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9 marzo 2026

1946 . "IL DISASTRO DI BURNDEN PARK" di Max Troiani


Il 9 marzo 1946, il calcio inglese visse il suo primo grande incubo. A
Burnden Park, casa del Bolton Wanderers, era in programma una sfida di FA Cup contro lo Stoke City del leggendario Stanley Matthews. 
Era il primo dopoguerra e la voglia di normalità spinse una folla oceanica verso lo stadio: si stima che oltre 85.000 persone cercarono di entrare in un impianto che poteva ospitarne molte meno.
Poco dopo il fischio d'inizio, la pressione dei tifosi rimasti fuori spinse chi era già dentro verso il campo. Due barriere di sicurezza cedettero sotto il peso umano, scatenando una calca fatale. La tragedia fu assurda e silenziosa: la partita venne sospesa solo per pochi minuti. 
I corpi delle vittime furono adagiati lungo le linee laterali e coperti con i cappotti, mentre il gioco riprese tra la confusione generale, perché le autorità temevano che uno stop definitivo scatenasse rivolte tra chi non capiva la gravità dell'accaduto.

Il bilancio fu di 33 morti e centinaia di feriti. Nonostante l'orrore, il disastro rimase a lungo nell'ombra rispetto a tragedie successive come Hillsborough. Solo negli ultimi anni Bolton ha abbracciato pienamente questo ricordo, onorando quei tifosi che erano usciti di casa per una festa e non fecero più ritorno. Il disastro di Burnden Park non fu solo una tragedia sportiva, ma un fallimento sistemico figlio di un’epoca che sottovalutava la sicurezza delle masse. Il clima era elettrico: dopo gli anni bui della Seconda Guerra Mondiale, il calcio rappresentava la libertà ritrovata.

Quel giorno, i cancelli vennero chiusi ufficialmente alle 14:40, ma migliaia di tifosi rimasti fuori iniziarono a scavalcare le recinzioni o a forzare i tornelli arrugginiti. La folla si riversò nel settore Railway Embankment, già stipato all'inverosimile, creando un effetto "onda" inarrestabile.

Quando le due barriere di ferro cedettero, il collasso fu immediato. Chi si trovava davanti venne schiacciato contro le ringhiere o calpestato. La cosa più agghiacciante fu la gestione dell'ordine pubblico: l'arbitro sospese la gara al 12° minuto dopo che i tifosi avevano invaso il campo per sfuggire alla morte, ma dopo mezz'ora, su ordine del capo della polizia, si ricominciò a giocare. 
I calciatori rientrarono in campo passando a pochi metri dai cadaveri allineati sotto le tribune, coperti pietosamente dai cappotti dei sopravvissuti.  Molti spettatori dall'altra parte dello stadio rimasero ignari del numero delle vittime fino al mattino seguente.

L'inchiesta che seguì, affidata a Moelwyn Hughes, segnò una svolta storica. Il suo rapporto fu il primo a mettere nero su bianco la necessità di controllare rigorosamente il numero di ingressi tramite tornelli meccanici contatutto (turnstyle) e a suggerire la creazione di corridoi di emergenza tra gli spalti. Purtroppo, molte di quelle raccomandazioni rimasero sulla carta per decenni, fino a quando disastri simili (come Hillsborough) non obbligarono il governo a leggi più severe. Per anni, Bolton ha vissuto con un senso di colpa silenzioso; oggi, quella ferita è diventata un simbolo di rispetto, ricordando che la sicurezza non è un optional, ma un diritto di chiunque compri un biglietto per un sogno.

7 aprile 2025

STOKE CITY. SIA ETERNA GLORIA DI TONY PULIS & RORY DELAP

Lisbona possiede una luce che ti cattura. E cosa poteva allontanarmi da quella luce, in quella domenica pomeriggio, 14 maggio 2011, la prima volta in terra lusitana, con tutta la famiglia rapita da una luminosità che non ti aspetti?
Eppure, nel tardo pomeriggio, fu giocoforza abbandonarla, per un po’, la famiglia. C’era una luce diversa che richiamava dall’interno di un albergo stellato assai. Colà, nella hall, un televisore rimandava immagini che non ammettevano dubbi. Wembley, finale di FA Cup. Ebbero pietà del turista pallido, calzoncini corti, t-shirt che inneggiava ai Suoni delle Dolomiti. Non potevo aspirare a cotale dimora per danarosi, dovevo però assistere a quel che il canale satellitare sportivo portava dall’Inghilterra alla patria di Eusebio (che la memoria della Pantera rimanga viva!).
Vidi spegnersi - ma ero preparato - il sogno. Lo Stoke City, il “mio“ Stoke, l’unico che ho amato, quello di Tony Pulis, concludeva sconfitto, nella finale, una cavalcata che mi era parsa, al tempo, leggendaria. Il City di un certo Roberto Mancini intascava la vittoria con una rete di Yaya Touré. 88.643 testimoni. Pazienza. Sono tornato nel cuore di Lisbona, mi sono seduto nel caffè con la statua di Fernando Pessoa vicina vicina. Un bicchiere di Ginjinha mi ha aiutato. E penso di aver spiegato - o almeno ci ho provato - proprio a Pessoa, che mi fissava, immobile, eteronimo, perché, nella luce di Lisboa, un italiano del nord palpitasse calcisticamente per una squadra di “scarponi” di una città dello Staffordshire celebre per le ceramiche. Al punto che i Potters sono, appunto, anche i giocatori di quella compagine, di rosso e bianco bardata.

Già. Stoke on Trent. Il che mi ha permesso di trovare una funambolica spiegazione. Non si può che palpitare per la squadra della propria città, della propria contrada. Ho barato: poteva uno di Trento scegliere la squadra di Trent? L’ho fatto e fa già ridere così, lo so bene. Al tempo, peraltro, il Trento navigava in acque cattive. Lo Stoke di Trent brillava in Premier League. Oggi dì lo Stoke è nella B inglese, il Trento nella C italiana.

Beh, facciamo finta di essere ancora davanti ad un immobile Pessoa. E proviamo a raccontare perché per anni - ora ho smesso, e dirò perché - ho palpitato per la compagine di un allenatore che per me è leggenda, punto e basta. Tony Pulis che non retrocede mai (però ho staccato il collegamento con lo Stoke e con lui, magari negli ultimi anni è cambiato qualcosa). Tony Pulis che porta i Potters dalla Championship alla Premier e con una squadra di brutti, sporchi e cattivi trasforma il Britannia Stadium in una sorta di fortino pressoché inespugnabile.
Ecco, in quegli anni, grossomodo dal 2006 al 2013, quando in 333 partite lo Stoke vince 122 volte, ne pareggia 98 e ne perde “solo” 113, vengo fulminato sulla via di Stoke on Trent. Godevo all’idea di quel calcio spesso rozzo, muscolare, similcatenacciario
Roba che il Paron Nereo Rocco sarebbe andato in giulebbe. Il piacere ineffabile dei commenti televisivi non poco schifati, ricordo su tutti un Di Canio quasi scandalizzato dal gioco dello Stoke. Era un attimo vederli schierati in difesa, una linea di sette, otto giocatori allineati, quasi blindati in difesa, a non fare far passare neanche una mosca. Al tempo delle tattiche, dei falsi nove, del tiki-taka e chi più ne ha, più ne aggiunga, la mia era una sorta di reazione - lo confesso - quasi cinematografica. Fort Alamo, battaglie campali, pistoleri pronti in contropiede a punire dopo che per 85 minuti avevi bussato alla porta dei Potters senza risultato alcuno.
Eppoi, l’epifania, la festa, il mito. Rory Delap, classe 1976, irlandese finito in Inghilterra. Mediano, centrocampista, terzino, che importa.

In quegli anni di rocciosa passione, era l’uomo che eseguiva rimesse laterali pazzesche. Al mondo mai nessuno come lui, su un campo di calcio. Gittate anche di quaranta, cinquanta metri - era stato giavellottista in gioventù, con risultati tutt’altro che disprezzabili - che trasformavano il gesto più negletto all’interno di una partita di calcio (persino le sostituzioni hanno più appeal) in una formidabile occasione da gol. Nel novembre del 2008 lo Stoke va a rete 13 volte. In sette occasioni succede deviando in fondo al sacco, come usava dire, una rimessa laterale di Delap.
Al Britannia lo Stoke giocava anche per conquistare rimesse laterali da metà campo in avanti. Quando succedeva, i tifosi trattenevano il respiro, smettevano di cantare l’inno della squadra, la canzone resa immortale da Tom Jones, Delilah. I raccattapalle, opportunamente istruiti, accorrevano rapidi dalle parti di Delap e gli consegnavamo immancabilmente un asciugamano. Il giocatore, concentrato, asciugava accuratamente il pallone. Talvolta lo metteva anche sotto la maglietta, la storica divisa in bianco e rosso che fu di Stanley Matthews, leggenda e di Gordon Banks, portiere leggendario anch’egli, secondo solo ad Jascin, per chi scrive. Qualunque fosse il metodo di asciugatura, il risultato era garantito. Delap scagliava regolarmente bordate micidiali in mezzo all’area.
Come non amare un giocatore che irrideva ogni canone? Ci si accapigliava sui centravanti, sui registi geniali, sulle punizioni alla maledetta o alla benedetta, sui calci d’angolo olimpici (ma che diavolo vorrà dire), sulla costruzione dal basso e sulle ripartenze ed ecco un anonimo macinatore di chilometri sovvertire ogni regola. Usare la rimessa laterale coma arma offensiva di massa. God save Rory Delap.
Parentesi: è in quel periodo, nei golden years dello Stoke rude e operaio, che qualcuno avanza la proposta di cambiare il regolamento. Facciamo battere le rimesse laterali con i piedi. Testuale: “Eviterebbe anche di avvantaggiare squadre che dispongono di 'lanciatori' capaci di scagliare il pallone a grande distanza: per esempio, allo Stoke City, Rory Delap è come se lo calciasse, è un po' un vantaggio ingiusto”. Parole di uno che pure di calcio ci capisce: Arsene Wenger, dicembre 2009.
Pensatela come volete: quei dieci anni di Stoke City guastafeste in Premier League, per niente bello, negazione dell’estetica fatta calcio, esaltazione di un calcio che deve ritornare a qualcosa di antico per sperare di colmare il divario tra squadre infarcite di campioni ed altre innervate da onesti e robusti lavoratori del pallone. Una squadra che grazie al genio di Tony Pulis colse successi insperati, pur non disponendo di tutti i requisiti della squadra perfetta, così come li aveva indicati Nereo Rocco: Un portiere che para tutto, un assassino in difesa, un genio a centrocampo, un mona che segna e sette asini che corrono.

PS 1: lo Stoke City, per chi scrive, perde significato, evapora passione e strizza i sogni, nel 2016. Allo stadio, al baluardo chiamato Britannia Stadium, cambiano nome. Scelgono il logo, orribile, di un sito di scommesse. Ennesima tappa di una degenerazione ipercapitalista ed iperconsumista che, in giro per il mondo, vede denominazioni storiche cancellate per essere poi vendute, nel vero senso della parola, al peggio del peggio: assicurazioni, marchi di automobili, compagnie aeree. Una tristezza infinita, un tradimento di classe. D’altronde, mica ai tifosi ci si rivolge, bensì ai clienti. Che una rimessa laterale di Delap possa farvi male, maledetti.

PS 2: in rete, ancora rintracciabile, c’è un testo la cui lettura richiede dieci minuti, imperdibili. Apologia della rimessa laterale, luglio 2017, è nel blog The Beckham Rule. I rorydelapiani di tutto il mondo lo sottoscrivono in pieno.

PS 3: e come dimenticare quella partita dello Stoke City, al Britannia, contro non ricordo chi. Ricordo però che per tutto il primo tempo la panchina rimase vuota, Tony Pulis non c’era. Arriva trafelato, lo sguardo un po’ più triste del solito, all’inizio della ripresa. Si seppe, poi: era stato al funerale della madre.
Sia eterna la gloria di Tony Pulis e di Rory Delap.
di Carlo Martinelli, da https://carlomartinelli.substack.com
(questo testo è stato pubblicato nel numero 6, luglio 2022, di UK Football Stories, Urbone Publishing / grazie all’editore e grazie ad Angelo Tuttobene)

14 marzo 2025

"QUEL MAGLIONE GIALLO" di Carlo Martinelli





















Vorrei potermi misurare, vorrei accettare la sfida. Mettetemi davanti ad un televisore e mostratemi uno spezzone di una partita di calcio. Diciamo: dieci secondi. Di una cosa sono certo: saprei sempre indicare se quei dieci secondi si riferiscono ad una partita giocata in Inghilterra, oppure no. Non sono, a differenza di chi scrive su questa simpaticissima pubblicazione, un vero fan del calcio inglese. Non seguo con costanza le partite, non tengo a memoria le formazioni, so a stento chi ha vinto l’ultimo campionato. Però amo il calcio inglese. Lo riconosco a pelle. Forse perché io sono nato – calcisticamente – in quella dolcissima estate del 1966, quando i Mondiali si giocarono in Inghilterra.
Forse perché, cascasse il mondo, gli occhi tagliati all’orientale di Gordon Banks, il portiere campione del mondo, non finiranno mai di scrutarmi. Sapete: io c’ero, davanti al televisore, quando nel 1970, ai Mondiali del Messico, il mitico Gordon decise che era il giunto di momento di compiere la più grande parata di tutti i tempi. Il ricordo è netto, preciso. E’ come fosse ora. Pelè si arrampica in cielo per colpire di testa il pallone che arriva dall’ala. Schiaccia la sfera verso terra, il pallone rimbalza ad un passo dalla porta e si prepara a gonfiare la rete. Il pubblico già esulta e Pelè sta già alzando le braccia al cielo.
Ma il portierone dell’Inghilterra si è alzato in volo ed è già catapultato sotto la traversa. Tira fuori il pallone dalla rete, nel vero senso della parola. Quando, qualche anno dopo, una notiziola di poche righe – scorta quasi per caso sulle pagine di un giornale – annunciò che Gordon Banks, portiere dello Stoke City, era rimasto gravemente ferito ad un occhio in un incidente stradale, provai una emozione vera. In quegli immensi maglioni – giallo quello della nazionale, verde quello dello Stoke City – il grande Gordon vivrà per sempre nella mia fantasia. Mi è capitato di rivederlo il grande Gordon, durante un bel servizio trasmesso da “Sfide”: questo è il calcio che amo, quello fatto di storie, di vittorie ma anche di malinconiche serate dopo la sconfitta. 
Raccontava la sua vita, le amarezze che seguirono a quell’ incidente. Se ne stava in una modesta casetta della periferia inglese, mille miglia lontana dalle regge dorate di qualche calciatore che ben conosciamo. Sorseggiava un caffè in una cucina – poteva essere la cucina di milioni di inglesi, guardava i nipotini che correvano in ogni dove – e ho pensato che uno dei più grandi portieri di tutti i tempi era grande anche nello stile, orgogliosamente umile, con il quale raccontava sé stesso. Quindi, amici miei, non chiedetemi delle statistiche, chiedetemi delle emozioni. Ad esempio dell’unica partita di calcio che sono riuscito a vedere in terra d’Albione. Chiedetemi di quell’agosto 1978 – per le strade impazzava il punk e le note di “Never mind the bollocks” dei Sex Pistols (qualcuno saprebbe trovare un disco capace, oggi, di 33 trasformarsi in energia pura come successe a quello?) erano ovunque, amate ed odiate allo stesso modo – quando il sottoscritto decise che quel sabato pomeriggio, era il 19 di agosto, lo avrebbe passato ad Highbury.

Oggi, grazie ad internet, grazie a Max che mi ha fatto avere il programma di Arsenal – QPR (la partita di campionato che seguì quella che io ebbi la ventura di vedere), ho potuto ricostruire un bel po’ di cose. I bianco rossi quel giorno, quel 19 agosto – prima giornata di campionato, caldo piacevole mitigato da un venticello delizioso – ricevettero la visita del Leeds. 42.057 gli spettatori, due a due il risultato finale. Con quelli del Leeds subito avanti con Cherry e poi raggiunti da Liam Brady su rigore. Uno ad uno il primo tempo. Poi, nella ripresa, di nuovo il Leeds avanti con Currie e di nuovo Brady a pareggiare. 
Che ricordo? Il verde magico del prato di Highbury. Le tribune in legno. La polizia a cavallo. L’arrivo con la metropolitana, tra i cori dei tifosi. Una volta fuori dal vagone, nessuna possibilità di scelta. Una vera e propria fiumana umana ti sospinge, quasi volesse dispensare carezze, verso lo stadio. Dentro, finisco nella tribuna che sta dietro una porta. E’ quella dei tifosi più accesi dell’Arsenal (quelli del Leeds se ne stanno dall’altra parte, circondati da un bel po’ di poliziotti) e per novanta minuti non avrò nelle orecchie che i loro canti. Ritmati, ossessivi, calorosi. Come dimenticare? Passano pochi minuti e il Leeds segna. Là, nella tribuna in legno, davanti al verde magico dell’erba di Highbury, ho imparato cosa vuol dire avere fede calcistica. Perché quella rete subita è stata solo lo sprone a cantare con voce ancora più alta.
L’Arsenal giocava con Jennings, Devine, Nelson, Price (Kosmina), O’Leary, Young, Brady, Sunderland, Macdonald, Stepleton, Harvey. Questa è la mia Inghilterra del calcio. Potrei metterci poi qualche capatina in una libreria specializzata in cose di pallone, nel centro di Londra, alla ricerca del video di Portogallo – Corea del Nord: sempre Mondiali 1966. I coreani che avevano appena battuto l’Italia stavano vincendo tre a zero, a Liverpool, contro i lusitani. Poi Eusebio si ricordò di essere uno dei più grandi attaccanti di tutti i tempi e il Portogallo vinse 5 a 3. E’ bello rivedere quelle ancora incerte immagini in bianco e nero, qualche volta. Ed è bello ripensare che il caso mi avrebbe riservato un altro incontro strano. In quel di Washington DC, la capitale degli States, mi tolsi lo sfizio di assistere ad una partita del campionato americano. Meglio, soccer. Da una parte i Washington Diplomats, dall’altra la squadra di Toronto. In campo per mezz’ora anche un certo Cruijff nonché – udite udite – quel Ball che era l’ala destra dell’Inghilterra mondiale, nel 1966. Non so quanti anni avesse quel giorno il cui lo vidi dribblare sull’erba sintetica americana. Eravamo nel 1980, peraltro… 
Ecco, questa è la mia Inghilterra nel pallone. Il maglione giallo di Banks, i denti minacciosi di Stiles, il genio di Duncan Edwards troppo presto spezzato nel cielo maledetto di Monaco, i cori dei tifosi, quel meraviglioso contatto tra il pubblico e i giocatori che solo il calcio inglese sa permettere.
E, adesso, le pagine di questa incredibile fanzine che osa persino chiedere il mio inutile contributo. Eccolo. Perdonatemi, se potete, cari amici che, ben più di me, sapreste riconoscere all’istante una partita di calcio inglese. Magica come poche altre cose. Vera. Come la vita che ci scorre accanto.
di Carlo Martinelli, da "UK Football please"

14 febbraio 2025

STOKE CITY. NON DISPUTANDUM EST…

Le passioni vivono un’esistenza strana, triste ed ingrata. Spesso sono mal riposte, e quando sono corrisposte hanno la perniciosa tendenza a bruciarsi o ad esaurirsi. Esulano da questa sorte le passioni perdenti, che, per quanto difficili da distinguere rispetto alle mal riposte, tendono a durare in eterno per colpa, o merito, della loro naturale inclinazione a non avere valvole di sfogo.
Per questo non credo che vedrò mai affievolirsi la mia insana passione per lo Stoke City FC., in quanto dubito con tutto me stesso che mai i Potters potranno regalarmi la minima soddisfazione. Ho comunque dalla mia la forza della consapevolezza che qualcosa di ancestrale mi ha guidato verso di loro sin da quando, nei primi anni ’80, riviste e televisioni italiane aprivano le prime porte sul meraviglioso mondo del football internazionale
Qualcosa che, scoperto con il passar del tempo, ha fornito il quarto di nobiltà di cui avevo bisogno per giustificarmi agli occhi di chi mi guardava sogghignando, di chi aveva scelto Arsenal, Manchester United, Liverpool e blasoni simili. Figurarsi: ho subito affronti e derisioni persino da parte di fans degli Spurs (!). Ed ho sempre affrontato la grama vita con la massima fierezza, anche con un pizzico di spocchia, potendo vantare, rispetto a tanti altri, l’unicità di una scelta sì perdente, ma comunque esotica, pescata in un contesto molto ampio, oltre i clubs che sempre sono andati per la maggiore. Ho avuto anni per pensare a chi me lo faceva fare, poi, piano piano, tutto m’è apparso! Se ne rida, perché non è molto…ma basta per nobilitare una passione: per poter dire al mondo che la mia è stata una scelta prestigiosa. Sfigata, ma prestigiosa.
Tra l’inizio e i tempi attuali, comunque sia, anni, decenni (tre), di dubbi, complessi e quanto correlato. Pietre miliari da raccontare non ne ho, sofferenze e delusioni sono talmente numerose che andrebbero vagliate, le domande esistenziali si sono sprecate. Ecco una piccola hit-parade:
1)   Perché quel pomeriggio, stagione 1982-83 non sono andato all’oratorio o al cinema? Perché non ero da qualsiasi altra parte tranne che  sul divano ad assistere alla sintesi di Stoke City-Luton Town commentata dal povero Giuseppe Albertini? Perché quella partita si concluse con un insolito e spettacolare 4-4, così diverso dal canone di risultato a cui ci aveva abituato la Serie A?
2)   Postulato: tutto iniziò in quel frangente. Teorema ancora non dimostrato: essendo finita pari, avrei potuto nascere tifoso del Luton Town. Chiosa: forse avrei avuto una vita ancor peggiore.
3)     Lontano dall’era di Internet, alle nostre latitudini, l’unico modo per avere informazioni costanti erano i tabellini proposti settimanalmente dal Guerin Sportivo sui maggiori campionati europei. Nell’85 lo Stoke City lasciò la prima divisione…lasciandomi nel limbo per diverso tempo. Quando il suddetto settimanale cominciò a pubblicare anche i tabellini di Division 2…lo Stoke City finì per tre anni in Division 3! Quale dannata attitudine mi portava a impegolarmi con una squadra così sfuggente?
4)   I clubs fondatori della Football League furono 12 e lo Stoke City F.C. è tra questi. A parte l’Accrington Stanley tutti sono ancora in vita. Se solo mi fossi fatto guidare dal caso, e non da quella partita, avrei comunque avuto più del 90% di possibilità di scegliere, tra le 11, una squadra che non fosse quella con il peggiore palmares di tutto il lotto. Quale indicibile complesso può portare qualcuno a tifare per un club che annovera nella sua bacheca 1 sola Coppa di Lega (1972) affiancata da (prego di trattenere le risate): 1 Autoglass Trophy del 1992, 1 Auto Windscreens Shield del 2000, 1 Watney Cup del 1973 e i tre Fantozziani Trofei dell’Isola di Man (1988, 1992, 1993)?
5)   La storia della FA Cup è molto, molto lunga. Nel corso degli anni il trofeo è stato conteso all’atto conclusivo da un cospicuo numero di clubs diversi: possibile che in oltre un secolo questo club non ci sia mai arrivato, rimediando, che so, un umiliante 0-6? Persino il Brighton se l’è giocata e persino il Barnsley, che nella sua storia ha all’attivo un solo anno di Premier League l’ha vinta!
6)    Quale ulteriore e definitiva deviazione mentale mi costringe a sentirmi parte del mondo di un club che annovera, tra le sue milestones, la prima sconfitta in doppia cifra nel campionato più antico del mondo (cosa che fa pensare che il record sia assoluto), stagione 1889-90 a Preston contro il North End che si aggiudicò poi il titolo?

Al perché del punto 4 va inoltre aggiunto che tra i 12 per i primi due anni lo Stoke City ottenne due consecutivi ed inesorabili ultimi posti.
A Stoke-on-Trent, oltretutto, circola una strana e recente leggenda riguardo una presunta e singolare mobilità del Britannia Stadium, il moderno impianto che ha sostituito dal 1997 l’antico Victoria Ground. Sembrerebbe che sia stato costruito sopra i resti di una vecchia miniera, e che il Main Stand, a causa di ciò ed al ritmo di mezzo centimetro l’anno, si stia progressivamente spostando. In quale direzione? Non c’è da chiederselo: si sta allontanando!
Eppure, giunti a questo punto, comincino a squillare le trombe: entra in scena il pre-scritto quarto di nobiltà, che mi si è rivelato in gran parte solo in tempi recenti:
Punto primo: lo Stoke City, nato secondo alcuni come Rovers, è uno dei clubs professionistici più antichi del mondo, secondo soltanto al Notts County (altri che sono messi molto, molto bene…). La caratura del club è quasi sempre stata mediocre, ciò però non ha impedito che due campioni del mondo, Gordon Banks e Geoff Hurst, passassero di qui. 
Punto secondo: (ora prego spellarsi le mani per gli applausi) questo club è stata la culla calcistica di Sir Stanley Matthews, legato poi inesorabilmente agli anni d’oro del Blackpool, sul cui conto è difficile aggiungere argomenti, constatando l’incredibile longevità della carriera, gli infiniti riconoscimenti personali, e la stima di cui egli ancor oggi gode come uno dei più signorili esempi di campione-gentleman di tutti i tempi. E’ qui, tra le altre cose, che in linea con la sua indole, egli tornò a chiudere la carriera, giocando ancora ai vertici tra i 46 e i 50 anni.
Sarà pure poco, rispetto ai canoni di chi può esibire titoli a profusione, ma è falso che nella storia rimanga solo il nome di chi vince. Lo Stoke City non ha mai vinto in un secolo e mezzo, probabile che non vinca mai, ma è il caso di ricordare come anche William Wallace alla fine perì da perdente, e come pure Annibale perse l’unica partita che doveva essere vinta. 
In un modo o nell’altro ci si ricorda ugualmente di tutti loro.
di Dante Cavalli, da "UK Football please"

23 ottobre 2024

Quando lo Stoke City faceva lo spendaccione...



Negli anni Settanta l’abitudine ormai inveterata dei club inglesi – non solo di Premier – di vivere al di sopra dei loro mezzi era ancora ben lontana dal manifestarsi. 
I costi erano più contenuti, i dirigenti non vivevano alle spalle delle società, gli agenti non strappavano commissioni milionarie e soprattutto i giocatori non avevano contratti da nababbi. Certo, gli introiti erano minori, ma ce li si faceva bastare. 
C’erano però anche allora delle eccezioni di rilievo. Una era senza dubbio rappresentata dallo Stoke City. Una realtà storica del calcio d’oltre Manica – nata nel 1863, è stata tra i membri fondatori della Football League – che per lunghi periodi ha trascorso scialbe stagioni lontano dalla massima divisione. Solo con l’enfant du pays Stanley Matthews negli anni Trenta i Potters riuscirono a sollevarsi un po’ dalla mediocrità che li contraddistingueva, senza tuttavia vincere nessuna competizione di rilievo.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale arrivarono altre annate cupe e bisognò attendere fin verso la metà degli anni Sessanta per rivedere qualche sprazzo degli antichi bagliori. Merito, come spesso accade, di un manager valente come Tony Waddington, bravo a saper sfruttare al meglio l’esperienza di giocatori affidabili ma un po’ in là con l’età come Dennis Viollet, Maurice Setters e Jimmy McIlroy e a strappare alla concorrenza il fenomenale portiere campione del mondo con i Tre Leoni nel 1966, Gordon Banks.
Lo Stoke provò a recuperare il tempo perduto scalando posizioni in campionato e facendo strada nelle coppe. In FA Cup centrò due semifinali consecutive nel 1971 e nel 1972, trovando però sempre la strada sbarrata da un Arsenal d’antan (così forte che nel 1971 centrò addirittura il double). Ma nel 1972 i Potters riuscirono finalmente a mettere le mani sul primo trofeo della loro storia ultracentenaria, sconfiggendo 2-1 il Chelsea di Peter Osgood nella finale di Coppa di Lega. 
Nel 1974-75 terminarono la First Division a soli quattro punti dal Derby County campione, orfano di Nigel Clough ma allenato dal suo pupillo Dave Mackay.
A difendere i pali di quella squadra c’era Peter Shilton, un altro portiere acquistato dal Leicester City, come Banks – nel frattempo ritiratosi per problemi di salute. La stella costata un mucchio di denaro – 325mila sterline, per l’epoca un vero e proprio cifrone – doveva servire a garantire il salto di qualità definitivo. A dirla tutta sarebbe stato meglio investire quei soldi in maniera più oculata, per esempio trovando un degno sostituto al centravanti John Ritchie (capocannoniere della storia dello Stoke con 171 reti), che proprio nell’estate del 1975 aveva deciso di appendere le scarpe al chiodo. Oppure lasciare quel denaro nelle casse societarie, visto l’uragano che si stava per abbattere sui poveri Potters

Non parliamo per metafora, nell’inverno del 1976 la città dell’Inghilterra centrale fu investita da una tempesta di pioggia e vento così violenta da scoperchiare il tetto della Butler Stand (nella foto), una delle tribune del vecchio
Victoria Ground.
La copertura assicurativa si rivelò tragicamente inadeguata, solo una piccola porzione dell’ingente fattura per i costi di riparazione. La dirigenza dello Stoke capì che erano finiti i tempi di vacche grasse, che i debiti andavano ripagati e anche di fretta. Bisognava vendere i pezzi pregiati dell’argenteria di famiglia. Jimmy Greenhoff, l’idolo della tifoseria biancorossa, si accasò malvolentieri al Manchester United, Alan Hudson passò all’Arsenal e Mike Pejic fu venduto all’Everton. 
Nessuno si sorprese allorché già nel 1977 la squadra retrocesse in Second Division. Ci sono voluti decenni, ma ora gli Stoke hanno cancellato per sempre le ferite di quella terribile notte di burrasca che li mise in ginocchio, almeno dal punto di vista economico. Il revival biancorosso procede alla grande. Il team non pratica un gioco spettacolare, ma trasuda concretezza e solidità da tutti i pori, mentre la gestione societaria è quanto mai attenta.
Questa volta non basterà un colpo di vento per spazzar via i sogni di gloria.
di Luca Manes

3 ottobre 2024

the LADS. Alessandro Polenghi. Spillo birra🍻al Bootleg Pub pensando al Britannia Stadium (Stoke City)

Sono Alessandro Polenghi, 59 anni, fondatore di vari pub a Milano e al momento titolare del
Bootleg - Pub & Kitchen.

- Di quale squadra britannica sei tifoso e come mai?
Tifo Stoke City da fine anni 70 quando andai in Inghilterra e acquistando libri sulla storia del calcio britannico rimasi affascinato colpito da questa squadra, negli anni ho approfondito la cosa con viaggi frequenti in GB, dal 1979 ogni anno sono su con permanenza da 10 giorni ad un mese.

- Come è iniziata la tua passione per il calcio britannico e quali sono le caratteristiche del calcio britannico che piu' ti piacciono?
Il tutto nasce nel 1979 anno in cui i miei genitori mi mandarono per una vacanza studio ad Aberystwyth in Galles, nell’università in cui alloggiavo stava facendo la preparazione il Wrexham all’epoca in Second Division; dopo le lezioni del mattino andavo spessissimo a vedere gli allenamenti della squadra e rimandavo in campo i palloni che i giocatori mandavano fuori, un giorno mi si avvicina uno e mi dice “visto che ormai sei il nostro ballboy, domani giochiamo un’amichevole contro l’Aberystwyth Town e tu sarai con noi in panchina…”Quindi la mia prima partita di calcio in GB l’ho vista dalla panchina di Park Avenue", lo stadio dell’Aber di cui sono tifoso da quel momento, e come facevo a non appassionarmi?
Le caratteristiche? I colori, sarà molto semplice, ma sono diversi dagli altri, dai campi agli spalti…. Ci vediamo al Bootleg - Pub & Kitchen a Milano.
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