’Ungheria per sfidare l’Inghilterra in una partita amichevole che avrebbe cambiato la storia del calcio britannico. L’attesa era stata spasmodica, anche per la fama che precedeva la nazionale magiara, portatrice di un’interpretazione nuova e rivoluzionaria dello sport che proprio gli inglesi avevano inventato. 
In ogni caso, nessuno avrebbe potuto pronosticare l’umiliante 6-3 che Puskas & c. inflissero all’Inghilterra, capitanata tra l’altro da Billy Wright, capitano e condottiero dei Wolves. La durissima lezione ebbe grande risonanza anche al di fuori dell’ambiente calcistico, e prostrò l’intero movimento in uno stato di depressione. Condizione che si acuì nell’estate del 1954, quando l’Inghilterra aveva reso la visita, sperando di vendicare l’onta subita a Wembley. Era finita invece 7-1 per i padroni di casa, un risultato che aveva ulteriormente lacerato l’orgoglio calcistico e patriottico di un’intera nazione e aveva scritto la pagina più nera della sua storia sportiva. In patria, nel frattempo, i Wolves avevano vinto il titolo e proseguivano con successo la serie di ‘amichevoli’ notturne (di ‘amichevole’ in realtà c’era poco, con in palio onore e prestigio internazionale contavano quasi quanto Coppa e campionato) con le più forti squadre d’Europa, in una specie di Coppa dei Campioni ante litteram. In palio non c’è ancora un trofeo ufficiale, ma la risonanza di questi match li rende tutt’altro che amichevoli. La serie si era aperta con la visita della nazionale sudafricana, battuta per 3-1. Era poi toccato a Celtic, Racing Club di Buenos Aires, First Vienna, Maccabi Tel Aviv e Spartak Mosca, tutte sconfitte ad eccezione degli austriaci, che avevano pareggiato per 0-0. E così, quando viene annunciato che il prossimo avversario sarà la Honved di Budapest, l’attesa sale alle stelle in tutta l’Inghilterra. E’ l’occasione di ristorare l’orgoglio ferito di un’intera nazione, che tutta si schiera a sostegno dei Wolves.
L’importanza dell’appuntamento è tale che la partita è trasmessa in diretta tanto alla TV (il solo secondo tempo) che alla radio. L’impegno si presenta tuttavia difficilissimo, visto che la Honved schiera ben sei dei componenti di ‘quella’ nazionale ungherese. Quando le squadre entrano finalmente sul terreno di gioco in una fredda serata di Dicembre, 55,000 spettatori (è il dato ufficiale, ma le testimonianze dirette dei giocatori in campo parlano di numeri ben superiori) vocianti sono solo la punta di un iceberg di trepida attesa che si estende all’intera nazione. Alla guida delle due squadre due grandissimi, Ferenc Puskas e Billy Wright. Per il capitano dei Wolves, in particolare, questa partita rappresenta un’occasione unica per vendicare l’umiliazione patita con la maglia della nazionale, unico rappresentante del suo club a prendere parte (da capitano) al doppio confronto con l’Ungheria. L’inizio è prudente, le squadre si studiano e il gioco ristagna a centrocampo. L’entusiasmo è alle stelle, l’atmosfera magica ed eccitante, ma al 10° arriva la doccia fredda: Puskas mette al centro un calcio di punizione dal limite, Koscis anticipa la difesa e mette in rete il gol dell’1-0. Un minuto dopo i Wolves sciupano clamorosamente l’occasione del pareggio con Swinbourne, e sono puniti dal contropiede micidiale degli ungheresi, finalizzato in gol da Machos. 2-0 dopo nemmeno un quarto d’ora e i fantasmi di Wembley si materializzano sotto i riflettori del Molineux. I padroni di casa prima sbandano, poi riordinano le idee e riprendono a giocare, sostenuti da un pubblico che non vuole rassegnarsi alla sconfitta. Con il passare dei minuti la pressione aumenta, la Honved si fa vedere solo con sporadici contropiede ma sono i Wolves a sfiorare più volte il gol con Smith, Wilshaw e ancora Swinbourne. Ma il gol non arriva, complice anche la serata di grazia del portiere ungherese Farago, e all’intervallo il punteggio è sempre 0-2. Negli spogliatoi Stan Cullis cerca di tranquillizzare i suoi, che vede troppo nervosi e contratti. ‘Tornate fuori e cominciate a giocare come sapete’; così, secondo la leggenda, avrebbe concluso il suo discorso.


Che sia vero o no, la squadra torna in campo trasformata, e dopo 4 minuti accorcia le distanze: Hancocks penetra in area palla al piede ed è atterrato da Kovacs; è rigore, trasformato dallo stesso numero 7 dei Wolves. L’attacco si trasforma in assedio, sospinto dall’incitamento costante dei 55.000 del Molineux. I Wolves trovano due alleati preziosi in una condizione fisica che in quegli anni diventerà proverbiale e in un improvviso rovescio molto ‘British’ che spiazza i magiari. Puskas è costretto ad arretrare per trovare palloni giocabili, e nonostante qualche contropiede insidioso la difesa dei Wolves non si fa sorprendere. In mezzo al campo sale in cattedra Peter Broadbent, che detta i tempi di un’offensiva tambureggiante. La pressione dei Wolves è infine premiata al 76°, quando Swinbourne realizza il 2-2 che manda in delirio milioni di fans in tutta l’Inghilterra. Non è finita, ora sono gli ungheresi ad essere in confusione; due minuti dopo Smith scatta per l’ennesima volta sulla sinistra, salta due difensori e centra per Swinbourne che insacca alle spalle dell’incredulo Farago: 3-2. E’ l’apoteosi, ma anche l’inizio di un’altra partita; la Honved rompe gli indugi e si riversa in attacco, sono dieci minuti che sembrano non passare mai. 
I Wolves imbastiscono qualche contropiede, ma sono gli ungheresi a fare la gara.

Il triplice fischio dell’arbitro Griffiths arriva come una liberazione, il boato del pubblico scuote il Molineux dalle fondamenta. In proposito è suggestivo il racconto di Bert Williams, il portiere di quella squadra magnifica: ‘l’affluenza ufficiale fu di 55.000 spettatori, ma credo ci fossero molte migliaia di persone in più…ogni volta che i cancelletti d’entrata giravano, nell’ufficio centrale si aggiornava il contatore…che però si ruppe molto prima del calcio d’inizio, quando dentro c’erano già oltre 50.000 tifosi, altre migliaia rimasero fuori, facendosi passare le notizie da quelli dentro…le gradinate erano così piene che la gente non riusciva nemmeno a muoversi…se mettevi le mani in tasca, avresti fatto fatica a tirarle fuori, ma la cosa più incredibile fu che ogni volta che la folla si spostava per esultare o semplicemente cercare una visuale più aperta, molti perdevano le scarpe perché quelli dietro erano così serrati da montargli sulle suole e sfilargliele. Il giorno dopo feci un giro al Molineux e c’erano decine di scarpe sparse dappertutto. Un altro che assapora emozioni speciali uscendo dal campo è Bill Shorthouse, fra i primi a sbarcare sulle spiagge di Normandia nel giugno 1944. Arruolato nel 263° reparto del Genio Reale, Shorthouse era stato ferito al braccio e aveva temuto di non poter tornare a giocare e invece quella sera raccoglie anche i complimenti di Puskas, che al termine gli confessa di non aver mai giocato contro un avversario così brillante e resistente nel mettergli pressione quando aveva la palla. All’uscita del campo Wright incrocia Marosi, allenatore della Honved, che stringendogli la mano riconosce il merito della vittoria. Più tardi, Wright dichiarerà: ‘Sono orgoglioso della squadra. Tutti hanno giocato una partita magnifica, tutto è stato magnifico’. Il giorno dopo, l’impresa dei Wolves occupa le prime pagine di tutti i giornali; il Daily Mail titola con enfasi ‘I Wolves sono campioni del Mondo’, il News Chronicle ‘Grandi i Wolves, un’altra soddisfazione per l’Inghilterra: battuta la Honved’
E’ un sollievo per tutta la nazione, una rivincita attesa per mesi, una vittoria conquistata dai Wolves ma festeggiata da tutti. Nessuno dei 55,000 fortunati che quella sera assiepavano il Molineux dimenticherà mai quella partita, una delle pagine più gloriose della storia dei Wolves e di tutto il calcio inglese.
di Giacomo Mallano, da "UK Football please"

20 dicembre 2024

"I WOLVES DAL DOPOGUERRA AI PRIMI FLOODLIGHT MATCHES." di Giacomo Mallano





Nel 1946, con la fine della guerra, anche il calcio, come tutte le attività, riparte faticosamente.
La stagione 1946/47 è difficile e tormentata, ma la voglia di voltare pagina, di divertirsi e darsi a cose più leggere e liete è troppa. Sono gli anni della ricostruzione, anche per lo sport più popolare del Regno Unito; molti club hanno sospeso l’attività, diversi stadi sono stati distrutti dai bombardamenti tedeschi, un’intera generazione di calciatori è stata decimata dalla guerra. E’ quasi tutto da rifare, ma l’entusiasmo è grande, e all’ombra del Molineux si coniuga con la competenza e la lungimiranza di una dirigenza che proprio in questi anni pone le basi del periodo più glorioso della storia del Wolverhampton Wanderers.

Nel 1939, all’alba delle ostilità belliche, i Wolves avevano loro malgrado scritto una pagina storica del calcio inglese, perdendo per 4-1 la finale di FA Cup contro la ‘cenerentola’ Portsmouth. E’ uno smacco che i Wolves provano a vendicare subito, ma nel 1946-47 cadono ancora una volta sul traguardo, chiudendo il campionato al 3° posto, ma con un solo punto meno del Liverpool campione. Il manager è Ted Vizard, succeduto nel 1944 alla leggendaria figura del Maggiore Frank Buckley. Quella squadra annovera tanti talenti, il più grande dei quali, Stan Cullis, sciocca tutti a fine stagione annunciando il ritiro dall’attività agonistica per diventare vice di Vizard.
Nel 1948 Cullis diventa manager al termine di una stagione mediocre (i Wolves finiscono il campionato al 5° posto), e apre quello che sarà il ciclo più glorioso della storia del club. 
Il successo arriva subito, nelle forme della FA Cup, conquistata a Wembley nella finale contro il Leicester. Contro una squadra di categoria inferiore, i Wolves non ripetono l’errore del 1939 e dominano il match davanti ai 99.500 spettatori di Wembley. I gol di Pye (2) e Smyth fissano il 3-1 e quantificano la netta superiorità della squadra di Cullis. 
Il successo è un perfetto manifesto della rivoluzionaria filosofia calcistica di Cullis, convinto assertore di un gioco diretto fatto di passaggi di prima, lontano dal calcio ‘palla al piede’ allora dominante. Un modello tattico che però non funziona altrettanto bene in campionato, dove i Wolves finiscono 6°. Per Cullis, però, è proprio la conquista del titolo nazionale che comincia a diventare un’ossessione. Il manager era infatti in campo nelle ultime due stagioni prebelliche, quando i Wolves erano finiti per due volte al 2° posto. E l’ossessione si acuisce nel 1949/50, quando la squadra termina la First Division a pari punti con il Portsmouth (53) ma vede sfumare il titolo per la peggiore differenza reti. Una beffa atroce, resa ancora più amara dalla sconfitta in FA Cup per mano dell’Arsenal. Sembrano le premesse di un grande ciclo, ma le due stagioni successive non mantengono le promesse, e i Wolves finiscono lontano dalla vetta; nel 1952/53 comincia la riscossa, con la squadra di Cullis che finisce al 3° posto.
E proprio in questo periodo, destinato a culminare con il sospirato titolo della stagione 1953/54, la dirigenza dei Wolves si conferma all’avanguardia, decidendo di dotare il Molineux di riflettori per consentire il gioco anche in notturna. I Wolves sono fra i primi club ad andare in questa direzione rivoluzionaria, aprendo di fatto una irripetibile stagione di grandi match internazionali in notturna, prodromo e modello delle coppe europee che saranno varate dopo qualche anno. Non è tuttavia una decisione che incontra il favore immediato delle istituzioni calcistiche nazionali. Tanto la Football League che la Football Association negano ai Wolves il permesso di disputare match ufficiali di campionato o di coppa in notturna, limitando così il possibile impiego della nuova infrastruttura di illuminazione alle gare amichevoli. 
La dirigenza del club non rinuncia però a realizzare la propria avveniristica visione, e incarica la France’s Electric Ltd di Darlaston di realizzare il migliore impianto possibile sulla 18 L’onore di inaugurare l’illuminazione è inizialmente riservato al Celtic Glasgow, con cui è concordata un’amichevole per il 14 ottobre 1953. Succede però che la messa a punto dell’impianto è completata prima del previsto, e la dirigenza dei Wolves decide di approfittarne, posticipando alla sera del 30 settembre la prestigiosa amichevole contro la rappresentativa nazionale del Sud Africa, originariamente programmata per il pomeriggio dello stesso giorno. Stimolare la curiosità di vedere finalmente in opera i riflettori artificiali con una partita internazionale, assai poco frequente in quegli anni, è un’altra grande intuizione della dirigenza del Molineux.
L’attesa della vigilia è tale da oscurare anche il clamoroso 8-1 rifilato al Chelsea il sabato precedente, con il grande Johnny Hancocks autore di una tripletta. Il ‘Football in Technicolor’, come definito da alcuni mezzi di informazione, è ufficialmente inaugurato alle 7.45 serali di mercoledì 30 settembre 1953, davanti a 33.681 appassionati. 
L’attesa non è solo per lo spettacolo dell’illuminazione: il Sud Africa è squadra vera, nel pieno di una tourneè di grande successo, nel corso della quale ha pareggiato 2-2 con l’Arsenal e con il Birmingham County FA, battendo invece per 4-0 una rappresentativa amatoriale, 3-1 il Charlton e 4-2 il Norfolk FA. Per i Wolves è quindi un test probante, oltre che l’ideale coronamento della trionfale tourneè compiuta in Sudafrica nel 1951, con dodici vittorie in altrettante partite, sessanta reti realizzate e solo cinque subite. In un clima di grande sportività e rispetto reciproco, le squadre entrano in campo guidate dai rispettivi capitani Ross Dow (Sud Africa) e Eddie Stuart (Wolves). Per Stuart, nato proprio in Sudafrica, è un grande onore concessogli da Bill Shorthouse, all’epoca capitano della squadra. In campo, alcuni dei nomi entrati nella storia del club, protagonisti fra l’altro della rincorsa che porterà pochi mesi dopo al primo sospirato titolo. Billy Wright, Jimmy Mullen, Johnny Hancocks, Roy Swinbourne, l’ancora dilettante Bill Slater, Peter Broadbent sono nomi che ancora fanno sospirare I fedelissimi del Molineux, e in questa serata regalano sprazzi di grande calcio, liquidando gli ospiti sudafricani con un secco 3-1 firmato dai gol di Mullen, Broadbent e Swinbourne.




















Al termine del match, fra reciproci attestati di stima e scambio di doni, la dirigenza assapora la perfetta riuscita dell’evento, annunciando per l’immediato futuro altre grandi serate di calcio internazionale che confermino la crescente reputazione dei Wolves fra i grandi club del continente. Un mesetto dopo, di fronte a 41.820 spettatori, lo spettacolo si ripete, ospite il Celtic. Si gioca ancora di mercoledì, per non interferire con il campionato, e Cullis si concede addirittura un primordiale assaggio di turn-over. In porta Nigel Sims sostituisce Bert Williams, in difesa rientra Shorthouse mentre il 17enne Bobby Mason esordisce con la casacca Old Gold. Soprattutto, però, in campo va Tennis Wilshaw, reduce dalla doppietta segnata al Galles nel giorno dell’esordio con la maglia della nazionale inglese. Wilshaw conferma il momento di grazia realizzando la doppietta che nella ripresa fissa il 2-0 finale. Nel primo tempo, tuttavia, il Celtic (pure privo del talentuoso Jock Stein) impressiona per la velocità della manovra e la precisione dei passaggi, pur non trovando mai lo spiraglio giusto per battere la magistrale difesa guidata da Billy Wright e Slater, due accomunati dal singolare record di non essere mai stati ammoniti in tutta la carriera. Dopo la sfida con gli scozzesi, il Molineux aspetterà quasi sei mesi per riaccendersi in notturna. 
Con il titolo quasi conquistato, l’occasione è però di quelle di assoluto prestigio: arriva il Racing Club di Buenos Aires, grande d’Argentina nel pieno di un tour europeo che porta i ‘Cancioneros de America’ (così chiamati dal canto che usano intonare prima delle partite) in Italia, Jugoslavia, Spagna e Belgio, a sfidare i più grandi club del momento. La curiosità è alimentata anche dal calcio giocato dal Racing, completamente diverso da quello inglese e anche da quello ‘coloniale’ dei sudafricani; un calcio fatto di possesso palla e passaggi corti, ritmi bassi e pochi cross verso il centro dell’area. La forza e la velocità dei Wolves hanno però la meglio anche su avversari così ‘diversi’ da quelli affrontati settimanalmente. L’esordiente Doug Taylor apre le marcature ma Pizzuti pareggia dopo pochi minuti. Nella ripresa la superiore preparazione fisica dei Wolves emerge e prevale, e i gol di Deeley e Mullen fissano il punteggio sul 3-1 finale.

Un altro grande successo di grande prestigio seppure senza valore ufficiale, ma comunque un degno coronamento di una stagione straordinaria. Arriva infatti il tanto sospirato titolo, ancor più bello perché soffiato ai rivali di sempre del W.B.A., secondo a quattro punti. In estate si giocano i Mondiali svizzeri, e i Wolves restano protagonisti fornendo alla nazionale inglese le grandi firme Billy Wright, Dennis Wilshaw e Jimmy Mullen. 
Fra agosto e settembre la squadra di Cullis prosegue il suo personale campionato internazionale per club facendo visita al First Vienna FC (battuto 2-0) e al Celtic (3-3 in un match ad alta tensione). Soprattutto, però, il 29 settembre il Molineux ospita in notturna una fantastica Charity Shield fra Wolves e W.B.A., trionfatori della FA Cup 1954. Ne viene fuori un classico del calcio inglese, un 4-4 che elettrizza ed entusiasma gli oltre 40.000 spettatori. I Wolves vanno avanti 4-1 grazie ai gol di Swinbourne (2), Deeley e Hancocks, ma subiscono nel finale il ritorno dei Baggies trascinati da uno strepitoso Ronnie Allen, futuro manager proprio dei Wolves ed autore di una tripletta. 
Due settimane dopo il Molineux ospita un’altra ‘prima volta’, con la prima visita di un club dell’Europa continentale, l’Austria Vienna. Cullis è costretto ad effettuare diversi cambiamenti rispetto alla formazione ‘tipo’, spostando addirittura in attacco Bill Slater. Il generoso difensore dà il massimo per non far notare la bizzarria della sua posizione, ma non riesce ad andare ad un palo colpito di testa. Il portiere austriaco Schmeid fa il resto, opponendosi a tutto quanto gli arrembanti Wolves gli tirano addosso, assurgendo al ruolo di eroe e consentendo ai suoi di uscire imbattuti dal match, primi a riuscirci nella nuova era dei floodlight matches. La rivincita dell’Old Gold non tarda però ad arrivare; a farne le spese gli israeliani del Maccabi Tel Aviv, travolti due settimane dopo con il clamoroso punteggio di 10-0. Roy Swinbourne è l’eroe della serata, realizzando una tripletta, ma è tutta la squadra a girare al meglio, producendo una superba prestazione di calcio offensivo. Il momento di grazia, peraltro, era iniziato già in campionato, con un clamoroso 4-0 rifilato al WBA quattro 20 giorni prima. 
Ed è un momento che prosegue per tutto il 1954, con le vette dei match contro Spartak Mosca e Honved Budapest. Sull’onda della crescente attenzione dei mezzi d’informazione, infatti, il Molineux ‘in notturna’ diventa una sorta di ‘salotto buono’ del grande calcio europeo, e molti club si candidano ad affrontare i Wolves, la cui reputazione cresce di pari passo. A metà novembre arriva quindi il turno del temibile Spartak Mosca, reduce dalle clamorose vittorie contro Standard Liegi, Anderlecht e Arsenal.

Negli anni ’50, in piena guerra fredda, la visita di una squadra sovietica aggiunge al confronto anche una valenza politica, caricando la partita di un’attesa quasi spasmodica. La dirigenza decide quindi di rendere il match ‘all-ticket’, scatenando una frenetica caccia al biglietto. Sono addirittura installati riflettori supplementari per consentire alla BBC di trasmettere in diretta televisiva il match. Il 16 novembre l’evento finalmente ha luogo, davanti a 55.184 spettatori. Il primo tempo (chiuso sullo 0-0) fa correre brividi sulla schiena a Bert Williams, salvato per due volte da salvataggi sulla linea dei suoi difensori.
Lo Spartak gioca la palla con grande precisione e risponde colpo su colpo al classico gioco offensivo dei padroni di casa. Nella ripresa, gradualmente, la superba preparazione fisica dei Wolves prevale, e finalmente al 62° Wilshaw supera Piraev dopo che il portiere russo gli rimpalla il primo tentativo. Ora lo Spartak soffre, ma resiste all’incessante spinta dei Wolves, spronati da un pubblico incontenibile. Nel finale la diga sovietica cede, e Hancocks (2) e Swinbourne trovano la via della porta, dando al risultato proporzioni esaltanti anche se forse eccessive per quanto di buono fatto vedere dallo Spartak. Il 4-0 onora al meglio una delle prime dirette televisive della storia, e proietta le sgargianti casacche color oro dei Wolves nell’immaginario sportivo di tutta l’Inghilterra. 
Forte di quest’aura di imbattibilità, la ‘sfida finale’ arriva il 13 dicembre 1954. Avversario la Honved Budapest, succursale di quella nazionale ungherese che ha inflitto al calcio inglese la più grande umiliazione della storia, superando i maestri prima a Wembley con un sonoro 6-3 e poi a Budapest con un ancor più pesante 7-1. Ai Wolves è dunque affidato l’orgoglio calcistico di un’intera nazione, da riabilitare in 90 minuti. 
Ma questa è un’altra storia, anzi questa serata è LA storia, e magari la racconteremo la prossima volta…
di Giacomo Mallano, da "UK Football please"

22 ottobre 2024

"IL TEMPO DEI LUPI, i Wolves da Buckley a Cullis" di Joel Da Canal (Urbone), 2022

A volte la storia di un club cambia radicalmente quando un singolo personaggio incrocia il suo cammino e ne forgia il destino. Per i Wolves i personaggi sono stati due: un maestro e un allievo. Frank Buckley, il Maggiore, ha portato la sua filosofia nel club delle West Midlands, una squadra storica (tra i fondatori della Football League), ma incapace di uscire dalla mediocrità di inizio secolo. Stan Cullis, che dei ragazzi allenati da Buckley è stato il capitano e leader in campo, ne ha raccolto l’eredità e completato il lavoro, riempiendo di titoli la bacheca dei Wanderers. Due uomini legati non solo dall’amore per il calcio e per il gold and black, ma anche dalle esperienze belliche. Dai titoli sfiorati da Buckley ai trionfali anni Cinquanta di Cullis, dominatore del decennio insieme all’amico Matt Busby e al suo Manchester United. La nascita e l’evoluzione di una dinastia calcistica. Il visionario che ridestò dal torpore un antico gigante addormentato. L’allievo che incarnò in campo lo spirito del suo allenatore e realizzò in panchina i suoi sogni di gloria. Buckley e Cullis, due manager per un’unica grande storia gold & black.
Questo blog viene aggiornato senza alcuna periodicità e non può quindi essere considerato un prodotto editoriale ai sensi della legge n.62 del 7/03/2001. L'autore dichiara inoltre di non essere responsabile per i commenti inseriti nei post. Eventuali commenti che siano lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, non sono da attribuirsi all'autore, nemmeno se il commento viene espresso in forma anonima. Le foto di questo blog sono pubblicate su Internet e sono state quindi ritenute di pubblico dominio. Se gli autori desiderano chiederne la rimozione, è sufficiente scrivere un'e-mail o un commento al responsabile del sito.