Visualizzazione post con etichetta Stefano Faccendini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Stefano Faccendini. Mostra tutti i post

9 gennaio 2026

"SOGNI E REALTA'. Un viaggio nella FA Cup e nel cuore del calcio inglese" di Stefano Faccendini (Ultrà Sport), 2018

Nel panorama calcistico mondiale, la FA Cup è indubbiamente il torneo a eliminazione diretta più affascinante, e rappresenta una tradizione impossibile da replicare. A molti appare come un residuo del passato, un curioso anacronismo che si affianca ogni anno allo spettacolo sfavillante della Premier League. Ma c'è una FA Cup che inizia ad agosto e finisce a gennaio e una che inizia a gennaio e finisce a maggio. Qualsiasi squadra ai nastri di partenza del turno extra preliminare è solo a tredici partite da Wembley. Basta vincerle tutte. Forse non sarebbe possibile nemmeno in un romanzo, ma a nessuno è proibito sognare, anche solo per una notte, anche solo per novanta minuti. 
Per farci vivere da vicino questi sogni, Stefano Faccendini ha seguito, partita dopo partita, l'edizione dell'FA Cup 2017-18.
Ne è uscito un libro di viaggio, un viaggio al centro del calcio inglese. Un libro che ci racconta di impianti sportivi persi nel nulla, di tifosi incredibilmente appassionati, di partite fra calciatori che sembrano appartenere a universi distanti anni luce, ma che per un pomeriggio si sfidano alla pari, e ogni tanto capita che non vinca il migliore.

13 novembre 2025

"LA PRIMA VOLTA" di Stefano Faccendini

In seguito alla pubblicazione del libro “Sogni e realtà” sul calcio inglese e la FA Cup, mi sono trovato a rispondere a qualche domanda relativa a questa mia passione. Quando è iniziata, perché, a quante partite sono stato, quali squadre seguo. 
Le risposte non sono sempre agevoli come sembrano, un po’ perché non ho contato, un po’ perché le ignoro. Una cosa ricordo bene, la mia prima partita dal vivo. Era il dicembre 1989. Stavo passando un mese su questi lidi per imparare la lingua, visto che le poche ore di scuola non mi permettevano di arrivare al livello necessario per leggere Match e Shoot senza vocabolario accanto. Non ricordo bene come ma mi ritrovai in un paesino sulla costa, Lancing, non troppo lontano da Brighton. Fu all’arrivo lì, di notte, con l’ultimo treno, che feci conoscenza con l’apertura esterna delle porte descritta anche nel libro pubblicato qualche mese fa. Tre weekend, tre partite. Chelsea, Spurs, Arsenal. Tre nomi da brivido. Biglietti comprati al botteghino, entusiasmo alle stelle, quello di quando pensi di sognare ad occhi aperti.

La prima partita è a Stamford Bridge. Arrivo la mattina presto. Da Victoria Station me la faccio a piedi, sono quasi cinque Km ma voglio vedere tutto, in metro non vedrei nulla. Camminando in un negozio di libri usati vedo un Rothmans dell’anno prima in vendita per un paio di sterline. La reazione è quella da primo premio nella lotteria di capodanno. Passerò mesi a studiare nomi, soprannomi e record di ogni club delle prime quattro serie del calcio inglese. Fa un freddo cane, sono bardato come si deve ma nei pressi dello stadio vedo gente con la maglia a maniche corte del club e basta. Rimango affascinato. Il programma lo accarezzo come fosse la Sacra Sindone. L’odore degli hot dog cucinati con cipolle talmente grandi che pensavo fossero patate fritte mi riempie le narici e tutt’oggi, ogni volta che lo sento appropinquandomi nei pressi di uno stadio, vengo ricatapultato 30 indietro a quel pomeriggio.

Del Wimbledon non era molto che si parlava ma avevano vinto la FA Cup ai danni del Liverpool un anno prima. Nonostante questo tutti, ogni anno, si aspettavano, e si auguravano, che sparissero dalla First Division
. Erano sempre guardati e giudicati con sufficienza. Io feci lo stesso sbaglio quel due dicembre 89, soprattutto quando Kerry Dixon portò in vantaggio i padroni di casa dopo neanche un minuto. Il Chelsea aveva in squadra, oltre ad uno dei centravanti più in forma del momento, gente come Tony Dorigo, Micky Hazard, Graham Roberts e Ken Monkou. In porta avevano Dave Beasant, il grande ex della partita. Un minuto dopo Terry Gibson aveva ristabilito la parità. A fine primo tempo il risultato era 2-3 ma nella seconda parte non furono i giocatori di casa a farsi onore quanto piuttosto quelli in trasferta a divertirsi. Il punteggio finale fu di 2-5 con una doppietta ciascuno per Gibson e Dennis Wise, anche lui di lì a poco eroe dei Blues, più ciliegina dell’eterno vecchio Alan Cork.

Osservavo tutto, il settore ospiti composto da semplici gradoni scoperti, la famosa Shed, piena, dalla parte opposta. Il resto scarsamente popolato, non si arrivava a 20mila persone, ma mi sembrava il posto più bello del mondo, nonostante le macchine parcheggiate dentro lo stadio, dietro una delle due porte. Cercavo di afferrare i canti, di parlare con chi mi stava a portata di orecchio disperato di non fare la figura di un semplice curioso, magari non ero tifoso del Chelsea ma di sicuro già mi sentivo quasi un esperto di calcio inglese. Dopo 90 minuti.

Difficile descrivere il sentimento di silenziosa euforia, di appagamento, di soddisfazione in quel viaggio di ritorno verso Lancing, consapevole che in una settimana sarei tornato a vedere un’altra partita e che il mistero della maniglia esterna non mi avrebbe fatto più paura.

25 agosto 2025

"IL DESTINO DI FRANK SWIFT" di Stefano Faccendini

Il destino fa sempre scherzi, belli e, purtroppo, anche brutti.

Quando nel 1932 il Blackpool approcciò la famiglia Swift per tesserare il diciannovenne Frank, promettente e aitante portiere in quei tempi in forza al
Fleetwood, si vide opporre un secco rifiuto. No, non fu lui, che tifava la squadra della sua città natale, e neanche il suo agente, visto che questa figura professionale non esisteva ancora. Fu la madre a bloccare il trasferimento visto che tra le fila dei Tangerines militava già suo fratello Fred e non voleva creare concorrenza in famiglia. Ma quella che sembrò un’occasione fallita, per Frank Swift rappresentò invece un colpo di fortuna. 

Alla sua porta infatti bussò subito dopo il Manchester City e al Maine Road rimase tutta la sua carriera. I suoi 1.88m lo rendevano ben visibile e se la statura non fosse bastata il resto lo faceva la sua bravura. Swift, rigorosamente senza guanti, saltò una sola partita prima dello scoppio della seconda guerra mondiale. Con i citizen nel 1934 vinse la FA Cup, 2-1 il risultato finale contro il Portsmouth, e tanta fu la tensione accumulata durante la gara che svenne al triplice fischio finale. Tre anni dopo fu protagonista del trionfo in First Division, il primo dei due che, al momento, arricchiscono la trophy room del City.

Nonostante Swift fu uno degli atleti più attivi durante il periodo bellico, le ostilità di fatto gli rubarono gli anni più importanti della sua carriera. Il suo debutto in nazionale arrivò soltanto nel 1946 in una partita contro l’Irlanda, la prima delle 19 con i tre leoni sul petto. Nella prima stagione dopo la fine del conflitto non subì reti in 17 delle 35 partite disputate in Second Division (il City era retrocesso prima della guerra) e continuò a rimanere nel giro della nazionale fino al 1949 quando decise di ritirarsi quando ancora portiere di ottimo livello. Di fatto il club lo richiamò quando il suo successore si ammalò di tubercolosi. Quattro presenze ancora per cedere poi definitivamente il posto ad un’altra assoluta leggenda del calcio inglese di tutti i tempi, Bert Trautmann. Il City decise comunque di conservare il suo cartellino per qualche anno per evitare che altri club lo potessero convincere a tornare in attività. 

Dopo la carriera tra i pali Frank decise di diventare un giornalista sportivo, cominciando a lavorare per il News of the World come inviato. Il sei Febbraio del 1958 seguì il Manchester United nella trasferta di Coppa Campioni contro la Stella Rossa di Belgrado. Al ritorno l’aereo si fermò per fare rifornimento all’aeroporto di Monaco. Il tempo era pessimo. Il mezzo due volte non riuscì a decollare. Il terzo tentativo su fatale. Nella tragedia persero la vita 23 persone tra cui otto giocatori dello United. Fu la fine del mito dei Busby Babes. E perse la vita anche l’ex portiere del City, il ragazzo di Blackpool a cui il destino rifiutò una vita lontano dai campi da gioco.

30 giugno 2025

"PETER SWAN. UNA SCOMMESSA NON DA POCO" di Stefano Faccendini

Dicembre 1962. Una sera, David Layne, prolifico attaccante in forza allo Sheffield Wednesday, decise di andare a vedere la sua vecchia squadra, il Mansfield Town, giocare contro il West Ham. Allo stadio incontrò un altro calciatore, e suo vecchio compagno di squadra allo Swindon, Jimmy Gauld.  Gauld era un personaggio discusso, in un brutto giro, si mormorava che cercasse di accomodare le partite. Quella sera, era alla ricerca di un’altra gara da aggiustare: raccontò a Layne che tra i giocatori, soprattutto delle serie inferiori, era normale scommettere e che si potevano fare soldi in tutta tranquillitá. Parlando, gli chiese quali fossero le prossime partite dello Wednesday. 

A giorni le Owls sarebbero andate ad Ipswich, un campo difficile e da cui Layne si aspettava di ritornare a mani vuote. Gauld capì che poteva insistere e lo convinse non solo a far parte del suo piano ma anche a coinvolgere un paio di compagni di squadra, poi rivelatisi essere Peter Swan e Tony Kay. 
Quando le due squadre si affrontarono i padroni di casa si imposero effettivamente per 2-0. 
In una intervista del 2006, uno dei tre giocatori dello Sheffield coinvolti, Peter Swan, raccontò: “Perdemmo sul campo, niente da dire ma ovviamente ancora oggi mi chiedo che cosa avrei fatto se avessimo segnato o fossimo stati in vantaggio verso la fine. Fu una scommessa da 50 sterline, la quota era 2-1, ne incassai 100, ridicolo no? Ma anche oggi non credo che nessuno lo faccia. Volendo ammettere l’onestá di tutti, la tentazione è troppo grande. Come sono sicuro che all’epoca, oltre a tanti altri giocatori ci fossero anche arbitri corrotti. Ma presero noi e ci usarono come capro espiatorio, dovettero dare l’esempio. Mi domando ancora perchè lo facemmo” 

Due anni dopo quella gara, nel 1964, Gauld non solo dimostrò di essere un criminale ma anche un grande figlio di puttana. Decise di battere ancora cassa e di vendere la storia al tabloid “Sunday People” usando dei nastri che aveva registrato di nascosto quando a colloquio con i giocatori che poi aveva corrotto. La sua esclusiva gli valse 7mila sterline. Durante il processo nel 1965 Swan fu l’unico dei tre giocatori ad essere chiamato sul banco dei testimoni. “Mi fecero a pezzi – ricordò sempre nella stessa intervista – e manovrarono gli avvenimenti. Ma fummo dei pazzi. Mi fu proibito di andare a qualsiasi partita di calcio, all’inizio fui squalificato a vita anche dal giocarlo. Cercai di tenermi in forma con una squadra di un pub vicino casa ma multarono anche quella quando lo scoprirono. Non potevo neanche entrare al campo dove giocava mio figlio. Mi avevano tagliato le gambe, pensavo a quello che avrei potuto ottenere con la mia carriera e mi veniva voglia di tagliarmi le vene. Avevo buttato via tutto, dall’essere uno dei professionisti più ammirati anche da Alf Ramsey all’essere scansato da tutti. Quattro mesi in prigione, con un secchio per i bisogni in un angolo. Tempo per pensare alla mia stupidità ne ho avuto. Ma la cosa peggiore era quando mia madre mi chiamava e mi diceva che i miei fratelli avevano fatto a pugni per colpa mia o che i miei figli venivano insultati a scuola.” 

Sette giocatori furono arrestati. Le squalifiche a vita furono poi ridotte. Dopo sette anni Swan tornò allo Wednesday, l’ex giocatore della nazionale (19 presenze) andò a lavorare in un forno, in un negozio di automobili e poi di computer. Layne anche tornò al suo club ma non giocò più in prima squadra, dopo qualche parentesi tra i dilettanti comprò un pub. Tony Kay, all’epoca il calciatore più caro del campionato inglese (l’Everton pagò 60 mila sterline per comprarlo) fuggì in Spagna per 12 anni, poi fu arrestato per aver venduto un diamante falso. Lavorò successivamente come custode di uno stadio. Gauld fu multato 5.000 sterline e passò quattro anni dietro le sbarre. 
In UK ancora si parla dello scandalo del 1964. In Italia dal 1964 non voglio neanche pensare quante partite sono state vendute in ogni angolo del paese e in ogni serie professionistica. La differenza per me non sono i calciatori, forse tutti sono tentati, soprattutto a fine stagione in partite in cui non c’è molto in palio, ma la reazione della gente. A parte la galera vera, la conseguenza più seria è il marchio a fuoco che ti fai sull’onore. Il disprezzo della gente, dei tifosi, di coloro che pagano per venirti a vedere giocare, che sognano da bambini una carriera che tu hai avuto la fortuna di fare mentre magari loro svolgono lavori ingrati e guadagnano due lire. I giocatori coinvolti nel 1964 non ricevettero richieste di partecipazione a programmi televisivi, visite in carcere delle autorità, articoli di una stampa amica che sa, che prima o poi, lo sporco tornerà pulito. E qui parliamo di una scommessa, su una partita, di 50 o 100 sterline, ma non ebbero per anni neanche la possibilità di avvicinarsi ad uno stadio. 
Da noi si danno anni di inibizione ad un tifoso con un fumogeno, mentre chi ruba l’anima a questo gioco becca uno schiaffetto sulle mani e la raccomandazione di non farlo più. Questa è la differenza di base, altro che modelli.
di Stefano Faccendini, il suo blog http://quandogliscarpinieranoneri.wordpress.com

27 marzo 2025

"IL MODELLO INGLESE. Il calcio come strumento sociale" di Stefano Faccendini (UltraSport), 2024

“Modello inglese” è un’espressione alla quale si ricorre spesso per definire fenomeni diversi, dal sistema repressivo generato dal pugno di ferro con cui Margaret Thatcher decise di affrontare il problema degli hooligans a quello avido e sfavillante della nuova Premier League, che ha trasformato the working man ballet in industria di intrattenimento a uso e consumo della middle class. Quasi mai, invece, viene adoperata per descrivere la propensione, molto diffusa oltremanica, a utilizzare il calcio per fare del bene. Eppure è il volto più bello che può mostrare questo sport. Che si tratti di iniziative di solidarietà o di sostegno a persone in difficoltà, il football raggiunge la sua essenza quando è veramente al servizio della propria comunità di riferimento. Non solo durante i novanta minuti della partita, non soltanto rispettando il legame tra gli spalti e il campo da gioco, ma come strumento sociale che va oltre il tifo e aiuta in modo materiale e spirituale la vita della gente. La squadra, il club, è una parte importante dell’esistenza di milioni di persone, come le storie di questo libro dimostrano, e può diventare un punto di riferimento fondamentale, un rifugio, un aiuto, una speranza. A volte la sola.

19 marzo 2025

CHRIS WOOD.. "JUST A BIG LUMP UP FRONT?"

Per chi è cresciuto negli anni della First Division è facile ricordare come in quasi ogni squadra ci fosse un centravanti di peso, un punto di riferimento in attacco che prendeva più botte che palloni e che lottava senza nessuna paura per finire la partita tutto intero, cercando, se possibile, anche di buttare la palla in fondo alla rete.
A memoria, ognuno potrà poi aggiungere i suoi attaccanti preferiti, mi vengono in mente Kerry Dixon, Steve Bull, Andy Gray, Mick Harford, Tony Cascarino, John Fashanu, Bian Deane, Ian Dowie, Ian Marshall, Graeme Sharp, Mark Falco, tanto per citarne alcuni.
Con gli anni, purtroppo, il calcio è cambiato. Forse troppo, forse in peggio. Di centravanti britannici ce ne sono sempre meno in Premier League e di arieti da combattimento ancora meno. Non vanno più di moda. Semplicemente in un gioco dove ognuno, in campo e fuori, è diventato un esperto di tattica e un analista di dati, non c’è più spazio per il centravanti di sfondamento. Ha vinto il calcio dei mille passaggi, del possesso a tutti i costi, anche se sterile, del pressing alto, dei portieri giudicati più per le doti di palleggio che per le parate che riescono a fare.

L’eccezione è stata fatta solo per Erling Haaland, voluto da Pep Guardiola per dare al suo City un’arma in più in un momento in cui il profeta di Santpedor ha deciso di cambiare il suo stile di gioco per tornare ad un approccio più verticale e diretto. Da qui avrebbe dovuto partire una riabilitazione almeno parziale della figura del centravanti di una volta ma Haaland lo è per davvero? Lasciando da parte i 60 milioni pagati al Dortmund per i suoi servigi, il norvegese è una delle opzioni in attacco di una formazione tra le più vincenti del pianeta (stagione in corso a parte). È il finalizzatore per eccellenza di una squadra piena di fenomeni, non è né il, solo, punto di riferimento, né l’attaccante combattente per definizione.

Questo ruolo, questo riconoscimento ufficiale io lo darei invece addirittura a un calciatore neozelandese, ad un professionista itinerante che da quando è sbarcato in Inghilterra non ha mai smesso di girare e di segnare anche se mai per un top club. Chris Wood è quanto di più vicino c’è ai nomi elencati ad inizio articolo. Lo hanno definito spigoloso, rozzo, limitato ma se oggi il Forest rischia di qualificarsi per la Champions League, molto lo deve a questo ragazzo di 1.91m venuto da Auckland.

Years

Team

Apps

Goals

2009–2013

West Bromwich Albion

21

1

2010

→ Barnsley (loan)

7

0

2010–2011

→ Brighton & H A (loan)

29

8

2011–2012

→ Birmingham City (loan)

23

9

2012

→ Bristol City (loan)

19

3

2012

→ Millwall (loan)

19

11

2013

→ Leicester City (loan)

1

2

2013–2015

Leicester City

52

12

2015

→ Ipswich Town (loan)

8

0

2015–2017

Leeds United

83

41

2017–2022

Burnley

144

49

2022–2023

Newcastle United

35

4

2023

→ Nottingham Forest (loan)

7

1

2023–

Nottingham Forest

59

32

Considerando i cannonieri al momento in doppia cifra, si può vedere come Wood non solo sia quello che prende di più la porta ma anche quello che trasforma di più i suoi tiri in gol.






Mentre per il gigante norvegese sono sempre pronti i titoli sui giornali non appena ne insacca uno per la sua squadra, per il centravanti del Forest spesso gli sforzi passano inosservati nonostante sia servito di meno da compagni meno bravi a metterlo davanti alla porta (l’attaccante del City con quasi il doppio dei tiri ha solo due reti in più), e dagli xG si vede come Haaland abbia convertito in gol le occasioni che ci si aspettava mentre Wood ha fatto decisamente meglio (18 reti v 10.88 xG). Sarà curioso vedere se sia lui che il Nottingham potranno continuare a fare miracoli anche in Europa.
di Stefano Faccendini

18 febbraio 2025

"NOI SIAMO IL WIMBLEDON" di Stefano Faccendini (Ed.Clandestine), 2006

Nel 1889 alcuni ex alunni della Old Central School, che si riunivano per giocare a calcio nel parco locale, Wimbledon Common, decisero di formare una squadra. Probabilmente nessuno di loro avrebbe mai immaginato che un giorno quel club, pur conservando intatti i valori sportivi e uno spirito dilettantistico, sarebbe approdato, dopo essersi aggiudicato una FA Cup ai danni del Liverpool, nell'Olimpo del calcio inglese: la Premier League. 
Poi, il successivo declino, la perdita di identità, le traversie economiche, fanno parte di quella logica perversa che ha snaturato lo sport e lo ha reso unicamente business. E uomini d'affari senza scrupoli, insensibili a ciò che è espressione di una comunità, la rappresentano per perseguire i propri interessi, usurpandone il nome e cedendone lo stadio. Ma non sempre Golia vince. Alle volte l'amore, l'orgoglio, la determinazione della gente riescono a compiere miracoli. Chi non si è mai arreso lo sa.

5 novembre 2024

Quell’imitabile “MODELLO INGLESE”



























Il “modello inglese” che dà il titolo all'ottimo libro di Stefano Faccendini, edito da Ultra Sport, non è quello strombazzato della Premier prodotto vincente ed esportata in ogni dove del globo terracqueo. Né quello “forgiato” da leggi draconiane e da tanta repressione promosso da Margaret Thatcher ai tempi del proliferare della piaga dell’hooliganismo. Niente di tutto ciò: è un paradigma nutrito dalla solidarietà dei tifosi, dal loro attaccamento alla squadra che trova davvero un senso compiuto perché strumento per fare del bene ai più bisognosi della comunità. È anche coinvolgimento attivo dei club, quelli che ancora non ragionano solo con i parametri del profitto, o di calciatori che non possono scordare il loro passato segnato dall’indigenza.

Nei lunghi anni di governo conservatore la disgregazione dello stato sociale ha raggiunto il suo infausto zenit, poi l’epidemia di covid-19 e i suoi strascichi hanno inferto un colpo terribile a milioni di persone in tutto il Paese, in particolare dalle Midlands in su. Ci sono infinite statistiche che certificano questo dramma.
Tra le tante, Faccendini si sofferma sulle oltre due milioni di persone che devono ricorrere alle food bank, le banche del cibo, perché altrimenti non mangerebbero nemmeno un pasto al giorno. Per fortuna ci sono i tifosi che si prodigano per fare raccolte che hanno fatto davvero la differenza, aiutando gli strati più deboli della società. A volte anche andando oltre la rivalità calcistica, come accaduto con i supporter di Liverpool ed Everton.

L’autore racconta anche come una delle principali economie del Pianeta debba dire grazie a un ragazzo dalle umili origini, nato e cresciuto a Manchester, senza il quale durante i mesi del covid-19 tanti bambini si sarebbero trovati senza cibo perché il servizio mensa delle scuole era stato cancellato. Così Marcus Rashford, che di beneficenza già ne faceva tanta, ha iniziato una campagna talmente efficace che il governo ha dovuto rivedere la sua posizione. Non a caso Rashford è diventato un simbolo per i più giovani e non solo per le sue doti su un campo di football.

Il disagio sociale che avvolge il Paese si sfoga in sanguinose guerre tra bande. Per uscire da questa spirale perversa c’è chi, dopo un passato burrascoso, ha pensato di creare club per togliere i ragazzi dalle strade, con tutte le difficoltà che un’esperienza del genere può comportare. Ma pure questa è una storia di successo, al pari della proprietà del Grimsby che decide di rispolverare il vecchio principio del secolo scorso che voleva che l’imprenditore alla guida di un club avesse una sorta di dovere morale di dare indietro qualcosa alla comunità, concetto ormai stravolto dagli alti papaveri della Premier, alla disperata ricerca di contratti miliardari e senza troppa considerazione per il tifoso-cliente.

Queste e altre storie sono narrate in undici capitoli che si leggono in un batter d’occhi e che in filigrana raffigurano un impietoso quanto fin troppo realistico ritratto a tinte fosche dell’Inghilterra post-brexit.
di Luca Manes, pubblicato su Alias, inserto del Manifesto del 2 novembre 2024

17 ottobre 2024

"LIFE ON THE TERRACES. AN ACT OF LOVE" di Stefano Faccendini (Urbone), 2022















Se è vero che il calcio è lo specchio del paese in cui si gioca, l’Inghilterra non può essere rappresentata dalla Premier League. L’anima del football inglese va cercata tra i dilettanti, in quel mondo non league tenuto in vita dai volontari che al loro club danno tutto senza pretendere nulla. Un calcio che ancora si regge sugli stessi principi che furono alla base della formazione dei primi football clubs, dove il risultato conta fino ad un certo punto, e dove l’orgoglio campanilistico non èuna cosa da nascondere ma da celebrare. Stefano Faccendini negli anni ha abbandonato il calcio di vertice per concentrarsi sempre di più su un mondo lontano dai riflettori e dall’attenzione dei media, in cui ha potuto continuare a vivere quegli stessi aspetti del football inglese che lo avevano fatto innamorare da bambino. Questa volta invece delle parole l’autore ha deciso di lasciar parlare le immagini, conservate negli anni come semplici ricordi, che forse meglio di ogni cosa descrivono il cuore pulsante del calcio inglese.

11 ottobre 2024

Birmingham City-Wrexham. Protagonisti & comparse.






















Lo scorso 16 Settembre in League One si è giocata Birmingham City v Wrexham. Purtroppo quello che una volta sarebbe stato semplicemente un incontro tra due cub storici con tifoserie importanti e storicamente working class, è invece stato seguito da ogni media britannico, e non solo, per la ragione più sbagliata di tutte.

La partita è stata infatti brandizzata come la sfida tra la NFL Legend Tom Brady (vincitore di sette Super Bowl) e Hollywood (i proprietari della squadra gallese sono gli attori Rob McElhenney and Ryan Reynolds). Di sicuro chi non ci vede nulla di male e si gode il momento di, discutibile, gloria sono proprio i tifosi delle due squadre impegnate nella sfida del St. Andrew’s. I Blues sono appena scesi dalla Championship, dopo anni di stagioni deludenti passate a flirtare con la retrocessione, a cambiare allenatori (16 i cambi dal 2020 in poi) e a guardare le odiate squadre rivali locali fare meglio, WBA, bene, Wolves, o addirittura arrivare in Champions League, Villa. Normale che l’attuale primo posto, anche se in League One, sia salutato con entusiasmo soprattutto guardando il livello di investimento della nuova proprietà americana. Nel mercato estivo appena concluso il Birmingham ha speso ben 35.5m di sterline, inclusi i 15 sborsati per assicurarsi il cartellino di Jay Stansfield, la scorsa stagione soltanto in prestito.

Tutta la situazione non può non ricordare quella del Wrexham, comprato nel 2021 da Deadpool in persona insieme ad un altro amico attore di fama decisamente inferiore. Anche in quel caso la prima cosa fatta è stata investire nei giocatori e, nonostante i pezzi migliori, come Paul Mullin, siano arrivati a parametro zero, il monte ingaggi dei Gallesi, intorno ai sei milioni di sterline, semplicemente a questi livelli non si era mai visto.
Il successo del Wrexham non è arrivato solo sul campo. Due fortunate serie su Disney Channel (al momento), hanno reso la cittadina al confine con il Cheshire un nome familiare in US e in giro per il mondo, con alcuni giocatori e tifosi locali che hanno raggiunto una fama insperata e inaspettata.
Il coinvolgimento di Tom Brady da parte del Birmingham non sembra altro che una mossa di marketing per creare un’altra storia, una rivalità tra celebrities made in USA che in futuro potrebbe essere raccontata ad un pubblico ancora più vasto che decide di seguire il calcio più per vedere la serie che le partite.

Anche nel caso dei Red Dragons, il club aveva passato degli anni disperati, a rischio fallimento, e un po’ di fortuna è sicuramente meritata, ma tutti questi investimenti fatti da persone che non hanno veramente a cuore la comunità che rappresentano e il club che custodiscono, sfalsano la delicata realtà del calcio minore inglese. Se è vero che gli investimenti non sono stati limitati al rafforzamento della squadra ma anche al rifacimento dello stadio e delle infrastrutture, il dubbio rimane sui veri motivi, oltre a quello di garantirsi una facile e indiscussa notorietà (per quanto famoso sia Ryan Reynolds, il calcio è qualcosa di molto più grande dei suoi film).

La cosa che mi rattrista di più è pensare a tutti quei tifosi che per qualche anno si sentiranno protagonisti, al centro di queste storie/serie create ad arte ma un giorno si sveglieranno dal sogno e si renderanno conto che, nel migliore dei casi, sono stati solo delle comparse non pagate.

Nota.
Lista dei club di Premier League e Football League con partecipazione (di maggioranza o minoranza) americana: Arsenal, Aston Villa, Bournemouth, Chelsea, Crystal Palace, Everton, Fulham, Ipswich, Liverpool, Man City, Man Utd. Burnley, Leeds, Millwall, Norwich, Plymouth, Portsmouth, Swansea, WBA. Barnsley, Birmingham, Cambridge Utd, Charlton, Crawley, Huddersfield, Lincoln City, Wrexham. Carlisle, Gillingham, Walsall.

 

Questo blog viene aggiornato senza alcuna periodicità e non può quindi essere considerato un prodotto editoriale ai sensi della legge n.62 del 7/03/2001. L'autore dichiara inoltre di non essere responsabile per i commenti inseriti nei post. Eventuali commenti che siano lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, non sono da attribuirsi all'autore, nemmeno se il commento viene espresso in forma anonima. Le foto di questo blog sono pubblicate su Internet e sono state quindi ritenute di pubblico dominio. Se gli autori desiderano chiederne la rimozione, è sufficiente scrivere un'e-mail o un commento al responsabile del sito.