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13 febbraio 2026

"L'EROE SBAGLIATO" di Danilo De Nardis (Urbone), 2015


Dall'infanzia di Brema, agli orrori della seconda guerra mondiale, combattuta dalla parte "sbagliata“; dalla prigionia, alla gloria e ai drammi personali vissuti nella sua nuova patria adottiva, passando per quei 17 eroici ed interminabili minuti di Wembley che lo hanno consegnato per sempre alla storia del calcio il 5 maggio del 1956. Un'intera vita di un "eroe sbagliato", che ha avuto il coraggio di "spingersi avanti...ancora un po' più avanti senza più poter tornare indietro...", riuscendo a scrollarsi attraverso il suo coraggio, l'etichetta di assassino e di protagonista di una delle più grandi tragedie della storia. La sua vita e’ essa stessa un romanzo nella quali gli sono stati dati molti nomi. Noi lo chiameremo signor B. Altri lo hanno chiamato Berny o Bernd.
Per tutti rimarrà il leggendario Bert Trautmann. Uno dei più grandi portieri di tutti i tempi, nonché inimitabile bandiera del "City".

25 agosto 2025

"IL DESTINO DI FRANK SWIFT" di Stefano Faccendini

Il destino fa sempre scherzi, belli e, purtroppo, anche brutti.

Quando nel 1932 il Blackpool approcciò la famiglia Swift per tesserare il diciannovenne Frank, promettente e aitante portiere in quei tempi in forza al
Fleetwood, si vide opporre un secco rifiuto. No, non fu lui, che tifava la squadra della sua città natale, e neanche il suo agente, visto che questa figura professionale non esisteva ancora. Fu la madre a bloccare il trasferimento visto che tra le fila dei Tangerines militava già suo fratello Fred e non voleva creare concorrenza in famiglia. Ma quella che sembrò un’occasione fallita, per Frank Swift rappresentò invece un colpo di fortuna. 

Alla sua porta infatti bussò subito dopo il Manchester City e al Maine Road rimase tutta la sua carriera. I suoi 1.88m lo rendevano ben visibile e se la statura non fosse bastata il resto lo faceva la sua bravura. Swift, rigorosamente senza guanti, saltò una sola partita prima dello scoppio della seconda guerra mondiale. Con i citizen nel 1934 vinse la FA Cup, 2-1 il risultato finale contro il Portsmouth, e tanta fu la tensione accumulata durante la gara che svenne al triplice fischio finale. Tre anni dopo fu protagonista del trionfo in First Division, il primo dei due che, al momento, arricchiscono la trophy room del City.

Nonostante Swift fu uno degli atleti più attivi durante il periodo bellico, le ostilità di fatto gli rubarono gli anni più importanti della sua carriera. Il suo debutto in nazionale arrivò soltanto nel 1946 in una partita contro l’Irlanda, la prima delle 19 con i tre leoni sul petto. Nella prima stagione dopo la fine del conflitto non subì reti in 17 delle 35 partite disputate in Second Division (il City era retrocesso prima della guerra) e continuò a rimanere nel giro della nazionale fino al 1949 quando decise di ritirarsi quando ancora portiere di ottimo livello. Di fatto il club lo richiamò quando il suo successore si ammalò di tubercolosi. Quattro presenze ancora per cedere poi definitivamente il posto ad un’altra assoluta leggenda del calcio inglese di tutti i tempi, Bert Trautmann. Il City decise comunque di conservare il suo cartellino per qualche anno per evitare che altri club lo potessero convincere a tornare in attività. 

Dopo la carriera tra i pali Frank decise di diventare un giornalista sportivo, cominciando a lavorare per il News of the World come inviato. Il sei Febbraio del 1958 seguì il Manchester United nella trasferta di Coppa Campioni contro la Stella Rossa di Belgrado. Al ritorno l’aereo si fermò per fare rifornimento all’aeroporto di Monaco. Il tempo era pessimo. Il mezzo due volte non riuscì a decollare. Il terzo tentativo su fatale. Nella tragedia persero la vita 23 persone tra cui otto giocatori dello United. Fu la fine del mito dei Busby Babes. E perse la vita anche l’ex portiere del City, il ragazzo di Blackpool a cui il destino rifiutò una vita lontano dai campi da gioco.

22 luglio 2025

"HAALAND. L'attaccante più forte del mondo" di Francesco Pietrella (Diarkos), 2025

Se dieci anni fa qualcuno avesse detto che l’attaccante più forte del mondo sarebbe stato un ragazzo norvegese del 2000, probabilmente avremmo riso di gusto. Eppure Erling Braut Haaland, nato a Leeds ma cresciuto a Bryne, città di 15 mila abitanti nel sud della Norvegia, oggi è il numero 9 più devastante in circolazione. Un futuro pallone d’oro. Nel 2023 ha vinto la Premier League con il Manchester City, la Champions League e la FA Cup, segnando 52 reti in 53 partite. Una macchina ossessionata dal gol. Un robot fabbricato per il calcio. A Dortmund aveva una casa con un piano adibito solo all’allenamento. Quando i suoi amici andavano a trovarlo, lui – comunque – ritagliava almeno un’ora di tempo per allenarsi. Ma come e dove nasce l’attaccante perfetto? Il segreto è lo Jaerhallen, il capannone dove Erling ha segnato i suoi primi gol. Si trova in Norvegia. Stava lì dalla mattina la sera, quel ragazzone biondo, e poi tornava a casa con le scarpe legate al collo, come Billy Elliot con quelle da ballo. Haaland è il presente e il futuro del calcio. Il duello tra lui e Mbappè, attaccante del Psg, sostituirà quello tra Lionel Messi e Cristiano Ronaldo. Francesco Pietrella scava alle origini di Haaland andando a cercare chi ha vissuto e giocato con lui, per scoprire com’era da bambino e da adolescente. Raccoglie le voci di chi l’ha visto crescere a Bryne, sbocciare a Salisburgo e consacrarsi a Dortmund, prima di lasciare la Germania e vincere tutto con il Manchester City di Pep Guardiola. Nel mezzo, anche un passato da bomber delle giovanili, con 9 gol segnati in una sola partita durante il Mondiale under 20. Un lungo viaggio sotto la superficie per rispondere a una domanda: come e dove nasce l’attaccante perfetto?

30 gennaio 2025

"BERT TRAUTMANN. Ehi Fritz, vuoi una tazza di tè?" di Charlie Del Buono

“Hello Fritz, fancy a cup of tea?”
Con questa frase, puntandogli un fucile contro, un soldato britannico, durante la seconda guerra mondiale, cattura un paracadutista della Luftwaffe: in quel momento ha inizio la leggenda di Bert Trautmann. Questa è la sua storia:
Carl Bernhard Trautmann nasce a Brema negli anni venti, periodo in cui la Germania conosce la miseria più nera, che prelude all’affermazione del nazismo; a soli 17 anni il ragazzo, già componente della gioventù hitleriana, si arruola come paracadutista nella Luftwaffe e partecipa alla seconda guerra mondiale. 
L’avventura militare del soldato Trautmann è tutto un programma: sopravvive, uno dei pochi, al bombardamento di Kleve, sopravvive all’esplosione ravvicinata di una bomba a mano, viene catturato nell’ordine da russi e partigiani francesi ed in entrambi casi scappa; viene catturato nel 1945 dai soldati americani e condannato alla fucilazione, riesce a scappare ancora una volta e dopo varie peripezie viene intercettato dai militari inglesi che lo rinchiudono nel campo di prigionia di Ashton nel Lancanshire. Qui a fine l’avventura del soldato Trautmann e comincia la leggenda del calciatore. 
Nel campo di Ashton, il prigioniero tedesco comincia a giocare nelle gare fra detenuti e si mette in luce come centrocampista, ruolo in cui giocava fin da piccolo; poi un giorno il caso volle che durante una gara venne a mancare il portiere e Bert occupò quel posto: da quel momento iniziò la carriera del primo e più grande portiere tedesco che abbia mai calcato i campi inglesi. Alla fine del conflitto mondiale Trautmann decide di rimanere in Inghilterra e comincia a giocare con il St. Helens Town e da qui viene notato dagli osservatori del Manchester City che gli offrono un contratto. Bert accetta, è il 1949, e nella città di Manchester si scatena un putiferio. Le ferite della seconda guerra mondiale sanguinano ancora e l’opinione pubblica inglese non vede di buon occhio un portiere tedesco per di più ex militare. Fu così organizzata una marcia di protesta per impedire che il Manchester City tesserasse Trautmann, vi parteciparono oltre 40.000 persone, ma fortunatamente i dirigenti dei blues tirarono dritto, e fecero bene: avevano trovato un magnifico portiere. 
Gli esordi di Bert con la maglia del City non furono facili, anche perchè doveva sostituire Frank Swift, amatissimo portiere blues dell’epoca; ma alla fine a forza di grandi prestazioni Trautmann convinse tutti e difese la porta del City dal 1949 al 1964, quindici anni di onorata carriera e 545 presenze tra campionato e coppe. Proprio una partita di coppa trasforma Trautmann in leggenda. 5 maggio 1956: a Wembley è in corso la finale della F.A. Cup fra Manchester City e Birmingham City, a 17 minuti dalla fine i mancuniani sono in vantaggio per 2 a 1 quando nella loro area di rigore entra la punta del Birmingham Peter Murphy e Trautmann esce dalla porta e si tuffa tra i suoi piedi; lo scontro è terribile, il portiere perde i sensi ma con il pallone tra le mani. Sgomento tra la folla, si pensa al peggio, ma Trautmann dopo alcuni minuti si riprende e decide di concludere la gara (all’epoca non esisteva il secondo portiere), compie due grandi salvataggi e continua a massaggiarsi il collo colpito nello scontro. Alla fine il Manchester City vince la coppa battendo il Birmingham 3 a 1; nel dopo gara Bert non si sente troppo bene, i medici dispongono degli accertamenti e ci si accorge che la seconda delle 5 vertebre fratturate si è spezzata in due, il portiere era rimasto vivo per puro miracolo (una cosa non nuova nella sua avventurosa vita), insomma aveva terminato la finale di coppa con il collo rotto.
Questo motivo, unito alla vittoria di coppa e alla lunga militanza nella squadra dei blues gli ha conferito tra i tifosi del Manchester City lo status di leggenda e fino a qualche tempo fa nei dintorni del vecchio Maine Road era possibile acquistare una fanzine interamente a lui dedicata. Nel 1964 al suo testimonial game lo saluteranno oltre 60.000 tifosi. 

Oggi Bert ultraottantenne, dopo aver lavorato per la Federazione Tedesca come osservatore in Africa ed Asia, vive con la sua seconda moglie nel litorale spagnolo vicino Valencia e recentemente è stato insignito dalla Regina d’Inghilterra dell’Ordine dell’Impero Britannico, per aver contribuito con il suo esempio di uomo sportivo e coraggioso alla riconciliazione post-bellica anglo-tedesca. Oggi l’arzillo vecchietto che Bobby Charlton definì come il miglior portiere degli anni ’50, dice del mondo del calcio: “Non guardo programmi sportivi, trasmettono solo i gol, e nessun portiere fa bella figura se lo si guarda mentre gli segnano un goal. FANTASTICO BERT!!!!
di Charlie Del Buono, da "UK Football please"

11 ottobre 2024

"LA MIA VITA ROVINATA DAL MANCHESTER UNITED" di Colin Shindler (Baldini & Castoldi), 2007

La vita di Colin Schindler è piena di alti e bassi, di momenti di altadrammaticità sportiva e non. Cresciuto vittima di una doppia emarginazione,religiosa e sportiva, Schindler è un tifoso non rassegnato del Manchester City. Perché se tifare la "seconda" squadra di Manchester non è stata esattamente una scelta, passare all'altra non è un'opzione. Pagina dopo pagina scopriamo un solco profondo tra due tifoserie, due quasi-etnie e due stili di vita, colmato solo da un'altra quieta e riflessiva passione: quella per il cricket. Questo romanzo narra della difficile vita nella Manchester ebraica degli anni '60: una squadra come nemico, le sue vittorie come detonatore di una furia ironica e auto-ironica, ma anche di momenti di profonda passione e rispetto.

4 ottobre 2024

BANANAS. "Quando Frankenstein incontrò Godzilla al The Hawthorns"

Alla fine degli anni ottanta nacque un modo originale e stravagante di andare allo stadio.
Frank Newton, tifoso del Manchester City, durante l’estate del 1987 andò a trovare un suo amico collezionista di giocattoli di Leeds. Durante la visita Frank rimase incuriosito dalla presenza, nella collezione di giocattoli dell'amico, di una banana gonfiabile dell’altezza di circa un metro e mezzo. Se la fece dare e decise di portarla all’interno della Kippax al Maine Road, il glorioso stadio del City demolito nel 2003. Fu così che il 15 Agosto 1987 durante un Manchester City-Plymouth Argyle di seconda divisione una banana gonfiabile apparve per la prima volta in uno stadio inglese.






















Ben presto l’andare allo stadio con un gonfiabile divenne un fenomeno nazionale che durante la stagione 1988/89 ebbe il suo apice.
Alle banane si affiancarono ben presto gonfiabili di tutti i tipi, raffiguranti perlopiù alligatori, elefanti, dinosauri e pesci, molti dei quali venivano vestiti con la maglia della loro squadra. Alcuni commercianti, in particolare nell’area di Manchester, intuirono il business e iniziarono a venderli nei loro negozi.
Lungo le autostrade, in occasione delle giornate di campionato e coppa, non si contavano più le auto che al loro interno trasportavano banane già gonfiate che per la loro grandezza spesso fuoriuscivano dai finestrini.
Mercoledì 26 ottobre 1988 si disputò un incontro infrasettimanale fra West Bromwich Albion e Manchester City valevole per il campionato di seconda divisione. Non fu certo una partita memorabile e l'unica azione degna di nota, oltre al goal vittoria dei Baggies, fu un clamoroso goal sbagliato da Bryan Gayle che nell’ilarità generale si giustificò sostenendo che fu accecato dai riflettori. Quella sera lo spettacolo vero e proprio si tenne però nella stand dei tifosi ospiti del Manchester City dove ad un certo punto spuntarono i gonfiabili raffiguranti Frankestein e Godzilla che inizialmente lontani all'interno della stand, pian piano si avvicinarono l'un l'altro con aria minacciosa. Gli spettatori presenti al The Hawthorns intuirono immediatamente il “dramma” che si stava consumando e accompagnarono con un boato e cori di incitamento la lotta tra i due che inevitabilmente ne conseguì.

Il giorno di Santo Stefano del 1988 al Victoria Ground di Stoke on Trent i tifosi del City come ormai di consuetudine, si presentarono allo stadio vestiti di tutto punto accompagnati dall'inseparabile gonfiabile e fu con grande sorpresa che anche i loro beniamini, prima di rimediare quattro scoppole dagli avversari, fecero il loro ingresso in campo con una banana gonfiabile. La partita di ritorno fu giocata a Pasqua e i tifosi dello Stoke City in riposta ai rivali si presentarono al Main Road con numerose Pantere Rosa.
Sempre i tifosi del City, forti della paternità del fenomeno, diedero vita ad una canzoncina nella quale Imre Varadi venne ribattezzato Imre banana motivata dalla sonanza molto simile tra il nome del giocatore e quello del frutto.
Il 18 Febbraio 1989 il Plough Lane di Wimbledon fu letteralmente invaso da oltre settemila fans del Grimsby Town che, giunti nel sud di Londra per il match valevole per il quinto turno della coppa d’Inghilterra, esibirono una quantità impressionante di gonfiabili raffiguranti la mascotte dell’epoca, Harry Haddock, una trota iridea. Lo stesso presidente Peter Furneaux si fece immortalare prima dell’inizio dell’incontro davanti al settore away occupato dai Mariners con il gonfiabile in bella mostra. Alla sera, durante Match of the Day (il novantesimo minuto inglese), il flemmatico Des Lyman presentò la sintesi dell’incontro non prima di aver mostrato il gonfiabile che aveva colorato il pomeriggio di Plough Lane.
Ci fu chi cercò anche di fronteggiare il fenomeno. L'Arsenal, che in quell’anno vietò le riprese televisive ad Highbury a seguito della squalifica di un suo giocatore per nove giornate utilizzando la prova televisiva, vietò anche l'ingresso dei gonfiabili motivandolo con il fatto che ostruivano la vista agli spettatori.
Il fenomeno si interruppe spontaneamente a fine stagione. L'ultima rilevante apparizione di gonfiabili si verificò a Bradford dove l’enorme quantità di banane esibite dai tifosi dei Citizens regalò un colpo d’occhio straordinario. Fu una partita emozionante. Il pareggio raggiunto allo scadere della partita permise al Manchester City di conquistare la promozione in Prima Divisione. Fu forse questo un premio del destino per i loro tifosi che portarono momenti di allegria e folklore nel calcio inglese in un periodo funestato dalla violenza degli Hooligans.
di Michele Vello

5 settembre 2024

"MANCHESTER CITY, WE LOVE YOU CITY! WE DO..." di Luca Ferrato

Pensate a un milanista che si sente chiedere: ”Dove ti trovavi durante la notte di Barcellona dell’89?” O ad un interista: ”Dov’eri quando Mattheus scoccava il tiro che trafiggeva il napoletano Giuliani regalando l’ultimo scudetto ai nerazzurri?”

























Ebbene
un tifoso del Manchester City ricordera’ con la stessa intensita’ il maggio del 1999! Si si avete capito bene, proprio quel mese di quell’anno che ha permesso allo United di portare a compimento il fantastico Treble (Premiership, FA Cup, Champions League).
Eh si, perche’ pochi giorni dopo che il popolo dei Red Devils aveva invaso Barcellona, quello dei “Citizens” ha fatto altrettanto presentandosi in 39.000 davanti ai cancelli di Wembley per lo spareggio dei playoff per accedere alla First Division 1999/2000.
Il Manchester City si trovava di fronte il Gillingham, dopo aver affrontato un anno turbolento con Wycombe Wanderers e Oldham Athletic due squadroni capaci di violare Maine Road.

Torniamo pero’ a quel pomeriggio di Londra e ad una partita che stenta a decollare e rimane piuttosto noiosa fino ai minuti finali. Infatti all’80° minuto con un colpo di scena passa in vantaggio il Gillingham che cinque minuti piu’ tardi addirittura raddoppia ponendo una pietra tombale sulle speranze del City di tornare almeno in purgatorio. 
Cosi’ ,una parte del pubblico Citizens (non molti per la verita’ ma nell’ordine delle 3.000 unita’) lascia gli spalti dell’Empire Stadium mentre la maggior parte della curva azzurra intona un commovente: ”We love you City,We do”
A 20 secondi dal termine dei 90 minuti regolamentari pero’, Kevin Orlock insacca quello che in nove casi su dieci e’ il classico gol della bandiera. Appena il pallone torna a centrocampo il quarto uomo espone il cartello con il recupero, 5 minuti. Insolitamente lungo per le abitudini britanniche. Cosi’,con i tifosi del Gillingham che invitano veemente l’arbitro a fischiare la fine e quelli del City che cercano di spingere avanti i loro guerrieri, al 94°minuto lo scozzese Paul Dickov con un tiro da posizione angolata che passa in mezzo alle gambe di un paio di difensori, infila la porta di Vince Bartram (quest’ultimo gia’ votato dai giornalisti come “Man of the Match”). Piccola curiosita’: Bartram, vecchio amico di Dickov, era stato suo testimone al matrimonio..
A questo punto si assiste a scene di autentica follia anche da parte dei tifosi del City che ormai avevano abbandonato lo stadio; infatti alcuni lasciano l’auto in mezzo alla strada per rientrare all’interno dell’impianto, uno addirittura raggiunto dalla notizia del pareggio tira il freno di emergenza di un treno del metro’, altri invece preferiscono assistere ai supplementari dai pubs circostanti lo stadio, lasciando che altri presenti negli stessi pubs e che non avevano assistito alla partita, potessero entrare per godersi il resto dello spettacolo. 
Durante i supplementari non succede null’altro e cosi’ si arriva inevitabilmente ai calci di rigore. Qui i tifosi del City temono che il miracolo quasi compiuto si possa interrompere sul piu’ bello visto che durante l’anno i Blues avevano collezionato una lunga serie di errori dal dischetto e che il giovane portiere Micky Weaver non era mai riuscito a pararne uno. 
Si e’ capito subito pero’ che questa e’ una giornata destinata ad entrare nella storia del City e cosi’ Weaver si erge ad eroe e para quattro rigori, dando la vittoria e la gloria alla sua squadra. Il tripudio a questo punto e’ totale, forse smisurato per chi giudica il calcio da latitudini nostrane visto che si tratta solo del passaggio dalla Second alla First Division (ai tempi la nostra serie B) di una nobile decaduta. 


Chi pero’ ha una seppur minima conoscenza della realta’ calcistica britannica sa che la passione dei tifosi e’ autentica piu’ che mai, che gli stessi tifosi che ora impazziscono di gioia sono gli stessi che avrebbero applaudito la squadra anche in caso di sconfitta; sono i medesimi che si sarebbero ripresentati in massa all’inizio della nuova stagione anche in Second Division; sono ancora gli stessi Roberto Gotta docet che battono i nostri “ultras” dieci a zero in sostanza e perderebbero con lo stesso punteggio in apparenza; sono insomma, quelli che sostengono sempre e comunque la squadra e questo vale ovviamente per tutte le tifoserie d’oltremanica. 
Chi scrive ha assistito nel 2003 a un QPR-Sheffield Wednesday di Secon Division a Loftus Road (vittoria dei londinesi per 3-0 n.d.a.) con 18.000 spettatori di cui piu’ di tremila del Wednesday che alla fine si sono uniti in un lungo applauso ai contendenti. 
O come non ricordare i tifosi dello Stoke City che durante la sconfitta per 6 a 0 a Nottingham con il Forest nella stagione 2002-2003 sullo 0 a 4 hanno iniziato a cantare: ”We’re gonna win 5-4”, poi :”We’re gonna win 6-5”e “We’re gonna win 7-6”,per concludere con un “It’s just like watching Brazil” sempre sulle note della celeberrima Blue Moon. 
Oppure ancora i tifosi del Leeds che invadono il campo all’ultima giornata ,che sancisce la loro retrocessione e portano in trionfo un Alan Smith in lacrime.
Ebbene, tutto questo e’ passione per il calcio inglese e tutti noi siamo convinti che nessun Murdoch, nessun Abramovich, nessuna partita alle 12.00pm., nessuna sosta natalizia, nessun stadio “all seated” ce la possano togliere.
di Luca Ferrato, da UKFP (settembre 2004)
Altri tempi.. gli sceicchi ancora dovevano arrivare a Manchester!
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