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19 marzo 2026

[MISTER FOOTBALL] "PAT NEVIN. Non solo football" di Roberto Gotta

Pat Nevin, ex attaccante di Chelsea e nazionale scozzese (), noto per il suo interesse per arte, letteratura e musica, ha raccontato al
Daily Telegraph un curioso episodio del 1984, quando il Chelsea grazie ai suoi 14 gol e assist alla coppia di attaccanti Kerry Dixon e David Speedie ottenne la promozione nella massima serie. 

Eletto Player of the Year, Nevin per via del passaggio di categoria doveva ridiscutere il contratto con il presidente Ken Bates, uno dei grandi personaggi del calcio inglese degli anni Settanta-Ottanta-Novanta, presidente dell’Oldham Athletic e del Wigan Athletic prima di acquistare il Chelsea per… una sterlina (ma accollandosi i corposi debiti), poi proprietario del Partick Thistle e del Leeds United. 

«Ero un ragazzino magro magro al primo anno e Bates probabilmente non si aspettava minimamente che diventassi un giocatore e vincessi pure quel premio. Per lui erano guai, perché doveva farmi un nuovo contratto. Io però pensai anche di tornarmene all’università per prendere la laurea, e quando glielo dissi lui rispose ‘non lo farei, vero?’. 
Ci rivedemmo il giorno dopo e vidi che lui aveva alzato l’altezza della sua sedia e abbassato la mia, giochetto psicologico del cavolo. Gli diedi un foglio su cui avevo scritto la mia richiesta economica, lui lo prese, lo lesse, lo accartocciò e lo buttò via, poi si alzò, uscì sbattendo la porta e salì sulla sua Rolls-Royce senza dire una parola. Avevo 19 anni e stava cercando di spaventarmi, ma aveva commesso un errore: pensava che io fossi solo questo ragazzino dai modi gentili, istruito e abituato a usare parole plurisillabiche, ma dimenticava che io venivo da Easterhouse, Glasgow [zona dove si sopravviveva con astuzia e tenacia]. E allora, dato che la segretaria quel giorno non c’era, aprii tutti i cassetti, trovai i contratti degli altri giocatori e feci i conti dei più alti, dei più bassi e dunque della media. Tornai il giorno dopo e gli dissi ‘ho cambiato idea, questa è la cifra’. Lui la vide e disse ‘ma è più alta di quella di ieri! Nessuno prende quei soldi al Chelsea’. No, ribattei io, quella in realtà è la media. ‘E tu come fai a saperlo?’. Gli dissi che avevo aperto i cassetti e immaginai che stesse per esplodere… invece disse ‘ fantastico, ecco il contratto’».

18 febbraio 2026

[MISTER FOOTBALL] "GARY ROWELL ed il suo Sunderland" di Roberto Gotta

Una delle prime immagini che ricordo dal settimanale Shoot, quella di Rowell. Con la maestosa, semplice divisa del Sunderland fine anni Settanta, soprattutto con il bellissimo stemma con la petroliera, grande omaggio alla locale tradizione di cantieri e armatori. Rowell, nato a Sunderland e cresciuto a
Seaham, pochi chilometri più a sud, è morto di leucemia, a 68 anni, sabato 13 dicembre, esattamente 50 anni dopo il suo debutto con i Rokermen, con cui giocò tra campionato e coppe 293 partite segnando 103 gol, da attaccante puro ma anche da centrocampista offensivo. 


Solo il grande Len Shackleton - tra l’altro ex Newcastle, il personaggio che nella sua autobiografia dedicò una pagina a ‘quello che i dirigenti di club sanno di calcio’, lasciandola… vuota - e Kevin Phillips hanno segnato più di Rowell, con la maglia del Sunderland, l’unica da lui indossata con continuità. Frenato presto dai postumi di un infortunio al ginocchio, dopo cinque stagioni, nel 1984, fu lasciato partire nell’ambito di un rivoluzionamento della rosa che fallì miseramente, tanto che il club retrocesse prima in seconda poi in terza serie, poi solo una sessantina di partite in sei stagioni, tra Norwich City, Middlesbrough, Brighton, Dundee e Burnley. Ma è ovviamente a Sunderland che il suo ricordo è vivissimo, anche nel canto «We all live in a Gary Rowell world», ripetuto - su guida dell’altoparlante - prima del derby di domenica. Proprio in un derby, ma al St.James’ Park, Rowell aveva avuto la sua giornata più bella, il 24 febbraio 1979: tripletta e assist in un 4-1 che a lungo dominò i racconti locali. E del resto del Sunderland era anche tifoso: da ragazzo delle giovanili, nel 1973, un giorno si diede malato a scuola per poter partire presto e seguire la squadra, in treno, in una delle trasferte di FA Cup di quell’anno straordinario in cui i Rokermen vinsero il trofeo da squadra di seconda divisione.
di Roberto Gotta, da https://misterfootball.substack.com

Qui sotto Rowell, dal web, in azione nel 4-1 a Newcastle. Sullo sfondo, il celebre complesso edilizio della Leazes Terrace, ora coperto dalla grande tribuna che comprende il settore ospiti di St.James’ Park.

2 febbraio 2026

"STAN BOWLES. UN DIAMANTE ALLO STATO GREZZO"

Se avete sempre pensato che George Best simboleggi più di altri il prototipo del calciatore britannico tutto genio (in campo) e sregolatezza (fuori) degli anni ’60, la figura opaca di Stanley Bowles, seppur traslata in epoca leggermente successiva, vi apparirà per molti versi sorprendente, permeata da qualche lato poco chiaro e, globalmente, molto meno appariscente dell’alone misto di sacro e profano che circonda tutt’ora l’eterno ragazzo irlandese. Le vicende meno note, ma di certo non meno clamorose e burrascose, che hanno caratterizzato la carriera e la vita di Bowles sono frutto di un’indole votata alla contrapposizione con il mondo intero, che sfociava in atteggiamenti costantemente sopra le righe e profondamente irriverenti. Indubbio fu il suo genio calcistico, che ne ha fatto uno degli idoli più famosi del calcio albionico nel cuore dei fantastici anni ’70. Un genio naturalmente a corrente alternata, come vuole la tradizione e come si conviene alle teste matte. Un inglese atipico in campo, dotato di grande tecnica sopraffina e di un talento straordinario, seppur mai completamente espresso appieno. Il suo gioco era fatto da dribbling ubriacanti e finte micidiali. Bowles amava irridere più volte i difensori malcapitati dalle sue parti di campo e questo elettrizzava il pubblico. Quando era in giornata, risultava decisivo e devastante.

Nato la vigilia di Natale del 1948 a Collyhurst, sobborgo della grande Manchester, il giovane Stan cresce nei ranghi giovanili del Manchester City di Joe Mercer, nelle cui fila debutta giovanissimo nel Settembre ’67 rifilando due reti al Leicester City in Coppa di Lega. In quella stagione il City vincerà il titolo inglese, ma non ci fu posto per la pur brillante promessa , chiuso da campioni del calibro di Summerbee e Bell. La cessione fu inevitabile, ma ne’ al Bury ne’ al Crewe il giovane Bowles ritrova lo smalto mostrato in precedenza. Sarà il passaggio al Carlisle per £12.000 e l’incontro con Ian Mc Farlane, manager del club rossoblu, a rappresentare il definitivo lancio di Bowles nella Lega inglese. Mc Farlane ne forgia la tecnica e lavora a livello psicologico sul ragazzo, intuendo che va lasciato libero di esprimersi se lo si vuole mettere a proprio 29 agio. Il periodo al Carlisle lo impone come un grande campione in prospettiva, e di conseguenza molti clubs di First Division ne fanno un loro obiettivo. Jim Gregory, presidente del QPR, più di altri crede nel talento cristallino di Bowles ed arriva a sborsare ben £112,000 (una gran bella cifra per i tempi) nel settembre ‘72 per la sua firma. L’approdo a Loftus Road e’ la svolta della carriera: Stan veste la famosa casacca a cerchi blu in campo bianco, e trova la sua dimensione ideale come giocatore.Un “friendly” club, un presidente che stravede per lui, tifosi in visibilio per le sue gesta. Il QPR passera’ da modesta squadra di seconda divisione ad uno dei team piu’ forti d’Inghilterra,che pratica un calcio particolarmente spettacolare. Bowles vi sarebbe rimasto per cinque anni, collezionando 255 presenze in Lega e 70 reti. Ma Londra propone a Bowles orizzonti nuovi anche fuori dal campo:il vizio per le scommesse assume in questo periodo proporzioni preoccupanti ancorché grotteschi. Non era insolita infatti ai tifosi del QPR in fila per entrare a Loftus Road la scena di Bowles, in tenuta da gioco,che sgaiattolava di nascosto fuori dagli spogliatoi a pochi minuti dal fischio d’inizio per andare a piazzare al più vicino allibratore la puntata dell’ultimo momento! Bowles era di conseguenza assiduo frequentatore anche dell’ufficio del presidente Gregory, a cui sempre più spesso si rivolgeva per avere congrui anticipi su premi e stipendi, atti a far fronte ai debiti che aveva con mezza Londra per il suo vizio del gioco. Nell’aprile del ’74 arriva per Bowles anche la maglia dei tre leoni. Il debutto avviene a Lisbona,con Sir Ramsey ,ma il rapporto con la nazionale sarà breve, a causa del solito carattere ribelle. La sua miglior stagione coincise con il leggendario 2° posto del QPR al termine della stagione 75-76, dove gli uomini di Dave Sexton contesero al grande Liverpool di Paisley e Keegan il titolo fino all’ultima partita e forse avrebbero meritato quel riconoscimento per il gioco altamente spettacolare espresso in campo.Con DaveThomas e Gerry Francis , Bowles componeva un trio assolutamente fantastico,incastonato all’interno di una squadra perfetta, geniale e quindi poco costante. Tanti gli episodi della carriera di Bowles che ne hanno fatto un personaggio del calcio inglese. Su tutti, l’episodio di Sunderland, rimasto tra leggenda e realta’ nel folklore dei tifosi britannici.

Un Sunderland-QPR, ultima di campionato stagione 72/73.I londinesi sono già promossi in First Division da più di un mese, i padroni di casa sono freschissimi 30 vincitori della FA Cup, impresa storica per il club dei black cats, che mostrano orgogliosi il trofeo, conquistato battendo il fortissimo Leeds di quel periodo. Ben 43.265 persone stipano il vecchio Roker Park all’inverosimile: l’occasione di vedere la FA Cup a casa propria e’ irrinunciabile. Bowles, annoiato ed evidentemente seccato da tanto giubilo, colpisce(deliberatamente? chissà..) con un violento tiro proprio il sacro trofeo, facendolo cadere dal piedistallo ove era stato posto in prossimità della linea laterale. Fu il finimondo. Invasione di campo e caccia all’uomo; partita sospesa per circa 20 minuti prima che la polizia riuscisse a sedare i furiosi tifosi del Sunderland. Nel gesto dissacrante e provocatorio di Bowles c’e’ un po’ tutto lui stesso.Come anche nell’episodio che ha chiuso di fatto la sua carriera da professionista di un certo livello.
Il Forest gli aveva dato la possibilita’ di ritornare il giocatore che era stato al QPR, quando nel 1980 Stan ne combina un'altra delle sue. Alla vigilia della finale della Coppa dei Campioni, dove i reds di Clough affronteranno l’Amburgo, Bowles litiga ferocemente con il tecnico e capisce che non sarà schierato tra i titolari, ma si accomoderà in panchina. Senza avvertire nessuno Bowles non si presenterà alla partenza per Madrid ed il Nottingham ebbe solo quattro riserve invece di cinque, per la prima volta (ad oggi anche unica..) nella storia della Coppa dei Campioni. Il nostro eroe avrebbe potuto coronare il sogno di una carriera con una medaglia da campione d’Europa, magari con qualche minuto giocato nella serata del Bernabeu, ma a lui non interessavano questo tipo di riconoscimenti. Voleva giocare, far divertire i suoi fans, far ammattire i difensori…poi magari passare da Ladbrokes per una puntatina! Si e’ ritirato nel 1984 a 36 anni …non ha mai vinto nulla, ma è entrato nella storia dei “mavericks” del calcio inglese.
di Fabrizio Miccio, da UK Football Please (dicembre 2003)

6 ottobre 2025

"CYRILLE REGIS. The Human face of football" di Alessandro Nobili

Siamo negli anni 70. In Inghilterra. Un periodo segnato da crisi economica, tensioni sociali, disillusione e la salita all'estrema destra del National Front Party. Questo quadro sociale fece verificare una recrudescenza del sentimento razzista anche grazie alla presenza massiccia di immigrati, che occuparono interi quartieri nelle città inglesi. 
L’aria era pesante e tutto questo malcontento veniva spesso riversato all’interno degli stadi. Bersaglio facile erano quei pochi “colored” che giocavano nella allora First Division. Tra questi ce n’era uno che a modo suo fece epoca: Cyrille Regis. Come ebbe a ricordare anche lo stesso calciatore - A quei tempi se eri un “colored” eri un facile bersaglio per i tanti idioti che frequentavano gli stadi inglesi alla fine degli anni ’70. Insulti di ogni tipo, dal verso ripetuto della scimmia fino al lancio di noccioline o banane. Allora era di moda urlare il proprio odio nei nostri confronti e quasi vantarsi della stupidità razzista –

Cyrille Regis nacque a Maripasoula, nella Guyana Francese, il 9 febbraio 1958. Durante la sua carriera, si dimostrerà un professionista esemplare, persona umile, riflessiva e di grande spessore umano. Un calciatore dalle qualità straordinarie la cui storia tramandata non gli dà assolutamente giustizia. Ma andiamo con ordine. Regis inizia a dare i primi calci nella modesta squadra del Molesey per poi passare nella più prestigiosa FC Hayes (squadra scomparsa nel 2007) dove, inoltre, passò prima una leggenda come Robin Friday e successivamente un’altra icona come Les Ferdinand. Nello Hayes, Cyrille si fa subito notare per la sua prestanza fisica e le doti atletiche fino a che un osservatore del WBA non lo segnala e cercherà di portarlo via. Non fu facile. 
Così dopo un intervento economico personale del capo dello scouting del West Bromwich Albion, Regis approda finalmente in una squadra blasonata e professionista della First Division. È l’estate del 1977 e sulla panchina del WBA dopo l’esonero dell’allenatore scelto dalla dirigenza, a sorpresa, siede proprio il suo scopritore Ronnie Allen e da quel momento in poi Regis inizierà la sua scalata verso la gloria. Il suo esordio avviene con una doppietta in una partita di coppa contro il Rotherham e il suo debutto in campionato contro il Middlesbrough dove segnerà la sua prima rete. Da quel momento in poi, Regis prende in mano l’attacco del WBA e segnerà 10 gol, conclusa con un sesto posto e la qualificazione per la Coppa Uefa. D’altronde in quella squadra c’erano dei giovani talenti come Cunningham e quel Brian Robson che poi fu colonna portante del Manchester United. 
Negli anni successivi tenne fede alla fama che si stava creando come calciatore eccellente, attaccante prolifico e pesante tanto che, con Ron Atkinson in panchina, arriva un terzo posto e soprattutto il WBA diventa la squadra più spettacolare della First Division. Ma nelle Midlands non hanno i soldi che hanno dalle parti di Nottingham o Manchester così, loro malgrado, si vedono costretti a cedere i loro Big. Nel giro di pochi anni parte Cunningham al Real Madrid e Robson che andrà con Atkinson al Manchester United. Nelle Midlands rimane Regis che continua a fare gol e a mantenere il WBA nell’eccellenza del calcio inglese ma Arsenal e Tottenham faranno carte false per portarlo via. Solo che, queste squadre non hanno fatto i conti con la riconoscenza che Regis deve al WBA e al suo mentore che nel frattempo è tornato sulla panchina dei The Baggies. Seguirà una salvezza tribolata in gran parte raggiunta grazie ai 17 gol di Regis che in quella stagione stabilirà il suo record personale. Quello stesso anno Regis siglerà anche 8 reti fino alle due sfortunate semifinali di FA CUP e Coppa di coppa di Lega contro il QPR e il Tottenham Hotspur. Ormai la sua carriera sembra destinata ad essere solo di un colore il bianco e blu quello degli WBA e questo succederà fino al 1984 quando verrà ceduto al Coventry City. Sembrerebbe la fine di un bel sogno e invece proprio al Coventry vinse il suo unico titolo della carriera la FA CUP 1986/87, vinta in una delle più rocambolesche finali viste a Wembley e che vide trionfare il Coventry per 3 reti a 2 nei confronti del Tottenham Hotspurs. Regis fece la sua parte anche questa volta fino alla scadenza del contratto quando l’età anagrafica segnerà 33 primavere fino a che un’altra squadra del Midland lo chiama: l’Aston Villa dove ritroverà Ron Atkinson. Non è più il giocatore esplosivo di qualche tempo fa ma fa il suo e soprattutto è un punto di riferimento. Se gioca spalle alla porta e si piazza tra palla e difensore non c’è verso di spostarlo. 

Trentanove presenze e 11. Ma quella stagione sarà il suo canto del cigno. Finirà la carriera al Chester in quarta divisione. Dopo una collaborazione nella dirigenza del WBA si perdono un po' le sue tracce. La sua vita si fa anche difficile soprattutto quando perde il suo amico e collega Cunningham. Baratro, luce, baratro si riprende e poi nel gennaio del 2018 un infarto se l’è portato via. Durante gli anni i tributi ricevuti in parte spiegano l’importanza che ha avuto questo calciatore nella storia del calcio inglese. Per esempio, nel centro di West Bromwich c’è una statua in bronzo che ricorda il trio Regis-Cunningham-Batson, i tre colored della squadra definiti -The three Degrees – dal mitico Ron Atkinson. 

Ma ci sono anche le testimonianze degli addetti ai lavori dell’epoca che lo definiscono come un punto di riferimento contro la lotta al razzismo. Basti pensare alle parole spese dallo scrittore, opinionista Kenan Malik, indiano cresciuto in Inghilterra che ricorda come Regis fu un punto di riferimento. Il coro più frequente che sentiva ad Anfield, stadio che frequentava, era - There ain’t no black in the Union Jack, all the Pakis can fuck off back – Poi gli bastava vedere Regis giocare e sopportare e pensava che avrebbe potuto farcela anche lui in tribuna. Ma le lodi verso Regis arrivarono anche da campioni che non ti aspetti come Johann Cruyff che avrebbe voluto portarlo all’Ajax nel suo momento di maggior splendore. Oppure le dolci parole di Andy Cole - era il mio idolo da bambino ed è la principale ragione per cui volessi a tutti i costi diventare un calciatore. Era veramente una persona speciale. Tutti noi gli dobbiamo qualcosa –. O ancora il suo mister Ron Atkinson che non lo ha mai abbandonato che esprime in queste frasi rilasciate tutta la sua ammirazione verso Cyrille - Il più forte attaccante che io abbia mai allenato. In campo era una belva assatanata, che lottava come un indemoniato su ogni pallone. Fuori dal terreno di gioco era una delle persone più gentili, disponibili e riflessive che io abbia mai conosciuto. Ricordo come gli insulti e gli abusi che riceveva lo caricassero come una molla. Durante una partita a Leeds fu fischiato e insultato ad ogni tocco di palla. Cyrille segnò due reti fantastiche. A fine partita il pubblico di Elland Road era tutto in piedi ad applaudirlo -

Ma a renderlo leggenda, oltre ai ricordi di un cinquantenne che si crede ancora adolescente e i suoi 158 gol in 600 partite, c’è questa sua battaglia, silenziosa e sorridente, contro il razzismo. I ricordi dei muri del quartiere imbrattati con la scritta - Vota Labourista, se vuoi un nero nel quartiere -. Lui, nel frattempo, ha votato il silenzio e la volontà di far ricredere tutti. Lavoro e abnegazione. Corsa, fisico, determinazione. Più veniva insultato più diventava forte. Nella sua carriera ha reso il razzismo fuorilegge in un’epoca dove l’insulto non era notizia. L’ha fatto con i gol, con la forza fisica e mettendoci sempre la faccia, la faccia umana del calcio. Lui ha fatto da apripista. Ha combattuto per i giocatori della sua epoca e tutelato quelli futuri. Lui, Cunningham, Batson, Viv Anderson (il primo nero nella nazionale inglese).
Lui era Cyrille Regis The Human Face Of Football.
di Alessandro Nobili
https://www.youtube.com/watch?v=eaCVze6H9B4

2 ottobre 2025

"SIR STEVE PERRYMAN. L'anima di N17" di Sergio Capozzi

Lunedì 30 aprile 1979, con un Testimonial match contro il West Ham a White Hart Lane, gli Spurs onorarono uno dei loro più costanti ed affidabili giocatori della storia, quello Stephen John Perryman , nato a Ealing, West London, il 21/12/1951, che, dopo essersi unito alla squadra giovanile nel 1967, aveva firmato il suo primo contratto professionistico coi Bill Nicholson boys nel giugno '69, esattamente un mese dopo aver fatto il suo vittorioso debutto (4-3) in prima squadra per il Tottenham nella Toronto Cup, a Baltimore, sempre contro gli stessi Hammers .  Nel settembre 1969 debuttò in casa, a soli 17 anni, contro il Sunderland di Colin Todd, Dennis Tueart, Joe Baker, che vinse la gara 1-0, ma Leslie Yates, commentando la gara, affermò che "la nostra unica soddisfazione deriva dal piacevole debutto di Steve Perryman. Non è mai facile per un giovane debuttante brillare in una squadra che arranca, ma Steve tenne attraverso il suo battesimo nella Football League con considerevole credito"
Parole profetiche. 

Il giovane, che era tifoso del QPR e che non si perdeva mai un incontro in trasferta degli Hoops ai tempi della scuola, conquistò il cuore dello scrivente con una meravigliosa gara di andata nella semifinale di Coppa UEFA nel settembre 1972, quando prima annullò il precoce vantaggio milanista, poi nella ripresa segnò il goal della vittoria con un tiro spettacolare; non pago di ciò, il nostro nel ritorno a S.Siro, 1-1, fu il provider, con un preciso rasoterra, del passaggio-goal ad Alan Mullery. Per la cronaca, all' intervallo i giornalisti ebbero una degustazione di vini!

Meraviglioso, tra i goals segnati da Perryman, il terzo di un 4-0 casalingo inflitto al Burnley al termine di una manovra di otto uomini, che Steve concluse con un uno-due con Jimmy Pearce al vertice dell' area per poi segnare: il goal fu mostrato diverse volte in TV. Al partire di Martin Peters nel '75, Perryman - fino ad allora vicecapitano - divenne capitano degli Spurs, il che contribuì non poco a fargli perdere quel volto da ragazzo del coro per conferirgli quella grinta e determinazione che divennero il suo marchio di fabbrica. Con gli Spurs, di cui detiene il record per più apparizioni nella Football League (655), FA Cup (69), League Cup (66) e competizioni europee (64) nonchè per più presenze in prima squadra ad ogni livello (1021) , comprese le amichevoli e le tournèes, vinse 2 FA Cups (81 e 82), 2 Coppe di Lega (71,73), 2 Coppe Uefa (72 e 84) , venendo votato PFA "Calciatore dell' Anno" nel 1982, l' anno in cui si guadagnò l' unico gettone di presenza nella nazionale inglese, contro l' Islanda.

Dimostrò la sua duttilità nel 77/78, accettando di essere spostato dal centrocampo al back four difensivo, in cui agiva da centrale. Nel marzo '86 lascio W.H.Lane per l' Oxford Utd, dove fu nominato giocatore-allenatore. 7 mesi più tardi si accasò al Brentford come giocatore- assistente allenatore e fu giocatore-allenatore dal gennaio '87 all' agosto '90. 
Altre parentesi al Watford come team manager per 3 anni, poi fino al novembre '94 a W.H. Lane come assistente allenatore.

Ha avuto un discreto successo come manager anche in Norvegia, con lo Start, e in Giappone. 
Fu meritatamente fatto baronetto nel compleanno della Regina nel 1986. Dal 1976 al 1982, ebbe 5 stagioni su 6 in cui partì sempre nell' undici iniziale, un monumento alla sua durabilità che lo ha reso leggendario tra i tifosi di N17
Un mito ancora oggi non scalfito dall' inesorabile trascorrere del tempo.
di Sergio Capozzi, da "UK Football Please"(settembre 2004)

29 settembre 2025

"JIM BAXTER. RIBELLE PER VOCAZIONE" di Leonardo Aresi

Tonight I'm a Rock 'N' Roll Star.
Il talento di uno sportivo è innato, indomito e spesso destinato alla grandezza. Così è stato il talento di James Curran Baxter, nato il 29 Settembre del 1939 a Hill O’Beath, un minuscolo villaggio situato sulla ventosa costa orientale della Scozia. Una volta conclusa con ottimi voti la carriera scolastica, Jim venne instradato dai genitori ai lavori in miniera come molti altri suoi coetanei. Era il secondo dopoguerra e le fameliche fauci dell’industria britannica bramavano carne fresca.
L’esaltazione delle sue enormi potenzialità con la palla tra i piedi era quindi circoscritta al rito pagano di quartiere: la partita della domenica con gli amici. Il ragazzo era un autentico narciso, uno sbruffone pieno di sé e del proprio gioco. La sfera rimaneva incollata ai suoi scarpini fin quando decideva lui e soltanto lui. Dei continui richiami che riceveva in campo dai compagni se ne fregava alla grande. Guascone per natura. E Baxter non l’ha mai rinnegata la sua natura. Né tantomeno ha provato ad arginarla. Anzi l’ha assecondata ed esasperata fino in fondo, anche a costo di pagarne un tragico conto.

Le spensierate sgambate di pasoliniana memoria rappresentarono solamente il punto di partenza verso qualcosa di molto più grande. Quel talento non poteva certo sfiorire sotto i colpi di piccone. Baxter in cuor suo ne aveva piena consapevolezza ma a prendersi sul serio faceva davvero fatica. E lo dimostrò in maniera eclatante quando per la prima volta gli fu concessa la possibilità di firmare nero su bianco un contratto da calciatore. Quel moccioso arrogante, nel giorno del suo provino con la squadra giovanile dell’Halbeath, rimase inchiodato al tavolo da gioco della sala scommesse di Hill O’Beath.

Una partita a poker e una fumata di sigaro circondato da manovali e pescatori avevano la priorità. Persa la mano decisiva e finiti i denari da sperperare, a Baxter non restò altro che sfogare la propria delusione incantando con prodezze mirabolanti gli allenatori a cui inizialmente aveva dato buca. Non se la fecero scappare quella fenomenale testa di cazzo. Questione di poco tempo e l’attenzione delle squadre più blasonate della regione era tutta su di lui. Nel 1957 fu il Raith Rovers ad assicurarsi i suoi colpi di genio. Memorabile la vittoria contro i Rangers nel 1958 di cui fu indiscusso fautore.

“È nata una stella” titolavano le pagine sportive di tutti i giornali all’indomani del trionfo.

Gli anni trascorsi a Kirkcaldy fecero da trampolino di lancio per una delle più appassionanti ed intense storie che il calcio scozzese abbia mai conosciuto. Baxter nel 1960 approdò, per la cifra record del tempo di 17.500 sterline, proprio nei Blues di Glasgow, giganti assoluti del movimento calcistico nazionale che all’epoca già potevano vantare 31 titoli in bacheca. L’allenatore Scot Symon era fermamente convinto che le giocate di quello scapestrato centrocampista avrebbero permesso ai suoi uomini di fare il definitivo salto di qualità.

Slim Jim, come lo ribattezzarono i tifosi per il suo fisico longilineo, debuttò con lo stemma della casata di Govan cucito sul cuore in occasione di un incontro estivo di Coppa di Lega contro il Partick Thistle. A Novembre mise a segno le sue prime reti in campionato e nei quarti di finale della Coppa delle Coppe contro il Borussia Mönchengladbach. Finì 8-0 quel match: uno dei più grandi massacri europei di sempre a tinte blu. L’agile eleganza di quello spilungone fece immediatamente breccia nei cuori del popolo di Ibrox. Il suo estro fuori dagli schemi mozzava il fiato a chi fino ad allora era stato abituato a concepire il calcio come una scienza esatta. Baxter con i suoi guizzi al di là di ogni logica era riuscito a scatenare in campo una rivoluzione pari a quella che Beatles e Rolling Stones trasmisero dal palco con la loro musica.

«Un giorno ero un giocatore del Raith Rovers che cercava di rimorchiare al Cowdenbeath Palais, ed il giorno dopo ero a Glasgow circondato da ragazze che si gettavano impazzite su di me. Si era verificato un grande cambiamento nella mia vita e di certo non me lo sono lasciato sfuggire».

In un’epoca nella quale la parola del manager era legge, Jimmy decise di farsi guidare solo dall’istinto. Le donne, l’alcol, il gioco d’azzardo, gli abiti firmati e la vita notturna spericolata nei locali di Glasgow alimentarono come benzina sul fuoco la sua leggenda. Il levriero del Fife è stato l’emblema della classe operaia catapultata in paradiso. Allenarsi con regolarità ovviamente era fuori discussione e questo lo portò a scontrarsi più volte a muso duro con i senatori della squadra e con lo stesso Scot Symon che a malincuore era continuamente costretto a chiudere un occhio sulla sua condotta indisciplinata. Quel demonio se ne infischiava di qualsiasi codice comportamentale presentandosi ubriaco ai raduni prima delle gare ufficiali o addirittura concludendo in commissariato le notti brave della vigilia.

I giocatori dei Rangers allora più che mai rappresentavano l‘establishment protestante ed unionista della nazione ma a Baxter poco importava. Fu tra i pochissimi in quegli anni a fraternizzare con i nemici cattolici dell’altra sponda del fiume Clyde. Bandiere del Celtic come il capitano Billy McNeill, Pat Crerand e Mike Jackson divennero infatti suoi carissimi amici. Del settarismo religioso, politico e sociale che divideva le due fazioni non se ne curava. Nelle stracittadine però non conobbe pietà. Fu una vera e propria bestia nera per i biancoverdi con un invidiabile score di due sole sconfitte in diciotto incontri totali. Dal 1960 al 1964 la popolarità di Jim Baxter non ebbe eguali nel panorama calcistico scozzese. Il suo ostinato anticonformismo era sulla bocca di tutti. Come diceva Oscar Wilde, amare se stessi è l’inizio di un romanzo lungo quanto la vita.

Baxter fu il Deus ex machina in ogni conquista collettiva dei Gers di quel periodo. Il bottino recita 10 titoli di cui 3 campionati, 3 Coppe di Scozia e 4 Coppe di Lega. Non male per uno che era solito consumare senza tregua quantità industriali di Bacardi. Il culto del ragazzone fece proseliti anche tra i sostenitori della Nazionale. La Tartan Army stravedeva per lui. Il 6 Aprile 1963 davanti ad una platea oceanica di quasi 100.000 spettatori, Slim Jim fece del tempio del calcio il suo salotto di casa. Oltre a mettere a segno una doppietta, con un tiro dal limite dell’area ben angolato ed un superbo calcio piazzato su rigore, riuscì letteralmente a destabilizzare gli inglesi presenti a Wembley con i suoi improvvisi cambi di direzione ed i suoi lanci balistici da una parte all’altra del campo.

90 minuti di assoluta perfezione consegnati alla storia: il masterpiece della sua carriera. Un gruppo di tifosi dell’Arsenal dopo quella sconfitta per 1–2 firmarono addirittura una petizione pregando in tutti i modi il loro board di portarlo ad Highbury. La proposta non si concretizzò mai. Le voci sulla sua profonda mancanza di professionalità avevano fatto il giro dell’isola e per molti club Jim era considerato uno squilibrato da tenere alla lontana.

«Tutto quello che ho fatto in campo è stato puro istinto. Forse mi sono divertito un po’ troppo, ma in fondo cos’è troppo? La moderazione l’ho sempre lasciata ai moderati. Senza pentirmene nemmeno una volta».

Il 23 Ottobre 1963 partecipò alla sfida tra l’Inghilterra ed una rappresentativa FIFA per celebrare i 100 anni della Football Association. Un ulteriore lustro a livello internazionale in quella annata magica. Giocò al fianco di campioni che siedono di diritto nell’Olimpo del calcio come Francisco Gento, Alfredo Di Stéfano, Ferenc Puskás, Eusébio, Raymond Kopa e Lev Yashin. Qualche anno più tardi, dopo l‘amichevole tra Scozia e Brasile, un certo Edson Arantes do Nascimento meglio noto come Pelé disse ai cronisti che lo tempestavano di domande fuori da Hampden Park che Baxter sarebbe dovuto nascere brasiliano viste le qualità tecniche di cui era padrone. George Best poco prima di morire, in un’intervista rilasciata al magazine FourFourTwo, lo inserì nel suo undici ideale. E chissà di cos’altro sarebbe stato capace se nel 1964 una frattura scomposta alla gamba durante una gelida trasferta viennese di Coppa Campioni non avesse pregiudicato il prosieguo della sua carriera.
di Leonardo Aresi, da https://www.rivistacontrasti.it

25 agosto 2025

"IL DESTINO DI FRANK SWIFT" di Stefano Faccendini

Il destino fa sempre scherzi, belli e, purtroppo, anche brutti.

Quando nel 1932 il Blackpool approcciò la famiglia Swift per tesserare il diciannovenne Frank, promettente e aitante portiere in quei tempi in forza al
Fleetwood, si vide opporre un secco rifiuto. No, non fu lui, che tifava la squadra della sua città natale, e neanche il suo agente, visto che questa figura professionale non esisteva ancora. Fu la madre a bloccare il trasferimento visto che tra le fila dei Tangerines militava già suo fratello Fred e non voleva creare concorrenza in famiglia. Ma quella che sembrò un’occasione fallita, per Frank Swift rappresentò invece un colpo di fortuna. 

Alla sua porta infatti bussò subito dopo il Manchester City e al Maine Road rimase tutta la sua carriera. I suoi 1.88m lo rendevano ben visibile e se la statura non fosse bastata il resto lo faceva la sua bravura. Swift, rigorosamente senza guanti, saltò una sola partita prima dello scoppio della seconda guerra mondiale. Con i citizen nel 1934 vinse la FA Cup, 2-1 il risultato finale contro il Portsmouth, e tanta fu la tensione accumulata durante la gara che svenne al triplice fischio finale. Tre anni dopo fu protagonista del trionfo in First Division, il primo dei due che, al momento, arricchiscono la trophy room del City.

Nonostante Swift fu uno degli atleti più attivi durante il periodo bellico, le ostilità di fatto gli rubarono gli anni più importanti della sua carriera. Il suo debutto in nazionale arrivò soltanto nel 1946 in una partita contro l’Irlanda, la prima delle 19 con i tre leoni sul petto. Nella prima stagione dopo la fine del conflitto non subì reti in 17 delle 35 partite disputate in Second Division (il City era retrocesso prima della guerra) e continuò a rimanere nel giro della nazionale fino al 1949 quando decise di ritirarsi quando ancora portiere di ottimo livello. Di fatto il club lo richiamò quando il suo successore si ammalò di tubercolosi. Quattro presenze ancora per cedere poi definitivamente il posto ad un’altra assoluta leggenda del calcio inglese di tutti i tempi, Bert Trautmann. Il City decise comunque di conservare il suo cartellino per qualche anno per evitare che altri club lo potessero convincere a tornare in attività. 

Dopo la carriera tra i pali Frank decise di diventare un giornalista sportivo, cominciando a lavorare per il News of the World come inviato. Il sei Febbraio del 1958 seguì il Manchester United nella trasferta di Coppa Campioni contro la Stella Rossa di Belgrado. Al ritorno l’aereo si fermò per fare rifornimento all’aeroporto di Monaco. Il tempo era pessimo. Il mezzo due volte non riuscì a decollare. Il terzo tentativo su fatale. Nella tragedia persero la vita 23 persone tra cui otto giocatori dello United. Fu la fine del mito dei Busby Babes. E perse la vita anche l’ex portiere del City, il ragazzo di Blackpool a cui il destino rifiutò una vita lontano dai campi da gioco.

21 agosto 2025

"ALAN SMITH. L'ESIGENZA DI EROI SILENZIOSI" di Damiano Francesconi

Avete presente un film? Molto spesso nelle pellicole cinematografiche vi è sempre la massima esaltazione, giustamente, dei protagonisti i quali prendono parte a qualcosa di eroico e magistrale il quale verrà per sempre ricordato sia dagli spettatori che dall'evolversi del film stesso.

Molto spesso, però, accade che questi eroi non per forza siano i veri protagonisti di una storia. L'eroismo ha diverse sfaccettature dove vi è chi, in prima linea, guida altri ad atti di coraggio oppure chi da altri punti di vista, situazioni o gesta svolge un ruolo chiave in tutta la faccenda. Questi vengono detti “eroi silenziosi”. Coloro che svolgono un ruolo fondamentale ma non vengono esaltati a dovere. Facendo un parallelismo tra questo ipotetico film ed il calcio, anche nel mondo “pallonaro” vi è questa tipologia di personalità con i tacchetti ai piedi. In questo articolo verrà, appunto, trattata questa figura la quale non è altro che l'emblema di colui che per duttilità, caparbietà, tenacia, altruismo e chi più ne ha più ne metta...svolge compiti importanti, nell'ombra, all'interno del rettangolo verde.
Siamo in Inghilterra, nel West Yorkshire confinante con il Lancashire, North Yorkshire, Grater Manchester, Derbyshire e Sud Yorkshire. Più precisamente nella piccola cittadina di Rothwell.
E' il 28 ottobre 1980 ed è appena cominciata la stagione di First Division dove la squadra locale dello Yorkshire, il Leeds United, è tra le favorite al titolo. Quel giorno di fine ottobre nacque un figliol prodigo del distretto di Leeds. Un predestinato al mondo del calcio negli anni a venire, uno di quelli che meglio di tutti porterà, nella storia del calcio d'oltremanica, la bandiera di “eroe silenzioso”. Il suo nome è Alan Smith.
Alan, come detto, nacque agli inizi degli anni 80 e, fin dal principio, ebbe una forte passione per lo sport in generale. Infatti egli, sin da bambino, oltre al calcio praticò diversi sport quali rugby e cricket. Ovviamente, con il passar del tempo, la sua attitudine fu più propensa alla palla a scacchi che a quella ovale o alla mazza da cricket. Frequentò la Rodillian School dove, lo sport principale era il rugby. Nonostante ciò, Alan, terminata la sua giornata scolastica correva al campo di gioco della squadra locale. 
Nel 1996, durante una normale partita di fine anno, venne notato da alcuni osservatori del Leeds United. Il 17enne Smith venne avvicinato, a fine partita, da questi osservatori i quali gli fecero presente il loro interesse e mostrarono, a lui, la volontà di tesserarlo tra le fila del squadre della sua città. L'inizio di qualcosa di straordinario stava prendendo forma per questo comune ragazzo biondo risaltato all'occhio degli osservatori dello United per la sua cattiveria, la furia agonistica e le sue doti tecniche e balistiche condite con una incredibile freddezza sotto porta. Debuttò a soli 18 anni nella massima serie inglese nel big match contro il Liverpool dove, il 14 novembre 1998, gli Whites, si imposero per tre reti ad uno ad Anfield Road. La sorpresa generale fu proprio l'esordio con goal del giovane “biondino” con la maglia numero 39 di nome Smith. Facendosi largo a suon di goal, contrasti ed irrefrenabile voglia di migliorarsi sempre, Alan divenne, con il passare del tempo, una scelta indiscussa nella formazione titolare.
Nella stagione 2000-01 il Leeds prese parte alla Champions League e cosa c'è di meglio del più importante palcoscenico europeo per superare i propri limiti? Gli Whites, in quella stagione, vantavano un reparto offensivo di tutto rispetto con Smith, Viduka e Bridges.
Dopo aver superato scogli importanti quali Milan, Real Madrid, Lazio e Deportivo La Coruna, il Leeds, allenato dall'irlandese David O'Leary, perse la semifinale di Champions League contro gli spagnoli del Valencia. Per un pelo, Smith e compagni, mancarono l'approdo in finale della più prestigiosa coppa europea. Alan Smith rimane, ad oggi, il giocatore più prolifico, nelle competizioni europee, del Leeds con quattordici reti.

Tutta l'Inghilterra parla di lui. I quotidiani sportivi lo innalzano a nuovo beniamino del mondo calcistico “made in England”. Il tutto perché, Alan, incarna l'attaccante tipo che tanto piace ai supporter inglesi: grintoso, potente, freddo finalizzatore e sopratutto instancabile faticatore.
La stagione successiva all'indimenticabile “cavalcata” in Champions League, David O'Leary, iniziò a vedere in Smith straordinarie capacità di adattamento ad altri ruoli oltre a quello di centravanti. La sua versatilità lo portò, molto spesso, a giocare come esterno destro di centrocampo e, anche in quelle situazioni, Smith era lì che faceva il suo e nonostante giocasse, talvolta, lontano dalla porta il suo contributo alla causa White vi era sempre con corse sfrenate, assist e goal.
Mentre il biondo Smith diveniva sempre più l'idolo di Elland Road, stadio del Leeds, sopra il club dello Yorkshire iniziarono a presentarsi delle “nubi nere” che non lasciavano presagire nulla di buono. Una grave crisi finanziaria investì la società la quale dovette fare i conti con bilanci sempre più in perdita. Pezzi pregiati della rosa vennero venduti, perlopiù, per fare cassa. Tra questi, nella stagione 2002/03 c'era gente del calibro di Rio Ferdinand, Dacourt, Robbie Keane, Fowler, Lee Bowyer e Woodgate che vennero ceduti. Alan venne trattenuto nonostante vi fossero numerosi club pronti ad accaparrarselo. La stagione 2002/03 vide il Leeds piazzarsi in quindicesima posizione. Quella stagione fu soltanto l'anticamera di ciò che accadde la stagione successiva.
Nella stagione 2003/04 il Leeds retrocesse in Championship e questo fu un duro colpo per tutta la società, la tifoseria ed Alan Smith. Nel maggio del 2004 Smith giocò la sua ultima partita con la casacca White e fu emblematica l'immagine di lui che baciava la maglia in lacrime. Il club che si fece avanti per acquistare Alan Smith fu, niente poco di meno, il Manchester United. Proprio così, il club più detestato dai tifosi del Leeds venne prendersi, per 10 milioni, il loro beniamino il quale firmò il contratto legandosi ai Red Devils. Questo diede il via a numerose polemiche. La sua uscita venne segnata da accuse di tradimento e, nel giro di un giorno, Smith è passato da eroe a traditore; tutto questo nonostante il fatto che il club avesse dichiarato pubblicamente che non poteva permettersi di pagare gli stipendi dei calciatori e, per Alan, nessun altro club aveva registrato un interesse eccetto il Man United. A causa delle difficoltà finanziarie del Leeds, Smith scelse di rinunciare alla tassa di trasferimento personale a lui dovuta dal club. Ciò non impedì, ad alcuni tifosi del Leeds, di sentirsi traditi al punto di innalzare striscioni i quali accostavano al figura di Smith a quella di Giuda.

Approdato ad Old Trafford, Smith, prese subito coscienza che divenire un idolo da quelle parti sarebbe stato ancor più ostico di Elland Road. Il reparto offensivo alle dipendenze di Sir Alex Ferguson vantava giocatori del calibro di Van Nistelrooy, Saha, Solskjaer ed il neo acquisto prodigio Wayne Rooney. Alan Smith aveva, senza dubbio, una concorrenza tutt'altro che semplice da scardinare.
La prima stagione tra le fila dello United fu colma di alti e bassi. L'8 agosto 2004 venne giocata la partita valevole per la Community Shield tra Arsenal e Manchester United. Al 55esimo minuto, i Red Devils, passarono in vantaggio grazie proprio ad una rete siglata da Smith con uno straordinario tiro al volo da fuori area. Alla fine del match, però, avranno la meglio i Gunners vincendo per 3-1 e sollevando al cielo la Community Shield.
La stagione, come già detto, ebbe degli alti e bassi e vide il biondo dello Yorkshire andare a segno per 10 volte nella stagione 2004-05. Il rientro di Van Nistlerooy da un infortunio, la straordinaria forma fisica di Rooney ed un infortunio dello stesso Smith lo portarono ad una stagione nell'anonimato. Nonostante tutto, però, i tifosi del Man United lo apprezzavano per la sua grinta e le sue doti ogni volta che veniva chiamato in causa.
Durante il ritiro dell'estate 2005 Ferguson iniziò a vedere Smith con altri occhi. Il manager dello United era sempre più in rotta di collisione con il suo capitano, Roy Keane, il quale sembrava sempre di più destinato a lasciare il Manchester United per diatribe interne. Una cosa, però, accomunava Ferguson e Keane. Entrambi vedevano Smith perfetto per il ruolo di mediano. Ferguson stesso dichiarò che lo stesso Keane vedeva Smith come il suo ideale successore in quel ruolo.
Nella stagione 2005/06 il Manchester United condusse il campionato colmo di alti e bassi e Smith divenne, definitivamente, un mediano di centrocampo. Con l'addio, colmo di polemiche, di Roy Keane, Alan, divenne praticamente titolare al fianco di Scholes nella linea di centrocampo. Svolgeva, perlopiù, compiti di contenimento, filtro, corsa e recupero di palloni e, di tanto in tanto, provava qualche inserimento in area di rigore. Era un altro tipo di Smith rispetto a quello visto ad Elland Road. Ai tempi del Leeds era utile alla causa per i suoi goal mentre, al Manchester United, ricopriva il ruolo di macinatore di km in mezzo al campo. Quella stagione, purtroppo, terminò il 18 febbraio 2006 durante la partita di FA Cup contro il Liverpool. Il match terminò 1-0 per i Reds ma quella partita sarà ricordata per l'infortunio di Alan Smith. Su una punizione, del norvegese Riise, Smith si immolò, come al suo solito, in scivolata per contrastare la “cannonata”. In quell'istante avvenne la frattura della gamba sinistra e conseguente slogamento della caviglia. Ferguson dirà di non aver mai visto un infortunio tanto grave nella sua carriera da calciatore, prima, e da allenatore.
Quella stagione terminerà così per Smith: in barella e tra gli applausi di Anfield Road. A fine stagione il Man United alzerà la coppa di lega e tutti i calciatori dedicarono la vittoria proprio a Smith.

Nella stagione successiva a seguito della cessione di Van Nistelrooy al Real Madrid, Ferguson decise di riabilitare Smith come centravanti nonostante la straordinaria attitudine e versatilità mostrata, nella stagione precedente, nel ruolo di mediano. Rientrato dall'infortunio prese parte a partite di Champions League contro il Celtic ed il Benfica partendo, però, sempre dalla panchina. Partì titolare nella partita, contro il Crewe Alexandra, nel quarto turno di coppa di lega. Mentre cercava di raggiungere la forma migliore voci di mercato, a gennaio, lo accostarono al Cardiff City e, addirittura, al suo vecchio club il Leeds United. 
Smudge (soprannome a lui attribuito ai tempi dello United) volle rimanere a tutti costi ad Old Trafford per conquistarsi il suo posto in squadra.
Questa cosa venne molto apprezzata anche da Ferguson il quale cercò di “buttarlo” nella mischia in diverse occasioni e, piano piano, Smith stava tornando ad essere il solito vecchio combattente a prescindere se egli giocasse a centrocampo oppure in attacco. Il 10 aprile 2007 si giocò la partita di ritorno di Champions League, valevole per l'approdo in semifinale, tra Manchester United e Roma. Il match si concluse con un risonante 7-1 per i Red Devils ed Alan Smith siglò la rete del 2-0. Non accadeva dal novembre 2005 che Smith andasse a segno. Per lui fu una vera liberazione. Quella stagione il Man United vincerà la Premier League e l'ultima apparizione di Smith con la maglia dei Red Devils sarà contro il Chelsea nella semifinale di FA Cup del 2007. Dall'infortunio contro il Liverpool per Smith la carriera ha avuto, a detta sua, una parabola discendente visto che non raggiunse mai più la splendida forma avuta ai tempi del Leeds e nelle prime due stagioni al Manchester United.

Fu così che, nell'estate 2007, venne ceduto al Newcastle United. Ebbe così inizio una nuova avventura per il biondo di Rothwell. La prima stagione in maglia Magpies, però, fu molto deludente visto che, Alan, chiuse la stagione con zero reti. Anche la stagione successiva fu colma di alti e bassi provocati, soprattutto, dall'allontanamento, per diverso tempo, dal campo di gioco dovuto alla famigerata caviglia sinistra. Smith ritornò in campo nel febbraio 2009 contro l'Everton ma, in quella stagione, il Newcastle retrocesse clamorosamente in Championship.
Nonostante la stagione 2009/10 vide un club storico come il Newcastle United militare nella serie cadetta, per Smith fu una vera e propria rinascita. Tornò a giocare in maniera definitiva nel ruolo di centrocampista centrale e divenne perfino il capitano di quel Newcastle chiamato alla risalita nella massima serie inglese. I Magpies riuscirono nell'impresa di tornare in Premier League. L'edizione 2010/11 vide il Newcastle posizionarsi in dodicesima posizione e, le partite, giocate da Smith iniziarono ad essere sempre meno. Un po' per la concorrenza, a centrocampo, di gente come Tiotè. Joey Barton, Guthrie e Routledge, un po' per il continuo tormento causato dalla solita caviglia sinistra. Alan Smith percepì che, anche a Newscastle, la sua avventura era ormai arrivata al capolinea. Nonostante nell'estate 2011 ci fu un avvicinamento da parte del Leeds United, il suo Leeds, Smith rimase al Newcastle fino al gennaio 2012 quando venne ceduto, in prestito, al Milton Keynes Dons e poi venne riscattato dallo stesso club del Buckinghamshire il 10 luglio 2012. Nel MK Dons collezionò circa 60 presenze senza andare mai a segno. Questo anche perché, ormai, Smith era un centrocampista.
Nell'estate 2014 passerà al Notts County vacillando tra League One e League Two e rimanendo legato al club, con il quale colleziona 87 presenze, fino alla stagione 2018. Stagione in cui il nostro “eroe silenzioso” decise di dire basta con il calcio giocato.
“Qualcosa s’era rotto, dentro di me: in ogni contrasto che facevo ero nervoso ed avevo paura. Ma, soprattutto, avevo decisamente perso qualcosa a livello fisico”. Queste furono le parole di Smith in un'intervista, di qualche anno fa, riferendosi all'infortunio subito nel match contro il Liverpool quel 18 febbraio 2006.

In conclusione: cosa sarebbe stata la carriera di Smith senza quell'infortunio? Cos'altro avrebbe potuto dare al Manchester United? Cosa sarebbe stata la sua carriera se avesse alzato al cielo la Champions League del 2000/01 con il Leeds? Quanti dubbi, quante cose lasciate in sospeso da questo calciatore che, di fatto, non è mai realmente esploso ma che era capace di mettersi a disposizione di tutti. Eppure il mondo del calcio ha bisogno anche di queste storie scritte a metà ma che, comunque sia, hanno avuto, al loro interno, qualcosa di eroico e sensazionale. Quello di essere stato amato (forse dopo anche odiato) da ogni singolo tifoso dei club per i quali ha vestito la maglia ed i colori sociali.
Grazie Alan...MIO “eroe silenzioso”.
di Damiano Francesconi

4 agosto 2025

"OH AH PAUL McGRATH" di Charlie Del Buono

Ci sono vari tipi di calciatori: quelli che segnano valanghe di gol, quelli che costano paccate di soldi e spesso non li valgono, quelli a cui la vita ha dato tutto, felicità, fama, soddisfazioni e non ha chiesto nulla in cambio. Ci sono poi calciatori che non sono mai stati sulle prima pagine dei giornali, non hanno vinto palloni d’oro (magari perché giocano in difesa, e si sa che per molti pennivendoli sportivi se non segni sei trasparente), non hanno avuto storie d’amore con veline e vedettes, ma che tuttavia sono stati un esempio di lotta e sacrificio, facendo spesso diventare grandi squadre tutt’al più mediocri. Un esempio su tutti: Paul McGrath, la Perla Nera di Ichicore, venerato tutt’ora dai tifosi del Villa e dai seguaci della nazionale Irlandese, ricordato con affetto dai fans Man Utd, Derby County e Sheffield Utd. Paul il campione, l’uomo dai molteplici infortuni alle sue martoriate ginocchia, l’uomo con la schiena fragile e dispettosa, l’uomo con la faccia da pugile e il coraggio da leone; il coraggio di chi dalla vita spesso ha ricevuto schiaffi. Questa è la sua storia. Paul nasce a Ealing, sobborgo di Londra, nel 1959 da Betty McGrath, ragazza irlandese immigrata per lavoro, e da uno studente di medicina nigeriano che mollerà moglie e figlio subito dopo tornandosene in Nigeria. Betty quindi fa ritorno nella bigotta Eire degli anni sessanta con il piccolo Paul, ma non è ben voluta in quanto ragazza madre e per di più di un bambino di colore.
Presto iniziano le difficoltà economiche e la donna per lavorare è costretta a tornarsene in Inghilterra, lasciando il piccolo Paul in un orfanotrofio di Dun Laoghaire (sobborgo di Dublino).
Sotto la supervisione della direttrice dell’istituto orfanotrofio mrs. Donnelly, il piccolo Paul si avvicina al calcio, affascinato dalla mitica ala del Chelsea Charlie Cooke che sarà il suo idolo calcistico d’infanzia. Diventato troppo grande per l’orfanotrofio, Paul viene mandato in un istituto per ragazzi in difficoltà e vi rimane per qualche anno, continuando ad avere saltuarie visite dalla madre che in Inghilterra non se la passa troppo bene e che quindi non può riprenderselo con sé.
Il piccolo McGrath inizia a giocare a calcio prima con il Pearce Rovers e poi con il Dalkey Utd, povero in canna e con la madre lontana il ragazzo lavora inoltre prima come guardiano in un ospedale e poi come installatore di cancelli. Con il Dalkey Utd il ragazzo ha il suo primo serio infortunio che lo costringe in ospedale per qualche settimana e che gli causa una forte depressione, tale che i dottori rintracciano la madre, che decide di tornare in Irlanda e di riprendersi il ragazzo con sé. Paul inizia la sua carriera semipro con il St Patrich’s Athletic, e da lì viene notato dai talent scout del Man Utd. Dopo aver ricevuto l’offerta per un mese di prova, il ragazzo viene tesserato dai red devils e firma il suo primo contratto da professionista (200£ a settimana), sotto l’occhio amorevole del suo primo mentore Big Ron Atkinson. La vita cominciava a restituire a Paul quello che gli aveva tolto, ma non saranno tutte rose e fiori.
Il suo debutto in campionato è datato 13/11/82 contro gli Spurs, giocando da centrale difensivo con l’irlandese Kevin Moran. 
Nel 1985 vince la FA Cup, ma dall’anno seguente con l’avvento di Ferguson cominciano per Paul i problemi; lo Utd è rinomata come squadra di bevitori e il life style dei giocatori (soprattutto irlandesi) che vedono nella pinta di birra la meritata ricompensa alla fine di una giornata di duro lavoro, non è condivisa da Ferguson che accusa Paul e Norman Whiteside di tradire la sua fiducia. Complice un infortunio alle ginocchia Paul esce dalle grazie dell’allenatore, che spesso lo accusa di essere un ubriacone vagabondo, tutto ciò risulta comico considerando che Ferguson non è uno che pasteggia con l’acqua di Lourdes.
L’epilogo nel 1989: Ferguson propone a McGrath per la rescissione del contratto una buona uscita di 100.000£ e un testimonial match, Paul rifiuta; è guerra e alla fine il giocatore viene ceduto nell’agosto del 1989 all’Aston Villa per 450.000£. Tutti diedero del pazzo al Manager dei Villans Graham Taylor per aver speso tutti quei soldi per un giocatore con le ginocchia ballerine, ma da quella stagione per Paul inizia la vera gloria con il Villa e con la nazionale verde smeraldo.
Esordio da Villans il 19/08/89 a Nottingham contro il Forest: 1-1; nella difesa a tre del Villa Paul gioca alla grande vicino a Kent Nielsen e Derek Mountfield ed è subito secondo posto nella lega per i Claret & Blue subito dietro al grande Liverpool. Stagione successiva: Graham Taylor se ne va a far danno sulla panca della nazionale inglese e sulla panca del Villa arriva il ceko Venglos; sono dolori, la squadra si salva a stento ma Paul è uno dei migliori.
Stagione 91/92: sulla panca del Villa si siede Big Ron Atkinson e McGrath con il suo nuovo compagno Shaun Teale (tipo buffo che assomigliava a uno dei Monty Payton) fa scintille. Grande centrale difensivo, quando serve intelligente mediano, Paul gioca alla grande ed il Villa arriva secondo nel 92/93 dietro al Man Utd, e sempre contro i Red Devils di Cantona nel 1994 vince la Coppa di Lega per 3 a 1.
Nel 1995 ad allenare i Claret & Blue arriva la vecchia gloria Brian Little e la squadra si salva a malapena, ma l’anno successivo Paul fa da chioccia a due promettenti giovani Southgate ed Ehiogu ed è ancora Coppa di Lega, 3 a 1 al Leeds Utd.
Paul oltre ai problemi alle ginocchia accusa guai alla schiena, si allena solo in palestra ma il sabato è sempre in campo e se pur sofferente è sempre tra i migliori. La leggenda dice che è come una Rolls Royce che va usata con parsimonia, sta in garage tutta la settimana ed il sabato sfreccia in strada.
Dopo 315 gare in Claret & Blue il Villa lo cede non senza rimpianti al Derby County nell’ottobre del ’96 per 200.000£. Il nostro eroe contribuisce alla salvezza dei bianconeri e l’anno seguente chiude la carriera con lo Sheffield Utd, dove l’ennesimo infortunio e l’ennesima operazione lo fanno optare per l’abbandono del calcio giocato.
Fantastica fu la carriera di McGrath nella nazionale irlandese; sotto la guida di Jack Charlton, che lo utilizza come centrocampista difensivo, Paul partecipò ad Euro 88 in Germania e ai mondiali di Italia 90 e Usa 94. Euro 88 fu uno spasso: i verdi si tolsero lo sfizio di mandare a casa l’Inghilterra con le pive nel sacco (1 a 0 con gol di Ray Houghton).
Memorabile fu la campagna di Italia 90 dove i verdi furono battuti ai quarti di finale dall’Italia ma furono protagonisti di un buon debutto mondiale. Al ritorno a Dublino dopo la spedizione italiana c’erano migliaia di persone festanti ad accogliere la squadra all’aeroporto; quel giorno arrivava nella capitale in visita Nelson Mandela che stupito chiese il perché di tutta quella folla festante e soprattutto chiese come mai quella folla urlava una canzone a lui incomprensibile: “Oh Ah Paul McGrath”
Per chi scrive il top Paul lo diede a Usa 94 quando durante la gara inaugurale del girone i verdi batterono l’Italia di psycho Sacchi e il vecchio Paul bloccò l’allora più forte giocatore del mondo, Roberto Baggio. 1 a 0 per i verdi (Ray Houghton once again) con un tiro dalla distanza si realizza il sogno della folta comunità irlandese degli stati uniti.
Dopo il ritiro dell’allenatore Charlton il suo sostituto McCarthy decise di accantonare, non senza qualche colpo basso (leggetevi cosa dice al riguardo Roy Keane), il mitico Paul per favorire il ricambio generazionale. Peccato però che poi i verdi l’europeo del 96 e il mondiale del 98 lo videro in televisione. Chi conosce il mondo del calcio britannico sa quale sia l’amore ed il rispetto che i tifosi nutrono verso questo giocatore. Mi trovavo a Dublino qualche mese prima del suo addio al calcio, da giocarsi nella capitale tra la nazionale in verde ed una selezione di giocatori scelti da Jack Charlton, ed alcune persone mi dissero che da tempo era impossibile trovare un biglietto per la gara. L’Irlanda voleva tributare la giusta dose di affetto ad un figlio illustre rinnegato per stupidi motivi molti anni prima.
Oggi Paul è un signore di 47 anni, sposato in seconde nozze con Caroline, padre di 4 figli maschi (Cristopher, Mitchell, Jordan e Paul Jr.) che passa il suo tempo tra la famiglia e la scuola di calcio che ha creato con Frank Stapleton per dare una opportunità a tutti i piccoli potenziali McGrath irlandesi. In qualità di villans, sull’orlo di una crisi di nervi, mi auguro di vedere al più presto in claret & blue un nuovo Paul McGrath che magicamente scenda in campo al posto dello stordito Laursen e ci impedisca di fare le figure barbine che troppo spesso facciamo.
Un saluto a tutti gli estimatori del calcio che fu ed un saluto a questo campione, rassicurante come una pinta di Guinness, arguto come un elfo e combattivo come una canzone dei Pogues. Slainte Paul!
di Charlie Del Buono, da UK Football Please (dicembre 2004)

24 luglio 2025

"VESTIVAMO ALLA PAUL MARINER" di Christian Giordano

Comincia a giocare dalle sue parti, nel Lancashire, al Chorley, club dilettantistico di non-League, prima di essere ceduto al Plymouth Argyle per quattro soldi nel luglio 1973. Poche settimane della nuova stagione e Paul Mariner ha già rubato il posto a Jimmy Hinch, mettendosi in luce come uno dei migliori attaccanti della Third Division. Nel 1975-76, in coppia con Billy Rafferty trascina l’Argyle alla promozione in Second Division. 

Su di lui mettono gli occhi club di First Division quali Ipswich Town, West Bromwich Albion e West Ham United, ma è di Bobby Robson, nell’ottobre 1976, la padriniana offerta che il club del Devon non può rifiutare. Con sette gol in dieci giornate di campionato, Mariner stava già dimostrando di saper segnare in Division Two come faceva in Division Three, e così l’Argyle ne accetta la valutazione fatta dall’Ipswich: 220.000 sterline più i cartellini di Terry Austin e John Peddelty.La grande considerazione in cui Robson teneva Mariner al club continua quando il futuro Sir Bobby lascia l’Ipswich per la nazionale inglese, sogno che grazie a lui Paul realizza sei mesi dopo l’arrivo al Portman Road e che si spezzerà dopo 35 presenze e 13 reti.Al primo anno coi Blues, in 31 partite segna 13 gol compresa la tripletta nel 4-1 casalingo sul West Ham United. Nel 1977-78, con 22 reti è il miglior marcatore dei suoi e si porta a casa il pallone firmando un hat-trick nel 6-1 esterno sul Millwall nel sesto turno di FA Cup. Campagna chiusa in gloria con l’1-0 in finale sull’Arsenal. Guida la classifica marcatori anche nel 1978-79 e nel 1979-80, annata conclusa con la tripletta nel 6-0 sul Manchester United. 

Nelle ultime tre stagioni al Portman Road bolla sempre meno, ma ha in carniere 131 gol in 339 partite quando, nel febbraio 1984, firma per l’Arsenal e 150.000 sterline. Già nella fase discendente della carriera, ad Highbury vive i suoi anni migliori; e nell’agosto 1986, dopo aver timbrato 17 volte in 70 uscite coi Gunners, va a svernare al Portsmouth. Alla prima stagione al Fratton Park riporta i Pompey in First Division, traguardo che il club inseguiva da quasi trent’anni.

Divorziato dal 1989 e unitosi in seconde nozze con Dedi (dalla prima moglie Alison, sposata nel 1976, ha avuto tre figli), dopo il ritiro prova per un po’ a fare il “commercial manager” del Colchester United prima di allenare i ragazzini in Giappone come membro di un programma tecnico internazionale organizzato da Charlie Cooke. Prima di metter su un’agenzia di rappresentanza di calciatori, lavora anche come opinionista alla BBC Radio Lancashire nel Friday-night Non-League Hour, talk-show del venerdì sera dedicato al calcio minore. Ma il richiamo del campo è troppo forte. Dopo un breve ritorno in Inghilterra come istruttore alla Bolton School, rientra negli States per allenare le giovanili dell’S.C. Del Sol a Phoenix, Arizona. Nell’autunno 2003, diventa assistente allenatore alla Harvard University. Nel 2004, lo chiamano come secondo di Steve Nicol, ex difensore del Liverpool e della nazionale scozzese, i New England Revolution della Major League Soccer.Un mese fa, le voci di un suo ritorno a casa, come vice se non capo allenatore, al Plymouth Argyle, in ambasce nel Championship, la cadetteria inglese. Voci corroborate dalle sue dimissioni del 17 ottobre e presto confermate: già l’indomani gli viene affidata la panchina di head coach del suo vecchio club, con Paul Sturrock che resta come manager. Il cerchio si chiude là dove tutto era cominciato.
di Christian Giordano, da http://footballpoetssociety.blogspot.com

14 luglio 2025

"ALAN GROVES. UN TALENTO NON VALORIZZATO" di Gian Paolo Manfredini

ALAN GROVES (24 October 1948 – 15 June 1978)
"A sad, a sad day for those fans who enjoy the unpredictable, the unorthodox and the unconventional'.

Sono queste le parole di commiato a seguito della improvvisa morte per arresto cardiaco di Alan Groves centrocampista di 29 anni nato a Southport Mersyside.
Chi è stato Alan Groves? Pochi lo conoscono perchè non ha calcato grandi palcoscenici, ma forse per la morte prematura o per aver vissuto il periodo calcistico dei 'mavericks' tanti lo ritengono superiore a Robin Friday come 'best player you never knew..".
Fisico possente, oltre 6 piedi di altezza e nonostante la carnagione chiara con i suoi capelli afro e le perline al collo ricorda più un surfer che un suddito di sua Maestà.
Gioca a centrocampo con spiccate propensioni offensive si avvicina al football professionistico a 20 anni. Ignorato dal club della sua città lavora come camionista e gioca in un club di amatori il BLOWICK FC prima che il Southport noti il suo ritmo e la sua forza di gioco. Solo 14 partite in 2 anni poi nel 1971 se ne va agli ambiziosi rivali del Chester City. L'anno dopo raggiunge uno dei superstiti di Monaco Harry Gregg in Third Division allo Shrewsbury.
Nel 1973 Groves firma per Bournemouth dove gioca davanti ad un pubblico di 20.000 spettatori ed ha come compagno di squadra Harry Redknapp il quale attonito ricorda: un giorno mentre scendiamo dal pulman a Chesterfield per una trasferta una ragazza avvicina Alan e gli dice "Eccoti qua maledetto! prendilo" e gli consegna il suo bambino e se ne va. Alan non fa una piega, consegna il bambino ad alcuni fans perchè lo custodiscano durante la partita poi lo porta con se in pulman al ritorno. Lo affida ai suoi fratelli che lo adottano a Portland Bill dove abitano. Non lo dimenticherò mai. Ma al Bournemouth le cose non funzionano e Hartley manager della squadra lo vende all'Oldham. Dopo poco il Bournemouth gioca a Boundary Park perdendo 4-2 con goal di Groves. Sempre Redknapp ricorda: "Ad un certo punto Alan si sposta con la palla sulla fascia e comincia a scartare tutti quelli che cercano di contrastarlo finchè non arriva nei pressi della panchina e calcia una fucilata addosso ad Hartley il manager che lo aveva cacciato."

Nella grigia cittadina di Oldham con i suoi capelli afro e il suo fascino porta un po' del glamour di Kings Road aprendo la sua boutique e contribuisce a costruirsi la fama di 'George Best' locale, in campo e fuori..
Nei tre anni ad Oldham incanta il pubblico con le sue giocate, i suoi dribbling e le sue invenzioni. Durante una partita contro il Bristol City si prende gioco dell'intera squadra avversaria fingendo durante un'azione di allacciarsi le scarpe per poi ripartire e segnare con una cannonata dalle 20 yarde. Un artista prestato al calcio capace di inventarsi sul momento le giocate più fantasiose o imprevedibili. Come quando avvicinandosi ai ragazzini che seguono la partita a bordo campo gli chiede come vorrebbero che dribblasse gli avversari.
Nonostante la classe, le giocate ed il resto non si è ai tempi dell'informazione globale, i suoi dribbling non vanno su YouTube e Sky o chi per lei non trasmette gli highlights e pochi lo notano. Solo l'Arsenal fa un timido tentativo che l'Oldham respinge avendo in mano il giocatore (non certo come adesso..).
E tanto per non restare anonimo il 18 Settembre 1976 sposa la sua ragazza Debbie. Niente di strano senonchè Debbie ha appena compiuto 16 anni. L'unione desta scalpore e titoli di giornali che aumentano quando il comune gli ordina di rimandare a scuola la sua 'figliola' per terminare gli studi. Alan si rifiuta dicendo che sapendo quando è stata combattuta la battaglia di Hastings non farà di Debbie una moglie migliore. 
Naturalmente si va in tribunale e il padre di Debbie Huxley viene condannato ad un'ammenda di £5, ma Alan non cambia idea e a chi gli chiede se così facendo non ostacola la crescita intellettuale di Debbie egli risponde che ha sposato una donna e non un intellettuale. La saga raggiunge il vertice quando durante il quinto turno di FA Cup la Kop a Liverpool gli canta 'Only Sixteen' di Sam Cooke. I Latics perdono, ma la coppia vince la causa e Debbie dichiara "odio andare a scuola, ho imparato di più in questi mesi che in tutti gli anni di scuola".
L'esperienza a Boundary Park è al termine ed Alan viene ceduto nel 1978 per £35.000 al Blackpool sperando che sia il gradino per raggiungere il top level che gli si addice. Ma la squadra non gira e termina il campionato facendo 5 punti nelle ultime 11 partite e pensando di essere al sicuro si imbarca per una tournee in Florida imparando là che i risultati dell'ultima giornata hanno portato la retrocessione del club.
Groves diventa subito un lusso per la Terza Divisione ed egli pensa di ritornare ad Oldham. Ma la mattina del 15 Giugno 1978 mentre egli sta dormendo nella sua casa di Oldham muore per arresto cardiaco. Sparisce un atleta figlio dei tempi di allora che incarna genio e sregolatezza di cui non sono rimaste immagini, ma solo i ricordi folgoranti dei fans e dei compagni. Un ennesimo caso di talento non valorizzato.
di Gian Paolo Manfredini
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