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10 marzo 2025

JACK LESLIE. Il primo giocatore di colore convocato dalla nazionale inglese

Negli ultimi mesi in Gran Bretagna, così come in buona parte del mondo occidentale, la tendenza è quella di “eliminare” statue inopportune, dedicate a personaggi controversi e dal passato macchiato da nefandezze di ogni genere.  Nella città portuale inglese di Plymouth, da dove nel 1620 partirono con la Mayflower i padri pellegrini per l'America, c'è invece chi sta raccogliendo denaro per erigerla, una statua. Ma l'obiettivo ultimo è lo stesso: fare i conti con un passato intriso di razzismo e discriminazione. A essersi attivati sono numerosi sostenitori del team calcistico locale, per cui fra il 1921 e il 1934 ha giocato Jack Leslie, destinatario dell'omaggio marmoreo che dovrebbe sorgere davanti allo stadio dei nero-verdi. 
Leslie è stato il primo giocatore nero a essere convocato per la nazionale inglese. Nonostante giocasse nella terza serie, si era distinto come uno dei migliori attaccanti del Paese. Come narrarono le cronache dei tempi, fu protagonista assoluto della tournée in Sud America dell'estate del 1924, quando l'Argyle prese a pallonate argentini e uruguagi che da lì a qualche anno si sarebbero contesi la prima Coppa del Mondo, allora dedicata a Jules Rimet, in quel di Montevideo.

Tutti buoni motivi che spinsero i selezionatori della nazionale – all'epoca non c'era un vero e proprio allenatore in carica – ad inserirlo nell'undici titolare comunicato pochi giorni prima dell'amichevole con l'Irlanda dell'ottobre 1925. Ci sono ritagli di giornali che certificano la scelta della direzione tecnica dei Tre Leoni, poi cancellata dagli alti papaveri della Football Association, inorriditi alla sola idea che un ragazzo di padre giamaicano e dalla pelle scura potesse indossare la maglia bianca dell'Inghilterra. Leslie non scese mai in campo contro gli irlandesi e non fu mai più convocato in nazionale. Continuò a giocare per il Plymouth, acquisendo lo status di leggenda, grazie alle 401 partite disputate e ai 137 gol. Dopo 14 anni culminati dalla promozione in Seconda Divisione e una memorabile vittoria per 4-1 sul Manchester United nella Coppa d'Inghilterra del 1933, Jack si ritirò con i gradi di capitano e un rimpianto immenso: quel cap (il cappellino che viene dato per ogni presenza con i Tre Leoni) mai ricevuto.

Dovettero passare altri 53 anni prima che Viv Anderson, terzino del Nottingham Forest, potesse entrare nei libri di storia come il primo nero a giocare un match in nazionale. Quando scese in campo contro la Cecoslovacchia, la portata dell'evento fu tale che la regina Elisabetta spedì a Anderson un telegramma per complimentarsi con lui. In quel periodo Leslie faceva il magazziniere per il West Ham United, squadra dell'East End londinese proletario e multietnico dove era nato nel 1901 e nella quale, negli anni Sessanta, giocava Clyde Best, ragazzo delle Bermuda che si prese anch'egli la sua buona dose di epiteti razzisti, facendo senza dubbio tornare alla mente a Jack il suo travagliato passato di calciatore. 
Leslie se n'è andato nel 1988, senza riuscire a vedere i progressi raggiunti dal mondo del calcio inglese: la campagna Kick it Out, le misure draconiane contro i tifosi razzisti, la nazionale infarcita di ragazzi dalla pelle nera (undici solo all'ultima Coppa del Mondo in Russia) e l'omaggio alla campagna Black Lives Matter durante il restart della Premier dopo il lockdown. Certo, di strada bisogna farne ancora tanta e il problema è lungi dall'essere risolto, per questo è importante che storie come quella di Leslie siano raccontate. Il crowd funding sta andando molto bene e il Plymouth Argyle ha già fatto sapere che sarà ben contento di mettere la statua davanti all'entrata principale dell'Home Park, l'impianto dove il buon Jack faceva ammattire i difensori avversari.
di Luca Manes, da https://ilmanifesto.it

11 febbraio 2025

FRANK BARSON. "The hard man of english football"

La storia del calcio è costellata di giocatori violenti, spesso al limite se non oltre il regolamento. Calciatori duri, difficili da superare fisicamente, sempre pronti a seguire le caviglie (e a volte a colpirle) del malcapitato avversario di turno. Il calcio inglese ed anglosassone in generale, specie in passato, è sempre stato caratterizzato da questa tipologia di personaggi, che amati o non, hanno spesso contribuito a fare le fortune o le sfortune di una squadra e dei rispettivi manager.
Di recente il Times, noto quotidiano londinese, ha stilato la classifica dei cinquanta giocatori più duri del football di sempre. Sorvolando sull'attendibilità della particolare graduatoria, guidata probabilmente a ragione dal “killer” di Diego Armando Maradona Andoni Goikoetxea e composta da molte nostre conoscenze italiane e d'oltremanica come Claudio Gentile, Romeo Benetti, Nobby Stiles, Stuart Pearce e Roy Keane andiamo a scoprire insieme un "hard man" inglese poco conosciuto ai nostri giorni, che tra il 1919 ed il 1928 fu considerato uno dei giocatori più fallosi, rissosi e difficili da superare di tutta la Football League.
Parliamo quindi di Frank Barson, nato nella zona di Sheffield, a Grimesthorpe, nel 1891. Dopo aver conciliato il lavoro di fabbro con i primi approcci al calcio nel football club amatoriale dello Sheffield Albion iniziò la sua carriera di “duro” del beautiful game nel 1911, quando firmò un contratto da professionista per il Barnsley, all'epoca club di seconda divisione. Non ci mise molto il ventenne Frank a far conoscere il suo temperamento: poco prima di disputare la sua prima gara ufficiale con i Tykes all'Oakwell, Barson venne squalificato per due mesi, per aver provocato una gigantesca rissa con alcuni giocatori del Birmingham City durante un'amichevole pre-season. Rientrato in squadra giocò per il Barnsley fino al 1919 (dal 1915, anno in cui tra l'altro Frank si sposò, al 1918 la grande guerra fermò tutte le attività sportive ufficiali) collezionando in totale 91 presenze senza reti. 
Fu ceduto all'Aston Villa per la cifra di £2.850, voluto a tutti i costi dal grande George Ramsey, intento a ricostruire il Villa dopo la prima guerra mondiale. Il suo ruolo di interditore a centrocampo, caratterizzato da entrate durissime, divenne così molto noto agli appassionati dell'epoca ma soprattutto ai malcapitati avversari in campo, che cominciarono a considerarlo come uno dei più difficili, agonisticamente parlando, giocatori di tutta la lega professionistica. 
Il suo esordio con l'Aston Villa avvenne nell'ottobre del 1919 in un match vinto 4 a 1 sul Middlesbrough. Il carattere instabile di Frank emerse tuttavia anche nei suoi tre anni con la maglia claret and blue: molti infatti furono i contrasti con la dirigenza del club di Birmingham che non gradiva il fatto che Barson, nonostante gli impegni contrattuali assunti con il club, si rifiutasse di trasferirsi nella grande città delle Midlands facendo continuamente la spola per gli allenamenti e le partite tra Birmingham e Sheffield, città dove Barson aveva mantenuto interessi economici e familiari. In conseguenza di questi “attriti logistici”, all'inizio della stagione calcistica 1920-21 la dirigenza dell'Aston Villa decise di sospenderlo per quattordici giorni, nella speranza di convincerlo a spostarsi in maniera permanente a Birmingham; ciò non avvenne e in questo periodo (il 15 marzo 1920) il ribelle Frank si guadagnò anche un cap (peraltro l'unica) nella nazionale inglese, esordendo in un match contro il Galles giocato ad Highbury e valido per l'Home Championship. Subito dopo, a fine aprile, vinse con i suoi compagni la Fa Cup del 1920, al quale è legata una delle più famose storie su Barson, che ci fanno capire chiaramente quale fosse il suo atteggiamento in campo. 
Poco prima di scendere sul terreno dello Stamford Bridge di Londra, scelto in quell'occasione per la finalissima, T.J. Howcroft, uno dei migliori e rispettati arbitri dell'epoca minacciò palesemente e pubblicamente Barson in un duro face to face negli spogliatoi del Villa, intimando al rissoso centrocampista che la partita doveva essere giocata lealmente e che al primo intervento sopra le righe la finale di Barson sarebbe finita all'istante. Per una volta Frank tenne a freno i tacchetti degli scarpini, il match fu gradevole, combattuto ma leale e l'Aston Villa, superando per 1 a 0 l'Huddersfield Town, si portò a casa l'ambito trofeo. La sua carriera all'Aston Villa, dopo un centinaio di presenze e 10 reti, era comunque giunta al capolinea e dopo l'ennesima violenta discussione con un compagno di squadra poco prima di un match di League la dirigenza decise di "liberarsi" di Barson, cedendolo nell'agosto del 1922 al Manchester United per £5.000.

Nel nord-ovest dell'Inghilterra Frank lasciò il segno, giocando fino al 1928 e collezionando 140 presenze e 4 goal, di cui uno proprio alla sua ex squadra, l'Aston Villa. Quando approdò all'Old Trafford lo United non navigava in buone acque ed era appena retrocesso in Second Division. Barson contribuì a far risalire il club di Manchester nella massima serie nel 1925 sciorinando in campo tutto il suo repertorio di centrocampista duro, falloso e mai domo. Nel libro "The Official Illustrated History of Manchester United" l'autore Alex Murphy descrisse Barson addirittura come un guerriero azteco, minaccioso nello sguardo e nei movimenti, capace di ispirare i propri compagni alla lotta su ogni pallone per raggiungere la promozione; mentre Garth Dykes, l'autore di "The United Alphabet"
, lo descrisse come il più controverso calciatore del suo tempo, un gigante insuperabile del centrocampo con l'unico difetto di non saper gestire le proprie forze ed il proprio impeto, alimentato dal desiderio di voler essere sempre il primo attore in una mischia. A conferma di tali descrizioni palese fu il suo comportamento il 27 marzo 1926, quando il Manchester United affrontò il Manchester City nell'attesissima semifinale di FA Cup di quell'anno. Durante il gioco Sam Cowan, leggendario centrocampista e capitano del City, perse conoscenza dopo uno scontro di gioco e fu costretto ad uscire dal campo. Il motivo della prematura esclusione di Cowan non fu subito chiaro e si pensò inizialmente ad un malore improvviso. Dopo le cure del caso la gara riprese ed il City si impose sullo United con un netto 3 a 0. Dopo il match fu avviata un'inchiesta sull'incidente accorso al capitano del City e fu stabilito, in base alla testimonianza dello stesso Cowan e di alcuni spettatori presenti che Barson colpì con un violento pugno l'avversario durante una fase di gioco, mettendolo praticamente ko. Frank fu immediatamente sospeso dalla
Football Association per otto settimane.
Anche la sua carriera allo United volgeva al termine e nel maggio del 1928 si definì così il suo passaggio a titolo gratuito al Watford, club all'epoca di Third Division South, nel quale Frank militò per una sola ma tormentata stagione. Anche qui, come in passato con le maglie di Barnsley, Aston Villa e Manchester United, Barson ricevette lunghe squalifiche per comportamenti eccessivi e risse e mantenne la sua fama di "hard man of english football" in molte occasioni in cui dovette lasciare il terreno di gioco anzitempo o per esser scortato a fine gara dai poliziotti con lo scopo di evitare linciaggi dei tifosi di turno. Dopo la breve esperienza al Vicarage Road (appena 10 presenze ed una rete) accettò il ruolo di giocatore allenatore all'Hartlepool United per terminare poi la sua lunga e rissosa carriera al Wigan Borough nella stagione 1930-31, cimentandosi poi fino al 1956 in vari ruoli tra cui allenatore dello Swansea Town. Morì 77enne il 13 settembre del 1968, a Birmingham. 
La sua ultima apparizione da calciatore avvenne con la maglia del Wigan Borough nel boxing day del 1930, contro l'Accrington Stanley. Fu un'uscita di scena degna del suo modo di interpretare il gioco del calcio: espulso nel finale di gara per gioco violento...
di Christian Cesarini, da "UK Football please"

31 gennaio 2025

"SIR HENRY NORRIS. Un tipo losco, ma innovatore" di Max Troiani

Nel 1910 una grave crisi finanziaria colpì le società di calcio inglese.
Il Woolwich Arsenal era tra quelle più colpite, anche perché il club, nato nella zona di Plumstead, periferia meridionale di Londra, non aveva a disposizione un bacino d’utenza abbastanza ricco per attirare nuovi tifosi e riempire lo stadio. Gli incassi al botteghino continuavano a diminuire, tanto che la media al Manor Ground si aggirava intorno alle 11mila unità. Il Woolwich Arsenal fu allora messo in liquidazione volontaria. Le cessioni dei giocatori più forti rappresentò l’unica soluzione per rimanere a galla. Bert Freeman, Tim Coleman e Ashcroft furono venduti per fare cassa. Poi ci fu l’avvento del magnate Sir Henry Norris, un ricco commerciante già presidente del Fulham, che insieme a una cordata di uomini d’affari salvò il club e ne divenne presidente.
Sir Norris, che successe a George Leavey alla presidenza del Woolwich Arsenal, cercò subito di migliorare gli introiti del club, tuttavia la collocazione geografica rimase uno dei problemi più rilevanti. Ci si mise allora in cerca di siti dove poter costruire la nuova casa, il nuovo stadio.
Per poco Norris non riuscì a fondere il Woolwich Arsenal con il Fulham. Fortuna volle che non riuscì nell’intento, poiché l’operazione fu fermata dalla Football League. Ma l’idea di un trasferimento in un’altra zona di Londra oramai era più di un progetto. Norris riuscì ad acquistare un sito nella zona di Highbury, nel nord della città, su un terreno del college di teologia di St.John. Nonostante le ostruzioni dei tifosi di Woolwich e le contestazioni dei residenti di Highbury, nonché di alcune squadre “vicine” come il Tottenham FC, il presidente riuscì con tenacia nel suo intento. Per la costruzione del nuovo stadio alcuni documenti riportano una spesa finale di 125mila sterline. L’arena fu disegnata dall’architetto Archibald Leitch e venne costruito con un design simile a molti altri stadi dell’epoca: una sola tribuna coperta (la East End) e grandi terraces tutto intorno. Un accordo curioso fu raggiunto con il Borough della zona: l’Arsenal non avrebbe mai dovuto giocare in casa il giorno di Natale e il venerdì di Pasqua. Questa clausola fu tolta solo dodici anni dopo, nel 1925.

Il Woolwich Arsenal nel 1912/13 ebbe la peggiore stagione di sempre secondo gli storici dell’Arsenal. Retrocesse in Seconda Divisione, classificandosi ultima e vincendo solo tre partite delle 38 disputate. Non proprio il migliore dei modi per rendere omaggio al nuovo impianto. Nel 1913/14 l’inaugurazione di Highbury avvenne il 6 settembre del 1913, l’occasione fu la prima partita del campionato di seconda divisione contro il Leicester Fosse, vinta dall’Arsenal per 2-1. Circa 20.000 spettatori assisterono alla partita, la maggior parte provenienti da sud-est di Londra, gli stessi che rimasero senza parole dopo che l’attaccante inglese del Leicester Fosse, Tommy Banfield mise la palla alle spalle del portiere dei londinesi Lievesley. Banfield cosi fu il primo giocatore a segnare nel leggendario Highbury. Purtroppo il futuro per lui non fu roseo, visto che morì nel settembre del 1918 in guerra colpito da un cecchino su un campo di battaglia francese. A fine primo tempo l’attaccante George Jobey (un “geordie” acquistato l’anno precedente dal Newcastle) pareggiò e segnò il primo gol dell’Arsenal nel nuovo stadio, rimanendo per sempre nella storia del club, sul punteggio di 1-1 nella ripresa s’infortunò subito Jobey che, costretto ad uscire in barella, lasciò la sua squadra in 10 per quasi tutto il secondo tempo (allora non erano ancora ammesse sostituzioni). Nonostante questo Archibald Devine riuscì a segnare il 2-1 e a regalare la prima vittoria dell’Arsenal nella nuova casa. Highbury quel giorno iniziò la sua leggenda. Il trasferimento nel nuovo impianto fece salire parecchio le presenze alle partite, tanto che la media spettatori si attestò a 23mila.
Nell’aprile del 1914, Sir Norris e la dirigenza presero un’altra decisione fondamentale nella storia del club, cancellarono il nome “Woolwich” lasciando ufficialmente solo Arsenal.
La stagione 1914/15 prima dell’inizio della Grande Guerra si chiuse con un sesto posto che diventò per un errore di calcolo un quinto posto, errore a cui la Football League pose rimedio solo nel 1975.
Terminata la guerra, in tutto il paese si cercò di tornare al più presto alla normalità. Nel 1919 la rivalità con i “vicini” del Tottenham diventò l’odio che si manifesta ancora ai giorni nostri. La Football League decise che la partecipazione al primo campionato post bellico doveva aumentare da 20 a 22 squadre, quindi si dovevano decidere le due compagini “extra” che sarebbero rimaste nel massimo campionato, il Chelsea era una di queste, perché classificatosi al 19° posto (e quindi retrocesso). La seconda a sorpresa fu l’Arsenal, a discapito degli Spurs che nell’ultimo campionato prima della guerra si erano piazzati al 20° posto. In alternativa dovevano salire in First Division il Barnsley o il Wolverhampton, terzi e quarti in classifica nella serie cadetta, ma di certo non i Gunners che in Second Division si erano piazzati quinti. La Lega prese la controversa decisione durante il meeting annuale della Football League e promosse l’Arsenal in prima divisione per il lungo servizio reso al calcio inglese, poiché era stata la prima squadra del Sud d’Inghilterra ad iscriversi al campionato. L’esecutivo della lega si espresse con 18 voti a favore e 8 contrari. I buoni uffici e le conoscenze del Presidente Norris (che nel frattempo era diventato anche Sindaco del Borough di Fulham), permisero l’impossibile, molti insinuarono che questa decisione fu presa grazie ad accordi sotterranei, alcuni ipotizzarono anche un tentativo di corruzione da parte di Norris aiutato dall’amico John Kenna, presidente del Liverpool. Niente fu mai provato, anche se parecchie operazioni finanziarie di Sir Norris furono sempre sospettate di non essere proprio regolari.

In First Division la vita non fu subito semplice, anzi. Mai sopra il nono posto, nel 1924/25 l’Arsenal si piazzò 20° (l’anno prima era arrivato 19°) sfiorando la retrocessione.
Per il Presidente Sir Norris fu abbastanza. I miglioramenti e le vittorie richieste non solo non ci furono ma addirittura si rischiò per due volte la retrocessione. A pagare, come al solito, fu il tecnico Leslie Knighton. Al suo posto fu ingaggiato il manager Herbert Chapman dall’Hudderfield Town. Un vincente, reduce da due trionfi in campionato nelle due stagioni di passione dell’Arsenal. Ma soprattutto un uomo innovativo, che portò le vittorie che ancora oggi hanno reso famoso l’Arsenal nel mondo grazie ad alchimie tattiche che meriterebbero un articolo a parte.

Il 1933/34 sarebbe stata storicamente importante per l’Arsenal nel bene e nel male. Il 3 gennaio 1934 il manager Herbert Chapman morì improvvisamente di polmonite, che aveva preso nella ventosa Guildford dove si era recato alcuni giorni prima per assistere ad un match delle giovanili, nonostante il divieto del medico del club il Dott, Guy Pepper per il forte raffreddore che aveva. Lui imperterrito aveva cos’ commentato: “devo andare è una settimana che non vedo i ragazzi”. La sua ultima partita sulla panchina dell’Arsenal era stata ad Highbury contro il Birmingham City, gara finita 0-0.
Il 30 luglio del 1934, a soli sette mesi di distanza, un’altra brutta notizia accoglie la società e tutti i tifosi dell’Arsenal: la morte di Sir Henry Norris a 69 anni per un infarto nella sua casa di Barnet, un grande presidente, forse anche "traffichino", che fece grande l’Arsenal, e che lasciò una grande eredità alla storia.
di Max Troiani

28 gennaio 2025

BILLY BIRRELL ed il Chelsea

C'è un uomo legato alle sorti del Chelsea, che più di ottanta anni fa, con le sue idee, ha cambiato radicalmente il destino di questo Club. William Billy Birrell è stata davvero una figura importante per i londinesi.

Da calciatore ha giocato con Raith Rovers e Middlesbrough, vincendo con quest'ultimo la Second Division nel 1927, stesso anno del suo ritiro. In seguito, divenne allenatore del Raith Rovers stesso, per poi spostarsi sulla panchina del Bournemouth nel 1930 e su quella del Queens Park Rangers nel 1935. Dopo aver conseguito nel 1938 un terzo posto nella Terza Division Sud col QPR, venne ingaggiato nel 1939 dal Chelsea, sostituendo Leslie Knighton, dove rimase fin dopo la Seconda guerra mondiale. Alla guida dei "Blues" si è piazzò costantemente nelle posizioni di metà classifica di First Division, rischiando però la retrocessione in Second Division nel 1951. Nonostante ciò, condusse la squadra a due semifinali di FA Cup ( 1950 e 1952 ), perdendole entrambe contro l'Arsenal. Si dimise dall'incarico di allenatore proprio in seguito a questa ultima sconfitta. Dopo il suo ritiro dal ruolo di manager, per molto tempo supportò economicamente il settore giovanile della squadra con molteplici donazioni, visti gli enormi dividendi da pagare.

Il quarantaduenne scozzese che pipa in bocca arrivò a "Stamford Bridge" il 19/4/1939 si portava dietro la reputazione di uno dei manager più scaltri e capaci nel mondo del calcio, uno dei primi introduttori delle lavagna tattiche negli spogliatoi. 
Personaggio senza fronzoli, rimosse i tre allenatori in carica, inclusi i fedeli ex giocatori Jack Whitley e Jack Harrow e costruì una nuova fisionomia di squadra, evitando i massivi trasferimenti di calciatori avvenuti in passato. Il suo più grande proponimento era di estendere alla prima squadra gli schemi tattici utilizzati dalle rappresentative giovanili del Chelsea, arricchendoli di un livello tecnico superiore. Per implementare questo modello, avrebbe dovuto aspettare la tragica sfuriata della Seconda guerra mondiale, con tutte le becere conseguenze avute sulla nazione. In seguito a ciò, nonostante il calcio avesse subito una riduzione della sua attività e la logica "regionalizzazione" dello svolgersi, Birrell si distinse per la sua spiccata intraprendenza. 

Portò i "Pensioners" a due finali consecutive di Football League South Cup nel 1944 e nel 1945, battendo 2-0 il Milwall in questa ultima occasione, al maestoso cospetto di ben 90.000 spettatori, inclusa la futura, inossidabile Regina Elisabetta. Durante il duro periodo bellico Birrell ebbe persino il coraggio di disinnescare da solo un ordigno bellico caduto su un terrazzo ! In tempo di pace il suo programma giovanile modernista, soprannominato "Tudor Rose", iniziato nel 1948, avrebbe dato frutti più avanti. Pragmaticamente cercò di recuperare entusiasmo favorendo l'acquisto di grandi nomi quali Tommy Lawton, Len Goulding, Tommy Walker e Roy Bentley, ma nonostante questo rischiò la retrocessione nel 1951, soprattutto per le scarse risorse economiche presenti in cassa. Per Birrell questo fu un anno difficile sia fuori che dentro il campo, culminato da furiose liti con giocatori popolari come Roy Bentley e Johnny Harris, che portarono ad una svendita di elementi cardine della squadra. Dopo tredici anni di volenteroso onorario lo scozzese, "di comune accordo" con la società, lasciò l'incarico a favore di Ted Drake, anche in seguito alla esclusione dalla FA Cup per mano dell'Arsenal il 9/4/1952. Il Presidente Joe Mears riservò parole di grande stima nei suoi confronti, sottolineando il sincero affetto di tutto l'ambiente verso di lui, ormai stanco però, di assumersi responsabilità assai pesanti. Birrell si dichiarò felice di prendersi una legittima pausa e in seguito divenne segretario dell' Hartsbourne Country Club. Lo scozzese dal buffo panciotto e gli occhialini tondi ci lasciò il 29/11/1968 all'età di 71 anni. 
di Vincenzo Felici

20 gennaio 2025

HERBERT CHAPMAN. Tutta colpa del sistema



Un solo uomo al comando: primo in tutto, migliore di tutti. Ecco che cosa è stato, per i suoi club e per il calcio, il “controriformista” Chapman. Quinto dei sette figli del minatore John e della casalinga Emma, Herbert nasce il 19 gennaio 1878 nel sud dello Yorkshire (Inghilterra), al numero 17 di Kiveton Wales, frazione di Kiveton Park, piccolo centro minerario tra Sheffield e Worksop. Il padre, analfabeta, lavora nelle immaginabili condizioni figlie dell’epoca vittoriana. Come per il resto della comunità locale, il destino di Herbert sarebbe quello del genitore, e cioè a estrarre carbone, se non fosse che nel 1870 era stato promulgato l’Elementary Education Act, svolta storica per introdurre in Inghilterra e nel Galles l’istruzione elementare obbligatoria. Per abolire le lingue celtiche (gallese, irlandese e scozzese), lo Stato si assumeva per la prima volta la responsabilità nell’istruzione di tutti i bambini, così, compiuti i cinque anni, anche un figlio della “working class” come Herbert può andare a scuola. 
Un passaggio fondamentale che ne contiene un altro: là può praticare gli sport (è il caso di dirlo) più popolari: il calcio d’inverno e il cricket d’estate. L’attitudine al comando ne fa a undici anni il capitano e il segretario della squadretta di calcio, e insieme con i fratelli entra nella formazione juniores del paese. Ma al momento di guadagnarsi da vivere, scriverà giocando con le parole il suo più attento biografo, Stephen Studd, era il «coal (carbone) e non il goal» a dettar legge, altro che l’Education Act. Finita la scuola, comincia l’apprendistato in una “colliery” (miniera di carbon fossile), ma in seguito all’Education Act, in tutto il Paese si aprono corsi di formazione e Herbert segue quello di ingegneria mineraria allo Sheffield Technical College. Intanto porta avanti la sua passione per il pallone, amore condiviso con il più talentuoso fratello minore (di un anno) Harry, anche lui futuro professionista. Herb la consuma da modesta mezzala destra in club di Sheffield e dintorni, sempre a livello di non-league: Kiveton Park, Ashton North End, Stalybridge Rovers (nel Lancashire), Rochdale (dove debutta il 16 ottobre 1897, 1-1 a Horwich nel secondo turno di Coppa; due settimane dopo segna il suo primo gol con il club, contro l’Ashton North End), Grimsby Town (società in crisi nera dove apprende quanto sia deleterio far gestire la squadra ad un comitato anziché a un responsabile unico, che costerebbe almeno 150 sterline: troppe), Swindon Town, Sheppey United e Worksop Town.

La svolta arriva con il passaggio al professionismo, al Northampton Town nel 1901. Da lì in poi, lasciato il lavoro di ingegnere minerario, cambia squadra ogni anno: Sheffield United (dopo averlo affrontato in FA Cup), Notts County (dal maggio 1903, per 300 sterline) e, dal marzo 1905, Tottenham Hotspur (dove è subito miglior marcatore degli Spurs: 11 reti nella Southern League 1905-1906 prima di regredire a riserva); ma soprattutto capisce cosa vuol fare “da grande”. Nel 1907 torna da giocatore-allenatore al Northampton Town, dove nel 1909 vince la Southern League. Ma come calciatore Herbert, a differenza di Harry (91 gol in 269 gare di campionato, 8 su 29 in FA Cup), non era granché, e di lui si ricordano più le scarpe giallognole che le prodezze in campo. 
Da manager, invece, carisma, sagacia tattica e fiuto nel riconoscere il talento ne faranno uno dei più grandi costruttori di squadre vincenti di sempre. Nel 1912 diventa il segretario al Leeds City (progenitore dell’attuale Leeds United, risorto sulle ceneri del fallito City nel 120, ndr)
Le sue pressioni per far riammettere il club alla Football League hanno successo, ma durante la Prima Guerra Mondiale la società sarà coinvolta in «irregolarità finanziarie», relative ai pagamenti sottobanco effettuati ai giocatori “ospitati” nel periodo bellico, che portarono allo scioglimento della società nel 1919 e nella radiazione di alcuni dirigenti. Tra questi, Chapman, che in appello riesce ad evitare la squalifica vita, adducendo che all’epoca non aveva il controllo amministrativo diretto della società, lasciata per andare a dirigere una fabbrica di munizioni come coinvolgimento coatto nel conflitto. 
Sul piano tecnico, la sua gestione parla da sola: nonostante il sesto posto, l’affluenza media di Elland Road cresce dalle quasi 8000 unità del 1911-12 alle oltre 13.000 dell’anno seguente, il che consente al club di registrare un profitto di 400 sterline, una bella inversione di tendenza rispetto ai problemi finanziari della stagione precedente. «Chapman (...) ha fatto un gran lavoro per il club; si è guadagnato la fiducia di tutti», scrive ai tempi lo Yorkshire Post
L’anno in cui va più vicino alla promozione è il 1913-14 quando il City finisce quarto a sei punti dal Notts County, campione di seconda divisione, e a due dalla seconda, il Bradford Park Avenue; un piazzamento che, secondo il Yorkshire Post, «tenuto conto delle risorse del club, deve essere considerato soddisfacente, non solo perché la squadra non era mai arrivata così in alto ma anche perché incassi e affluenze hanno stracciato ogni record». Se ne va il 16 dicembre 1919 e diventa dirigente industriale in una ditta di Selby che lavora oli combustibili e carbone. Nel frattempo, continua la battaglia legale per i presunti abusi operati dalla Commissione della Football Association che, secondo Chapman, non aveva tenuto conto che lui non era in sede quando, si presumeva, quei pagamenti irregolari erano stati effettuati. 

Nel settembre 1920, scontata la squalifica, rientra nel calcio come segretario dell’Huddersfield Town, club del natio Yorkshire nel quale sarà manager a tempo pieno da marzo. Nei cinque anni successivi, il club di Leeds Road vivrà il suo periodo di maggior successo vincendo la FA Cup nel 1922 (1-0 al Preston North End in finale) e tre Football League (1924-1925-1926), l’ultima delle quali senza il grande capo. La prima, in particolare, merita di essere raccontata. All’ultima giornata il Cardiff è in testa con il minimo vantaggio sull’Huddersfield Town. I gallesi sono a un passo dallo storico trionfo e giocano a Birmingham, i Terriers in casa contro il Nottingham Forest. L’Huddersfield vince 3-0 mentre al St Andrew’s va in scena un finale-thrilling: il Cardiff conquista un rigore, ma nessuno se la sente di tirarlo; sul dischetto va allora Len Davies, che non ne ha mai battuto uno e che “ovviamente” sbaglia. I Blue Birds non sbloccano lo 0-0 e per la prima volta il campionato viene deciso dalla media di gol segnati, in quello che resterà il margine (0.024 gol/partita) più esiguo fra la prima e la seconda. Chapman, come i generali graditi a Napoleone, è anche fortunato.

Quando, nel 1925, passa all’Arsenal, eredita una formazione di bassa o media classifica e a digiuno di vittorie. Con lui, diventerà il club più famoso d’Inghilterra. In giugno l’International Board modifica la regola del fuorigioco riducendo da tre a due il numero di giocatori fra l’attaccante e la linea di porta e il buon Herbert, che ha la testa dura ma anche furbizia da vendere, è lesto ad approfittarne. Già dal primo match l’interno Charlie Buchan, il giocatore più rappresentativo e suo primo acquisto (dal Sunderland), preme affinché il centromediano Jack Butler operi soltanto da difensore. Il tecnico nicchia, ma dopo la memorabile batosta (7-0) del 3 ottobre al St James’s Park contro il Newcastle United, si convince, anche perché Buchan minaccia di tornarsene al Sunderland. 
Nasce così il celeberrimo Chapman’s System, il modulo tattico che soppianterà l’ormai superato Metodo (WW) e si diffonderà come Sistema (o WM, dalla disposizione in campo: un 3-2-2-4 con i due mediani e le due mezzeali schierati a quadrilatero). L’idea di Buchan è semplice: spostare il centromediano (Butler e, subito dopo, l’ex mezzala Andy Neil) dalla posizione di movimento a centrocampo a quella fissa di “stopper” (da qui il nome al ruolo di marcatore della prima punta), e retrocedere un attaccante, per non perdere la superiorità numerica a centrocampo. Ne consegue che, a far scattare la cosiddetta “trappola del fuorigioco” non sono più i due terzini, ma il difensore centrale, che è il più arretrato, mentre i laterali si “allargano” verso l’esterno per prendere in consegna le ali. Dopo l’illusorio 4-0 del 5 ottobre ad Upton Park con il West Ham United (doppietta di Buchan), i risultati sono altalenanti. Chapman però non molla. Alla sua rivoluzionaria controriforma tattica aggiunge la firma di alcune delle maggiori stelle del calcio britannico, tra cui Cliff Bastin, David Jack (arrivato per 10.890 sterline in sostituzione di Buchan, ritiratosi, e primo a sfondare il muro delle cinque cifre), lo scozzese Alex James (£ 9000) e il prossimo capitano, il terzino Eddie Hapgood; gente che assieme alle ali Joe Hulme e Cliff “Boy” Bastin, al nuovo stopper Herbie Roberts, agli altri terzini Tom Parker e George Male e al portiere Frank Moss farà dei biancorossi (indovinello facile facile: di chi è la trovata della manica bianca su maglia rossa?) una corazzata dalla formidabile prima linea (Hulme, Jack, Lambert, James e Bastin) che vincerà una FA Cup (nel 1930, 2-0 proprio all’Huddersfield Town; successo sfiorato nel ’32, quando a vincere per 2-1 sarà il Newcastle United) e quattro campionati; il primo nel 1931 (i londinesi sono la prima squadra del sud dell’Inghilterra a laurearsi campione) e gli altri consecutivi (1933-1934-1935) ma ancora una volta con Chapman a perdersi la tripletta. 

Il 3 gennaio 1934, si prende una polmonite nella ventosa Guildford, dove si è recato, nonostante il forte raffreddore e il divieto del medico, per seguire una partita della terza squadra. «Sarà una settimana che non vedo i ragazzi…» aveva detto, tre giorni dopo morirà. Il suo successore, il corpulento George Allison, ex inviato al seguito della squadra entrato poi nello staff tecnico, proseguirà nel solco tracciato dal maestro (la cui somiglianza indurrà numerosi errori nelle didascalie di svariate pubblicazioni, ndr) e metterà in bacheca, oltre ai titoli del ’34 e ’35, la FA Cup del ’36. In quella del ’27, invece, la sorte aveva riscosso da Chapman il credito elargitogli all’Huddersfield nel vittorioso campionato del ’24: a un quarto d’ora dal termine della finale con il Cardiff City, un rasoterra senza troppe pretese scagliato da Hugh Ferguson passò sotto il portiere dell’Arsenal, il gallese Daniel Lewis, ed entrò in porta. In pieno delirio da sconfitta, Chapman attribuirà la colpa della papera al... maglione nuovo di Lewis. Da allora, nella gestione Chapman, mai il portiere dei Gunners (a proposito: il copyright è suo) scenderà in campo senza prima aver fatto lavare, per infeltrirla, la nuova divisa da gioco. Una “innovazione” da niente, rispetto a quelle introdotte o solo sperimentate da Chapman, in campo e fuori: il tempo effettivo, i giudici sulla linea porta, i ritiri, le riunioni tattiche (compresi i discorsi pre-gara), le tournée in aereo, i palloni bianchi, le maglie numerate, i terreni sintetici, l’orologio dei 45’, i riflettori. Questi ultimi li vide andando a trovare un vecchio amico in Austria, dove assistette a una partita in notturna su un campo illuminato dai fari di 40 auto. «Ti rendi conto che se fossero piazzati su aste alte 40 piedi potremmo giocare come se fossimo in pieno giorno?»
Non ci volle molto perché la stampa venisse convocata a un allenamento che l’Arsenal sostenne di sera, dopo che il padre-padrone del club aveva fatto disporre una decina di furgoncini con i fari accesi. In un’altra occasione, aveva fatto installare un orologio gigante che scandiva i 45 minuti così che i giocatori sapessero sempre quanto mancava alla fine. Ma la Football Association non gradì e l’orologio tornò a segnare le ore. Sempre in quel periodo nasceva l’abitudine tutta britannica di adornare con mazzi di fiori nei colori della squadra ospite il salotto di ricevimento dei dirigenti avversari, e pazienza se, dove non arrivava la natura, si provvedeva con petali dipinti. Sarà per quello che, dal 1936, all’ingresso della East Stand Marble Hall, dove campeggia il busto che lo ritrae, commissionato da 12 suoi amici a Jacob Epstein, sembra accennare un bonario sorriso. Anche nell’epoca del calcio finto, Chapman sarebbe stato primo in tutto, il migliore di tutti.

La Controriforma del WM
Nel 1925 l’International Board modificò la regola del fuorigioco e di fatto sancì la fine del Metodo (detto anche “Modulo a W” o WW), adottato in Italia attorno agli Anni 30. Quello schieramento prevedeva i terzini liberi da compiti di marcatura, i mediani a guardia delle ali e il centromediano nel duplice ruolo di costruttore e interdittore. 
Le mezzeali elaborano la manovra a centrocampo, le due ali e il centravanti sono punte pure. Era un gioco congeniale alla scuola italiana, più portata alla tecnica che alla corsa, e il CT azzurro Vittorio Pozzo, con piccoli correttivi (il centromediano arretrato e rapidi contropiede), ne fece un “mezzo Sistema” che bissò nel 1938 il titolo mondiale del ’34. In quel periodo, Chapman introdusse in difesa l’uso della diagonale, per non restare mai con solo un difensore, che, una volta saltato, avrebbe lasciato campo libero agli avanti avversari. Fu, probabilmente, la prima rivoluzione calcistica e come conseguenze ebbe: l’allargamento della difesa verso l’esterno, i terzini (e non i mediani) in marcatura sulle ali e il centromediano stabilmente sul centravanti. Nel WM, mediani e mezzeali formano un quadrilatero a centrocampo (celeberrimo quello del Grande Torino: Grezar e Castigliano vertici bassi, Loik e V. Mazzola in appoggio alle punte), creando il gioco e liberando il centromediano da compiti di regia. Il modulo richiede una condizione atletica notevole e non a caso, in Europa, dopo gli inglesi, fu adottato dai tedeschi e dal “Wunderteam”, la meravigliosa nazionale austriaca assemblata da Hugo Meisl. 
Uno dei migliori Arsenal “sistemisti” si ammirò ad Highbury il 24 dicembre 1932, quando batté per 9-2 lo Sheffield United. Davanti al portiere Moss, tre difensori in linea, Male, Roberts e Hapgood, a centrocampo Hill e John alle spalle di Jack e di James, e le punte Hulme, Lambert e Bastin, secondo un didascalico 3-2-2-3. All’ultimo momento, Lambert sostituì il titolare Coleman al centro dell’attacco e realizzò cinque dei nove gol. Come per ogni modulo, erano i singoli a fare il Sistema.
di Christian Giordano, da http://footballpoetssociety.blogspot.com

2 settembre 2024

"STADIA. Gli stadi dell'Architetto Archibald Leitch" di Gianluca Ottone


Da “vecchio” appassionato di calcio d’oltre manica d’altri tempi, non potevo iniziare la collaborazione con questa nuova pubblicazione che con un articolo sugli stadi non più esistenti o profondamente modificati negli ultimi anni. In particolare ho pensato di dedicare queste righe all’ architetto scozzese Archibald Leitch che fu un vero specialista nella progettazione di impianti costruiti per il gioco del football nella Gran Bretagna tra la fine dell’ 800 e gli anni ’30. Leitch ricevette incarichi di lavoro sia da grandi clubs che da piccole società e progettò alcuni dei più affascinanti stadi dell’epoca , i quali rimasero in servizio sino a pochi anni or sono. Il vero e proprio marchio di fabbrica degli stadi di Leitch fu la balconata che divideva la parte superiore da quella inferiore del main stand , ovvero la tribuna principale. Si trattava di una struttura bianca adornata con una serie di decorazioni diagonali o incrociate solitamente in blu o rosso che riprendevano i colori sociali del club committente i lavori. Il primo incarico gli venne affidato dal Rangers F.C.; Leitch progettò il primo Ibrox e successivamente, nel 1929, diede vita al south stand reso famoso dalla imponente facciata esterna in mattoni tutt’ora visibile. I consigli di Leitch servirono poi a ristrutturare Celtic Park e lo stadio nazionale scozzese, Hampden park. 
Il primo lavoro in Inghilterra arrivò tramite lo Sheffield United, i dirigenti dei Blades lo contattarono dopo avere visionato i suddetti impianti scozzesi. Poi fu la volta dell’ Ayresome Park (nella dipinto sotto) del Middlesborough, dove il main stand oltre che ricevere la tradizionale balconata, fu abbellito da un padiglione arcuato sul tetto. 


























Ayresome Park è rimasto in funzione sino al 1995 quando il Boro si trasferì al supermoderno Riverside stadium. Dal nord dell’ Inghilterra Leitch scese a Londra dove nel 1905 progettò gran parte di Stamford Bridge quindi spostandosi di poco iniziò a seguire i lavori presso il Craven Cottage del Fulham. Qui realizzò la bellissima facciata (ancora ammirabile) esterna della tribuna su Stevenage Road e restaurò il leggendario cottage, che si trova in un angolo dello stadio, sistemando gli spogliatoi nel piano terra e gli uffici del club al primo piano oltre a realizzare una terrazza da dove i dirigenti del Fulham hanno seguito le gare per decenni. 
Altri lavori li realizzò presso Ewood Park , casa del Blackburn Rovers e a Filbert Street campo del Leicester City. Anche il Bradford Park Avenue, seconda squadra di Bradford da non confondere col Bradford City, commissionò all’ architetto scozzese la completa realizzazione del proprio stadio nel 1907. Leitch qui realizzò un impianto molto simile al Craven Cottage, con tanto di un villino in un angolo con funzioni di spogliatoi/uffici. Nessuno saprà mai perché i tifosi e giocatori avversari ribattezzarono, con velata ironia, the dolls’ house (ovvero la casa delle bambole) il cottage di Park avenue mentre nessuno ha mai ironizzato sulla struttura del Fulham. Purtroppo da alcuni anni non rimane più nulla di questo splendido stadio che iniziò il suo declino quando il B.P.A. lasciò la Football League nel 1970. Anche Goodison Park , casa dell’Everton, vide nascere le due principali tribune grazie all’ inventiva di Leitch e lo stesso accadde per Leeds Road stadio dell’ Huddersfield Town. Quest’ultimo fece la sua bella figura sino al 1994 anno della sua demolizione. Quindi tornò a Londra , dove tra il 1909 e gli anni venti, in successivi interventi realizzò l’intero White hart Lane del Tottenham. Rimarrà impresso negli occhi di tutti gli appassionati il bellissimo padiglione sul tetto del West Stand con sopra il famoso galletto dorato simbolo degli Spurs. Old Trafford e the Den richiesero semplici consulenze quando dovettero affrontare la copertura di gradinate esistenti mentre, sempre a livello di piccoli interventi, anche Sheffield Wednsday, Charlton, Dundee e Hearts si avvalsero dell’intervento di Leitch. 
Da ricordare anche il sontuoso Trinity road stand dell’Aston Villa demolito solo poche stagioni or sono e il main stand di selhurst Park , Crystal Palace e quello di Fratton Park, Portsmouth, entrambi ancora in uso. Veramente particolari furono le realizzazioni eseguite presso Highbury e Molineux dove furono realizzati delle multicoperture arcuate che crearono una serie di mini tetti in successione. Presso Highbury tale copertura fu sostituita già negli anni 30 mentre a casa dei Wolves rimase visibile sino a metà anni 80. Per finire non dimentichiamoci del Roker Park di Sunderland , ora purtroppo demolito, dove l’architetto fu responsabile del Main stand (anche qui c’era la nota balconata) e del Clock stand. 

Leitch morì nel 1939 lasciando in eredità a tutti gli appassionati di football britannico una serie impressionante di “teatri” dove i nostri beniamini hanno scritto pagine indimenticabili di dure e leali battaglie. Sulle ripide gradinate, sotto le coperture spioventi, sui seggiolini in legno si sono avvicendate generazioni di tifosi sino a pochi anni fa e in alcuni rari casi lo fanno ancora. Naturalmente tutto va avanti e progredisce per cui i nuovi impianti come il Riverside o lo stadium of Light hanno dato vita a una serie di stadi che sono il massimo per chi vuole vedere bene una partita di calcio, oltre a disporre di una serie infinita di “facilities” però, permettetemi di asserire che l’atmosfera che poteva creare un Roker Park stracolmo, circondato da case a schiera vittoriane resterà per sempre ineguagliabile. 
Mi sembra di sentire il profumo dei palloni in vero cuoio, l’odore intenso di tabacco e di bitter ale e udire il venditore di programmi che strilla … meglio terminare qui altrimenti potrei commuovermi.
di Gianluca Ottone, da "UK Football please" (dicembre 2002)

2 agosto 2024

LA STORIA DELLA FA Cup (part 2) - Dal 1900 alla seconda guerra mondiale.

Eccoci alla seconda puntata dell’affascinante romanzo della FA Cup, in Italia meglio conosciuta come Coppa d’Inghilterra.
L’inizio del secolo scorso coincise con la fine dell’era vittoriana ma anche con le ultime decadi di splendore dell’impero britannico, e proprio per celebrarne i fasti negli anni venti sorse il mitico stadio di Wembley, indissolubilmente legato alla storia della coppa. Ma andiamo con ordine. Come detto nell’articolo precedente, fino al 1914 il teatro delle finali sarà il Crystal Palace di Londra, eccezion fatta per alcune ripetizioni.
Il 1901 vide il successo del Tottenham, nella prima finale ripetuta della storia. 2-2 il primo match con lo Sheffield United, 3-1 il replay. Dopo anni di predominio delle squadre del Nord, finalmente un sussulto da parte di una londinese. Il calcio è oramai lo sport del popolo. Tanta è la passione che nel match di Londra – il secondo si disputerà a Bolton – accorrono 104.000 persone. Le affluenze di pubblico sotto le 15.000 unità sono ormai uno sbiadito ricordo, la FA Cup Final è l’appuntamento sportivo dell’anno. Lo è diventato in meno di un quarto di secolo. La vittoria del Tottenham ebbe poi ancor di più il carattere dell’impresa: gli Spurs, infatti, all’epoca non facevano ancora parte della Football League – unica squadra con status non League a riuscire mai a vincere la competizione – e nel primo match il gol del 2-2 dello Sheffield United, a quanto riferiscono le cronache di quel giorno, fu uno dei più grossi errori arbitrali della storia. Una palla deviata sopra la traversa dal portiere del Tottenham fu giudicata in corner dal guardalinee ma non dall’arbitro, che concesse la rete tra lo stupore generale! La superiorità delle squadre del centro e soprattutto delle regioni settentrionali dell’Inghilterra era però destinata a continuare.
Nel 1902 lo Sheffield United si prese la rivincita battendo il Southampton, l’anno dopo il Bury fece registrare il risultato più eclatante della storia, 6-0, contro il Derby. Bury protagonista in coppa e in campionato durante quegli anni, a testimonianza di come un club ora ritenuto minore fosse invece all’epoca una delle fortissime compagini che il Nord del paese riusciva a sfornare senza sosta. Intanto nel 1904 la coppa approdava per la prima volta a Manchester, sponda City. Nella decade dal 1905 al 1915 ecco poi spuntare nel firmamento del calcio inglese una nuova stella: il Newcastle United. I Magpies però in FA Cup non ebbero molta fortuna, ben 5 infatti le finali perse, oltre a clamorose eliminazioni, anche contro team allora non League come il Crystal Palace. E proprio a proposito di questo nome, in relazione però allo stadio, sembrò nascere per il Newcastle una maledizione. I tifosi imputarono le tante sconfitte all’erba troppo alta del campo, che avrebbe penalizzato il gioco dei loro beniamini, basato su una fitta rete di passaggi.
La realtà è che anche allora il condizionamento psicologico contava molto, eccome! Dopo le sconfitte con Aston Villa ed Everton nel 1905 e 1906 e la finale tra Sheffield Wednesday e Everton (2-1) nel 1907, il Newcastle di trovò a dover soccombere addirittura contro una squadra di una divisione 9 inferiore: il Wolverhampton, allora in Second Division, secondo team a riuscire nell’impresa dopo il Notts County nel 1894. Il risultato finale fu netto: 3-1. Dopo la prima vittoria del Manchester United, nei due anni successivi il Newcastle ritornò in finale, pareggiando sempre il primo match. Ma se nel 1911 ad imporsi al replay fu il Bradford, l’anno prima era finalmente riuscito a portare a casa la coppa. Ma non vinse a Londra, bensì al Goodison Park di Liverpool, sconfiggendo il Barnsley per 1-0. La maledizione del Crystal Palace non fu quindi mai sfatata! Nelle quattro edizioni prima del periodo di sospensione a causa della prima guerra mondiale, dal 1916 al 1919, si imposero Barsnley, Aston Villa (davanti a ben 121.000 spettatori), Burnley e Sheffield United. I primi furono una delle più grosse sorprese della storia, militando allora in Second Division. L’ultima finale ante-guerra si giocò all’Old Trafford. La ripresa, dal 1920 al 1922, vide come teatro dell’atto conclusivo della competizione lo Stamford Bridge ed un numero sempre maggiore, oltre 600, di squadre iscritte al torneo, che anche all’epoca prevedeva dei turni preliminari e poi di qualificazione da cui le squadre più forti erano esentate. Aston Villa, Spurs ed Huddersfield portarono a casa il trofeo prima del fatidico 1923. Una delle annate mitiche, e mai aggettivo fu più adatto, della storia della FA Cup. Ci fu infatti la prima finale giocata in quello che era destinato a divenire uno dei templi del calcio mondiale, la vera Mecca del calcio inglese: il Wembley Imperial Stadium. L’impianto, comprese le famosissime due torri, fu completato in circa un anno in occasione della British Empire Exhibition, tenutasi nel 1924, e con lo scopo di diventare lo stadio nazionale inglese, dove tenere le finali della FA Cup. Fu realizzato dagli architetti Sir John Simpson e Maxwell Ayerton, e dall’ingegnere Sir Owen Williams. Il costo complessivo fu di 750.000 sterline dell’epoca.
Gli ultimi lavori furono portati a termine solo 4 giorni prima dell’inaugurazione, l’atto finale dell’edizione del 1923 tra Bolton e West Ham United, ovvero la squadra simbolo dell’East End proletario di Londra, i cui tifosi già all’epoca avevano una passione ed un attaccamento particolare per i propri colori.
Ora i dati ufficiali parlano del record assoluto di spettatori per una finale: 126.047, ma si pensa che ad assistere a quella partita ci furono oltre 200.000 persone. Molti tentarono con successo di entrare nello stadio senza biglietto. Il risultato fu che migliaia di persone invasero il perimetro di gioco, in una situazione a dir poco rischiosa. E a quel punto ecco materializzarsi in groppa ad un cavallo bianco l’eroe di quell’incredibile giornata. L’eroe si chiamava Billy, un bobby londinese (nella foto) di cui si seppe sempre e solo il nome, che raggiunse a cavallo il centro del campo, facendo arretrare a fatica ma con successo i tifosi. Così riuscì a riportare un po’ d’ordine e a permettere l’inizio della partita, 40 minuti in ritardo rispetto all’orario previsto, con la gente assiepata a pochi centimetri dalle linee di gioco. Per questa ragione la finale del 1923 sarà sempre ricordata come la White Horse Final.
Ad aggiudicarsela fu il Bolton per 2-0, tra palloni che sparivano tra la folla, tifo alle stelle e la cocente delusione dei tanti eastenders presenti. Nel 1924 il Newcastle vinse finalmente a Londra, successo bissato nel 1932. Wembley non portava male come il Crystal Palace! Intanto nel 1925 arrivava in finale la prima squadra gallese, il Cardiff City, sconfitto dallo Sheffield United. Ma i Bluebirds non si diedero per vinti e, dopo aver assistito ad un altro successo del Bolton sul Manchester 10 City, divennero la prima squadra non inglese a vincere la coppa, battendo 1-0 l’Arsenal. Entrambe le squadre giocavano in First Division, per cui sul campo non si poté parlare di risultato clamoroso, ma certo agli sportivi inglesi fece parecchio effetto veder andare in Galles la coppa! Blackburn e Bolton precedettero il primo successo dell’Arsenal, che nel 1930 lavò l’onta della sconfitta con il Cardiff superando l’Huddersfield per 2-0. Ma quello era destinato ad essere il primo dei tanti trionfi dell’Arsenal di quel periodo, quello della leggenda del manager Herbert Chapman e delle sue stelle James, Drake, Bastin e di tanti altri campioni, dei cinque titoli negli anni trenta, a cui si aggiunse un’altra coppa nel 1936 e della maglietta tutta rossa, un po’ differente dall’attuale. 
Prima della seconda guerra mondiale, oltre a quelle già citate di Newcastle ed Arsenal, sono da registrare anche le vittorie di WBA (1931), Everton (1933, con il grande Dixie Dean al centro dell’attacco), Manchester City (1934), Sheffield Wednesday (1935), Sunderland (1937, nella foto sopra), Preston (1938) e Portsmouth (1939). Nel 1939 si iniziarono i turni preliminari dell’edizione che sarebbe dovuta culminare con la finale nel maggio del 1940. Ma quella partita fu cancellata dall’orrore della guerra che per tanti anni devasterà l’Europa.
di Luca Manes, da "UK Football please" (settembre 2003)

LEGGI la prossima puntata.
LA STORIA DELLA FA Cup (part 3) - dal dopoguerra al 1980.
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