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16 luglio 2026

[BOOKS] "LONDRA. Una biografia" di Peter Aykroyd (Neri Pozza), 2013

Londra non è una città. I suoi vicoli sono vene, i suoi parchi polmoni. Nella nebbia, le strade di ciottoli brillano di sudore, mentre le bocche degli idranti gettano acqua come sangue da un’arteria. Le sue vecchie mura sembrano...

Londra non è una città. I suoi vicoli sono vene, i suoi parchi polmoni. Nella nebbia, le strade di ciottoli brillano di sudore, mentre le bocche degli idranti gettano acqua come sangue da un’arteria. Le sue vecchie mura sembrano spalle enormi. I ponti che traversano il Tamigi gambe tozze e arcuate, e le luci di Westminster o le insegne di Trafalgar Square occhi sempre aperti. Negli anni c’è chi l’ha raffigurata come un giovane che sgranchisce le braccia, quasi si fosse appena svegliato, e altri che l’hanno paragonata a un mostro dalla testa enorme e dalle membra sottili. Comunque la si guardi, una cosa è certa: Londra non è una città, è un animale in costante mutazione.
Partendo da questa irrefutabile verità, Peter Ackroyd, londinese di East Acton, ha concepito il più ambizioso e originale dei progetti: ricostruire il corpo di una terra che ha quasi cinquanta milioni di anni.
La sua Londra è un saggio storico, un romanzo, un racconto gotico e, insieme, un incredibile trattato erudito. Trascinati dalla sua impeccabile scrittura, ci affacciamo dal ponte di Waterloo e immaginiamo il «letto di mare dell’era giurassica» che ricopriva un tempo quelle terre; leggiamo del ritrovamento del dente di Mammoth a King’s Cross e camminiamo tra famiglie di animali estinti; riviviamo la campagna di conquista di Giulio Cesare, le guerre con i Sassoni e la nascita delle città medievali. Ci sediamo nei pub del centro, e riandiamo col pensiero ai bordelli ritratti da Charles Dickens. Saliamo sulla cupola della cattedrale di Saint Paul, e immaginiamo i tetti inghiottiti dalla nebbia di Jonathan Swift. Ci fermiamo all’incrocio tra Duke’s Place e Bevis Marks e rivediamo «l’anello di ferro» che un tempo proteggeva più di trecento acri di città, oppure scoperchiamo la «piccola botola d’acciaio» sotto Leicester Square e ci ritroviamo tre piani sottoterra, in una stazione elettrica.
Ma soprattutto passeggiamo come quotidianamente passeggia Peter Ackroyd per le strade della sua città: come un bambino in un parco giochi, con gli occhi sgranati e la bocca aperta, stupendoci continuamente, osservando strade, palazzi e alberi come se potessero raccontarci la loro storia, e, così, farci rivivere tutto daccapo.
Londra è un labirinto stupefacente in cui il lettore si perde con piacere, per ritrovarsi alla fine con uno sterminato «compendio di fatti oscuri e di aneddoti decisamente curiosi» (London Review of Books); una «perla di non-fiction» (The Independent) che, grazie alla prosa accattivante ed eclettica di Ackroyd, si candida a essere il ritratto millenario e definitivo della capitale britannica.

22 maggio 2026

"INGLESI. Ritratto di una non cosi perfida albione" di Beppe Severgnini (BUR), 1987


Inglesi non potevo toccarlo. E' il mio primo libro, e gli sono affezionato. Concordato durante l'estate 1987 in Rizzoli (col battagliero Edmondo Aroldi), scritto tra il 1988 e il 1989, uscì all'inizio del 1990. E' stato aggiornato una volta sola, nel 1992, dopo l'edizione Hodder & Stoughton dell'anno precedente. Il libro racconta, in sostanza la Gran Bretagna di Margaret Thatcher, intenta a scuotersi dal torpore post-imperiale. Dieci anni dopo, mi sento di dire che ne avevo intuito la solidità di fondo - a quei tempi tutti parlavano di "British disease", la malattia inglese - e ne avevo pronosticato il futuro brillante (non dovrei ricordare queste cose, ma quante volte uno scrittore può dire d'aver imbroccato una previsione?).In Gran Bretagna, dopo l'uscita del libro, sono tornato spesso.Continuo a bazzicare Notting Hill e il Reform Club, frequento la televisione e le radio britanniche, e sono in grado di movimentare una cena parlando della moneta unica europea. Nel 1993, mentre ero distaccato presso la redazione di "The Economist" (per il quale dal 1996 sono il corrispondente in Italia), ho ripreso possesso della casetta di Kensington Church Walk (Londra, W8). Insomma: gli inglesi mi affascinano, anche quando fatico a capirli. Non riesco, e non voglio, staccarmene.Ho anche scritto di loro, in questi dieci anni. Ho pensato perciò di raccogliere una selezione di pezzi, per spiegare le cose che sono cambiate (è arrivato Blair e se n'è andata Diana, le Spice Girls sposano i calciatori, il sistema di classi finalmente scricchiola, a Londra si trova lavoro e si mangia decisamente meglio). Ho diviso questo post-scriptum in due parti. Nella prima parte, ho raccolto alcune opinioni sui "nuovi inglesi", comprese quelle pubblicate/trasmesse dai media britannici, che mi hanno consentito di litigare allegramente con gli amici lassù. Nella seconda parte, ho riunito quattro descrizioni di Londra, che spero possano fornire spunti per una visita o un viaggio.Per tutto il resto - per l'Inghilterra eterna, quella che scoprirà il bidet intorno al 2220 (forse) - rimando al testo originale. Certi "inglesi", per fortuna, non cambiano mai.

6 marzo 2026

[BOOKS] "A LONDRA CON VIRGINIA WOOLF. Passeggiate nella città della vita" di Cristina Marconi (Perrone Editore), 2021


A Virginia Woolf i medici raccomandarono senza mezzi termini di stare lontana da Londra. Troppo sensibile la scrittrice, troppo animata la città: due elementi che, combinati, non potevano che gravare su un'anima già infragilita da lutti e dolori. Eppure è a Londra che la scrittrice vorrà sempre tornare e sempre rimanere: nella capitale trova l'entusiasmo elettrizzante di una passeggiata fatta per comprare una matita, i suoni perduti di Orlando che pattina con la principessa russa sul Tamigi gelato, la vecchia Kensington dell'infanzia vittoriana e la nuova Bloomsbury, il salotto che accoglie intellettuali e artisti. La vita di Virginia Woolf a Londra è scandita dai continui traslochi: otto in tutto. La casa che si affaccia su Gordon Square, chiara e vuota, la prima con la luce elettrica e il 3S di Brunswick Square, dove vive sola con altri uomini. Queste case sono il suo punto di vista sulla città, e cioè sul mondo intero, sulla realtà con le sue tragedie e i suoi cieli. Cristina Marconi accompagna il lettore tra le vie e i quartieri, protagonisti e sfondo della vita e delle opere di Virginia Woolf che, anche da "una stanza tutta per sé", celebra la città che somiglia alla sua anima: Londra e la scrittrice, ugualmente avide di vita, ugualmente tese verso il dramma. Entrambe tanto luminose, quanto popolate da ombre. Londra è una città di tombe, una città che fa amicizia con cimiteri e fantasmi; la stessa confidenza che Virginia ebbe con la vertigine della morte.

10 febbraio 2026

"ARRIVEDERCI LONDRA" di Enrico Franceschini (Baldini & Castoldi), 2026


Sono dodici giornalisti europei: un italiano, un francese e uno spagnolo, una tedesca, un’austriaca e una danese, e così via, ciascuno prigioniero degli stereotipi nazionali, come in certe barzellette politicamente scorrette, ma uniti dall’amore per Londra, dove abitano e lavorano da anni. Considerano la metropoli sul Tamigi, sfavillante, multiculturale, globalizzata, come una New York d’Europa e ci si sentono perfettamente a casa. Finché un giorno arriva il referendum sulla Brexit, l’equivalente di un tradimento coniugale: l’amara scoperta che gli inglesi, decidendo di uscire dall’Unione Europea, li hanno ripudiati. La delusione diventa rabbia e poi, quando uno di loro subisce un’aggressione xenofoba, si trasforma in desiderio di vendetta: da quel momento decidono di dare una lezione collettiva ai brexitiani, augurandosi che contribuisca a fare cambiare idea al Regno Unito sul divorzio dal continente. Dapprima organizzano una serie di scherzi atroci, quindi passano alle maniere forti: messo da parte il computer su cui scrivono gli articoli, iniziano una caccia indiavolata alle categorie più fieramente euroscettiche all’ombra del Big Ben. Con il passare dei mesi gli incidenti si moltiplicano, Scotland Yard assegna le indagini a un’ispettrice con l’acume di Miss Marple e a un sergente con la pigrizia di Poirot, mentre si avvicina il momento fatidico in cui la Brexit deve entrare in vigore. La sporca dozzina di corrispondenti esteri riuscirà a scongiurarla? Oppure verranno scoperti, arrestati, sbattuti in prigione? Una dark comedy sulla surreale pagina di storia che dieci anni fa ha diviso l’Europa. Un giallo semiserio sulla speranza che, parafrasando una vecchia battuta, la nebbia sulla Manica non isoli per sempre l’Inghilterra. Il romanzo della Brexit.

26 gennaio 2026

"ROLLS ROYCE" di Giuseppe Lavalle

SE CHIEDI QUANTO COSTA, NON SEI UN CLIENTE ADATTO PER QUESTA VETTURA.
Si sintetizza così il mito elitario ed esclusivo della più lussuosa marca di automobili del mondo, la Rolls Royce. Tutto inizia 4 maggio del 1904, quando ci fu un incontro speciale da cui doveva nascere di qualcosa di molto speciale. In Inghilterra, nella sala da pranzo dell'hotel Midland di Manchester, si incontrarono un ricco giovane dal nome di Charles Stewart Rolls, rampollo di una famiglia d'Inghilterra, e il commerciante di auto Frederick Henry Royce.

I due condividevano la passione per i motori e si intesero subito. Amavano le auto, affascinati dagli orizzonti che il nuovo mezzo dischiudeva al mondo e ai loro occhi. Nell'incontro scoccò la scintilla di un sodalizio che ha dato vita a uno dei nomi più blasonati della storia industriale, in modo particolare dell'automobile. Rolls fino ad allora aveva dimostrato di essere un abile uomo di commercio; Royce aveva fatto fortuna come industriale. Dai progetti un po' visionari dei due nacque la Rolls-Royce che a più di un secolo dalla sua nascita continua a essere vista come il top dei top in tema di auto di prestigio.
Charles Stewart Rolls, nato nel 1877, si appassiona all'automobile fin dagli anni dell'università: già nel 1896 guida una Peugeot Phaeton 3,5 Cv. Piacere personale a parte, la sua innata vocazione per la tecnica e l'ingegneria (a 15 anni aveva dotato la casa della sua famiglia di impianto elettrico) lo guida anche negli studi, portandolo a conseguire un diploma in tale settore. Significativo (e curioso per il suo lignaggio) il soprannome che si guadagna in quegli anni: "Dirty Rolls", Rolls lo sporco, per il suo essere sempre bisunto a causa del suo trafficare attorno alle auto. In breve, l'automobile diventa la sua attività. Nel 1902 crea la C.S. Rolls and Co, società che svolge attività commerciale e di riparazione di autovetture nella zona di Londra.

Henry Royce aveva tutt'altra origine. Nato il 27 marzo 1863, già da ragazzino comincia a lavorare come fattorino per le Poste londinesi. Poi uno zio si fa carico di farlo studiare in una delle più importanti scuole tecniche. Inizia così un cammino dapprima tecnico poi anche imprenditoriale.
Nel 1884 infatti Royce fonda la sua F.H. Royce & Co, produttrice di motori e meccanismi elettrici. La sua prima vettura è una Decauville a due cilindri. In breve nasce in lui il desiderio di qualcosa di più potente, magari concepito e prodotto la lui stesso. E infatti costruisce tre piccole vetture Royce, con motore di due litri di cui gli appassionati dicono un gran bene. 
In questa attività Royce conosce Henry Edmunds che resta entusiasta della vettura prodotta da Royce e ne parla agli amici, tra cui c'è Charles Rolls di cui è buon amico. Proprio Edmunds si convince che dall'incontro tra le due R possono nascere cose importanti e combina il citato appuntamento all'hotel Midland di Manchester.
Dopo qualche Royce, cominciano le vendite della nuova vettura, la Rolls-Royce, il cui marchio era composto da due R rosse, proprio sopra il radiatore, già monumentale sin dagli esordi. Due anni dopo la Rolls-Royce Limited assorbe la società di Rolls e nell'atto di acquisizione si legge l'obiettivo di produrre tutto quanto fosse attinente al trasporto a motore “per terra, aria e mare”. Un obiettivo più che centrato vista la produzione successiva di motori marini e d'aereo. Nel 1906 Rolls vince la corsa del Tourist Trophy, con una Rolls-Royce 20HP. Intanto, proprio in quel periodo Royce mette a punto una vettura molto più potente e più grande: la Silver Ghost, con motore a 6 cilindri di sette litri che sviluppava 48 cavalli a 1200 giri. Elegante, silenziosa, comoda e soprattutto affidabile, nel 1907 uno di questi esemplari compie l'impresa di percorrere 14.371 miglia senza spegnere il motore e quasi senza fermarsi. 
Da allora la storia della Rolls Royce è stata un susseguirsi di modelli sempre più raffinati, eleganti e imponenti. Nel 1910 in un incidente aereo muore Charles Stewart Rolls. 
Due anni prima, in Francia, aveva compiuto il suo primo volo al fianco di Wilburn Wright, uno dei fratelli iniziatori dell'aviazione, e subito Rolls si era innamorato degli aeroplani. Oltre che ad avviare l'attività motoristica col marchio Rolls Royce, diventa subito pilota e proprio in una manifestazione aerea a Bournemouth, il 10 luglio del 1910, perse la vita.

Ma la Rolls Royce non si fermò ed Henry Royce la fece crescere ampliando i settori di attività, sia quello delle auto che quella dei motori da aerei. Pur con l'attività dei motori per aerei (fondamentali per l'industria bellica della prima e seconda guerra mondiale) la Rolls Royce è sempre rimasta la casa automobilistica più prestigiosa con una serie di modelli via via sempre più ricercati e soprattutto con livelli di qualità e affidabilità mitiche. Un mito che la stessa casa sapeva coltivare molto bene. Nel 1931 la Rolls Royce acquista anche la Bentley, potenziandosi così come la maggiore realtà automobilistica per le limousine di rappresentanza e prestigio. Purtroppo in quegli anni viene a mancare anche Henry Royce, che cuore il 22 aprile del 1933, con la sua azienda ormai affermata. Da allora le vicende della Rolls Royce sono proseguite con momenti alti e bassi. Per decenni comunque il gruppo ha compreso sia le auto che i motori di aereo, poi nei primi anni 70 c'è stata la separazione, anticamera della vendita del ramo auto. 
Nel 1980 la Rolls Royce passa al gruppo Vickers e nel 1998 la parte automobilistica approda al gruppo Volkswagen in un accordo che la vedrà poi passare alla Bmw il primo gennaio del 2003. Fra i tanti aneddoti sulla Rolls Royce c'è quello che racconta di un nobile inglese che compie un viaggio in Africa con la sua Rolls-Royce e a un certo punto resta in panne. In modi fortuiti riesce a inviare una richiesta di aiuto alla sede della fabbrica, spiegando che cosa si era rotto. Dopo qualche giorno per vie ancora più fortuite arriva al viaggiatore disperato una cassa contenente il ricambio per la sua Rolls-Royce in panne. Così che il viaggio riprende fino al ritorno a Londra, dove l'automobilista in questione vuole saldare il suo debito e chiede alla Rolls-Royce il conto: "Impossibile: le Rolls Royce non si guastano mai" è la serafica risposta della casa.
di Giuseppe Lavalle, da Fever Pitch

9 dicembre 2025

"SOGNO BRITISH" di Giuseppe Lavalle

Era l’ultimo giorno dell’anno, in casa c’era molta confusione, tra il soggiorno e la cucina un andirivieni continuo. Gli amici di lì a poco avrebbero invaso il mio parquet e riempito la stanza di parole e profumi. Le donne con le loro borse ed i loro completi luccicanti di strass, gli uomini con i soliti abiti blu e cravatta rossa da festa. Altro che british style. Eppure qualcosa per far capire cos’è questo modo di vivere doveva esserci. Un libro, un film, un racconto che aprisse il mio mondo a loro. Sul tavolino la mia agenda
smythson, presa pochi giorni prima alla stationery di Bond Street, mi guardava sconsolata. Hai riempito casa di libri, suppellettili, sciarpe, abiti, e tutto ciò che ha una connessione con la bandiera inglese e non riesci a far capire cosa intendi nel “tuo” mondo Questo sembrava dirmi. Oddio sto diventando pazzo! Din don. Il campanello della porta mi ha distolto dai pensieri molto confusi. Ma la confusione è diventata caos quando davanti alla porta di casa ho trovato Lei, l’eleganza inglese in persona. Santo cielo. E da lì ha iniziato a raccontare…

Deve sapere che ogni persona ha una sua preferenze nelle scelte di gusto. Prediligere un colore ad un altro, una forma ad un’altra, un segno, un taglio di capelli, un profumo o un tipo di camicia, contribuiscono a creare e riconoscere uno stile. Uno stile fatto di modi di comportamento e regole di vita, di inclinazioni ed usi che spesso identificano un intero periodo storico. Se guardiamo alla moda, ci vengono subito in mente lo stile anni ’60, quello degli anni ’80 e via dicendo. Per arrivare al mio stile, che è lì da sempre e rimane faro, dobbiamo fare un lungo giro. L’evoluzione storica ha portato l’impero britannico, e Londra in particolare, ad essere l’ultima capitale dell’umanità, dove il nuovo modo di intendere l’imperialismo ha ribaltato il concetto di forza. Che è divenuta mera servitrice del paese e dei suoi abitanti, i quali hanno posto al centro del loro status di cittadini l’orgoglio civile. Questo modo di intendere le cose funziona da entrambe le parti, ed il patrimonio paese è protetto da questo rapporto stretto tra chi ha il potere e chi, avendo un forte rispetto per se stessi e per i valori sociali, concede il potere. Una tradizione che è stata portata avanti per secoli, facendo degli inglesi un popolo con un fortissimo senso di appartenenza. Senso di appartenenza che ha permeato il british style rendendolo modello universale. 
A due personaggi è attribuita la paternità dell’eleganza inglese. Lord Brummell (nella foto sotto) la creò, definendo canoni di eleganza per nobiltà e borghesia, ed offrendo alla classe dirigente dell’epoca modelli consoni ai tempi. Il Duca di Windsor introdusse la vitalità di uno stile di vita moderno e dinamico negli stanchi paradigmi edoardiani. Seduto per pochi mesi sul trono del Regno Unito, resterà eternamente su quello dell'Eleganza. Nessuno mai potrà più giungere alle altezze dove egli si muoveva con trascendente naturalezza. Essi stabilirono norme non scritte che invasero ogni aspetto della vita inglese. Dall’auto allo sport, fino alla letteratura ed alla musica una fase di crescita del british world che va dall’incoronazione della Regina Vittoria fino al sessantotto. In quel periodo Londra fu la capitale del gusto, un gusto che si formò con le continue contaminazioni provenienti dalle differenze, all’epoca molto nette, tra universo maschile e femminile, tra città e campagna, tra lavoro e tempo libero. Alcune contaminazioni, con molta parsimonia, mettevano di tanto in tanto in contatto i poli opposti, generando corto circuiti ad alta energia. Terminato questo sistema, che col dandismo aveva anche raggiunto le vette del sublime, inutilmente si prova ora a stupire con trentacinque orecchini, mentre negli anni trenta un duca faceva parlare i giornali e i salotti solo per aver calzato scarpe di camoscio nella city.

Il low profile, il non urlato, il non mostrato, la banalità delle considerazioni sul tempo, sono i tratti che celano gli archetipi dello stile inglese, che segretamente si uniscono e quando appaiono hanno infiniti aspetti. Girare per un mercatino ci da la misura di quanto gli inglesi hanno dedicato ad ogni attività, influenzandola intimamente. Dagli stiracravatte alle scatole per tabacco, dal set per il pic-nic all’ombrello con fiaschetta, hanno creato di tutto. Molti di questi oggetti sono scomparsi, altri sono entrati nell’uso comune. In essi manca spesso qualcosa che oggi è sopravvalutato: la praticità.

La concezione che gli inglesi hanno dell’eleganza è strettamente legata alla comodità intesa come la capacità che ogni oggetto ha di raggiungere al meglio il suo scopo. E questo contrasta con la praticità, la diva del nostro tempo. La vanità è cosa che sta dentro un gentleman, ma essa non è il motore bensì la capote ribaltabile. Arriva dopo. Una valigia inglese è bella, ma pesante. Chi ama il grosso cuoio bridle, i punti da selleria, i coperchi sovrapposti e le finiture in ottone pieno, non vedrà alcun problema e prima dirà che è pesante, ma bella, poi solo che è bella e a quel punto ne apprezzerà sino in fondo la semplicità e l’infinita durata. Il tramonto dello stile di vita inglese è coincide con l’alba di un uomo che non ha servitori e non aspira ad averli. Nell’indossare una cosa ricerchiamo il piacere di possederla e l’approvazione in quanti la vedono. L’esatto opposto di quanto è british style, in cui un oggetto non viene valutato per se stesso, ma per la rispondenza ad un criterio di opportunità. Per cui ordinare un abito non risponde ad un esigenza di bellezza, ma è connesso all’insistenza di avere un abito consono. Anni fa un gentleman-rider milanese, persona che ha passato più ore a cavallo che in casa, si recava a Londra per ordinare una giacca da equitazione. Nella sartoria troneggiava un cavallo in legno, dove al cliente si prendono le misure che permettono di far aprire nel modo giusto lo spacco posteriore mentre si monta. Il nostro connazionale, trattandosi di un simulacro, salì inforcando la staffa destra invece della sinistra, come vuole una tradizione inglese universalmente accettata. Immediatamente il commesso ebbe un moto di sorpresa e disappunto, dicendo qualcosa del tipo: “il solito continentale”. E’ dominando ogni appetito immediato e segnatamente quello di una vanità riconoscibile come tale, che l’uomo diviene gentiluomo. Secondo questo criterio, nessuno potrà essere elegante se non è “proper”, cioè coerente.

Il mio mondo mi aveva parlato. Quando è andato via ho trovato un biglietto dentro la mia Smythson, "Non confondere la bellezza con l’eleganza".
di Giuseppe Lavalle, da Fever Pitch

21 novembre 2025

"A LONDRA CON SHERLOCK HOLMES. Sulle orme del grande detective" di Enrico Franceschini (Ed. Perrone), 2020

Sherlock Holmes, l'uomo che non ha mai vissuto e che mai morirà, e Londra, "quel grande pozzo nero dal quale tutti i perdigiorno e gli sfaccendati dell'Impero vengono irresistibilmente inghiottiti". Enrico Franceschini disegna un itinerario alla scoperta della metropoli seguendo le tracce del padre di tutti i detective, dal 221B di Baker Street per arrivare al Langham Hotel, dove Conan Doyle incontrò Oscar Wilde ed ebbe la prima idea per Uno Studio in rosso, al St. Bartholomew's Hospital, il più antico ospedale di Londra, nel cui laboratorio Holmes incontra il dottor Watson. Quella Londra, tentacolare e multiforme, più di un secolo dopo continua ad ammaliarci, a inghiottirci, nulla è cambiato. Attraversarla significa dilatarne la percezione, moltiplicarne le identità. Comprenderla rivela l'innesto delle storie nella Storia.

24 ottobre 2025

"DAI BEATLES A BLAIR: La cultura inglese contemporanea" di Roberto Bertinetti (Carocci Editore), 2001

Questo volume propone un viaggio all’interno della società e della cultura inglese dal 1956 sino ad oggi attraverso i ritratti dei protagonisti di un periodo che ha segnato in maniera profonda l’intera storia europea. 
Ai mutamenti nella moda, nella musica, nel teatro, nella narrativa, si affiancano la scoperta della figura del teenager - l’adolescente che diventa consumatore - e la nascita del personaggio di James Bond, perfetta sintesi del clima della Guerra Fredda. Sugli schermi delle sale cinematografiche e in libreria prende intanto forma una profonda rivoluzione nei rapporti tra i sessi, mentre l’incubo della perdita di peso sul piano internazionale favorisce nel 1979 la vittoria di Margaret Thatcher. 
L’Inghilterra degli anni Ottanta ritratta nei film di Ken Loach, di Mike Leigh e di Stephen Frears è un paese violento, diviso, sensibile alle parole d’ordine del razzismo e dell’intolleranza. La ricerca di un’identità multiculturale caratterizza, invece, l’indagine letteraria dei nuovi autori, spesso - è il caso di Rushdie e di Naipaul - approdati a Londra da altri continenti. 
Sul piano politico gli avvenimenti centrali della realtà contemporanea sono la crisi della monarchia e un veloce cambio di passo verso la piena modernizzazione imposto dai laburisti guidati da Tony Blair, vittoriosi grazie al progetto di uno stato a forte partecipazione collettiva, costruito per offrire ad ogni individuo uguali opportunità di partenza.

11 ottobre 2025

"IN INGHILTERRA CON JANE AUSTEN" di Giuseppe Ierolli (Perrone Editore). 2022

Jane Austen ha sempre raccontato ciò che conosceva perfettamente, ovvero i luoghi e l'ambiente sociale che frequentava nel corso dei suoi spostamenti all'interno dell'Inghilterra del sud, sia per i diversi cambi di residenza che per vacanze o visite a parenti e conoscenti. Conoscere i luoghi in cui ha vissuto o ha visitato, e rintracciare il suo passaggio anche in posti ormai spariti o che hanno subito notevoli cambiamenti, è quindi uno dei modi per ripercorrere la sua biografia e rileggere i suoi romanzi con una consapevolezza diversa. Giuseppe Ierolli ci accompagna in un viaggio letterario tra le pagine e la vita di una delle più importanti autrici della storia.

22 agosto 2025

"BREXIT BLUES" di Marco Vervello (Mondadori), 2019


Brexit, British exit – sintesi concisa ed efficace – domina le preoccupazioni di milioni di famiglie europee che vivono Oltremanica, 700.000 italiani compresi, e dell’intera società inglese. A prescindere dalle conseguenze future si percepisce già da tempo un malessere diffuso. Marco Varvello, corrispondente del TG1 da Londra, ha scritto, a partire da sé e dalla sua doppia cittadinanza (passaporto italiano e britannico), un romanzo corale che racconta l’atmosfera di disagio che ha segnato e continua a segnare la vita quotidiana, non solo politica, del Regno Unito. E dunque, evocate da quella atmosfera, ecco una sequenza straordinaria di storie: un ex ministro che organizza attentati, una guerra tra condomini, un triangolo finanziario che finisce nel sangue, una centrale nucleare cinese a due passi da Londra, le cure dell’NHS, il Servizio sanitario britannico, elargite come indulgenze a un villaggio romeno.
Ne sortisce un grande racconto surreale, ironico e grottesco. Tale da comprendere in un solo colpo d’occhio la complessità e la varietà umana di un evento che ci riguarda tutti. A cavallo fra due mondi, Varvello ha mescolato realtà e finzione e ci consegna a un presente e a un futuro che non parlano soltanto inglese.


18 agosto 2025

"Semplicemente.. ANDY CAPP" di Gianluca Ottone


























E’ uno dei miei “eroi” preferiti, fin da ragazzino era la “strip” più desiderata, non è totalmente collegata col football di cui tratta questa pubblicazione ma indubbiamente per molti versi ha le stesse passioni, pregi (pochi…) e difetti (molti di più…) dei frequentatori degli stadi britannici di un tempo.

Andy Capp nasce nel 1957 come intrattenimento domenicale per i lettori del Daily Mirror nell'edizione dedicata al nord dell'Inghilterra.
La direzione del Mirror chiese esplicitamente a Reg Smythe, l'autore e ideatore di Andy Capp, di studiare una figura che facesse sorridere i “northerners” possibilmente narrando vicende di vita vissuta non così lontane dalla realtà quotidiana degli abitanti di Newcastle o Middlesbrough.
Fu così che Smythe pensò di trasporre su carta ciò che ricordava della sua giovinezza trascorsa nella città natale di Hartlepool in pieno nord est, quando era testimone della vita quotidiana dei propri genitori e dei vicini di casa.
Reginald “Reg” Smyth (che diventò noto come Smythe, aggiungendo una e al suo cognome) nacque a Hartlepool nel 1917.
I genitori erano tipici rappresentanti della working class britannica, il papà era operaio presso i cantieri navali di Hartlepool, la mamma casalinga.
Lasciata la scuola a 14 anni il nostro Reg bighellona per un po' sino alla decisione di arruolarsi nell'esercito, dove dopo 10 anni di servizio raggiunse il grado di sergente.
Allo scoppio della seconda guerra mondiale Smythe fu inviato in nord Africa.
Al termine del conflitto mondiale si congedò e si stabili a Londra dove trovò lavoro come impiegato delle Poste.
Successivamente si impiegò presso un'agenzia specializzata nella realizzazione di cartoons. Qui si fece apprezzare per una sua dote naturale, la capacità di disegnare.
Intorno alla metà degli anni ‘50 Smythe collabora quasi esclusivamente col Daily Mirror ed è qui, come già accennato, che nasce Andy Capp.
Il successo fu immediato, tanto che in breve tempo, le sue “strips” passarono dall'edizione “nord” a quella nazionale e nel 1963 fu lanciato negli USA dove incontrò altrettanto gradimento. Uguale riscontro lo ottenne in quasi 40 paesi e centinaia di quotidiani nel mondo. Smythe procedette senza sosta a disegnare le avventure della sua creatura ed ad ideare quasi quotidianamente le battute e freddure che renderanno Andy Capp un evergreen del fumetto. Continuò sino alla data della sua morte, avvenuta nel 1998, a causa di un tumore alla gola complice anche il suo vizio per le sigarette (solo negli ultimi mesi precedenti la sua dipartita Smythe decise di smettere di fumare e contemporaneamente tolse la sigaretta dalle labbra di Andy Capp).


Del nostro Andy che dire? Chi più chi meno lo conosce e lo “frequenta” da anni.
In Italia arrivò alla fine degli anni 60, i suoi albi pubblicati dall'Editrice Corno ebbero molto successo e le sue strips comparvero per anni sulle pagine de “La settimana enigmistica” con il titolo de “Le vicende di Carlo e Alice”.
Andy Capp è un ometto di bassa statura, porta un flat cap calato sugli occhi e sul nasone, una onnipresente cicca penzolante dalle labbra, un abito scuro ed al posto della cravatta usa una sciarpetta annodata. Insomma, né più né meno il ritratto del tipico inglese popolare degli anni 40/50. E' perennemente disoccupato anche pechè non cerca lavoro o comunque lo evita, tirando avanti col sussidio di disoccupazione che gli basta a malapena per qualche giorno di sbronze e scommesse su cani e cavalli.
Il pub è il suo regno, la sua vera casa!
Qui trascorre intere giornate tra sfide a freccette, biliardo, corteggiamenti alle giovani cameriere e ovviamente “qualche” pinta di bitter ale.
A casa ci sta il meno possibile.
Di solito nelle ore in cui il pub è chiuso, sonnecchia sul divano evitando accuratamente di sbrigare qualsiasi lavoro domestico, non risponde (o risponde male) all'esattore dell'affitto.
Nonostante non sia più un giovanotto è uno sportivo praticante; è parte integrante delle locali squadre amatoriali di calcio, rugby, cricket, freccette, biliardo.
In qualsiasi di questi sports riesce sempre a litigare con arbitri, avversari e anche a volte con i compagni di squadra!
E' rinomato per la foga con cui affronta i contrasti, tanto che, sovente, gli avversari che lo conoscono...lo evitano! Oltre a praticare sport è anche un tifoso accanito che segue la sua squadra del cuore (probabilmente l'Hartlepool United...) in casa ed in trasferta finendo sovente coinvolto in risse con i tifosi avversari.
Andy da vero “provinciale” e popolano, raramente esce dalla propria città dove in effetti ha tutto ciò che gli serve per andare avanti: i pubs, lo stadio, le corse dei cani, le maratone di biliardo, gli amici... Al massimo si concede una trasferta al seguito del suo club o un raro week end a Blackpool con la moglie.
Già, la moglie. Si, Andy nonostante tutto è sposato!
Lei si chiama Florence detta Flo o Florrie, più alta di lui, grassoccia, con una pazienza infinita. Lei è l'unico sostegno della famiglia, lavora in fabbrica e fa pulizie a domicilio, difende accanitamente il suo stipendio dagli assalti del marito che chiede continuamente prestiti per una bevuta Nonostante tutto è addirittura gelosa del suo Andy e non di rado lo aspetta sveglia nel cuore della notte per capire se sta rientrando dai bagordi con gli amici o se ha perso tempo dietro alle sottane delle cameriere.
Qui si scatenano furibonde discussioni che a volte terminano in scazzottate feroci (d'altro canto nei quartieri popolari di ogni città inglese il “wife beating” da parte del marito ubriaco o le bastonate della moglie al consorte tornato brillo dal pub sono sempre state una consuetudine piuttosto radicata).
Insomma, il successo di Andy Capp derivò dal fatto che le sue avventure non erano altre che uno spaccato della società inglese con i suoi lati postivi e negativi.
Le sbronze del venerdì e sabato sera, le risse fuori dal pub, le tifoserie arrabbiate, il rapporto col poliziotto di quartiere, la passione per gli sports (anche praticati), le scommesse...
Alla fine Andy Capp è un po' come vorremmo essere tutti noi, si dedica con passione e volontà alle cose che gli piacciono, evita volutamente le cose più impegnative e meno soddisfacenti come il lavoro, le cose imposte dagli altri o le serate noiose in compagnia dei parenti.
La sua ironia è graffiante, irriverente e non risparmia nessuno.
Non risparmia il Pastore che cerca di indirizzarlo verso una vita più sana e serena; non risparmia Rube, la vicina di casa che incita Flo a mollare Andy o la suocera, con la quale parla solo attraverso la porta e che non accetta in casa!
Alla fine di tutto Andy è contento così; lui dalla vita non chiede nulla (se non qualche scellino per le pinte e qualche scommessa) e non dà nulla in cambio...
I volumi editi in Italia dalla Corno sono facilmente reperibili a prezzi popolari ma il mio consiglio è di accaparrarsi alcuni volumi originali.
Intanto molte avventure inglesi non sono mai state pubblicate in Italia e poi il lessico usato è spettacolare. Con un minimo di dimestichezza e abitudine apprenderete espressioni e dialoghi diffusi nell'inglese popolare dove il “me” sostituisce il “my”, il “ya” al posto del “you” e “cheeky monkey” non è una razza di scimmia ma sta ad apostrofare una persona irriverente, un po' “faccia da schiaffi”...
Per concludere, bisogna segnalare che la città di Hartlepool nel 2007, dopo anni di discussioni, ha eretto una statua ad Andy Capp...
In fin dei conti Andy ed il suo creatore, sono sicuramente tra i “figli” più importanti della ventosa città del nord est!
di Gianluca Ottone

25 luglio 2025

"INGHILTERRA. Tutto quello che c'è da sapere" di Noah Gil-Smith, 2025

Intraprendi un viaggio coinvolgente attraverso i paesaggi accattivanti, la ricca storia e la vibrante cultura dell'Inghilterra con il nostro libro completo di solo testo. Dagli antichi misteri di Stonehenge alle vivaci strade di Londra, ogni capitolo scava in profondità nel cuore e nell'anima di questo affascinante paese, offrendo ai lettori una comprensione sfumata del suo passato, presente e futuro. Scopri i segreti dei castelli medievali dell'Inghilterra, ripercorri le orme di giganti della letteratura come Shakespeare e Dickens ed esplora la vegetazione lussureggiante dei suoi parchi e giardini nazionali.

Che tu sia un appassionato di storia, un appassionato di cultura o semplicemente un viaggiatore in poltrona desideroso di esplorare nuovi orizzonti, questo libro è la tua guida essenziale per tutto ciò che riguarda l'Inghilterra. Immergiti nei luoghi, nei suoni e nei sapori di questo paese vario e dinamico e scopri le storie che hanno plasmato la sua identità nel corso dei secoli. Perfetto per chiunque sia desideroso di esplorare le meraviglie dell'Inghilterra senza alzarsi dalla poltrona, questo libro è un'aggiunta indispensabile a qualsiasi biblioteca o libreria. Si prega di notare che questo libro è un testo puro e non contiene immagini.

4 luglio 2025

"A EDIMBURGO CON IRVINE WELSH" di Andrea Pomella (Perrone Editore), 2023


È il 1966. Cinque ragazzini giocano a pallone sui prati di Muirhouse, tra le case popolari della periferia nord di Edimburgo. Due poliziotti li fermano per disturbo della quiete pubblica e li spediscono al tribunale di High Street. Uno di loro ha otto anni, suo padre è un ex portuale, sua madre fa la cameriera, si chiama Irvine Welsh. Mentre si becca la prima denuncia della sua vita, il piccolo Irvine ancora non sa che da grande diventerà uno scrittore, il più famoso di Scozia, quasi più famoso di un altro edimburghese nato un secolo prima di lui, Louis Stevenson. Le opere di Welsh, più che commedie, sono dei veri e propri romanzi politici, quasi tutti ambientati in una Edimburgo in cui il governo Thatcher ha spazzato via posti di lavoro, sindacati e ogni traccia di solidarietà sociale. A partire da Trainspotting ha fotografato il degrado e la follia della generazione perduta degli anni Ottanta, ragazzi per i quali l’eroina era l’unica alternativa al circolo vizioso casa-famiglia-lavoro.

6 gennaio 2025

"MIND THE PUB. Il giro di Londra in 80 pub" di Fabrizio Vincenti (Eclettica) 2024

La prima guida ragionata, in italiano, dei pub di Londra: 80 locali, uno più caratteristico dell'altro, ognuno a pochi passi da 80 fermate della Metro sparse per tutta la città. Completano la guida 80 angoli meno noti della capitale britannica, ma non per questo meno ricchi di fascino e di interesse, che potrete scoprire prima o dopo la sosta ai pub.

3 gennaio 2025

DIMMI CHE "PIE" MANGI E TI DIRÒ CHI SEI..






















Il tradizionale “pie” britannico e il calcio d’oltremanica condividono una lunga storia insieme. Rappresentano due elementi molto amati nel Regno Unito. Non troviamo tale combinazione in altre zone d’Europa, in città tipo Barcellona o Milano ad esempio, perché il clima è molto più severo ed è lui il principale motivo per cui cibo e football vanno di pari passo. 
Cosa può esserci di più anglosassone di un tortino caldo accompagnato da un “Bovril” (estratto di carne popolarissimo da quelle parti) o da un the fumante, per riscaldarsi durante una fredda partita invernale? Nessuno sa quando è stato consumato il primo tortino durante una partita di calcio, ma sembra che ci siano ben oltre cento anni di storia alle spalle.. 
Chi siamo noi per discutere con la tradizione?! Il celebre coro che intona "Chi ha mangiato tutte le torte?” si ascolta spesso durante i match e alcuni lo attribuiscono ai tifosi dello Sheffield United, che inneggiavano al loro rotondo e pesantissimo portiere, William "Fatty" Foulke. La litania è stata spesso accostata pure all'attaccante degli anni '80/'90 Micky Quinn, (soprannominato “Sumo”, per il suo peso eccessivo) a causa di un fatto occorsogli nel 1992, quando un tifoso gli lanciò una torta in campo e lui la divorò letteralmente..

Nella stagione calcistica 2008/09, un curioso tizio dal nome Tom Dickinson, viaggiò ln lungo e in largo il Regno Unito per mangiare un “pie” in ogni stadio del “Club ‘92”, ovvero in ognuno dei 92 impianti in cui si esibiscono le formazioni professionistiche inglesi. Dalla sua esperienza, nel 2011 è uscito un insolito libro intitolato, appunto, “92 pies”. Il sito web specializzato in questo campo, www.pierate.co.uk ha stilato una buffa lista delle prelibatezze più amate dai supporters. 

Non sorprende trovare il Morecambe FC attualmente in cima alla graduatoria dei “pie” fatti in casa, vista la consolidata prelibatezza del prodotto. La scelta è accuratissima, dato che la maggior parte degli impianti sportivi distribuisce cibo commerciale in serie, come “Shire”, “Pukka”, “Peters”, ecc.. E nella classifica vengono privilegiati soprattutto “pie” artigianali. Si può sostenere che il “pasticcio di carne” è la Gran Bretagna in un piatto. Può apparire alquanto elementare, senza pretese, ma dietro nasconde una storia molto più ricca di quanto sembri. La portata di cui dibattiamo è in circolazione sin dagli antichi egizi, ma l’idea di racchiudere un ripieno all’interno di una di un impasto realizzato con farina e olio, in realtà ebbe origine nell’antica Roma. La prima ricetta pubblicata prevedeva un “pappone” di segale ripieno di formaggio e di miele di capra, un modello sorprendentemente delizioso per l’antica cucina italiana. Tuttavia, il “pie” per cui ci lecchiamo i baffi oggi, affonda realmente le sue profonde radici nel Nord Europa. In passato l’olio d’oliva era scarsissimo nel territorio. Invece burro e strutto erano i componenti prediletti dai climi più rigidi e freddi a Nord del Mediterraneo. L’uso dei grassi solidi ha quindi determinato un “pastone” arrotolabile e modellabile, fino a conseguire tale prodotto. La ricetta base atta a realizzare il nostro “meat pie” è la seguente:

Preparare il ripieno:
usiamo guance di manzo e macinato di carne, cotte con vino, cipolla, aglio, timo, rosmarino, funghi e sedano a fuoco lento, fino a quando risulteranno teneri. Refrigerare il ripieno durante la notte per raffreddarlo e addensarlo.

Preparare la base di pasta frolla:
uniamo farina, burro e sale per poi frullare fino a formare un impasto. Refrigerare durante la notte.

Assemblare il pie:
rivestiamo la tortiera con la pasta frolla, premendo adeguatamente sui lati. Riempiamo col ripieno freddo. Spennelliamo il bordo della pasta con l’uovo, formiamo un coperchio con la pasta sfoglia e foriamola al centro, favoriremo così la fuoriuscita del vapore.
Infine cuociamo fino a quando il “pie” assume un colorito dorato, la pasta è cotta e il ripieno è bollente.

La pietanza ottenuta, neanche a dirlo, è abbinabile anche a molte birre britanniche, che variano specialmente per il tipo di ingredienti utilizzati nel tortino stesso. Per il classico “pie” a base di carne viene indicata la consueta “british pale ale”. La scelta migliore è rappresentata però da una birra ambrata e dolce nel contempo.
di Vincenzo Felici
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