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15 gennaio 2026

[MISTER FOOTBALL] "HIGHBURY e la battaglia.." di Roberto Gotta

«Poiché il conto in cui viene tenuta l’Italia non è molto alto, i maestri si degnano di collaudarci ma non ritengono di aprire Wembley per dei povericristi come noi». 
Gianni Brera, Storia critica del calcio italiano, 1975.

Il riferimento di Brera è alla celeberrima Inghilterra-Italia del 14 novembre 1934, la partita poi passata alla storia come ‘La battaglia di Highbury’. Highbury, appunto, non Wembley, che aveva aperto le sue porte 11 anni prima con la finale di FA Cup. L’annotazione di Brera (1919-1992) riprendeva considerazioni simili antecedenti alla sua carriera professionale, ripetute poi fino allo sfinimento da molti che hanno analizzato, a dire il vero con scarsissima varietà, la partita. 
Ma c’è un errore di base, quello della mancata contestualizzazione: lo stadio di Wembley, nel 1934, era famoso per la finale di coppa, per le sue dimensioni fuori dal comune, per la sua collocazione in una zona lontana dal cuore della città ma ancor più per le corse dei cani e gli eventi di ogni tipo che i proprietari organizzarono per scongiurarne la chiusura, però non aveva minimamente il prestigio nazionale e internazionale raccolto in seguito, e soprattutto aveva ospitato l’Inghilterra SOLO per la sfida biennale contro la Scozia, scelta (solo in minima parte, peraltro) dovuta al generoso contributo economico che molti appassionati scozzesi avevano dato per la costruzione, per motivi che lo stesso Simon Inglis, maestro di chiunque ambisca a raccontare stadi, non è mai riuscito a spiegare. Highbury, invece, aveva una notorietà enorme: era lo stadio dell’Arsenal, il club forse più famoso al mondo grazie al sistema di gioco portato dall’allenatore Herbert Chapman (morto a gennaio 1934) e ai due titoli (e tre coppe) vinte nelle stagioni precedenti, dal 1932 aveva una tribuna, la West Stand, ritenuta la più bella di tutta l’Inghilterra, nel 1923 era stato il primo stadio inglese ad ospitare una partita ufficiale contro una squadra non britannica (Belgio), era vicino alla sede della BBC ad Alexandra Palace e godeva di ottimi collegamenti con i mezzi pubblici grazie alla fermata della metropolitana Arsenal (che per opera di Chapman aveva cambiato nome giusto due anni prima, 5 novembre, dal precedente Gillespie Road). 
Dunque si può tranquillamente affermare che per gli inglesi ospitare l’Italia ad Highbury e non a Wembley voleva dire onorarla, altro che snobbarla. Del resto, tra il 1874 e il 1914 la nazionale giocò 56 partite in 14 stadi di 17 diverse città, il 34% delle quali a Londra, mentre tra il 1920 e il 1951 le partite furono 55 in 21 stadi, 26 delle quali (47%) a Londra. E 11 furono ad Highbury, compresa quella del 26 ottobre 1938 contro Il Resto d’Europa, che aveva alto valore simbolico in quanto celebrava i 75 anni della fondazione della Football Association, la federazione, e dunque fece ulteriormente capire come quello fosse lo stadio delle grandi partite internazionali. Tutto cambiò solo con la Seconda Guerra Mondiale, durante la quale Wembley ospitò parecchie partite non ufficiali di club (le varie FA o Football League War Cup Finals) e della nazionale, più sfide di vario tipo tra cui un Belgio-Olanda con squadre composte da sfollati dei due paesi, e con le Olimpiadi 1948: fu il momento in cui lo stadio divenne famoso in tutto il mondo per il calcio, e in patria si accorsero che ci si poteva giocare non solo la finale di coppa ma pure, e quasi sempre, la nazionale. È questa notorietà, tardiva rispetto all’inaugurazione ma fresca alla mente di chi valutava, che ha condizionato erroneamente molti giudizi sulla sede di quell’Inghilterra-Italia.

Qui sopra due curiosità legate alla partita e (dalla mia collezione) una pagina del programma ufficiale di Arsenal-Chelsea del 10 dicembre 1932 con l’inaugurazione della West Stand ad opera del Principe di Galles Edward, che nel 1936 sarebbe asceso al trono come Edoardo VIII salvo abdicare pochi mesi dopo per l’impossibilità di conciliare la figura del Re con il matrimonio con un’americana non nobile e perdipiù due volte divorziata, Wallis Simpson. Edoardo lasciò il trono al fratello minore Albert, padre di Elisabetta: entrambi re e regina, dunque, solo per la rinuncia di Edward.

3 novembre 2025

MEMORABILIA. "ADVENTURE FOOTBALL STAMP ALBUM" di Vincenzo Felici


























L'album delle figurine è storicamente un "cult", un rito che coinvolge grandi e piccini con una passione difficile da descrivere. "Il ce l'ho, mi manca" è una filastrocca entrata ormai nella routine degli scambi frenetici, quelli animati da una abitudine consumata nei posti più strani. L'odore della colla usata per appiccicare i cartoncini, come oggi quello delle figurine stesse sono diventati inseparabili compagni di viaggio degli accaniti collezionisti. 
Il prezioso cimelio di cui parliamo oggi risponde al nome di "Adventure Football Stamp", per l'appunto un raccoglitore di figurine "made in Great Britain" dalla ditta "D.C. Thomson" di Londra, risalente ai primi anni '30. Precursore quindi dei moderni albums con i quali ci dilettiamo oggi. 
Questo gioiello è impaginato in un formato a piccolo pallone d'epoca che ne garantisce la deliziosa originalità ed é costituito da ben ventisei foglietti, uno più bello dell'altro. Praticamente si foglia nel palmo di una mano. Dopo l'introduzione dell'editore e la composizione dell'indice si parte con la presentazione della First Division inglese, attraverso tutte le squadre partecipanti. Per ogni formazione viene tracciata una brevissima storia, caratterizzata dalla citazione dello stadio in cui gioca e dal suo palmares aggiornato. Altrettante figurine mettono in evidenza i colori sociali delle rispettive compagini e vengono adornate da curatissime vignette riproducenti le fasi di gioco.

Le pagine sono sormontate da una data significativa, che fa riferimento alla nascita di una competizione, o di una federazione o di un team. A seguire vengono introdotti sei bomber che tra Inghilterra e Scozia, nelle varie categorie di appartenenza, hanno gonfiato le reti avversarie a suon di goal: W.G. Richardson del West Bromwich Albion, E. Dodds dello Sheffield Town, J. McGrory del Celtic Glasgow, W. Walsh degli Hearts of Midlothian, A.G. Dawes del Crystal Palace e J. Calder del Greenock Morton. Le pagine scorrono e viene stilata la lista dei tornei più rilevanti: dalla progenitrice FA Cup, passando attraverso la Irish Cup, la Scottish Cup, la Football League Cup fino ad arrivare alle medaglie e alle coppe per così dire "secondarie", come la Scottish Cup Medal, la Glasgow Cup, la London Cup, la Scottish League Flag o la Jubilee Cup. Si prosegue con una serie di aneddoti riferiti a giocatori, allenatori o clubs raffigurati attraverso delle strisce degne dei fumetti più celebrati. Come non parlare poi dei nicknames legati alle squadre ? Attraverso fumetti raffiguranti uccellini, cannoni, api, tigri, ecc..
Ecco snocciolate le origini del Norwich City, dell'Arsenal, del Brentford, dell' Hull City e così via.. Capitolo a parte viene riservato agli "international caps and badges", viaggiando nelle quattro leghe britanniche. Si prosegue fra stranezze, record e curiosità insospettabili per poi concludere con tutte le informazioni riguardanti il terreno di gioco e gli impianti sportivi che crescono intorno ad esso. Chiunque disponga di un pezzo da collezione simile o stia per entrarne in possesso non si pentirà di avere tra le mani un pezzo della storia del monumentale calcio anglosassone, raccontato attraverso le sue forme più tipiche.
di Vincenzo Felici

26 settembre 2025

"LONDRA" di Paul Morand (Settecolori), 1933


Dalla sua camera all'hotel Savoy, all'inizio degli anni Trenta, Paul Morand scrive al suo amico Valery Larbaud: «Sono a Londra, scrivo un "Londra". Come è difficile! Al confronto, New York era uno scherzo. Il cielo non mi invia nessun segno, me lo devo fare da solo con la mia stilografica». 
Londra è stata la mascotte della giovinezza di Morand, attaché dell'ambasciata francese prima e durante la Grande guerra: è stata la sua iniziatrice esistenziale e ogni suo quartiere fa parte del suo passato, pieno di mille ricordi che ora gli si affollano nella mente. «Ogni sera, quattro o cinque balli mi trattenevano fino all'alba e spesso ritornavo per Piccadilly quando il sole sorgeva sopra il Ritz». A differenza di Roma, Parigi, Venezia, che sfuggono agli scrittori che tentano di descriverle e a ogni libro su di loro si rivelano ancora più impenetrabili, Morand sa che fra lui e la capitale inglese c'è una corrispondenza d'amorosi sensi, sa che nessuno la potrà raccontare come lui. "Londra" non è un libro di viaggi, è un atto d'amore, «il ritratto di una città come si fa il ritratto di una donna», il più fedele perché il più disinteressato. Ancora oggi, per capire veramente Londra bisogna portarsi dietro questo libro meraviglioso, dove Morand si fa maestro di cerimonie, ci apre tutte le porte, ci svela tutti i segreti, gioca con i secoli, ne racconta la storia come un geografo, i costumi come uno storico. Una festa per gli occhi e per la mente. 

Paul Morand nel 1933. Questo libro in lingua francese offre uno sguardo unico e penetrante sulla capitale britannica degli anni '30. Attraverso la sua prosa elegante e raffinata, Morand dipinge un ritratto vivido della città, catturando l'essenza di Londra in un periodo storico cruciale tra le due guerre mondiali. L'autore, noto per il suo stile sofisticato e le sue acute osservazioni, ci guida attraverso le strade, i quartieri e la società londinese, offrendo ai lettori un'esperienza letteraria che combina reportage, memoir e narrativa. 

10 marzo 2025

JACK LESLIE. Il primo giocatore di colore convocato dalla nazionale inglese

Negli ultimi mesi in Gran Bretagna, così come in buona parte del mondo occidentale, la tendenza è quella di “eliminare” statue inopportune, dedicate a personaggi controversi e dal passato macchiato da nefandezze di ogni genere.  Nella città portuale inglese di Plymouth, da dove nel 1620 partirono con la Mayflower i padri pellegrini per l'America, c'è invece chi sta raccogliendo denaro per erigerla, una statua. Ma l'obiettivo ultimo è lo stesso: fare i conti con un passato intriso di razzismo e discriminazione. A essersi attivati sono numerosi sostenitori del team calcistico locale, per cui fra il 1921 e il 1934 ha giocato Jack Leslie, destinatario dell'omaggio marmoreo che dovrebbe sorgere davanti allo stadio dei nero-verdi. 
Leslie è stato il primo giocatore nero a essere convocato per la nazionale inglese. Nonostante giocasse nella terza serie, si era distinto come uno dei migliori attaccanti del Paese. Come narrarono le cronache dei tempi, fu protagonista assoluto della tournée in Sud America dell'estate del 1924, quando l'Argyle prese a pallonate argentini e uruguagi che da lì a qualche anno si sarebbero contesi la prima Coppa del Mondo, allora dedicata a Jules Rimet, in quel di Montevideo.

Tutti buoni motivi che spinsero i selezionatori della nazionale – all'epoca non c'era un vero e proprio allenatore in carica – ad inserirlo nell'undici titolare comunicato pochi giorni prima dell'amichevole con l'Irlanda dell'ottobre 1925. Ci sono ritagli di giornali che certificano la scelta della direzione tecnica dei Tre Leoni, poi cancellata dagli alti papaveri della Football Association, inorriditi alla sola idea che un ragazzo di padre giamaicano e dalla pelle scura potesse indossare la maglia bianca dell'Inghilterra. Leslie non scese mai in campo contro gli irlandesi e non fu mai più convocato in nazionale. Continuò a giocare per il Plymouth, acquisendo lo status di leggenda, grazie alle 401 partite disputate e ai 137 gol. Dopo 14 anni culminati dalla promozione in Seconda Divisione e una memorabile vittoria per 4-1 sul Manchester United nella Coppa d'Inghilterra del 1933, Jack si ritirò con i gradi di capitano e un rimpianto immenso: quel cap (il cappellino che viene dato per ogni presenza con i Tre Leoni) mai ricevuto.

Dovettero passare altri 53 anni prima che Viv Anderson, terzino del Nottingham Forest, potesse entrare nei libri di storia come il primo nero a giocare un match in nazionale. Quando scese in campo contro la Cecoslovacchia, la portata dell'evento fu tale che la regina Elisabetta spedì a Anderson un telegramma per complimentarsi con lui. In quel periodo Leslie faceva il magazziniere per il West Ham United, squadra dell'East End londinese proletario e multietnico dove era nato nel 1901 e nella quale, negli anni Sessanta, giocava Clyde Best, ragazzo delle Bermuda che si prese anch'egli la sua buona dose di epiteti razzisti, facendo senza dubbio tornare alla mente a Jack il suo travagliato passato di calciatore. 
Leslie se n'è andato nel 1988, senza riuscire a vedere i progressi raggiunti dal mondo del calcio inglese: la campagna Kick it Out, le misure draconiane contro i tifosi razzisti, la nazionale infarcita di ragazzi dalla pelle nera (undici solo all'ultima Coppa del Mondo in Russia) e l'omaggio alla campagna Black Lives Matter durante il restart della Premier dopo il lockdown. Certo, di strada bisogna farne ancora tanta e il problema è lungi dall'essere risolto, per questo è importante che storie come quella di Leslie siano raccontate. Il crowd funding sta andando molto bene e il Plymouth Argyle ha già fatto sapere che sarà ben contento di mettere la statua davanti all'entrata principale dell'Home Park, l'impianto dove il buon Jack faceva ammattire i difensori avversari.
di Luca Manes, da https://ilmanifesto.it

31 gennaio 2025

"SIR HENRY NORRIS. Un tipo losco, ma innovatore" di Max Troiani

Nel 1910 una grave crisi finanziaria colpì le società di calcio inglese.
Il Woolwich Arsenal era tra quelle più colpite, anche perché il club, nato nella zona di Plumstead, periferia meridionale di Londra, non aveva a disposizione un bacino d’utenza abbastanza ricco per attirare nuovi tifosi e riempire lo stadio. Gli incassi al botteghino continuavano a diminuire, tanto che la media al Manor Ground si aggirava intorno alle 11mila unità. Il Woolwich Arsenal fu allora messo in liquidazione volontaria. Le cessioni dei giocatori più forti rappresentò l’unica soluzione per rimanere a galla. Bert Freeman, Tim Coleman e Ashcroft furono venduti per fare cassa. Poi ci fu l’avvento del magnate Sir Henry Norris, un ricco commerciante già presidente del Fulham, che insieme a una cordata di uomini d’affari salvò il club e ne divenne presidente.
Sir Norris, che successe a George Leavey alla presidenza del Woolwich Arsenal, cercò subito di migliorare gli introiti del club, tuttavia la collocazione geografica rimase uno dei problemi più rilevanti. Ci si mise allora in cerca di siti dove poter costruire la nuova casa, il nuovo stadio.
Per poco Norris non riuscì a fondere il Woolwich Arsenal con il Fulham. Fortuna volle che non riuscì nell’intento, poiché l’operazione fu fermata dalla Football League. Ma l’idea di un trasferimento in un’altra zona di Londra oramai era più di un progetto. Norris riuscì ad acquistare un sito nella zona di Highbury, nel nord della città, su un terreno del college di teologia di St.John. Nonostante le ostruzioni dei tifosi di Woolwich e le contestazioni dei residenti di Highbury, nonché di alcune squadre “vicine” come il Tottenham FC, il presidente riuscì con tenacia nel suo intento. Per la costruzione del nuovo stadio alcuni documenti riportano una spesa finale di 125mila sterline. L’arena fu disegnata dall’architetto Archibald Leitch e venne costruito con un design simile a molti altri stadi dell’epoca: una sola tribuna coperta (la East End) e grandi terraces tutto intorno. Un accordo curioso fu raggiunto con il Borough della zona: l’Arsenal non avrebbe mai dovuto giocare in casa il giorno di Natale e il venerdì di Pasqua. Questa clausola fu tolta solo dodici anni dopo, nel 1925.

Il Woolwich Arsenal nel 1912/13 ebbe la peggiore stagione di sempre secondo gli storici dell’Arsenal. Retrocesse in Seconda Divisione, classificandosi ultima e vincendo solo tre partite delle 38 disputate. Non proprio il migliore dei modi per rendere omaggio al nuovo impianto. Nel 1913/14 l’inaugurazione di Highbury avvenne il 6 settembre del 1913, l’occasione fu la prima partita del campionato di seconda divisione contro il Leicester Fosse, vinta dall’Arsenal per 2-1. Circa 20.000 spettatori assisterono alla partita, la maggior parte provenienti da sud-est di Londra, gli stessi che rimasero senza parole dopo che l’attaccante inglese del Leicester Fosse, Tommy Banfield mise la palla alle spalle del portiere dei londinesi Lievesley. Banfield cosi fu il primo giocatore a segnare nel leggendario Highbury. Purtroppo il futuro per lui non fu roseo, visto che morì nel settembre del 1918 in guerra colpito da un cecchino su un campo di battaglia francese. A fine primo tempo l’attaccante George Jobey (un “geordie” acquistato l’anno precedente dal Newcastle) pareggiò e segnò il primo gol dell’Arsenal nel nuovo stadio, rimanendo per sempre nella storia del club, sul punteggio di 1-1 nella ripresa s’infortunò subito Jobey che, costretto ad uscire in barella, lasciò la sua squadra in 10 per quasi tutto il secondo tempo (allora non erano ancora ammesse sostituzioni). Nonostante questo Archibald Devine riuscì a segnare il 2-1 e a regalare la prima vittoria dell’Arsenal nella nuova casa. Highbury quel giorno iniziò la sua leggenda. Il trasferimento nel nuovo impianto fece salire parecchio le presenze alle partite, tanto che la media spettatori si attestò a 23mila.
Nell’aprile del 1914, Sir Norris e la dirigenza presero un’altra decisione fondamentale nella storia del club, cancellarono il nome “Woolwich” lasciando ufficialmente solo Arsenal.
La stagione 1914/15 prima dell’inizio della Grande Guerra si chiuse con un sesto posto che diventò per un errore di calcolo un quinto posto, errore a cui la Football League pose rimedio solo nel 1975.
Terminata la guerra, in tutto il paese si cercò di tornare al più presto alla normalità. Nel 1919 la rivalità con i “vicini” del Tottenham diventò l’odio che si manifesta ancora ai giorni nostri. La Football League decise che la partecipazione al primo campionato post bellico doveva aumentare da 20 a 22 squadre, quindi si dovevano decidere le due compagini “extra” che sarebbero rimaste nel massimo campionato, il Chelsea era una di queste, perché classificatosi al 19° posto (e quindi retrocesso). La seconda a sorpresa fu l’Arsenal, a discapito degli Spurs che nell’ultimo campionato prima della guerra si erano piazzati al 20° posto. In alternativa dovevano salire in First Division il Barnsley o il Wolverhampton, terzi e quarti in classifica nella serie cadetta, ma di certo non i Gunners che in Second Division si erano piazzati quinti. La Lega prese la controversa decisione durante il meeting annuale della Football League e promosse l’Arsenal in prima divisione per il lungo servizio reso al calcio inglese, poiché era stata la prima squadra del Sud d’Inghilterra ad iscriversi al campionato. L’esecutivo della lega si espresse con 18 voti a favore e 8 contrari. I buoni uffici e le conoscenze del Presidente Norris (che nel frattempo era diventato anche Sindaco del Borough di Fulham), permisero l’impossibile, molti insinuarono che questa decisione fu presa grazie ad accordi sotterranei, alcuni ipotizzarono anche un tentativo di corruzione da parte di Norris aiutato dall’amico John Kenna, presidente del Liverpool. Niente fu mai provato, anche se parecchie operazioni finanziarie di Sir Norris furono sempre sospettate di non essere proprio regolari.

In First Division la vita non fu subito semplice, anzi. Mai sopra il nono posto, nel 1924/25 l’Arsenal si piazzò 20° (l’anno prima era arrivato 19°) sfiorando la retrocessione.
Per il Presidente Sir Norris fu abbastanza. I miglioramenti e le vittorie richieste non solo non ci furono ma addirittura si rischiò per due volte la retrocessione. A pagare, come al solito, fu il tecnico Leslie Knighton. Al suo posto fu ingaggiato il manager Herbert Chapman dall’Hudderfield Town. Un vincente, reduce da due trionfi in campionato nelle due stagioni di passione dell’Arsenal. Ma soprattutto un uomo innovativo, che portò le vittorie che ancora oggi hanno reso famoso l’Arsenal nel mondo grazie ad alchimie tattiche che meriterebbero un articolo a parte.

Il 1933/34 sarebbe stata storicamente importante per l’Arsenal nel bene e nel male. Il 3 gennaio 1934 il manager Herbert Chapman morì improvvisamente di polmonite, che aveva preso nella ventosa Guildford dove si era recato alcuni giorni prima per assistere ad un match delle giovanili, nonostante il divieto del medico del club il Dott, Guy Pepper per il forte raffreddore che aveva. Lui imperterrito aveva cos’ commentato: “devo andare è una settimana che non vedo i ragazzi”. La sua ultima partita sulla panchina dell’Arsenal era stata ad Highbury contro il Birmingham City, gara finita 0-0.
Il 30 luglio del 1934, a soli sette mesi di distanza, un’altra brutta notizia accoglie la società e tutti i tifosi dell’Arsenal: la morte di Sir Henry Norris a 69 anni per un infarto nella sua casa di Barnet, un grande presidente, forse anche "traffichino", che fece grande l’Arsenal, e che lasciò una grande eredità alla storia.
di Max Troiani

28 gennaio 2025

BILLY BIRRELL ed il Chelsea

C'è un uomo legato alle sorti del Chelsea, che più di ottanta anni fa, con le sue idee, ha cambiato radicalmente il destino di questo Club. William Billy Birrell è stata davvero una figura importante per i londinesi.

Da calciatore ha giocato con Raith Rovers e Middlesbrough, vincendo con quest'ultimo la Second Division nel 1927, stesso anno del suo ritiro. In seguito, divenne allenatore del Raith Rovers stesso, per poi spostarsi sulla panchina del Bournemouth nel 1930 e su quella del Queens Park Rangers nel 1935. Dopo aver conseguito nel 1938 un terzo posto nella Terza Division Sud col QPR, venne ingaggiato nel 1939 dal Chelsea, sostituendo Leslie Knighton, dove rimase fin dopo la Seconda guerra mondiale. Alla guida dei "Blues" si è piazzò costantemente nelle posizioni di metà classifica di First Division, rischiando però la retrocessione in Second Division nel 1951. Nonostante ciò, condusse la squadra a due semifinali di FA Cup ( 1950 e 1952 ), perdendole entrambe contro l'Arsenal. Si dimise dall'incarico di allenatore proprio in seguito a questa ultima sconfitta. Dopo il suo ritiro dal ruolo di manager, per molto tempo supportò economicamente il settore giovanile della squadra con molteplici donazioni, visti gli enormi dividendi da pagare.

Il quarantaduenne scozzese che pipa in bocca arrivò a "Stamford Bridge" il 19/4/1939 si portava dietro la reputazione di uno dei manager più scaltri e capaci nel mondo del calcio, uno dei primi introduttori delle lavagna tattiche negli spogliatoi. 
Personaggio senza fronzoli, rimosse i tre allenatori in carica, inclusi i fedeli ex giocatori Jack Whitley e Jack Harrow e costruì una nuova fisionomia di squadra, evitando i massivi trasferimenti di calciatori avvenuti in passato. Il suo più grande proponimento era di estendere alla prima squadra gli schemi tattici utilizzati dalle rappresentative giovanili del Chelsea, arricchendoli di un livello tecnico superiore. Per implementare questo modello, avrebbe dovuto aspettare la tragica sfuriata della Seconda guerra mondiale, con tutte le becere conseguenze avute sulla nazione. In seguito a ciò, nonostante il calcio avesse subito una riduzione della sua attività e la logica "regionalizzazione" dello svolgersi, Birrell si distinse per la sua spiccata intraprendenza. 

Portò i "Pensioners" a due finali consecutive di Football League South Cup nel 1944 e nel 1945, battendo 2-0 il Milwall in questa ultima occasione, al maestoso cospetto di ben 90.000 spettatori, inclusa la futura, inossidabile Regina Elisabetta. Durante il duro periodo bellico Birrell ebbe persino il coraggio di disinnescare da solo un ordigno bellico caduto su un terrazzo ! In tempo di pace il suo programma giovanile modernista, soprannominato "Tudor Rose", iniziato nel 1948, avrebbe dato frutti più avanti. Pragmaticamente cercò di recuperare entusiasmo favorendo l'acquisto di grandi nomi quali Tommy Lawton, Len Goulding, Tommy Walker e Roy Bentley, ma nonostante questo rischiò la retrocessione nel 1951, soprattutto per le scarse risorse economiche presenti in cassa. Per Birrell questo fu un anno difficile sia fuori che dentro il campo, culminato da furiose liti con giocatori popolari come Roy Bentley e Johnny Harris, che portarono ad una svendita di elementi cardine della squadra. Dopo tredici anni di volenteroso onorario lo scozzese, "di comune accordo" con la società, lasciò l'incarico a favore di Ted Drake, anche in seguito alla esclusione dalla FA Cup per mano dell'Arsenal il 9/4/1952. Il Presidente Joe Mears riservò parole di grande stima nei suoi confronti, sottolineando il sincero affetto di tutto l'ambiente verso di lui, ormai stanco però, di assumersi responsabilità assai pesanti. Birrell si dichiarò felice di prendersi una legittima pausa e in seguito divenne segretario dell' Hartsbourne Country Club. Lo scozzese dal buffo panciotto e gli occhialini tondi ci lasciò il 29/11/1968 all'età di 71 anni. 
di Vincenzo Felici

20 gennaio 2025

HERBERT CHAPMAN. Tutta colpa del sistema



Un solo uomo al comando: primo in tutto, migliore di tutti. Ecco che cosa è stato, per i suoi club e per il calcio, il “controriformista” Chapman. Quinto dei sette figli del minatore John e della casalinga Emma, Herbert nasce il 19 gennaio 1878 nel sud dello Yorkshire (Inghilterra), al numero 17 di Kiveton Wales, frazione di Kiveton Park, piccolo centro minerario tra Sheffield e Worksop. Il padre, analfabeta, lavora nelle immaginabili condizioni figlie dell’epoca vittoriana. Come per il resto della comunità locale, il destino di Herbert sarebbe quello del genitore, e cioè a estrarre carbone, se non fosse che nel 1870 era stato promulgato l’Elementary Education Act, svolta storica per introdurre in Inghilterra e nel Galles l’istruzione elementare obbligatoria. Per abolire le lingue celtiche (gallese, irlandese e scozzese), lo Stato si assumeva per la prima volta la responsabilità nell’istruzione di tutti i bambini, così, compiuti i cinque anni, anche un figlio della “working class” come Herbert può andare a scuola. 
Un passaggio fondamentale che ne contiene un altro: là può praticare gli sport (è il caso di dirlo) più popolari: il calcio d’inverno e il cricket d’estate. L’attitudine al comando ne fa a undici anni il capitano e il segretario della squadretta di calcio, e insieme con i fratelli entra nella formazione juniores del paese. Ma al momento di guadagnarsi da vivere, scriverà giocando con le parole il suo più attento biografo, Stephen Studd, era il «coal (carbone) e non il goal» a dettar legge, altro che l’Education Act. Finita la scuola, comincia l’apprendistato in una “colliery” (miniera di carbon fossile), ma in seguito all’Education Act, in tutto il Paese si aprono corsi di formazione e Herbert segue quello di ingegneria mineraria allo Sheffield Technical College. Intanto porta avanti la sua passione per il pallone, amore condiviso con il più talentuoso fratello minore (di un anno) Harry, anche lui futuro professionista. Herb la consuma da modesta mezzala destra in club di Sheffield e dintorni, sempre a livello di non-league: Kiveton Park, Ashton North End, Stalybridge Rovers (nel Lancashire), Rochdale (dove debutta il 16 ottobre 1897, 1-1 a Horwich nel secondo turno di Coppa; due settimane dopo segna il suo primo gol con il club, contro l’Ashton North End), Grimsby Town (società in crisi nera dove apprende quanto sia deleterio far gestire la squadra ad un comitato anziché a un responsabile unico, che costerebbe almeno 150 sterline: troppe), Swindon Town, Sheppey United e Worksop Town.

La svolta arriva con il passaggio al professionismo, al Northampton Town nel 1901. Da lì in poi, lasciato il lavoro di ingegnere minerario, cambia squadra ogni anno: Sheffield United (dopo averlo affrontato in FA Cup), Notts County (dal maggio 1903, per 300 sterline) e, dal marzo 1905, Tottenham Hotspur (dove è subito miglior marcatore degli Spurs: 11 reti nella Southern League 1905-1906 prima di regredire a riserva); ma soprattutto capisce cosa vuol fare “da grande”. Nel 1907 torna da giocatore-allenatore al Northampton Town, dove nel 1909 vince la Southern League. Ma come calciatore Herbert, a differenza di Harry (91 gol in 269 gare di campionato, 8 su 29 in FA Cup), non era granché, e di lui si ricordano più le scarpe giallognole che le prodezze in campo. 
Da manager, invece, carisma, sagacia tattica e fiuto nel riconoscere il talento ne faranno uno dei più grandi costruttori di squadre vincenti di sempre. Nel 1912 diventa il segretario al Leeds City (progenitore dell’attuale Leeds United, risorto sulle ceneri del fallito City nel 120, ndr)
Le sue pressioni per far riammettere il club alla Football League hanno successo, ma durante la Prima Guerra Mondiale la società sarà coinvolta in «irregolarità finanziarie», relative ai pagamenti sottobanco effettuati ai giocatori “ospitati” nel periodo bellico, che portarono allo scioglimento della società nel 1919 e nella radiazione di alcuni dirigenti. Tra questi, Chapman, che in appello riesce ad evitare la squalifica vita, adducendo che all’epoca non aveva il controllo amministrativo diretto della società, lasciata per andare a dirigere una fabbrica di munizioni come coinvolgimento coatto nel conflitto. 
Sul piano tecnico, la sua gestione parla da sola: nonostante il sesto posto, l’affluenza media di Elland Road cresce dalle quasi 8000 unità del 1911-12 alle oltre 13.000 dell’anno seguente, il che consente al club di registrare un profitto di 400 sterline, una bella inversione di tendenza rispetto ai problemi finanziari della stagione precedente. «Chapman (...) ha fatto un gran lavoro per il club; si è guadagnato la fiducia di tutti», scrive ai tempi lo Yorkshire Post
L’anno in cui va più vicino alla promozione è il 1913-14 quando il City finisce quarto a sei punti dal Notts County, campione di seconda divisione, e a due dalla seconda, il Bradford Park Avenue; un piazzamento che, secondo il Yorkshire Post, «tenuto conto delle risorse del club, deve essere considerato soddisfacente, non solo perché la squadra non era mai arrivata così in alto ma anche perché incassi e affluenze hanno stracciato ogni record». Se ne va il 16 dicembre 1919 e diventa dirigente industriale in una ditta di Selby che lavora oli combustibili e carbone. Nel frattempo, continua la battaglia legale per i presunti abusi operati dalla Commissione della Football Association che, secondo Chapman, non aveva tenuto conto che lui non era in sede quando, si presumeva, quei pagamenti irregolari erano stati effettuati. 

Nel settembre 1920, scontata la squalifica, rientra nel calcio come segretario dell’Huddersfield Town, club del natio Yorkshire nel quale sarà manager a tempo pieno da marzo. Nei cinque anni successivi, il club di Leeds Road vivrà il suo periodo di maggior successo vincendo la FA Cup nel 1922 (1-0 al Preston North End in finale) e tre Football League (1924-1925-1926), l’ultima delle quali senza il grande capo. La prima, in particolare, merita di essere raccontata. All’ultima giornata il Cardiff è in testa con il minimo vantaggio sull’Huddersfield Town. I gallesi sono a un passo dallo storico trionfo e giocano a Birmingham, i Terriers in casa contro il Nottingham Forest. L’Huddersfield vince 3-0 mentre al St Andrew’s va in scena un finale-thrilling: il Cardiff conquista un rigore, ma nessuno se la sente di tirarlo; sul dischetto va allora Len Davies, che non ne ha mai battuto uno e che “ovviamente” sbaglia. I Blue Birds non sbloccano lo 0-0 e per la prima volta il campionato viene deciso dalla media di gol segnati, in quello che resterà il margine (0.024 gol/partita) più esiguo fra la prima e la seconda. Chapman, come i generali graditi a Napoleone, è anche fortunato.

Quando, nel 1925, passa all’Arsenal, eredita una formazione di bassa o media classifica e a digiuno di vittorie. Con lui, diventerà il club più famoso d’Inghilterra. In giugno l’International Board modifica la regola del fuorigioco riducendo da tre a due il numero di giocatori fra l’attaccante e la linea di porta e il buon Herbert, che ha la testa dura ma anche furbizia da vendere, è lesto ad approfittarne. Già dal primo match l’interno Charlie Buchan, il giocatore più rappresentativo e suo primo acquisto (dal Sunderland), preme affinché il centromediano Jack Butler operi soltanto da difensore. Il tecnico nicchia, ma dopo la memorabile batosta (7-0) del 3 ottobre al St James’s Park contro il Newcastle United, si convince, anche perché Buchan minaccia di tornarsene al Sunderland. 
Nasce così il celeberrimo Chapman’s System, il modulo tattico che soppianterà l’ormai superato Metodo (WW) e si diffonderà come Sistema (o WM, dalla disposizione in campo: un 3-2-2-4 con i due mediani e le due mezzeali schierati a quadrilatero). L’idea di Buchan è semplice: spostare il centromediano (Butler e, subito dopo, l’ex mezzala Andy Neil) dalla posizione di movimento a centrocampo a quella fissa di “stopper” (da qui il nome al ruolo di marcatore della prima punta), e retrocedere un attaccante, per non perdere la superiorità numerica a centrocampo. Ne consegue che, a far scattare la cosiddetta “trappola del fuorigioco” non sono più i due terzini, ma il difensore centrale, che è il più arretrato, mentre i laterali si “allargano” verso l’esterno per prendere in consegna le ali. Dopo l’illusorio 4-0 del 5 ottobre ad Upton Park con il West Ham United (doppietta di Buchan), i risultati sono altalenanti. Chapman però non molla. Alla sua rivoluzionaria controriforma tattica aggiunge la firma di alcune delle maggiori stelle del calcio britannico, tra cui Cliff Bastin, David Jack (arrivato per 10.890 sterline in sostituzione di Buchan, ritiratosi, e primo a sfondare il muro delle cinque cifre), lo scozzese Alex James (£ 9000) e il prossimo capitano, il terzino Eddie Hapgood; gente che assieme alle ali Joe Hulme e Cliff “Boy” Bastin, al nuovo stopper Herbie Roberts, agli altri terzini Tom Parker e George Male e al portiere Frank Moss farà dei biancorossi (indovinello facile facile: di chi è la trovata della manica bianca su maglia rossa?) una corazzata dalla formidabile prima linea (Hulme, Jack, Lambert, James e Bastin) che vincerà una FA Cup (nel 1930, 2-0 proprio all’Huddersfield Town; successo sfiorato nel ’32, quando a vincere per 2-1 sarà il Newcastle United) e quattro campionati; il primo nel 1931 (i londinesi sono la prima squadra del sud dell’Inghilterra a laurearsi campione) e gli altri consecutivi (1933-1934-1935) ma ancora una volta con Chapman a perdersi la tripletta. 

Il 3 gennaio 1934, si prende una polmonite nella ventosa Guildford, dove si è recato, nonostante il forte raffreddore e il divieto del medico, per seguire una partita della terza squadra. «Sarà una settimana che non vedo i ragazzi…» aveva detto, tre giorni dopo morirà. Il suo successore, il corpulento George Allison, ex inviato al seguito della squadra entrato poi nello staff tecnico, proseguirà nel solco tracciato dal maestro (la cui somiglianza indurrà numerosi errori nelle didascalie di svariate pubblicazioni, ndr) e metterà in bacheca, oltre ai titoli del ’34 e ’35, la FA Cup del ’36. In quella del ’27, invece, la sorte aveva riscosso da Chapman il credito elargitogli all’Huddersfield nel vittorioso campionato del ’24: a un quarto d’ora dal termine della finale con il Cardiff City, un rasoterra senza troppe pretese scagliato da Hugh Ferguson passò sotto il portiere dell’Arsenal, il gallese Daniel Lewis, ed entrò in porta. In pieno delirio da sconfitta, Chapman attribuirà la colpa della papera al... maglione nuovo di Lewis. Da allora, nella gestione Chapman, mai il portiere dei Gunners (a proposito: il copyright è suo) scenderà in campo senza prima aver fatto lavare, per infeltrirla, la nuova divisa da gioco. Una “innovazione” da niente, rispetto a quelle introdotte o solo sperimentate da Chapman, in campo e fuori: il tempo effettivo, i giudici sulla linea porta, i ritiri, le riunioni tattiche (compresi i discorsi pre-gara), le tournée in aereo, i palloni bianchi, le maglie numerate, i terreni sintetici, l’orologio dei 45’, i riflettori. Questi ultimi li vide andando a trovare un vecchio amico in Austria, dove assistette a una partita in notturna su un campo illuminato dai fari di 40 auto. «Ti rendi conto che se fossero piazzati su aste alte 40 piedi potremmo giocare come se fossimo in pieno giorno?»
Non ci volle molto perché la stampa venisse convocata a un allenamento che l’Arsenal sostenne di sera, dopo che il padre-padrone del club aveva fatto disporre una decina di furgoncini con i fari accesi. In un’altra occasione, aveva fatto installare un orologio gigante che scandiva i 45 minuti così che i giocatori sapessero sempre quanto mancava alla fine. Ma la Football Association non gradì e l’orologio tornò a segnare le ore. Sempre in quel periodo nasceva l’abitudine tutta britannica di adornare con mazzi di fiori nei colori della squadra ospite il salotto di ricevimento dei dirigenti avversari, e pazienza se, dove non arrivava la natura, si provvedeva con petali dipinti. Sarà per quello che, dal 1936, all’ingresso della East Stand Marble Hall, dove campeggia il busto che lo ritrae, commissionato da 12 suoi amici a Jacob Epstein, sembra accennare un bonario sorriso. Anche nell’epoca del calcio finto, Chapman sarebbe stato primo in tutto, il migliore di tutti.

La Controriforma del WM
Nel 1925 l’International Board modificò la regola del fuorigioco e di fatto sancì la fine del Metodo (detto anche “Modulo a W” o WW), adottato in Italia attorno agli Anni 30. Quello schieramento prevedeva i terzini liberi da compiti di marcatura, i mediani a guardia delle ali e il centromediano nel duplice ruolo di costruttore e interdittore. 
Le mezzeali elaborano la manovra a centrocampo, le due ali e il centravanti sono punte pure. Era un gioco congeniale alla scuola italiana, più portata alla tecnica che alla corsa, e il CT azzurro Vittorio Pozzo, con piccoli correttivi (il centromediano arretrato e rapidi contropiede), ne fece un “mezzo Sistema” che bissò nel 1938 il titolo mondiale del ’34. In quel periodo, Chapman introdusse in difesa l’uso della diagonale, per non restare mai con solo un difensore, che, una volta saltato, avrebbe lasciato campo libero agli avanti avversari. Fu, probabilmente, la prima rivoluzione calcistica e come conseguenze ebbe: l’allargamento della difesa verso l’esterno, i terzini (e non i mediani) in marcatura sulle ali e il centromediano stabilmente sul centravanti. Nel WM, mediani e mezzeali formano un quadrilatero a centrocampo (celeberrimo quello del Grande Torino: Grezar e Castigliano vertici bassi, Loik e V. Mazzola in appoggio alle punte), creando il gioco e liberando il centromediano da compiti di regia. Il modulo richiede una condizione atletica notevole e non a caso, in Europa, dopo gli inglesi, fu adottato dai tedeschi e dal “Wunderteam”, la meravigliosa nazionale austriaca assemblata da Hugo Meisl. 
Uno dei migliori Arsenal “sistemisti” si ammirò ad Highbury il 24 dicembre 1932, quando batté per 9-2 lo Sheffield United. Davanti al portiere Moss, tre difensori in linea, Male, Roberts e Hapgood, a centrocampo Hill e John alle spalle di Jack e di James, e le punte Hulme, Lambert e Bastin, secondo un didascalico 3-2-2-3. All’ultimo momento, Lambert sostituì il titolare Coleman al centro dell’attacco e realizzò cinque dei nove gol. Come per ogni modulo, erano i singoli a fare il Sistema.
di Christian Giordano, da http://footballpoetssociety.blogspot.com

16 gennaio 2025

SAM BARTRAM. Nebbia fitta al Charlton.





















Se credi di non essere abbastanza considerato dai tuoi amici pensa a Sam Bartram.. 
Il 25 dicembre 1937 non è un Natale come tutti gli altri. Da tradizione, in tutto il Regno Unito si scende regolarmente in campo, visto che per i calciatori non è festa. Questa stagione non viene ricordata per goal clamorosi o risultati eclatanti, quanto per la fitta nebbia che improvvisamente invade la nazione e fa posticipare più della metà delle partite. Spesso i match vengono rinviati a data da destinarsi, altri interrotti una volta cominciati, questo perchè i giocatori stentano ad organizzare tracce di gioco accettabili, addirittura a vedersi tra loro. Tale situazione, di tipo pseudo "Fantozziano" è la stessa di chi vive e calca il campo di calcio. 

Chiedetelo ai i tifosi di Chelsea e Charlton Athletic, che quel pomeriggio a "Stamford Bridge" sono pronti a darsi battaglia. Il primo tempo vede entrambe le squadre andare a segno, durante l'intervallo però le cose si complicano notevolmente. La nebbia si abbassa di brutto, invade completamente il terreno di gioco e gli spalti, rendendo impossibile il proseguo dell'incontro. I calciatori tornano in campo titubanti e nonostante tutto provano a riprendere le ostilità. Dopo dieci minuti l'arbitro fischia la fine, interrompe il match e fa rientrare i teams negli spogliatoi.
La natura ha il sopravvento sugli uomini, che fanno "dietrofront", tutti, tranne uno. Samuel Bartram (Jarrow 22/1/1914) portiere degli "Addicks", non si accorge minimamente di ciò che sta succedendo.. La nebbia è troppo, troppo fitta e lui, notevolmente più lontano rispetto agli altri dal gioco, non può fare altro che cercare di intravedere qualche sagoma nella foschia. Dopo quasi mezz'ora dal fischio finale, l'estremo difensore vede prospettarsi davanti a lui una figura non ben definita, che lo sorprende non poco: un "bobby" ! Quest'ultimo lo richiama accesamente per non avere lasciato il terreno di gioco dopo la interruzione definitiva della partita e Bartram, incredulo, non può che prendere atto dell'abbaglio. Al suo ritorno nelle "changing rooms" viene accolto beffardamente dai compagni tra applausi ironici e ululati ridanciani.
Qualche anno dopo il beffardo accaduto, egli conferma nella sua autobiografia "Sam Bartram by himself illustrated"  London 1956, Burke Edition: "Ai tempi eravamo in cima alla classifica, quindi credevo stessimo dominando il Chelsea. Ero convinto che i ragazzi stessero dando una bella lezione agli avversari, perchè per un tempo più o meno lungo non li vidi varcare la nostra metà campo. I minuti passavano e nonostante le mie camminate all'esterno dell'area di rigore non riuscivo a intravedere nessuno. Ovviamente nessuno aveva segnato, altrimenti mi sarei accorto di qualche figura a centrocampo. Poco dopo, l'arrivo del poliziotto, mi chiarì le idee..!"

Il Charlton Athletic conclude quella stagione in quarta posizione, a sole sei lunghezze dall'Arsenal campione. "Sam", scomparso nel 1981, vanta una statua commemorativa alta tre metri, costruita nel 2005 in suo ricordo, all'esterno del "The Valley", dopo ben ventidue anni trascorsi a difendere i pali dei biancorossi. È considerato come uno dei giocatori più importanti della storia del Club e nel Sud-Est della capitale inglese lo ricordano con ammirazione per essere stato tra i principali artefici della vittoria della FA Cup nel 1947.
Dopo essersi ritirato dalla carriera di calciatore e allenatore si presenta presso gli uffici del "Sunday People" e viene assunto come giornalista e radiocronista. Il 17 luglio 1981, dopo aver lasciato gli studi del Giornale stesso, accusa un malore in seguito al quale muore il giorno successivo. I biancorossi gli attribuiscono legittimi onori, dopo che la sua tomba viene colpevolmente dimenticata nel cimitero di Harpenden, finita danneggiata sotto il segno delle intemperie e dell'incuria. Attorno a questo uomo simpatico e umile ruota uno degli aneddoti più curiosi del calcio inglese, che deve la sua peculiare unicità proprio a figure simili.

Alan Curbishley, che dal 1991 al 2006 ha seduto sulla panchina della squadra londinese, descrive con poche, ma significative parole l'eredità di Sam: "Quando parli del Charlton, uno dei primi nomi che chiunque menziona è il suo." Parliamo degli anni in cui il mito della "superiorità dei maestri" britannici è ancora vivo e vegeto e gli inventori del calcio potevano permettersi ancora di guardare il resto d'Europa dall'alto verso il basso. Il Campionato inglese è considerato il migliore del mondo, avvolto da una aureola di sacrale intoccabilità. Sam è il classico "one man Club", protagonista unicamente col Charlton per oltre venti anni di carriera, trascinandolo al punto più alto della sua storia e lasciando un vuoto che nessuno, nessuno è più riuscito a colmare una volta appesi i guanti "al chiodo". Come la maggior parte di portieri è assai ironico, irriverente, istrionico, apparentemente goffo, ma di una efficacia invidiabile. Il "The Observer" lo descrive addirittura come "il migliore numero 1 mai convocato dall'Inghilterra". Tutto nasce per caso, quando Sam si propone come volontario per giocare in una partita tra due squadre dei sobborghi in cui sta crescendo. Viene "reclutato" e la leggenda comincia a prendere forma, fino al suo massimo apice..
di Vincenzo Felici

28 ottobre 2024

BACK TO THE “SIXTIES” - LNER, UNA LOCOMOTIVA CHIAMATA..




























Le ferrovie hanno sempre giocato un ruolo fondamentale per i sostenitori, trasportandone migliaia, settimana dopo settimana su e giù per l’Inghilterra per seguire il proprio club. 
Alla fine degli anni ’30 la London and North Eastern Railway Company decise di denominare venticinque delle sue locomotive con il nome di altrettanti clubs. I clubs erano tutti dell’area coperta dalla LNER, anche se non è tutt’ora chiaro perché alcuni clubs ebbero questo onore ed altri no.
L’elenco completo è il seguente: Manchester Utd, Manchester City, Newcastle Utd, Sunderland, Arsenal, Leeds Utd, Sheffield Utd, Sheffield Wed, Liverpool, Nottingham Forest, Leicester City, West Ham Utd, Tottenham, Huddersfield Town, Darlington, Everton, Norwich City, Doncaster Rover , Bradford PA, Bradford City, Middlesborough, Derby County, Grimsby Town, Hull City e Barnsley. Un aneddoto curioso riguarda la locomotiva chiamata Sunderland; nel 1937 la squadra del nord est raggiunse la finale di FA Cup e richiese alla LNER che fosse proprio la locomotiva “Sunderland” a guidare il treno speciale che doveva trasportare i tifosi biancorossi a Londra. 

La compagnia accettò, ma un paio di giorni prima della finale ci si accorse che la locomotiva Sunderland si trovava in officina per delle riparazioni; così staccò la placca di ghisa con nome e colori del Sunderland e la montò su quella chiamata Derby County che fu inviata a destinazione. Solo molti anni dopo si scoprì questo sotterfugio ideato comunque a fin di bene dalla LNER.
Le locomotive in questione macinarono migliaia di miglia all’incirca tra la metà degli anni ’30 e l’inizio degli anni ’60 quando, progressivamente, vennero sostituite da mezzi più moderni. Man mano che le locomotive venivano tolte dal servizio, le placche con il nome del club venivano staccate e donate al club stesso che solitamente le montava nel main stand. Personalmente ricordo di averne viste montate nelle tribune di West Ham, Doncaster Rover e Hull City. Le placche erano realizzate in ghisa, avevano forma semi ovale con il nome del club, un pallone nel centro ed uno sfondo con i colori sociali. 
Questo fenomeno interessò anche il pittore G.S. Cooper, noto illustratore di mezzi di trasporto che dedicò una serie di dipinti a tutte le locomotive in oggetto, rappresentate solitamente in un immaginario scenario in cui passano vicino allo stadio del club in questione. Per terminare un’ultima curiosità: la locomotiva Darlington non doveva esistere ma il mezzo fu costruito proprio lì. Così i lavoratori delle locali officine produssero loro stessi una placca con il nome del club che fu montata sulla locomotiva e lì rimase.
di Gianluca Ottone, da "UK Football please" (giugno 2004)

2 settembre 2024

"STADIA. Gli stadi dell'Architetto Archibald Leitch" di Gianluca Ottone


Da “vecchio” appassionato di calcio d’oltre manica d’altri tempi, non potevo iniziare la collaborazione con questa nuova pubblicazione che con un articolo sugli stadi non più esistenti o profondamente modificati negli ultimi anni. In particolare ho pensato di dedicare queste righe all’ architetto scozzese Archibald Leitch che fu un vero specialista nella progettazione di impianti costruiti per il gioco del football nella Gran Bretagna tra la fine dell’ 800 e gli anni ’30. Leitch ricevette incarichi di lavoro sia da grandi clubs che da piccole società e progettò alcuni dei più affascinanti stadi dell’epoca , i quali rimasero in servizio sino a pochi anni or sono. Il vero e proprio marchio di fabbrica degli stadi di Leitch fu la balconata che divideva la parte superiore da quella inferiore del main stand , ovvero la tribuna principale. Si trattava di una struttura bianca adornata con una serie di decorazioni diagonali o incrociate solitamente in blu o rosso che riprendevano i colori sociali del club committente i lavori. Il primo incarico gli venne affidato dal Rangers F.C.; Leitch progettò il primo Ibrox e successivamente, nel 1929, diede vita al south stand reso famoso dalla imponente facciata esterna in mattoni tutt’ora visibile. I consigli di Leitch servirono poi a ristrutturare Celtic Park e lo stadio nazionale scozzese, Hampden park. 
Il primo lavoro in Inghilterra arrivò tramite lo Sheffield United, i dirigenti dei Blades lo contattarono dopo avere visionato i suddetti impianti scozzesi. Poi fu la volta dell’ Ayresome Park (nella dipinto sotto) del Middlesborough, dove il main stand oltre che ricevere la tradizionale balconata, fu abbellito da un padiglione arcuato sul tetto. 


























Ayresome Park è rimasto in funzione sino al 1995 quando il Boro si trasferì al supermoderno Riverside stadium. Dal nord dell’ Inghilterra Leitch scese a Londra dove nel 1905 progettò gran parte di Stamford Bridge quindi spostandosi di poco iniziò a seguire i lavori presso il Craven Cottage del Fulham. Qui realizzò la bellissima facciata (ancora ammirabile) esterna della tribuna su Stevenage Road e restaurò il leggendario cottage, che si trova in un angolo dello stadio, sistemando gli spogliatoi nel piano terra e gli uffici del club al primo piano oltre a realizzare una terrazza da dove i dirigenti del Fulham hanno seguito le gare per decenni. 
Altri lavori li realizzò presso Ewood Park , casa del Blackburn Rovers e a Filbert Street campo del Leicester City. Anche il Bradford Park Avenue, seconda squadra di Bradford da non confondere col Bradford City, commissionò all’ architetto scozzese la completa realizzazione del proprio stadio nel 1907. Leitch qui realizzò un impianto molto simile al Craven Cottage, con tanto di un villino in un angolo con funzioni di spogliatoi/uffici. Nessuno saprà mai perché i tifosi e giocatori avversari ribattezzarono, con velata ironia, the dolls’ house (ovvero la casa delle bambole) il cottage di Park avenue mentre nessuno ha mai ironizzato sulla struttura del Fulham. Purtroppo da alcuni anni non rimane più nulla di questo splendido stadio che iniziò il suo declino quando il B.P.A. lasciò la Football League nel 1970. Anche Goodison Park , casa dell’Everton, vide nascere le due principali tribune grazie all’ inventiva di Leitch e lo stesso accadde per Leeds Road stadio dell’ Huddersfield Town. Quest’ultimo fece la sua bella figura sino al 1994 anno della sua demolizione. Quindi tornò a Londra , dove tra il 1909 e gli anni venti, in successivi interventi realizzò l’intero White hart Lane del Tottenham. Rimarrà impresso negli occhi di tutti gli appassionati il bellissimo padiglione sul tetto del West Stand con sopra il famoso galletto dorato simbolo degli Spurs. Old Trafford e the Den richiesero semplici consulenze quando dovettero affrontare la copertura di gradinate esistenti mentre, sempre a livello di piccoli interventi, anche Sheffield Wednsday, Charlton, Dundee e Hearts si avvalsero dell’intervento di Leitch. 
Da ricordare anche il sontuoso Trinity road stand dell’Aston Villa demolito solo poche stagioni or sono e il main stand di selhurst Park , Crystal Palace e quello di Fratton Park, Portsmouth, entrambi ancora in uso. Veramente particolari furono le realizzazioni eseguite presso Highbury e Molineux dove furono realizzati delle multicoperture arcuate che crearono una serie di mini tetti in successione. Presso Highbury tale copertura fu sostituita già negli anni 30 mentre a casa dei Wolves rimase visibile sino a metà anni 80. Per finire non dimentichiamoci del Roker Park di Sunderland , ora purtroppo demolito, dove l’architetto fu responsabile del Main stand (anche qui c’era la nota balconata) e del Clock stand. 

Leitch morì nel 1939 lasciando in eredità a tutti gli appassionati di football britannico una serie impressionante di “teatri” dove i nostri beniamini hanno scritto pagine indimenticabili di dure e leali battaglie. Sulle ripide gradinate, sotto le coperture spioventi, sui seggiolini in legno si sono avvicendate generazioni di tifosi sino a pochi anni fa e in alcuni rari casi lo fanno ancora. Naturalmente tutto va avanti e progredisce per cui i nuovi impianti come il Riverside o lo stadium of Light hanno dato vita a una serie di stadi che sono il massimo per chi vuole vedere bene una partita di calcio, oltre a disporre di una serie infinita di “facilities” però, permettetemi di asserire che l’atmosfera che poteva creare un Roker Park stracolmo, circondato da case a schiera vittoriane resterà per sempre ineguagliabile. 
Mi sembra di sentire il profumo dei palloni in vero cuoio, l’odore intenso di tabacco e di bitter ale e udire il venditore di programmi che strilla … meglio terminare qui altrimenti potrei commuovermi.
di Gianluca Ottone, da "UK Football please" (dicembre 2002)

10 agosto 2024

HISTORY - Il reale valore del calcio inglese visto attraverso l'incontro Arsenal-Chelsea 4-1 del 1932 (da La Stampa).

L'articolo de "La Stampa" proposto oggi è un chiaro esempio di quanto poteva esser ammirato "il calcio inglese" anche allora, nel lontano 1932 (82 anni fa), prima che la seconda guerra mondiale ponesse fine ai sogni di milioni di persone. L'inviato di allora era Vittorio Pozzo, allenatore della Nazionale Italiana e da li a qualche anno due volte Campione del Mondo. (Max Troiani)





























LA STAMPA - 11 Dicembre 1932 - Il gioco inglese di campionato è cosa differente dal gioco inglese degli incontri internazionali. L'incontro disputatosi oggi sul campo di Highbury fra l'Arsenal e il Chelsea ne è una riprova. L'impianto del gioco è il medesimo. Esso segue cioè la tendenza moderna del lavoro tutto in profondità e tutto mirante a raggiungere lo scopo pratico per la via più breve e del minor tempo possibile. Ma il tono dell'attività è ben differente. Questo tono è il vigore personificato. E' l'uso più schietto e più pieno che si possa immaginare delle energie fisiche che il giocatore ha accumulato in una settimana dì lavoro e di cure. Rispetto alla battaglia odierna fra le due grandi rivali londinesi, l'incontro di mercoledì scorso fra le squadre nazionali di Inghilterra e di Austria fu quasi uno spettacolo all'acqua di rose.

Settantamila spettatori Si inaugurava il nuovo stand al 'campo di Highbury; la grandiosa costruzione a due piani capace di più di 25 mila persone, è costata qualche cosa come 45 mila sterline. Era questa un'opera che giungeva a completamento del programma di riorganizzazione della società calcistica, sull'orlo del fallimento alcuni anni dopo la fine della guerra, e che sì trova ora al primo posto della classìfica del campionato e in testa al movimento calcistico britannico. Ora il campo dell''Arsenal può ospitare 80 mila persone. Assisteva il Principe di Galles ed erano presenti, malgrado la gelida giornata, circa 70 mila persone, dieci o quindici mila di più, cioè di quelle che accorsero all'incontro internazionale con l'Austria.

Viva rivalità locale divide i « rossi » dell'Arsenal, ì « cannonieri », come vengono qui definiti, dagli « azzurri » del Chelsea, i « pensionati », secondo la definizione popolare derivante dall'ospedale militare degli invalidi confinante con il campo della società del West End. Ambiente movimentato quindi. Fu una battaglia delle più aspre e interessanti che possa produrre il gioco del calcio. Al 5' minuto dall'inizio, Arsenal già si trovava in vantaggio. Un tiro dell'ala sinistra, Bastin, aveva battuto a fil di palo e a mezza altezza il portiere del Chelsea. Nel secondo tempo l'ala destra dell'Arsenal aumentava il vantaggio con un tiro da lontano; poi era la volta del Chelsea di segnare a mezzo dell'ala sinistra Brout e, verso la fine} - mentre l'oscurità veniva rapidamente calando, i « cannonieri » mettevano definitivamente al sicuro il risultato, segnando due altri punti per merito del centro Coleman e dell'ala sinistra Bastin. Risultato finale quindi: 4 a 1 a favore dell'Arsenal.

I cinque punti segnati da giocatori di ala, ma più che il risultato è il gioco svolto che interessa, il gioco di una velocità e di una robustezza spettacolose. In Inghilterra sono finiti decisamente i tempi del gioco stretto e delle azioni lente e compassate. Sulla scuola del NewCastle United, scuola che dilettò i nostri giorni di studente nell'immediato anteguerra, non lavora ormai più nessuno. Ora tutto è stile aperto, azioni in avanti, movimento a lungo respiro; è cambiata anche la disposizione degli uomini in campo. L'Arsenal passa, a ragione, per il più elastico e il più veloce esponente della nuova teoria di gioco, e gli atteggiamenti tattici che la squadra dei "cannonieri" assume nel corso di una partita meritano in realtà di essere studiati. Passa, la compagine dell'Arsenal, per la squadra dalla disposizione dell'attacco a tipo W, e in realtà le due mezze ali non si vedono quasi mai nello schieramento avanzato. In avanti stanno le due ali e il centro e sono le sole che possono segnare. Ma non è questo solo particolare tattico che abbia carattere di importanza e di interesse. Quello che colpisce l'attenzione in modo maggiore è la formazione della difesa. Il settore estremo déll'undici, e ne tornò ammirato, è formato da tre uomini oltre che dal portiere.

Dai due terzini e dal centro mediano e ciò non in modo vago e approssimativo, ma per disposizione fissa, ferma e costante. Il contro mediano sta per tutto '"incontro alla stessa altezza dei terzini, anzi viene a trovarsi più indietro di essi quando uno dei due avanza. In tutti i 90 minuti di gioco a cui assistetti oggi, il centro della seconda linea dell'Arsenal, Roberts, non abbandonò un istante la sua posizione prettamente difensiva. Restò di guardia al famoso centro avanti Gallacher, conosciuto anche in Italia; egli di lavoro di attacco non ne fece mai e il suo rivale del Chelsea, O'Dowd, si comportò precisamente come lui. Si noti che Roberts e 0' Dowd passano per i due fra i migliori centri mediani che possegga il calcio inglese in questo momento. Due autentici terzini nel senso più esatto della parola. Il gioco dì collegamento e di costruzione lo fanno, sìa l'Arsenal come al Chelsea, le due mezze ali con la loro posizione rientrata e i due mediani laterali i quali di laterali non hanno ormai più che la posizione die assumono quando entrano in campo. Le due mezze ali e i due mediani in questione formano come un quadrato al centro del campo, un quadrato che si sposta e si piega con grande duttilità c mobilità a seconda delle circostanze, ma un quadrato che forma come un blocco in opera difensiva e come Una molla di prepulsione in lavoro costruttivo. Tutte le avanzate partono di qui, tutta la strategìa del gioco pare emanare da, lui. Chiara dimostrazione di bel gioco

E' una delle cose più interessanti, vedere operare in questa disposizione centrale quattro uomini dell'Arsenal di cui abbiamo parlato. Anche perchè di questi quattro uomini due si chiamano Jack e James, due intelligenze del gioco, due uomini di cui non si sa se ammirare maggiormente la finezza tecnica o la facoltà di percepire le situazioni e ritrarne vantaggi tattici. L'incontro disputatosi sul campo dell'Arsenal fu, ripetiamo, una cosa che meritava di essere vista, una dimostrazione pratica di una teoria moderna del gioco. Molti fra i tecnici venuti dal continente per assistere alla partita di mercoledì scorso si erano fermati a Londra per l'occasione e tutti, concordemente, furono dell'opinione che, dal punto di trista di strategìa del gioco e di studio dell'orientamento

In parecchi di quelli che erano a Highbury oggi, noi continentali siamo giunti a conclusioni sul valore e sull'efficienza del calcio inglese attuale che coincidono con quelle del commissario tecnico austriaco. Il calcio inglese va visto in quell'ambiente di campionato in cui è nato e per cui vive. Allora dice qualche cosa di veramente bello e convincente.
di Vittorio Pozzo (Storico Selezionatore della Nazionale Italiana, 2 volte Campione del Mondo)
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