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10 marzo 2026

"OLD FIRM. La battaglia di Glasgow" di Andrea Dimasi (Urbone), 2016

Non esiste partita al mondo che abbia lo stesso valore culturale dell’Old Firm
Il derby di Glasgow non è soltanto la sfida tra i due club più titolati di Scozia, ma un vero e proprio testa a testa che travalica i confini dello sport e mette a confronto aspetti storici, religiosi e sociali. “Old Firm” vuole offrirvi un manuale completo per conoscere meglio una partita che ha visto la sua nascita negli ultimi cinquecento anni di storia e cultura britannica. In questo libro scopriremo le dinamiche che hanno portato a questa rivalità, lo spinoso tema del settarismo, l’importanza economica della sfida, ma soprattutto le partite memorabili, i grandi successi delle due squadre e i personaggi che hanno scritto la storia di un match che paralizza Glasgow e che nutre particolari legami con l’isola d’Irlanda.

18 dicembre 2025

"SEAN CONNERY. Non solo James Bond" di Vincenzo Felici

Da sempre il nome di Sean Connery è associato al cinema hollywoodiano di primo livello. il 31/10/2020 all'età di novanta anni, consacrato dal personaggio di James Bond, ma legato ad altre pellicole di indiscusso spessore internazionale come "Il nome della rosa", "Gli intoccabili", "Caccia a Ottobre Rosso", ecc..

È stato, da buon britannico, un grande appassionato di calcio e come ogni scozzese che si rispetti, tremendamente orgoglioso delle sue origini. Il primo 007 non si è limitato a seguire un percorso da tifoso alquanto bizzarro ( inizialmente tifava per il Celtic Glasgow, per poi passare clamorosamente agli odiatissimi cugini dei Rangers, quando questi, a differenza dei biancoverdi, gli regalarono dei tagliandi per assistere a uno dei tanto ambiti "Old Firm" ) ma ha avuto addirittura la chance di intraprendere l'attività di calciatore.

Nel 1953 Connery aveva una parte nella commedia musicale "South Pacific" che lo portò in tournèe in varie località, fra cui Manchester. Lì catturò le attenzioni di Matt Busby, indimenticabile tecnico dei "Red Devils" durante quegli anni. Busby, impressionato dalle qualità fisiche di Sean, in posizione di ala destra, al termine di una partita di prova gli offrì un contratto da 25 Sterline a settimana. L'attore, seppur lusingato, rifiutò la proposta: "per uno scozzese come me, sarebbe stato il massimo in quanto, grazie ad esso, avrei potuto esportare il mio nazionalismo. Ero tentato fortemente di accettare la proposta del Manchester United, ma avevo già ventitrè anni e quando pensai che un calciatore finisce la propria carriera intorno ai trenta, decisi di continuare a fare l'attore."

Vista la sua carriera cinematografica, viene da pensare che la scelta si sia rivelata quanto mai azzeccata, difficilmente infatti una onesta carriera calcistica avrebbe potuto regalargli le medesime soddisfazioni donategli dalla macchina da presa. C'è comunque da dire che per essere notato da uno dei tecnici più importanti della storia del calcio, sicuramente Connery dovesse avere del talento sin dalla tenera età. Prima di diventare la star che tutti conosciamo, Sean giocava nel modesto Bonnyrigg Rose, squadra dilettantistica che prende il nome per l'appunto dalla città di Bonnyrigg, alle porte di Edimburgo. 

A chi gli chiese conto dei suoi trascorsi calcistici, oltre a confermare l'approccio con lo United, l'attore precisò che non avrebbe mai avuto alcun abboccamento col Celtic Glasgow, ma fu piuttosto contattato per un provino dai professionisti dell'
East Fife, declinando anche in questo caso l'offerta. Si narra anche di un trafiletto del giornale locale "The Dalkeith Advertiser", che riportò come in occasione di un incontro della Scottish Junior Cup perso per 3-1 dai suoi contro il Broxburn Athletic, Connery siglò il goal della bandiera per i suoi con un gran tiro da 28 metri. Correva l'anno 1951, lo stesso in cui divenne aiutante nel backstage del King's Theatre iniziando la sua carriera da uomo di spettacolo. Il Connery calciatore, secondo altri, era invece tutt'altro che una promessa incompiuta. A far luce sui suoi trascorsi calcistici fu un certo Nat Fisher, addetto alla raccolta degli indumenti sportivi nel post partita, che nel 2005 venne chiamato in causa dal periodico "Mud & Glory". L'aiuto magazziniere non conserva sicuramente un gran ricordo dell'attore dal punto di visto tecnico: "era più attratto dalle eleganti giacche in velluto a coste che dalla casacca in stile Arsenal del Bonnyrigg" racconta Fisher. "Per ciò che ricordo Sean non giocava spesso, la squadra non era granchè e quando lui fu svincolato anche altre due ali destre andarono incontro alla stessa sorte. Trovo difficile credere che fosse bravo a sufficienza per meritare un provino con l'East Fife, ritengo sia corretto dire che non era il più tosto dei giocatori; quando andavamo a giocare in posti come Armadale e Whitburn, i difensori avversari lo scalciavano ripetutamente e lui non gradiva affatto." 

Il Bonnyrigg Rose è l'unica squadra in cui Connery abbia realmente giocato. Per i suoi due allenamenti settimanali gli venivano riconosciuti cinque scellini e il rimborso spese per raggiungere il campo. Terminata la sua esperienza con gli scarpini da gioco, non avrebbe più messo piede sul terreno verde. Però la passione di Sean, a dispetto dei tanti impegni professionali, non si è mai del tutto assopita: si hanno tracce della sua presenza in una rappresentativa di Celebrity All Stars che disputò varie gare a scopo benefico tra la seconda metá degli anni Cinquanta e la prima dei Sessanta. Concludendo, non è facile capire se il talento calcistico di "James Bond" fosse tale da garantirgli un futuro da professionista, ma tutto lascia pensare che difficilmente, correndo dietro ad un pallone, avrebbe raggiunto la fama mondiale consacrata dalle sue doti recitative. Le sue stesse parole, dense di ironia, descrivono alla perfezione il concetto: "magari non sono un buon attore, ma sarei comunque peggio se decidessi di fare qualsiasi altra cosa". Ci piace ricordarlo per il suo stile elegante, notato spesso divertito sulle tribune dell' "Ibrox Park" a sostenere i suoi Rangers.
di Vincenzo Felici

6 novembre 2025

"DAL CAMPO ALLA TRINCEA" di Leonardo Aresi

“When football was football and footballers were men“. 
Come i calciatori del Regno Unito nel primo conflitto mondiale abbandonarono i campi da gioco per arruolarsi nell'esercito di Sua Maestà."

«When football was football and footballers were men». Nel periodo del primo grande conflitto mondiale, tra l’estate del 1914 e la fine del 1918, quasi tutti gli sportivi professionisti e dilettanti del Regno Unito si arruolarono volontariamente nell’esercito di Sua Maestà per proteggere la Madre Patria. Il 12 Dicembre del 1914, il conservatore William Joynson Hicks costituì il 17th Service Battalion of the Middlesex Regiment che comprese i giocatori di calcio. Alla guida del «Footballers’ Battalion» venne messo Frank Buckley: difensore del Bradford City con un passato nelle due squadre di Manchester e nel Birmingham. Buckley, fregiato del grado di maggiore, si distinse nella battaglia della Somme (nella foto sotto), sul fronte occidentale, dove gli alleati prevalsero sui tedeschi dopo una logorante guerra di trincea.
In quell’occasione fu ferito gravemente sia ai polmoni che alle spalle e quindi dovette fare ritorno in Regno Unito per essere curato. Ciò non gli impedì di riaggregarsi ai suoi uomini in occasione dell’offensiva contro i tedeschi ad Argenvillers nel Gennaio del 1917, che coincise con la sua ultima battaglia. Le pessime condizioni dei suoi polmoni costrinsero il maggiore a mettere definitivamente da parte le armi. Rientrato a casa, cercò di mettersi alle spalle i dolori della guerra ripartendo dal mondo del calcio. Il Norwich city lo ingaggiò come manager nel 1919. Poi, dal 1923 al 1927, affrontò una parentesi al Blackpool. Major Buckley, come continuarono a chiamarlo i suoi calciatori, lasciò però concretamente il segno nel Wolverhampton tra il 1927 e il 1944. Soldati inglesi durante la terribile battaglia della Somme

In quello spazio temporale costruì le basi dei successi nazionali in campionato e coppa dei Wolves degli anni ’50, valorizzandone l’academy e predicando una filosofia di gioco veloce e palla a terra. Ogni tifoso dei Lupi che si rispetti gli è grato per aver fatto firmare il primo contratto da professionista al leggendario capitano Billy Wright che a quelle latitudini ha portato 3 titoli nazionali, 1 FA cup e 3 Charity Shields oltre ad aver collezionato più di 100 presenze con la maglia dei Three Lions. La maggior parte dei componenti del battaglione dei calciatori, però, non furono fortunati a voltar pagina come Buckley. 

Tra i centinaia di caduti che deliziarono gli appassionati di calcio d’oltremanica prima dello scoppio delle ostilità ci furono Richard McFadden, William Jonas e George Scott del Leyton Orient, allora conosciuto come Clapton Orient, Evelyn Lintott del Queen’s Park Rangers, Duncan Currie, John Allan, James Boyd, Tom Gracie, Ernest Ellis, James Speedie e Harry Wattie degli Hearts, Patrick Slavin, Leigh R. Roose, Donnie McLeod, Archie McMillan, Robert Craig, John McLaughlin e Peter Johnstone del Celtic, David Murray, John Fleming , Jimmy Speirs e Walter Tull dei Glasgow Rangers. Quest’ultimo fu un vero e proprio rivoluzionario sia sul campo di battaglia che su quello calcistico.

Tull, orfano dalle origini paterne caraibiche, fin dalla sua infanzia si dimostrò una persona fuori dal comune. I suoi successi legati al pallone arrivarono già a diciotto anni con il Clapton nella London Senior Cup e FA amateur Cup, facendolo diventare il primo giocatore di colore a vincere dei titoli nell’ English Senior football. Nel 1908 il Tottenham Hotspur si accorse del suo talento e non se lo fece scappare. Walter Tull, un rivoluzionario diviso tra i campi di calcio e la trincea

Tull (nella foto a lato) divenne dunque il primo outfield player di colore nella storia della Top division inglese. Qualcosa non andò per il verso giusto con i Lilywhites e dopo solo 10 presenze e 2 reti venne relegato alla squadra riserve. Ciò nonostante ci fu chi volle continuare a credere nelle sue enormi potenzialità. Herbert Chapman, una figura leggendaria nel panorama calcistico britannico e mondiale, più avanti vero e proprio santone sulla panchina dell’Arsenal, difatti lo mise sotto contratto al Northampton Town. Qui Walter Tull trascorse i suoi anni più felici, collezionando 111 presenze e 9 reti.

Nel 1914 lo scoppio della prima guerra mondiale e il conseguente richiamo del battaglione dei calciatori interruppero i suoi fasti sul rettangolo verde. Gli anni della guerra misero in evidenza le sue grandi qualità di trascinatore e leader. Il nativo del Kent si distinse in 6 grandi battaglie, guadagnandosi addirittura il grado di officer nonostante ai tempi ciò fosse proibito agli uomini di colore. Di ritorno verso il Regno Unito, dopo aver condotto in modo valoroso una spedizione di 26 uomini sul fiume Piave, cadde sotto i colpi nemici in un’imboscata nel nord della Francia.

Ad aspettarlo in patria ci sarebbe stato un contratto con i Rangers, la squadra di cui era tifoso suo fratello Edward. Chissà se Tull sarebbe riuscito a guadagnarsi un posto nella Hall of fame di Ibrox Park, un onore riservato a pochissimi eletti. Fu commovente il memorial tra Spurs e Gers disputato nel 2004. Per il club di Govan e i suoi tifosi verrà sempre ricordato come un fallen ranger.
di Leonardo Aresi, da https://www.rivistacontrasti.it

29 settembre 2025

"JIM BAXTER. RIBELLE PER VOCAZIONE" di Leonardo Aresi

Tonight I'm a Rock 'N' Roll Star.
Il talento di uno sportivo è innato, indomito e spesso destinato alla grandezza. Così è stato il talento di James Curran Baxter, nato il 29 Settembre del 1939 a Hill O’Beath, un minuscolo villaggio situato sulla ventosa costa orientale della Scozia. Una volta conclusa con ottimi voti la carriera scolastica, Jim venne instradato dai genitori ai lavori in miniera come molti altri suoi coetanei. Era il secondo dopoguerra e le fameliche fauci dell’industria britannica bramavano carne fresca.
L’esaltazione delle sue enormi potenzialità con la palla tra i piedi era quindi circoscritta al rito pagano di quartiere: la partita della domenica con gli amici. Il ragazzo era un autentico narciso, uno sbruffone pieno di sé e del proprio gioco. La sfera rimaneva incollata ai suoi scarpini fin quando decideva lui e soltanto lui. Dei continui richiami che riceveva in campo dai compagni se ne fregava alla grande. Guascone per natura. E Baxter non l’ha mai rinnegata la sua natura. Né tantomeno ha provato ad arginarla. Anzi l’ha assecondata ed esasperata fino in fondo, anche a costo di pagarne un tragico conto.

Le spensierate sgambate di pasoliniana memoria rappresentarono solamente il punto di partenza verso qualcosa di molto più grande. Quel talento non poteva certo sfiorire sotto i colpi di piccone. Baxter in cuor suo ne aveva piena consapevolezza ma a prendersi sul serio faceva davvero fatica. E lo dimostrò in maniera eclatante quando per la prima volta gli fu concessa la possibilità di firmare nero su bianco un contratto da calciatore. Quel moccioso arrogante, nel giorno del suo provino con la squadra giovanile dell’Halbeath, rimase inchiodato al tavolo da gioco della sala scommesse di Hill O’Beath.

Una partita a poker e una fumata di sigaro circondato da manovali e pescatori avevano la priorità. Persa la mano decisiva e finiti i denari da sperperare, a Baxter non restò altro che sfogare la propria delusione incantando con prodezze mirabolanti gli allenatori a cui inizialmente aveva dato buca. Non se la fecero scappare quella fenomenale testa di cazzo. Questione di poco tempo e l’attenzione delle squadre più blasonate della regione era tutta su di lui. Nel 1957 fu il Raith Rovers ad assicurarsi i suoi colpi di genio. Memorabile la vittoria contro i Rangers nel 1958 di cui fu indiscusso fautore.

“È nata una stella” titolavano le pagine sportive di tutti i giornali all’indomani del trionfo.

Gli anni trascorsi a Kirkcaldy fecero da trampolino di lancio per una delle più appassionanti ed intense storie che il calcio scozzese abbia mai conosciuto. Baxter nel 1960 approdò, per la cifra record del tempo di 17.500 sterline, proprio nei Blues di Glasgow, giganti assoluti del movimento calcistico nazionale che all’epoca già potevano vantare 31 titoli in bacheca. L’allenatore Scot Symon era fermamente convinto che le giocate di quello scapestrato centrocampista avrebbero permesso ai suoi uomini di fare il definitivo salto di qualità.

Slim Jim, come lo ribattezzarono i tifosi per il suo fisico longilineo, debuttò con lo stemma della casata di Govan cucito sul cuore in occasione di un incontro estivo di Coppa di Lega contro il Partick Thistle. A Novembre mise a segno le sue prime reti in campionato e nei quarti di finale della Coppa delle Coppe contro il Borussia Mönchengladbach. Finì 8-0 quel match: uno dei più grandi massacri europei di sempre a tinte blu. L’agile eleganza di quello spilungone fece immediatamente breccia nei cuori del popolo di Ibrox. Il suo estro fuori dagli schemi mozzava il fiato a chi fino ad allora era stato abituato a concepire il calcio come una scienza esatta. Baxter con i suoi guizzi al di là di ogni logica era riuscito a scatenare in campo una rivoluzione pari a quella che Beatles e Rolling Stones trasmisero dal palco con la loro musica.

«Un giorno ero un giocatore del Raith Rovers che cercava di rimorchiare al Cowdenbeath Palais, ed il giorno dopo ero a Glasgow circondato da ragazze che si gettavano impazzite su di me. Si era verificato un grande cambiamento nella mia vita e di certo non me lo sono lasciato sfuggire».

In un’epoca nella quale la parola del manager era legge, Jimmy decise di farsi guidare solo dall’istinto. Le donne, l’alcol, il gioco d’azzardo, gli abiti firmati e la vita notturna spericolata nei locali di Glasgow alimentarono come benzina sul fuoco la sua leggenda. Il levriero del Fife è stato l’emblema della classe operaia catapultata in paradiso. Allenarsi con regolarità ovviamente era fuori discussione e questo lo portò a scontrarsi più volte a muso duro con i senatori della squadra e con lo stesso Scot Symon che a malincuore era continuamente costretto a chiudere un occhio sulla sua condotta indisciplinata. Quel demonio se ne infischiava di qualsiasi codice comportamentale presentandosi ubriaco ai raduni prima delle gare ufficiali o addirittura concludendo in commissariato le notti brave della vigilia.

I giocatori dei Rangers allora più che mai rappresentavano l‘establishment protestante ed unionista della nazione ma a Baxter poco importava. Fu tra i pochissimi in quegli anni a fraternizzare con i nemici cattolici dell’altra sponda del fiume Clyde. Bandiere del Celtic come il capitano Billy McNeill, Pat Crerand e Mike Jackson divennero infatti suoi carissimi amici. Del settarismo religioso, politico e sociale che divideva le due fazioni non se ne curava. Nelle stracittadine però non conobbe pietà. Fu una vera e propria bestia nera per i biancoverdi con un invidiabile score di due sole sconfitte in diciotto incontri totali. Dal 1960 al 1964 la popolarità di Jim Baxter non ebbe eguali nel panorama calcistico scozzese. Il suo ostinato anticonformismo era sulla bocca di tutti. Come diceva Oscar Wilde, amare se stessi è l’inizio di un romanzo lungo quanto la vita.

Baxter fu il Deus ex machina in ogni conquista collettiva dei Gers di quel periodo. Il bottino recita 10 titoli di cui 3 campionati, 3 Coppe di Scozia e 4 Coppe di Lega. Non male per uno che era solito consumare senza tregua quantità industriali di Bacardi. Il culto del ragazzone fece proseliti anche tra i sostenitori della Nazionale. La Tartan Army stravedeva per lui. Il 6 Aprile 1963 davanti ad una platea oceanica di quasi 100.000 spettatori, Slim Jim fece del tempio del calcio il suo salotto di casa. Oltre a mettere a segno una doppietta, con un tiro dal limite dell’area ben angolato ed un superbo calcio piazzato su rigore, riuscì letteralmente a destabilizzare gli inglesi presenti a Wembley con i suoi improvvisi cambi di direzione ed i suoi lanci balistici da una parte all’altra del campo.

90 minuti di assoluta perfezione consegnati alla storia: il masterpiece della sua carriera. Un gruppo di tifosi dell’Arsenal dopo quella sconfitta per 1–2 firmarono addirittura una petizione pregando in tutti i modi il loro board di portarlo ad Highbury. La proposta non si concretizzò mai. Le voci sulla sua profonda mancanza di professionalità avevano fatto il giro dell’isola e per molti club Jim era considerato uno squilibrato da tenere alla lontana.

«Tutto quello che ho fatto in campo è stato puro istinto. Forse mi sono divertito un po’ troppo, ma in fondo cos’è troppo? La moderazione l’ho sempre lasciata ai moderati. Senza pentirmene nemmeno una volta».

Il 23 Ottobre 1963 partecipò alla sfida tra l’Inghilterra ed una rappresentativa FIFA per celebrare i 100 anni della Football Association. Un ulteriore lustro a livello internazionale in quella annata magica. Giocò al fianco di campioni che siedono di diritto nell’Olimpo del calcio come Francisco Gento, Alfredo Di Stéfano, Ferenc Puskás, Eusébio, Raymond Kopa e Lev Yashin. Qualche anno più tardi, dopo l‘amichevole tra Scozia e Brasile, un certo Edson Arantes do Nascimento meglio noto come Pelé disse ai cronisti che lo tempestavano di domande fuori da Hampden Park che Baxter sarebbe dovuto nascere brasiliano viste le qualità tecniche di cui era padrone. George Best poco prima di morire, in un’intervista rilasciata al magazine FourFourTwo, lo inserì nel suo undici ideale. E chissà di cos’altro sarebbe stato capace se nel 1964 una frattura scomposta alla gamba durante una gelida trasferta viennese di Coppa Campioni non avesse pregiudicato il prosieguo della sua carriera.
di Leonardo Aresi, da https://www.rivistacontrasti.it

9 settembre 2025

"GASCOIGNE. GENIO & SREGOLATEZZA" di Luca Manes

























“Paul Gascoigne è l’unica star di livello mondiale prodotta dall’Inghilterra dal 1966 ad oggi”.
Lo diceva Alex Ferguson – che di giocatori di un certo spessore tecnico ne ha allenati un bel po’ – forse c’è da credergli. Ovviamente Gazza rimane uno dei grandi rimpianti dello scozzese, che un tentativo di metterlo sotto contratto lo aveva anche fatto. “Annoverandolo nella mia squadra sono sicuro che sarei riuscito a fare qualcosa di buono per lui”
E anche in proposito non sussistono molti dubbi. Chissà, forse Sir Alex sarebbe riuscito a imbrigliarlo a dovere, o quanto meno a mettere un freno ai suoi eccessi, come fece con un’altra testa calda quale Eric Cantona.
Chi però deve rimpiangere ancor di più il mancato approdo a una squadra di altissimo livello come lo United è proprio lui, quel mattacchione di Gascoigne.
Troppi gli episodi che lo hanno penalizzato, quasi tutti da imputare alla sua condotta non proprio irreprensibile, dentro ma soprattutto fuori dal campo. Eppure che fosse un predestinato si capì fin dagli esordi nel Newcastle United, la sua squadra del cuore, dove formava coppia con il brasiliano Mirandinha e deliziava le gradinate del St. James’ Park con colpi di genio assoluti. Personaggio lo è stato fin dalla prima ora e gli aneddoti su di lui si sprecavano già quando vestiva la maglia bianconera. Tanto per capirci, quando i tifosi avversari gli davano del ciccione e gli tiravano le barrette di cioccolato, lui rispondeva mangiandosele!

Nel 1988 un Tottenham quanto mai ambizioso, allenato da Terry Venables e in procinto di strappare Gary Lineker al Barcellona, superò la concorrenza del Manchester United e fece sì che Gazza diventasse il primo inglese a doversi accollare l’ingombrante etichetta di giocatore da oltre due milioni di sterline. Con gli Spurs giunse la definitiva consacrazione in patria, ma a livello internazionale ci pensò Italia 90 a farlo entrare nell’esclusivo club dei fuoriclasse assoluti. Gascoigne quel torneo lo giocò da protagonista. Le sue lacrime durante la semifinale persa contro la Germania commossero il Paese, ma non bisogna scordare che il quarto posto raggiunto a quella Coppa del Mondo è tuttora il miglior risultato dei Tre Leoni a un mondiale, eccezion fatta per il trionfo del 1966. Finalmente nel firmamento delle stelle globali si poteva annoverare un calciatore inglese, che riusciva a coniugare alla perfezione estro e fantasia di stampo latino con grinta e determinazione, le caratteristiche tipiche del calcio britannico.

All’epoca la nostra bistrattata Serie A era ritenuta, a ragione, il campionato più bello e competitivo del Pianeta, la destinazione più ambita di tutti i campioni. Gazza non fece eccezione, meritandosi le attenzioni della Lazio cragnottiana. Peccato che il ragazzo, poche settimane prima di trasferirsi a Roma, nei primi minuti della finale di FA Cup contro il Nottingham pensò bene di commettere un fallo da indagine di Scotland Yard, procurandosi la rottura dei legamenti del ginocchio destro. Singolare il fatto che Gazza si accorse della reale entità del suo infortunio qualche minuto dopo essersi pure schierato in barriera e aver assistito al vantaggio del Forest… Gli Spurs finirono per vincere quella coppa, portata di fretta e furia in ospedale dal povero Paul per rendere partecipe della festa anche lui. Quel trofeo, l’unico vinto su suolo inglese, portava anche la sua firma. Se nell’atto conclusivo era stato quanto meno sciagurato, in semifinale contro l’Arsenal aveva incantato Wembley, segnando una punizione alla Zico.
I nefasti effetti dell’entrata assassina su Gary Charles valsero a Gascoigne un anno di inattività e alla Lazio un cospicuo sconto sul contratto di acquisto dal Tottenham (da 5,5 milioni di sterline si passò a 3,5).
Con i bianco-celesti, a causa di altri problemi fisici, Gazza giocò poco, ma tutto sommato bene. Nei minuti finali di un derby segnò un goal di testa sotto la Curva Nord che accrebbe in maniera esponenziale la sua posizione di idolo assoluto della tifoseria laziale, che del nativo di Gateshead amava il genio quanto la sregolatezza, tante le sue goliardate nel periodo romano, con rutti davanti alle telecamere e vagonate di scherzi ai compagni di squadra. 

A metà degli anni Novanta, però, colui che Diego Armando Maradona non tanto tempo prima aveva designato come suo erede naturale si ritrovò con un fisico pieno di acciacchi (un altro infortunio molto serio lo rimediò in allenamento fratturandosi tibia e perone in un contrasto con Alessandro Nesta) e un bisogno urgente di rivitalizzare una carriera in apparente declino accasandosi ai Rangers. 
Una carriera purtroppo già condizionata in maniera pesante da episodi extra-calcistici (botte alla sua fidanzata e qualche ubriachezza molesta di troppo). A differenza della versione attuale, agonizzante e sull’orlo del fallimento, la compagine di Glasgow all’epoca era una delle corazzate del calcio europeo, che con Gazza si aggiudicò due dei nove campionati consecutivi fra il 1989 e il 1997. Nel mentre si ricordano altre prestazioni da incorniciare in nazionale durante l’Europeo casalingo del 1996 e un’altra delusione nella semifinale persa ancora ai rigori contro la solita Germania. La marcatura nel derby contro la Scozia – sombrero a Colin Hendry e stoccata al volo per trafiggere Andy Goram – è stato forse l’ultimo lampo di classe ad abbagliare la platea internazionale. Durante il primo Old Firm del 1998 rispose con un “gesto settario”, ovvero mimando di suonare il flauto delle marce orangiste protestanti, a una provocazione dei tifosi del Celtic. Apriti cielo. Dopo minacce di morte e reprimende della Scottish Football Association, decise lasciare Glasgow per riavvicinarsi a casa.

A Middlesbrough arrivarono le ultime perle di calcio di un giocatore già assalito dai demoni dell’alcool e di chissà cos’altro, che alla notizia dell’esclusione dalla rosa dell’Inghilterra per i mondiali francesi fece a pezzi una camera d’albergo. In seguito le poche presenze raccattate tra Everton, Burnley, i cinesi del Gansu Tianma e Boston United sembrarono solo l’estremo tentativo di posticipare un ritiro ormai inevitabile, coinciso con la stagione 2004/05.
Sparito dal rettangolo da gioco, Gazza continuò a essere una presenza fissa sui tabloid. Colpa dei suoi eccessi, delle incredibili dosi di alcool trangugiate (per mesi si scolò una bottiglia di whisky al giorno) e delle risse, degli incidenti di macchina e delle strisce di cocaina, dei guai con le giustizia e di terapie riabilitative che, a suo dire, lo hanno quasi spedito all’altro mondo. La sua confusione mentale era così estrema che quando il Barnsley sconfisse il Chelsea nella FA Cup del 2008 lui decise di festeggiare alla grande, per “rendere omaggio” alla sua ex squadra. Peccato che con i Tykes non avesse mai giocato e che semplicemente avesse confuso Barnsley (città dello Yorkshire) con Burnley (che si trova in Lancashire e con il cui club aveva avuto una fugace apparizione nel 2002). Ma di storie anche meno amene ce ne sarebbero da raccontare così tante da riempire un’enciclopedia.

Da questo punto di vista non aveva proprio nulla da invidiare al suo mentore Maradona, né al gruppo di giocatori talentuosi ma scavezzacollo che a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta furono bollati dalla stampa con l’appellativo di Mavericks (letteralmente, vitelli senza marchiatura). “Irregolari” che tra le loro fila ospitavano di diritto una celebrità come George Best, del quale in fatto di frequentazioni femminili e predisposizione alcolica si sa un po’ tutto. Non che i vari Stan Bowles, Rodney Marsh, Peter Osgood e Frank Worthington fossero da meno nell’approccio “molto spensierato” al football. In comune questi ultimi avevano tutti un intenso ostracismo da parte dei responsabili tecnici della nazionale inglese. Le loro presenze con la nazionale, infatti, furono scarsissime, un po’ per i loro caratteri alquanto complicati, un po’ perché espressione di un calcio fantasioso e anticonformista che in terra d’Albione non era troppo apprezzato. Lo stesso Bobby Charlton, l’ultimo campionissimo inglese prima di Gascoigne, è rinomato per la concretezza e il suo fiuto del goal, non esattamente per invenzioni degne del suo compagno di squadra dalla chioma fluente e dal tocco vellutato (Best, per l’appunto). Quanto meno Gazza con i Tre Leoni ha messo insieme 57 presenze e 10 reti e se ne fosse stato per i problemi fisici e le mattate varie di caps ne sarebbero arrivati ancora di più. Un chiaro segnale di come pian piano il football d’oltre Manica stia cambiando. Il problema è che al momento gente con la fantasia e i piedi di Gascoigne in Inghilterra non se ne trovano. L’unico che forse può essergli accostato è Wayne Rooney. Il soprannome è simile (Wazza), le marachelle non mancano (anzi), a essere differente è il rendimento in nazionale (troppi i suoi flop durante le grandi competizioni internazionali) e soprattutto un dettaglio non proprio insignificante: ad allenare il ragazzo di Croxteth è stato Alex Ferguson.
di Luca Manes

28 agosto 2025

"IL CASO MO JOHNSTON" di Simone Galeotti

Quartiere di Govan, esterno giorno. Luce tenue della mattina, asfalto bagnato, un chiosco di chips&fish e hot dog infradiciato dalla pioggia appena cessata gronda acqua sporca, odore di salse e bacon grigliato. Si muove Jimmy, vent'anni, professione disoccupato, un giovanotto magro, nervoso, spiritato, sulle spalle uno sbiadito giacchetto di pelle nera, un paio di “Docs” ai piedi, di quelle prodotte dalla Martens R. Griggs & Co. di Wollaston, maglietta dei "King Krimson" e bretelle d’ordinanza ad agganciare i jeans stretti col risvoltino; cammina sul selciato fra sgocciolii umidi, poca gente in giro, assenza apparente di calore umano, qualche gatto dagli occhi nocciola. Il pub dagli infissi scarlatti è dietro l’angolo, spera in una pinta con nelle tasche due sterline scarse di immaginazione ma Tim Chassels, proprietario di lunga data del Richard’s, è un omaccione con nelle narici l’odore di vecchi pestaggi e resta rigido nel suo broncio di intenditore presunto di perditempo e casinisti, sogghigna alla vista del ragazzo; allora Jimmy si appoggia a un angolo del locale dove lo spazio e più esiguo di un corridoio. 
È estate, luglio 1989, un’estate del cazzo, estate per modo di dire, perchè a Glasgow l’estate vira impazzita, non è terra di tepori, si fa alla svelta a rendersi conto che il sole non ami questa città. Jimmy si siede su uno sgabello in noce, sotto la fronte gli splendono due occhi cupi, rossi, la nottata quasi in bianco, le dita giallognole di nicotina, nocchiute e deluse come a sfilare ingannevoli assi di un poker, fumacchia di una Benson&Hedges. 
Dio ha detto che oggi è tempo di soffiare una pedina apparentemente incolorabile a quelli col pigiama, ma appare scelta discutibile, un orzaiolo, un bruscolo nell’occhio del creatore, una infelicissima mossa, stridente da far pensare a un eresia messa in giro da qualcuno. Infatti, macchè Dio, colpa del vizio ambizioso del sognare e del trasognare di quel Greame Souness, perbacco gran giocatore, niente da dire, bel baffo e bella chioma di ricci ma anche furbissimo picchetto da ippodromo, donnaiolo e scaltro come i garzoni di un macello. Glasgow luogo di bisticci e "nonsense", carbonari e certosini nell’eterogenesi dei fini, pigionanti della città dove nei tram si leggono polizieschi da viaggio, quotidiani stropicciati, sul fluttuare costante di working class e modesta borghesia, cattolici e protestanti, vangeli identici eppure contrapposti nell'interpretazione, sermoni ed eucarestie, Repubblicani e Lealisti, oppure, l'equazione più semplice di tutte: Celtic contro Rangers
Un’accetta a spaccare dritto per dritto il fiume Clyde. A Jimmy adesso risuona un nome nella testa: Don Kitchenbrand detto Rhino. Un sudafricano che aveva vestito la maglia dei Rangers fra gli anni Venti e Trenta, un cattolico, l’unico certificato, tuttavia con molta probabilità non molto ligio alla liturgia da paramenti e incensi di santa romana chiesa, eppure stavolta sembrava esserci altro a galleggiare nel cielo grigio. Qualcosa di nuovo, troppo nuovo e sconcertante. Nel pub entra James sporgendo il naso in avanscoperta, secco, ulivigno, inforca spesse lenti da miope, la maglietta con un' abbozzata "union jack". L’amico di una vita, dalla scuola, allo sballo di serate senza ipotesi, agli spalti simmetrici di Ibrox. Dietro di lui arriva il “vecchio” Allan, irrompendo nel pub col piglio di un basso che sorprende soprano e tenore. Non occorsero spiegazioni, fu subito chiaro che, se era già fuori a quell’ora senza né cappello né bastone e in faccia mostrava un brutto colore e alle occhiate investigative rispondeva solo con un’epilessia delle mani, una cosa grossa doveva essere capitata davvero. Furono tutti in un balzo ai suoi fianchi per sorreggerlo mentre Tim accorreva con mezzo bicchierino di Glenlivet. Venne praticamente deposto come un Cristo sulla seggiola più vicina. Sbalordimmo, poiché nella voce insieme alla indignazione che ne svisava i toni fino al falsetto, inequivocabilmente un gorgoglio di riso squittiva da far pensare che quanto ci veniva raccontando non lo facesse soffrire più di quanto lo divertiva e che comunque la "disgrazia", lo avesse si, sulle prime accasciato, ma trasformatolo subito dopo in elettrica marionetta. Insomma, cosa diavolo era accaduto?

Bisogna ripartire. Non cercate termini di paragone. Non lì troverete. Questo è un affare per stomaci forti. Noi galleggiamo sulla superficie liscia del semplice antagonismo sportivo, l'Old Firm scende in profondità, giù fino ai cromosomi di un popolo, fino alle ragioni di una comunanza forzata decisa dalla fame e dalle opportunità. Il trionfo delle conseguenze non volute. A Glasgow c'è una data d'inizio a tutto questo. Iniziate a cercarla a Gallowgate nel sud est della città. Edilizia popolare e negozietti a buon mercato che sventolano bandiere irlandesi. Sui pub troneggiano scritte in onore dei “Lisbon Lions 1967”, l'anno in cui il Celtic vinse la Coppa dei Campioni a Lisbona contro l'Inter di Helenio Herrera e contro i pronostici. Prima squadra non latina a farlo. Prima, sopratutto degli inglesi, che marceranno d'invidia e dovranno aspettare la stagione successiva per festeggiare, nella notte di Wembley, di Bobby Charlton e del Manchester United. “Qui troverete ovunque questa scritta”, - ti dicono orgogliosi. Qui, si riversarono navi di emigranti provenienti dall'Irlanda a seguito della penosa carestia delle patate scoppiata nella metà del XIX secolo e che causò la morte di quasi un milione di irlandesi. Ad attrarli il grande porto di Glasgow, i suoi moli, i suoi cantieri navali. Da qui, e non solo da qui, il Regno Unito è partito per il mondo e se lo è portato a casa. In breve, l'afflusso immigratorio definì ancora meglio la fisionomia della città. Operaia, proletaria, e laburista. Un giorno fratello Walfrid, nome religioso di Andrew Kerins, irlandese nato a Ballymote nel 1840 e anche lui emigrato nella cittadina scozzese viene convocato dal suo arcivescovo che ha in mente di creare ciò che ha già preso piede a Edimburgo. Ciò che già funziona con l'Hibernian. Una squadra di calcio che raccolga fondi da devolvere in beneficenza ai bambini più sfortunati: Poor Children's dinner table. Walfrid è entusiasta del progetto. Si darà subito da fare; affitta per 50 sterline un lembo di terra accanto al cimitero di Janefield, proprio nella zona di Gallowgate, e lo trasforma in un empirico campo da calcio. 
Nel 1888 partorisce la sua “creatura”, al grido di “viva San Patrizio”. È nato il Celtic Football Club. È nata una “banda di straccioni” che gioca accanto alle lapidi sbrecciate di un camposanto, con una maglia bianca e verde e un quadrifoglio come emblema. Diventerà icona, simbolo, rifugio, ed eccellenza sportiva. Ma intanto la massiccia iniezione di manodopera irlandese non poteva non provocare reazioni in città. Dell'altra faccia della città. Quella protestante, e presbiteriana, quella delle prediche infuocate di John Knox a una platea che lo ascolta ma non si muove. Perché farsi il segno della croce è da fanatici, da adulatori del Papa e delle sue politiche d'interesse, da fondamentalisti cristiani, da superstiziosi cattolici. Le braccia locali si vedono sfilare posti di lavoro e stipendi. Irlandesi e scozzesi. Cugini di genesi celtica. Troppo simili per non odiarsi. La religione, la politica, ma non solo. Ne nasce un attrito che il tempo provvederà ad accrescere e amplificare.

Nel 1872 erano nati i Rangers, anche se alcune cronache non collimano con questa data. Quello che è certo e che nascono dalle idee di quattro padri fondatori. I fratelli Moses e Peter McNeil, Peter Cambell e William McBeath. I primi due sono figli di un giardiniere che lavora presso la residenza estiva di John Honeyman, un mercante di grano. Per il nome si ispirano a una squadra inglese di rugby, per i colori al blu scozzese che gli anni a venire macchieranno di una britannicità palesemente ostentata da venature bianche e rosse. I colori della Union Jack. Mentre i cori racconteranno della battaglia di Boyne e di quando Guglielmo d'Orange sconfisse il re cattolico Giacomo II. Prima partita contro il Callander FC con pareggio finale a reti inviolate. Sedi vacanti e provvisorie per i primi anni, poi dal 1899 arriva definitivamente il quartiere di Ibrox e uno stadio progettato del celebre architetto Archibald Leitch. Diventerà il tribunale del popolo. Ibrox, Govan, South Side, salsedine, brividi freddi, gabbiani rauchi, i cantieri navali di Gorbals, e cieli neri per il fumo costante delle ciminiere. Sarà il riflesso opposto a Gallowgate. Oggi Govan è mestamente fatiscente ma la zona adiacente di Pacific Quay è stata oggetto di uno straordinario lavoro di rinnovamento, dal Glasgow Science Centre, al Riverside Museum, agli studi della BBC. Dalla fondazione dei due giganti calcistici della città, dal loro primo match ufficiale disputato nel maggio del 1888 (un amichevole si noti bene) malgrado numerosi segnali di distensione, la rivalità è cresciuta costantemente. Dissidi, rancori, incidenti e un episodio fra i tanti che ha destato l'attenzione di tutto il mondo.

Thomson Street, lunga teoria di case squadernate nell’est di Glasgow, più lontana di quanto si pensi dalle luci di Buchanan e Argyle Street, la mansarda è in cima a una di quelle palazzine dal colore indefinito, quasi minerale, è colma delle note dei Simple Minds, la voce chiara di Jim Kerr e il riff tagliente della chitarra di Charlie Burchill. Tutto partì da quel loro primo album "Life in a Day", rilasciato nel 1979, segnale indiscusso del loro talento musicale. Il sound punk rock combinato con elementi di elettronica adesso, dieci anni dopo, risuona con Belfast Child. Seán vorrebbe approfondire ancora una volta il tepore del corpo di Orna, la ragazza in piedi a due passi da lui, tenta di carezzarle piano i capelli, ciclamini di respiro, Orna si ritrae, ha la fronte larga bianca come le scogliere d’Irlanda, sotto una coppia di occhi azzurri e silenziosi, osserva Seán con aria di cocciutaggine e sazietà, la loro storia sta giungendo al termine, anzi è finita, la loro alcova ormai un nido consunto di un amore sbocciato sulle tribune ovali e oracolari di Parkhead nel solito putiferio, consueto, della "Jungle". Seán osserva le pozze d’acque dalla finestra, brillano come pupille che non sembrano intenerirsi in vezzi di fiume, le storie scappano via nel destino di parole storte, bizzarre, atte a corrompere, sono le linee oblique del nostro personale juke box di ricordi programmato a disobbedire, specchio portato a spasso o lasciato in soffitta come il ritratto di Dorian Gray. Porco cane di quel re pagliaccio, sussurrato alle canne di un fosso, quell’ impostura, quell’acquaforte morsa appena dall’acido del possibile, nell’assemblea di Guinness. Solo per un attimo, - le dice,- ma ci siamo anche io e te in quell’inquadratura. Forse adesso dovrei ridere di quel pomeriggio; nell’istante in cui "Mo" Johnston ci fotte al novantesimo io perdevo te. Ti vedevo sparire a poco a poco, trascinata dolorosamente fuori dall’onda umana dei tifosi che per non subire altra onta uscivano trafelati e corruschi da Ibrox. Mi guardavi, sospinta verso l’uscita, come scusandoti per quella tristezza. 
Lasciarsi in quello stadio per un litigio su quel rosso di merda che si era voluto mettere la maglia dei Rangers per dei sacchi di sterline in più era una cosa da idioti. Ecco perché, quando segnò, in fondo non immaginavo di chiudere in un modo così improbabile la nostra storia. “Good things come to those who wait”
Lui parlava dell’Old Firm e io pensavo a noi. Già seppi che disse proprio così il telecronista mentre Johnston stava per colpire il pallone decisivo. Lo vidi qualche giorno dopo sul nuovo TV color della Philips appena comprato dai miei per sostituire il vetusto apparecchio in bianco e nero. A questo proposito c’è una cosa che penso, mi fa star male e paradossalmente mi fa sorridere: hai mai pensato che ogni tifoso dei maledetti Rangers di tanto in tanto, andrà a cercarsi la videocassetta di quella rete e si commuoverà? Tutti quanti quei maledetti "huns" insomma, alle volte, si rifugeranno in quel giorno bislacco della nostra vita per essere felici. Assurdo. Seán guarda l’alba, le ombre di case che resistevano ancora al giorno, sullo sfondo la sagoma del Celtic Park, nello adesso stereo gira Angel of Harlem degli U2, Orna esce, c’è suo fratello Liam a prenderla. Bottiglie vuote, zodiaci sul soffitto, mentre sul muro un timido sole comincia ad accarezzare il poster di Paul McStay, “The Maestro”.

La notizia pareva già nell’aria fetida, ma pare che un quotidiano di Belfast, il Telegraph (tanto per far capire che una parte consistente di Old Firm si gioca in Irlanda del Nord) aveva annunciato per primo che i Rangers, sotto la pressione del loro allenatore Graeme Souness, vogliono venire meno alla loro storica “unwritten rule” di non tesserare giocatori di fede cattolica. 
Era ufficialmente aperto il caso Maurice Johnston. Maurice John Giblin Johnston, per tutti “Mo”, nasce a Glasgow il 14 aprile 1963. Rossiccio di capelli, qualche lentiggine e lo sguardo di chi conosce le insidie della strada. È cattolico oltre che calciatore promettente. Per uno di quelle parti il Celtic sembrava la destinazione naturale. Ci arriverà nel 1984 e in tre anni collezionerà 140 presenze siglando 52 reti. Poi arrivano le sirene francesi e l’esperienza nel Nantes. Nella Loira non smarrisce le sue doti di bomber facendo intendere di non voler più tornare, anzi no, improvvisamente rilancia il suo amore per il Celtic e dichiara che rivuole Parkhead. Frank Mc Avennie, il suo sostituto, se ne ritorna al West Ham. E Johnston tornerà a Glasgow, sì, ma nella parte blu. Una bella merda di problema. Souness risponderà alle domande dicendo:

“Sono scozzese e protestante, capisco certe cose, ma nel calcio come nel mondo moderno non devono contare, io ho il dovere di scegliere i più bravi e poi ho sposato una cattolica figuriamoci se avrò problemi ad allenarne uno”.

Anche il neopresidente David Murray avalla la scelta del “padrino di Edimburgo”. I tifosi no. Di ambo le parti. Per quelli del Celtic è semplicemente un “Judas” un maledetto traditore. E mentre dall' East End volano offese e minacce, sui cancelli di Ibrox bruciano le sciarpe dei Rangers e vengono stracciati gli abbonamenti. Edminston Drive viene presa d'assalto. Il 13 luglio fu una notte infinita, urla, rabbia e tanta polizia. Nemmeno una subdola regia occulta avrebbe fatto meglio, siamo infatti nel bel mezzo delle marce orangiste a Belfast. Benzina sul fuoco. Johnston fu costretto a difendersi da tutti. Da quelli dei Rangers, e da quelli del Celtic. Per muoversi avrà bisogno di tre guardie del corpo. Stessa storia per la moglie e i quattro figli. Fu persino costretto a prepararsi da solo la divisa da gioco in quanto anche il magazziniere dei “gers” si rifiutava di farlo. Billy McNeill l'allenatore del Celtic non avrà mezze parole:

“Non lo posso perdonare e credo che nemmeno i fans lo faranno mai perché ha mancato di rispetto a tutti a noi e alla nostra causa”.

4 novembre 1989, ad Ibrox, andò in scena l’Old Firm, il pubblico di casa parve ambiguo, prudente, Johnston apparve dal tunnel degli spogliatoi con un riso stizzoso, nell’abbrivio di scorgere il raccapriccio, fragorosamente evitato ai primi cori, ed evitato lo scandalo, cadde ogni verginità, ogni caldana di gelosia, anzi furono calori e ovatte nuziali, lui rosso come un lume di carro nottambulo, lui per gli altri solo bivacco di ladro di passo, “opus incertum” delle facce, colpi proibiti. I Rangers scendono sul terreno con Woods, Stevens, Munro, Brown, Wilkins, Butcher, Steven, Ferguson, McCoist, Johnston, Walters, il Celtic con Bonner, Morris, Burns, Aitken, Elliott, Whyte, Galloway, McStay, Dziekanowski, Coyne, Miller.

L’invocazione alla rete sforza le labbra, una spina d’apprensione, Johnston è un John Silver senza benda sull’occhio ma con la stessa follia piratesca, sterline o meno giocare in quella situazione sarebbe stato impossibile per molti, sgomita, anelante di dimostrare, nel rantolo dei 7500 tifosi ospiti barricati e fieri dietro i tricolori irlandesi, imballati nella Broomloan Stand dalla polizia dopo aver colpito Johnston in testa con un pasticcio di carne e intenti negli insulti d’addio. A un minuto dal termine tutto si scioglie nel singulto dell’azione: Stevens partì sulla fascia destra, Morris respinse in modo inadeguato il cross e la palla si contorse verso Johnston pronto a colpire rasoterra oltre Bonner. Alla pari di un'amante abbandonato il Celtic provò il dolore terribile di vedere il suo ex spezzargli definitivamente il cuore con il goal della vittoria a 60 secondi dalla fine; modo più crudele non poteva esserci. L’esultanza di Johnston è sfrenata, corre sotto il lato della curva occupata dai propri tifosi. Uno a zero e abbracci. Qualcosa era cambiato mutuando il film di Jack Nicholson ma nemmeno tanto, Johnston dimostrerà una forza di carattere notevole e se ne andrà da Ibrox solo nel 1991 dopo aver segnato 46 reti, qualcuna applaudita, qualcuna no perché appunto, mica tutti suonarono il flauto orangista di benvenuto per lui, ma la vicenda resterà pietra angolare nelle successive fasi della storia di questa partita, passione e scorza dura al tatto di qualunque ordinaria rivalità sportiva.

12 maggio 2025

UP the colors. "RANGERS GLASGOW. BLUE HEAVEN" di Gianfranco Giordano

Mentre il XIX secolo volgeva al termine Glasgow era la seconda città dell’Impero Britannico, grande polo industriale famoso per i cantieri navali e le industrie ferroviarie, oltre che per il suo porto dove transitavano merci in quantità. L’aumento di ricchezza e popolazione contribuì anche all’aumento degli studenti universitari, la University of Glasgow è una delle università più antiche della Gran Bretagna, proprio gli studenti universitari hanno cominciato a giocare a calcio nella seconda metà del secolo in città. 
Nel marzo 1872 un gruppo di appassionati di canottaggio assistette casualmente ad una partita di calcio a Glasgow Green, un parco cittadino, e decise di fondare una squadra. I ragazzi in questione erano i fratelli Moses e Peter McNeil, Peter Campbell e William McBeath, nel maggio dello stesso anno la nuova squadra, denominata Glasgow Argyle, pareggiò 0-0 contro il Callander FC, squadra appena fondata e dalla vita breve. Poco dopo Moses McNeil lesse The English Football Annual scritto da Charles Alcock, uno dei pionieri del calcio britannico e fondatore della FA, la sua attenzione venne attratta dalla squadra di rugby dei lavoratori della Great Western Railway.

Si trattava dello Swindon Rangers, che involontariamente fornì la denominazione al club di Glasgow. Una seconda partita venne giocata nel 1872, roboante vittoria per 11-0 contro una squadra chiamata Clyde, nulla a che vedere con l’attuale Clyde FC, indossando per la prima volta delle maglie blu reale, abbinate a pantaloni bianchi e calzettoni biancoazzurri a righe. Nella stagione 1874/75 i Rangers partecipano alla Scottish Cup, manifestazione nata la stagione precedente, il 10 ottobre 1874 giocano la loro prima partita ufficiale sconfiggendo per 2-0 l’Oxford, squadra di Glasgow, al turno successivo incontrano il Dumbarton e dopo uno 0-0 casalingo vengono battuti ed eliminati perdendo 1-0 nel replay. La stagione successiva la squadra lascia il campo di Glasgow Green e si trasferisce a Burbank Park, campo dei Glasgow Academicals, una delle più vecchie squadre di rugby scozzesi. Nel 1876 i Rangers rilevarono il terreno di Kinning Park dal Clydesdale Cricket Clubs, al tempo il Clydesdale giocava sia a cricket che a calcio, il nuovo campo fu aperto ufficialmente il 2 settembre con un’amichevole contro il Vale of Leven vincendo clamorosamente per 2-1 davanti a 1.500 spettatori. Nel 1877 i Rangers raggiunsero la finale di coppa perdendo con il Vale of Leven, 1-1 e successivo 2-3 nella ripetizione, in questa finale la squadra dei Rangers era composta ragazzini opposti ad una squadra di uomini adulti. In virtù della loro giovane età i ragazzi vennero definiti dai cronisti “Light and speedy” (ovvero leggeri e veloci) per la loro esile figura e per la velocità nei movimenti. Da questa denominazione deriva il soprannome “Light Blues” ancora in uso. Molti pensano erroneamente che “Light Blues” derivi dalla maglia indossata in quella partita ma i Rangers non hanno mai indossato maglie di quel colore. Nel 1879 le due squadre si ritrovarono nuovamente di fronte in finale, ancora un pareggio 1-1 ma i Rangers si rifiutarono di giocare il replay per protesta riguardo una rete a loro annullata nella prima finale. A partire da questa stagione i Gers adottano una maglia a righe orizzontali bianche e azzurre con collo a girocollo chiuso da bottoni mentre il resto della divisa rimane invariato, la scelta si deve al segretario onorario Angus Campbell, un Highlander superstizioso che credeva di aver maggior fortuna con le nuove divise. Le maglie a cerchi non ottennero molto favore tra i soci e a partire dalla stagione 1883/84 si ritornò alla maglia blu reale a tinta unita con collo a girocollo chiuso da bottoni, i pantaloni rimanevano bianchi mentre i calzettoni erano neri. Nel frattempo Kinning Park era diventato troppo piccolo, così il club si trasferì in Paisley Road nel primo Ibrox Park, questo impianto aveva una tribuna centrale lunga 300 piedi e un padiglione d’angolo per una capienza totale di 15.000 spettatori. Il campo venne inaugurato il 20 agosto 1887, ospiti di giornata gli Invincibili del Preston NE che dilagarono vincendo 8-1. Il 28 maggio 1888 si gioca la prima partita tra Rangers e Celtic, un’amichevole che i Biancoverdi vincono 5-2 sul proprio campo, al tempo i rapporti tra i due club erano buoni e la feroce rivalità inizierà più tardi. Nella stagione 1888/89 piccolo cambio stilistico nella maglia, il collo è a camicia sempre chiuso da bottoni. Nell’aprile del 1890 venne fondata la Scottish Football League e il 16 agosto partì il primo campionato scozzese. Il torneo terminò il 12 maggio 1891 con due squadre a pari merito in testa, Rangers e Dumbarton, il 21 maggio venne disputato lo spareggio che terminò in parità con il risultato di 2-2. A quel punto la federazione decise di assegnare il titolo di campione nazionale ex-aequo alle due squadre. Nel 1893 si tornò ad una maglia con collo a girocollo chiuso da bottoni, sempre invariato il resto della divisa. Ben presto Ibrox Park divenne troppo piccolo per le ambizioni del club, i Rangers avevano vinto il campionato del 1899, il primo successo assoluto vincendo tutte le 18 partite del campionato, e il 30 dicembre 1899 venne disputata la prima partita nel Nuovo Ibrox. A partire dalla stagione 1904/05 i calzettoni diventano neri con risvolto rosso, sono i colori del Burgh of Govan, la municipalità che ospita lo stadio del club. Nella stagione 1909/10 compare per la prima volta il collo bianco, a girocollo fino al 1915 e poi a camicia fino alla stagione 1919/20. Da questa stagione comincia un periodo d’oro compreso tra i due conflitti mondiali, in vent’anni i Gers vinceranno 17 trofei tra campionato e coppa nazionale. Nella stagione 1920/21 collo di nuovo blu a camicia chiuso da bottoni e la stagione seguente collo a girocollo, sempre blu. A partire dalla stagione 1922/23 maglia blu reale con collo a camicia bianco chiuso da bottoni nascosti, sempre abbinata a pantaloncini bianchi e calzettoni neri con risvolto rosso, questa divisa rimarrà in auge fino alla stagione 1959/60. Nel 1920 Bill Struth divenne manager, fino a quel momento era l’assistente di William Wilton che morì in un incidente in barca. Sotto la guida di Struth, che rimase al comando del club per ben 34 anni, i Rangers divennero una squadra molto forte arrivando a raggiungere e superare il Celtic nel ruolo di club guida del calcio scozzese. Alla ripresa dell’attività agonistica dopo la guerra, 1946/47, venne istituita la Coppa di Lega e i Rangers si aggiudicarono la prima edizione battendo in finale l’Aberdeen per 4-0. La stagione successiva i Gers si aggiudicarono il treble, trionfando in tutte e tre le competizioni nazionali. In questi anni ricchi di successi la forza della squadra era la difesa, conosciuta come “la cortina di ferro”. 
Nel 1954 Bill Struth lascia la panchina che viene affidata a Scot Symon, ex giocatore del club e uno dei pochi ad aver giocato con la nazionale scozzese di calcio, una sola presenza, e di cricket. I Gers si affacciano al grande palcoscenico europeo nella stagione 1959/60 quando approdano alle semifinali di Coppa dei Campioni, vengono eliminati dall’Eintracht Francoforte con un imbarazzante 12-4 complessivo. Nel 1960/61 i Rangers abbandonano la maglia in stile rugby e indossano una casacca più moderna blu reale con collo a V bianco, invariato il resto della divisa, i questa stagione i Gers arrivano all’ultimo atto della Coppa delle Coppe ma vengono sconfitti dalla Fiorentina, perdendo entrambe le partite della finale. Ancora una finale di Coppa delle Coppe nel 1967 e ancora una sconfitta, questa volta 1-0 contro il Bayern Monaco. In questo periodo giocò nei Rangers Alex Ferguson, due stagioni (1967/68 e seguente) senza particolari acuti. Alla partenza della stagione 1968/69 i Rangers si presentano con una maglia blu reale con collo a girocollo, pantaloncini bianchi e calzettoni rossi con bordi bianchi, per la prima volta compare sul petto il famoso monogramma RFC, il fornitore è la britannica Umbro. Il 2 gennaio 1971 si verificò il disastro di Ibrox (in realtà era il secondo evento del genere, il primo si verificò il 5 aprile 1902 durante una partita tra Scozia e Inghilterra e causò 25 morti e oltre 300 feriti per il crollo di una tribuna di legno) mentre si svolgeva la partita contro il Celtic. Durante il deflusso dallo stadio la folla si accalcò nella scala 13, un bambino cadde a terra causando una reazione a catena. Alla fine si registrarono 66 morti e oltre 200 feriti, molte delle vittime erano bambini. I Rangers raggiungono la gloria europea il 24 maggio 1972 a Barcellona, battendo la Dynamo Mosca in una partita epica. I Rangers passano in vantaggio con Stein al 26’ e molti tifosi scozzesi si precipitano in campo per festeggiare con i loro beniamini. La partita riprende e i Gers raddoppiano con Johnston che segnerà ancora in apertura di ripresa, a quel punto gli scozzesi sentono di avere la vittoria in tasca e si rilassano ma la Dynamo ci crede ancora e segna alla mezzora e a tre minuti dalla fine. Quando manca un minuto al triplice fischio i tifosi scozzesi invadono il campo di gioco in maniera definitiva, dalla Scozia sono arrivati 16.000 tifosi che, storditi da birra, caldo ed emozione, sono ormai fuori controllo e si scontrano con la temibile polizia franchista dentro e fuori lo stadio. La partita non riprenderà più, i Rangers riceveranno la coppa negli spogliatoi e la Dynamo presenterà reclamo chiedendo la ripetizione della partita, il reclamo verrà respinto ma i Rangers verranno squalificati per due anni da tutte le competizioni europee, poi la squalifica verrà dimezzata. Negli anni '70 il soprannome di Teddy Bears iniziò a diffondersi per i Rangers. Detto con un forte accento di Glasgow, "Bears" è pronunciato "Berrs" somigliando molto al soprannome "Gers". Nel 1973 ritornano i calzettoni neri con risvolto rosso e nel 1976 compare per la prima volta il logo del fornitore dei materiali, la Umbro. Nella stagione 1978/79 maglia con collo a camicia bianco con inserti rossoazzurri e chiusura azzurra a V, pantaloncini bianchi e calzettoni azzurri. Nella stagione 1982/83 e seguente la Umbro propone una maglia blu reale con sottili strisce bianche verticali, il collo a V è bianco con inserti rossoazzurri, i calzettoni sono rossi con ampio risvolto bianco con inserti rossoazzurri. Nella stagione 1984/85 maglia blu reale a tinta unita con collo bianco a girocollo con inserti azzurri, per la prima volta compare il logo di uno sponsor commerciale, si tratta della vetreria CR Smith, i calzettoni sono di nuovo neri con risvolto rosso, dopo due stagioni i calzettoni tornano completamente rossi. 
La Umbro firma le ultime tre stagioni degli anni 80 con una maglia blu reale con sfondo a quadretti e collo alla coreana con inserto tricolore. Dalla stagione 1988/89 i Gers infileranno una serie di nove successi consecutivi in campionato (nine in a row), serie interrotta ovviamente dal Celtic nella stagione 1997/98. In questo periodo nei Gers ci sono giocatori del calibro di Wilkins, Souness, Hateley, Woods, Mykhaylychenko, Laudrup e Gascoigne. Per due stagioni e mezza, a partire dal giugno 1998, il capitano della squadra fu Lorenzo Amoruso, primo cattolico ad indossare la fascia. Dagli anni 90 si succederanno diversi fornitori che proporranno nuove maglie ogni biennio prima e poi ogni anno, in ogni caso sempre maglie con inserti biancorossi. In questa varietà si evidenziano due maglie particolari. La divisa della stagione 2002/03 è stata prodotta internamente dal Club e il produttore italiano Diadora ha pagato per apporre il proprio marchio sul kit. Ogni maglia (caratterizzata dal disegno di un leone rampante con un motivo di sfondo punteggiato) era unica in quanto il tessuto veniva tagliato diversamente per ogni esemplare. Nella stagione 2012/13 venne creata una maglia per celebrare i quarant’anni dalla vittoria in Coppa delle Coppe, quindi maglia blu reale a tinta unita con collo a girocollo e logo dello sponsor di piccola misura sotto il monogramma, pantaloncini bianchi e calzettoni rossi con risvolto bianco. Al termine della stagione 2011/12 i Rangers, già da qualche mese in amministrazione controllata, falliscono e ripartono dalla quarta serie del calcio scozzese, un bagno di umiltà per club e tifosi costretti a girare per i piccoli campi della periferia calcistica scozzese, il ritorno in Premiership avvenne al termine della stagione 2015/16.

Fino all’inizio degli anni 90 le maglie di riserva dei Rangers erano bianche, biancoblù oppure rosse. Con l’avvento del merchandising si sono viste maglia dai colori e accostamenti più vari, a volte anche bizzarri. Nel 2002/03 venne proposta una maglia arancione con inserti blu reale, questa divisa suscitò molte critiche perché i colori venivano visti come un riferimento all’Orange Order protestante, il club ha però sempre affermato che si trattava di una semplice scelta commerciale.

La maglia dei portieri dei Rangers fino alla metà degli anni 90 è sempre stata rossa o gialla, successivamente ci sono stati altri colori pur continuando a usare rosso e giallo con una certa frequenza.

Sulla maglia dei Rangers non è mai comparso lo stemma sociale ma un semplice ed elegante monogramma, RFC. Sulla maglia di casa il monogramma compare per la prima volta nella stagione 1968/69, non andrà più via anche se nel corso degli anni è cambiata la grandezza e la posizione. Negli anni dal 1990 al 1994 il monogramma è stata inserito al centro della denominazione societaria, infine a partire dalla stagione 2003/04 sono state inserite 5 stelle a sormontare il monogramma a ricordare le 50 vittorie in campionato. Il monogramma è comparso sporadicamente sulle maglie da trasferta negli anni tra le due guerre mondiali.

Nel catalogo HW del Subbuteo i Rangers compaiono in due versioni, il numero 2, classica divisa anni 70 composta da maglia blu con pantaloncini bianchi e calzettoni blu, e il numero 53, la divisa di fine anni 70 con la maglia blu con collo biancorosso.
di Gianfranco Giordano, (thank you to https://www.kitclassics.co.uk)

29 aprile 2025

"SCOTTISH PRIDE. Dalle origini alla moderna premiership" di Luca Di Lullo & Marco Scialanga (Urbone), 2021

"Scottish Pride" è metaforicamente un pallone di cuoio che vola oltre il Vallo di Adriano e atterra tra le magiche terre delle High e delle Lowlands. Popolo ma non Nazione, in eterno conflitto tra il dire e il fare, gli abitanti della verde Scozia - a sua volta Patria ma non Stato - sopravvivono a loro stessi aggrappandosi all'incrollabile orgoglio per rialzare sempre la testa quando tutto sembra essere ormai perduto, anche sui campi di calcio. Un sottile e prezioso "filo di Scozia" che unisce le gesta di William Wallace alle imprese dei Wembley Wizards capaci di umiliare i maestri inglesi a casa loro, a quelle del Celtic che annienta la grande Inter di Helenio Herrera nel magico pomeriggio dei "Lisbon Lions"; la cavalcata dei Glasgow Rangers che prima strapazzano, quindi rischiano e, infine, gioiscono contro la corazzata sovietica della Dinamo Mosca e lo splendido Aberdeen di Sir Alex Ferguson, che annichilisce niente meno che l'armata Real Madrid. Un divertente viaggio alla scoperta delle squadre che hanno contribuito a scrivere la storia del "Football" in Scozia.

23 marzo 2025

DAVIE COOPER. A KING OF MAGIC


























Nel 1986 i Queen ottennero un successo planetario con uno tra gli album più iconici del loro repertorio. Solennità, ritmo e profonde emozioni come raramente vissute prima di allora dagli appassionati del rock made in Britain. Parlando di calcio, invece, fu Davie Cooper, più di qualunque altro, ad essere ispirato da un qualcosa di magico su un campo da calcio. Perlomeno in Scozia. La sensazione di stupore che i tifosi al di là del vallo di Adriano potevano sperimentare ogni qual volta gli si presentò l'occasione per dribblare, segnare la rete del vantaggio in una finale di coppa, beffare il portiere avversario su calcio di punizione o servire un assist illuminante rimane scolpita nella loro memoria a distanza di 30 anni dalla morte del nativo di Hamilton, Nato il 25 febbraio del 1956, il giovane Davie iniziò a dare i primi calci al pallone nella selezione della sua scuola. La posizione in campo era e rimase per tutta la sua carriera quella di ala. Negli anni '60 e '70, d'altronde, proprio due centrocampisti come Jim Baxter e Jimmy Johnstone si fecero strada nell'olimpo del calcio scozzese. Il mito si alimenta nell’emulazione. 

Quando i tempi diventarono maturi, il Clydebank FC gli concesse la possibilità di entrare nel mondo del calcio giovanile. Durante la trafila nelle squadre Under 16 e Under 18, Cooper mise in evidenza tutte le sue potenzialità. In quegli anni, la partecipazione con la Scozia ad una youth edition del torneo Home Nations lo consacrò tra i migliori talenti in circolazione nel panorama scozzese. Rangers, Motherwell, Clyde, Coventry City e Crystal Palace si interessarono a lui ma alla fine i Bankies riuscirono a tenerselo stretto. L'estate del '74 segnò l'inizio della sua carriera da professionista. Il 10 Agosto, a diciotto anni compiuti, arrivò il tanto atteso debutto in prima squadra: Clydebank 0 - Airdrie 4. Non esattamente un inizio memorabile. Per scalfire la determinazione di quella giovane promessa baciata sulla fronte, e sul mancino, dagli dei del football ci voleva ben altro però. In quella stagione, tra alti e bassi, giocò 29 partite realizzando 5 reti. Nella stagione 1975/76 il giovane Cooper fu tra i migliori del Clydebank giocando in ogni partita e mettendo a segno 22 reti. Il suo contributo fu decisivo nella conquista della promozione. I tifosi e gli addetti ai lavori dei Bankies non furono però i soli a rendersi conto della crescita esponenziale del talento cristallino del ragazzo. I Glasgow Rangers, infatti, l'8 Giugno del 1977, trasferirono 100.000 sterline sui conti della dirigenza biancorossa portando il 21enne ad Ibrox Park. La leggenda di colui che ben presto diventerà "Super" Cooper ebbe inizio. La stagione 1977/78 fu la sua prima con la casacca red, white and blue. Quello sì che fu un inizio col botto: treble domestico, giocando 52 partite su 53 e mettendo a segno 8 gol di cui uno direttamente da calcio d'angolo. Il mancino aveva letteralmente stregato il popolo dei Teddy Bears che ormai non ne potevano più fare a meno. "Davie! Oh, Davie Cooper! Oh, Davie Cooper on the wing!" era il grido unanime che si alzava dalle tribune con lui in campo. Quei Rangers, comunque, erano composti da mostri sacri come lo storico capitano John Greig, la sgusciante ala Tommy McLean, il jolly Derek Jonhstone, in campo nel 1972 ad appena 18 anni nella finale di coppa delle coppe a Barcellona vinta dai Lightblues, la roccia difensiva Tom "Jaws" Forsyth, Derek Parlane e il grande Sandy Jardine. In panchina sedeva Jock Wallace, tra i manager più amati di sempre ad Ibrox. Big Jock era un burbero signore scozzese che, anche grazie alle sue tecniche di allenamento in stile Marines, riuscì a togliersi delle belle soddisfazioni. Fu proprio lui a volere a tutti i costi Coop ad Ibrox. 
Nella stagione successiva, senza il generale a guidare la sua truppa, il titolo si spostò verso le parti di Celtic Park ma i Gers riuscirono comunque ad affermarsi vittoriosi nelle due coppe nazionali oltre che a dare vita ad una bella cavalcata europea, eliminando PSV Eindhoven e Juventus, e ad aggiungere alla bacheca trofei la Drybrough Cup, un torneo che comprendeva le top four della Scottish Premier League. Proprio nella finale di questa coppa, contro gli "auld" enemies biancoverdi, il numero 7 mise a segno una delle reti più incredibili mai viste in Scozia e non solo. Descriverla in modo da rendergli il giusto onore è alquanto difficile: ricevuto il pallone da un compagno che si trovava in prossimità della bandierina del calcio d'angolo, Cooper stoppò di petto il pallone con il difensore in marcatura per poi rapidamente farlo scivolare sul fido mancino e , coprendo con il corpo la sfera, si fece strada verso il centro dell'area palleggiando. Qui altri due difensori si scagliarono verso di lui ma con un sombrero sopra le loro teste riuscì a beffarli entrambi. A questo punto, a soli 5 metri dal portiere, riuscì a divincolarsi con un altro superbo sombrero dall'ennesimo difensore che tentò di fermare la sua corsa verso la gloria per poi appoggiare in rete con il portiere spiazzato. Un goal senza eguali nella storia dei Rangers che più avanti verrà giustamente votato dai loro tifosi come il più bello di sempre. A kind of magic. 
Nonostante fosse tecnicamente una spanna sopra la maggior parte dei calciatori scozzesi dell'epoca, Davie mantenne sempre i piedi per terra dimostrandosi, oltre che un campione, anche un uomo umile. La stagione 1979/1980 segnò l'inizio del breve declino dei Rangers nella prima parte degli anni 80. In quella annata la squadra finì quinta, undici punti dietro i campioni dell'Aberdeen guidati da Sir Alex Ferguson. I tifosi non ebbero modo di gioire nemmeno nelle coppe domestiche e internazionali. Di fronte ad una situazione che presagiva nulla di positivo, l'unica certezza era Cooper. 
Nella stagione 1980/1981, l'occasione per saziare l'incessante fame di successi di migliaia di tifosi lightblues si presentò nella finale di Scottish Cup contro il Dundee United tramandata ai posteri come "The Cooper final". A fine gara il tabellino reciterà: Rangers 4 -Dundee United 1. Coop, circondato da un tripudio di sciarpe e bandiere, firmò un goal, pregevole pallonetto dopo aver scaltramente approfittato di una disattenzione difensiva degli avversari, e due assist al bacio. Le stagioni successive continuarono ad essere deludenti sul fronte del campionato. Le offerte dall'Inghilterra per Cooper si fecere sempre più numerose ma il ragazzo in nessun modo volle allontanarsi da Ibrox. In quegli anni di transizione, infatti, continuò a deliziare i suoi tifosi con giocate spettacolari. Gli unici successi arrivarono in coppa di lega, dove i Rangers riuscirono ad imporsi tre volte. L'avvento di Souness come player-manager nel 1986 però riportò finalmente l'entusiasmo tremendamente atteso. Campioni affermati come i nazionali inglesi Woods e Butcher, giovani promesse destinate a grandi successi come McCoist, Durrant o Derek Ferguson e veterani come l'ex Man United Nicholl andarono a formare la squadra che riportò dopo 9 anni il titolo tra le mura amiche. Ovviamente Cooper fu protagonista anche in quella stagione, collezionando 48 presenze e 11 reti. Riuscì, inoltre, a lasciare il segno nella finale di coppa di lega vinta contro il Celtic con un goal e una prestazione sugli scudi. 
 Nella stagione dopo, 1988/1989, ottenne l'ennesima medaglia di League Cup, sette in totale, e sopratutto fu per la terza volta campione di Scozia. E' proprio alla fine di quella annata che le strade di Super Cooper e i Rangers si separarono. Avvicinato dai cronisti dopo il Testimonial match a lui dedicato dichiarò "I played for the team I loved". Tommy McLean, suo ex compagno ad Ibrox negli anni '70, una volta diventato il manager del Motherwell, non se lo fece scappare. Al Fir Park, Coop visse 4 stagioni e mezzo di intense emozioni contribuendo a riportare un trofeo nella bacheca degli Steelmen dopo 40 anni di digiuno. Quella Scottish Cup del 1991 deve aver avuto sicuramente un sapore particolare per lui, nonostante avesse già provato più volte l'ebrezza della vittoria nella sua vita precedente con la maglia dei Lightblues. Per chiudere in bellezza la carriera, tornò per un paio di stagioni nella squadra che gli diede la possibilità di realizzare i suoi sogni: Il Clydebank. Il ritorno del figliol prodigo venne accolto da tutta la comunità con caloroso entusiasmo. Il 7 Febbraio del 1995 finì la parabola calcistica di uno dei più grandi giocatori mai visti in Scozia e nel Regno Unito. 645 presenze e 95 goals complessivi con le 3 squadre alle quali ha legato il proprio nome e 22 presenze e 6 reti con la nazionale scozzese. 
Sarebbe stato bello poter terminare di scrivere con un lieto fine ma la vita riserva talvolta epiloghi tragici. Il 23 Marzo dello stesso anno, Davie Cooper scomparve a causa di un’emorragia cerebrale avvenuta mentre filmava il giorno prima un video-coaching per giovani calciatori.  La notizia della sua morte sconvolse l'intero paese. Il suo ricordo rimane vivissimo nei cuori di coloro che ne hanno potuto godere l'umanità e la classe calcistica. Le parole con cui Walter Smith si è espresso nei confronti di Coop sono emblematiche: "God gave Davie Cooper a talent. He would not be disappointed with how it was used."
di Leonardo Aresi
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