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3 dicembre 2025

RECCOMENDED READING. "IL FOOTBALL NEI '70 & i '70 NEL FOOTBALL" di Fabio Del Secco

"Nonno, com'era il calcio negli anni '70?"

Non sono il nonno cui la domanda viene rivolta ma provo a rispondere: genuino, vero, schietto.
E una risposta prova a darla anche questo libro del 2017, scritto da Richard Crooks (si lui, l'autore di "Wednesday-United: the Sheffield derby", un must have per chi come me ama profondamente il Football Inglese).
Crooks, nato a Sheffield, assiste al suo primo derby dal vivo nel 1965 (e da lì in poi non ne perderà uno), e filtrando le sue emozioni di quel giorno con quelle del nipote Charlie che ha accompagnato ad Hillsborough per la prima volta, prende spunto per una riflessione su se stesso ragazzo nei '70 e se stesso adulto nel presente, una riflessione che però è soprattutto un ricordo del Football in quegli anni: gli stadi, le atmosfere nelle diverse città, il giornalismo dell'epoca, l'incrementarsi della presenza pubblicitaria nel contesto calcistico, le maglie, i palloni ed i calciatori, tutti ingredienti di un mondo che non c'è più.
Ed ovviamente la riflessione finale è in realtà una domanda, che per quanto inflazionata sia, resta secondo me di un'attualità sconcertante: era meglio quel Football o quello moderno/contemporaneo?

Quando mi tuffo nel mio ecosistema Subbuteo in realtà sogno, viaggio con la mente e penso a campi fangosi, maglie prive di scritte e di sponsor, palloni di cuoio marrone in tinta unita che nulla hanno a che fare con i "palloni tazebao" che vediamo rotolare oggi sui campi di tutto il mondo, e calciatori che erano uomini prima ancora che atleti e che uscivano dal campo spolverandosi dal fango, autocompiacendosi per l'ennesima sceneggiata bizzosa con rotolamento a terra chilometrico.

E di quel mondo ci racconta anche questo "Get it on, how the '70s rocked football" di Jon Spurling, insegnante di Storia e di Scienze Politiche, nonché autore di parecchie altre pubblicazioni calcistiche.
"Get it on" è una vera e propria panoramica sui successi e gli eccessi del football inglese anni '70, e su come quel tumultuoso decennio segnò l'inizio dell'era moderna, poi soppiantata dalle ambiguità e dalla fumosità di quella contemporanea.
È un libro che parla di football ma sullo sfondo di un Inghilterra attraversata da profondi cambiamenti sociali ed economici, e non solo (il glam rock, tanto per fare un esempio, che lascia il posto alle prime espressioni punk). Un Football di tanto tempo fa, fatto di campi fangosi e di palloni di cuoio in tinta unita (non i tazebao obbrobriosi di oggi), un Football vero, genuino, schietto, in cui sponsor, marchi e toppe varie non calpestavano la storia e la tradizione dei Club.
Molti dei nomi che il Football di quel decennio espresse non sono più tra noi, ma il merito di questo libro è proprio l'aver registrato le loro memorie prima che ci lasciassero.
Come scrive l'autore stesso nell'introduzione: "godetevi il libro, spero che vi porti là, in quei luoghi e in quegli anni".
Che poi sono quelli di cui sogno quando gioco le mie competizioni.
di Fabio Del Secco

14 ottobre 2025

"VOLEVO DIRTI GRAZIE" di Fabio Del Secco (Art Libri), 2025

"Volevo dirti grazie" è il racconto di un viaggio, nei luoghi natii della Subbuteo (intesa come azienda prima ancora che come gioco), e delle emozioni che il trovarsi là, dove tutto è cominciato, ha innescato.
Nel Natale del 1977 l’invenzione di Peter Adolph, ornitologo nativo di Brighton ma residente nel Kent, entrò prepotentemente nella mia vita, vi si soffermò per diverso tempo e poi sparì, per darmi infine appuntamento dopo trent’anni quando ormai “il credito residuo” si sta gradualmente esaurendo e le ferite si ostinano a non risarcirsi, ma al momento giusto per decifrare e capire quella stessa invenzione, e fare di questa decodifica lo strumento per sistemare le cose con il passato. A Peter Adolph e ai suoi luoghi ho dedicato un viaggio, perché spesso viaggiare è anche chiudere un cerchio.

19 maggio 2025

"SUBBUTEO. LA' DOVE TUTTO E' COMINCIATO" di Fabio Del Secco

Subbuteisticamente parlando, gli ultimi due anni hanno per me significato il consolidamento di un processo di studio, di approfondimento e di ricerca che si è tradotto in quella che più volte ho definito come la Cultura del Subbuteo, ovvero una consapevolezza storico-cronologica della produzione dell’azienda di Peter Adolph, edificata di pari passo con un’attenta analisi del contesto sociale e del momento epocale in cui le idee di Adolph stesso prendono vita. E proprio a Peter Adolph e al suo mondo ho deciso di dedicare un viaggio, un viaggio con un milione di significati e di implicazioni emotive, fatto però a distanza di sei anni dal ritrovamento del vecchio amico (il Subbuteo), nel momento cioè in cui ho percepito un me diverso, più pronto perché costruito con l’età e con l’esperienza nonché sulle fondamenta di un’identità ben precisa, umanamente riconducibile alla componente anagrafica, Subbuteisticamente alla consapevolezza cui accennavo poco sopra.
Ecco cosa ha significato il viaggio a Tunbridge Wells: la chiusura di un cerchio, una ricongiunzione circolare al punto di partenza, ovvero il Natale del ’77 e il bimbo con i pantaloni a zampa di elefante più volte citato nei miei primi due libri. Questa ricongiunzione circolare ha fatto leva su un sentimento in particolare, la riconoscenza, sviluppatosi nel preciso istante in cui ho cominciato ad accorgermi di trovarmi a vivere una specie di seconda opportunità, la cui presa di coscienza ha finito per indurre quell’istinto allo studio, all’approfondimento e alla ricerca, ovvero alla costruzione di un patrimonio culturale che, in ottica Subbuteistica, mi ha permesso di allenare e di coltivare lo slancio alla gratitudine. E anche se all’apparenza può sembrare una gratitudine forse immaginaria, virtuale, volendo fine a sé stessa laddove intervenga la consapevolezza del fatto che il destinatario non potrà mai veramente apprezzare, l’impulso ha comunque dovuto far fronte all’urgenza dell’istinto emotivo.
Ed è stato a tutti gli effetti un viaggio nel tempo e nelle emozioni, la risposta ad un bisogno, fisico e mentale, di conoscere, di vedere, di vivere e sperimentare quel territorio e quel legame eterno tra la creatura di Adolph e il territorio stesso, un impeto suggestivo e passionale dettato e mosso dal senso di riconoscenza verso l’uomo che con la sua invenzione mi ha messo, non una ma ben tre volte, davanti ad una tastiera e ad un computer con l’intento di scrivere emozioni e sensazioni. Perché forse è proprio questa la chiave di lettura e d’interpretazione di quel sentimento di gratitudine, ovvero la consapevolezza di quanto la più grande invenzione ludica di tutti i tempi mi stia donando e restituendo in termini di riconciliazione con un me sopito da tempo e anestetizzato da ricordi ahimè mai finiti nell’oblio. Certo non nego che l’aver edificato una collezione costruita sull’esplorazione e la ricerca, rimodulando il concetto stesso di slancio collezionistico in una prospettiva sempre più selettiva e sempre più proiettata verso la scelta di pezzi che fossero non solo rari ma anche concettuali, pezzi cioè che sapessero trasmettere un messaggio e raccontare di un tempo lontano e di un mondo che non c’è più, abbia agevolato quel processo in cui la gratificazione collezionistica ha finito per assumere contorni sempre più indirizzati alla metamorfosi culturale, come se la crisalide della conquista appena posizionata sullo scaffale non attendesse altro che trasformarsi in vero e proprio patrimonio di conoscenza e di sperimentazione. È stata ed è indubbiamente una dimensione in cui il dialogare con determinati reperti “archeologici” è essenzialmente ascoltare, e ascoltando percepire come quegli stessi reperti abbiano così tanto da raccontare da poter esser considerati cardini di un processo di comprensione. Ma comprensione di cosa? Nel mio caso sicuramente della produzione Subbuteo dalle origini fino al 1985 (anno al quale mi fermo per i motivi ampiamente spiegati nel mio primo libro), ma soprattutto delle dinamiche imprenditoriali e commerciali che di quella produzione furono il presupposto, e dunque anche della mente che progettò e realizzò la più grande invenzione ludica di tutti i tempi, un’invenzione che ha di fatto rivoluzionato il concetto di intrattenimento casalingo e che oggi rappresenta un clamoroso schiaffo in faccia alla contemporaneità, un’invenzione frutto di una mente che sapeva guardare al presente e proiettarsi al futuro, vivendo e sperimentando il mondo e il momento storico in cui inserì quella produzione, di quel mondo stesso interpretandone la voglia di riscatto e di rinascita che si stava gradualmente trasformando in ritorno allo svago dopo il buio degli anni precedenti.
Non nego che l’intrecciarsi delle mie vicende personali con la presenza del Subbuteo nelle stesse, sia stato e sia tuttora una delle motivazioni più significative, non solo del viaggio stesso ma anche di tutto il processo di approfondimento e di studio di una produzione evolutasi parallelamente al mio stesso processo anagrafico. Nel Natale del 1977 l’invenzione di un ornitologo entrò prepotentemente nella mia vita, vi si soffermò per diverso tempo e poi sparì, per darmi infine appuntamento dopo trent’anni quando ormai “il credito residuo” si sta gradualmente esaurendo e le ferite si ostinano a non risarcirsi, ma al momento giusto per decifrare e capire quella stessa invenzione, e fare di questa decodifica lo strumento per sistemare le cose con il passato, dare un senso alle ferite stesse e accettare la mano portami dal bimbo coi pantaloni a zampa di elefante rimasto, da quel Natale del '77, ad aspettarmi per così tanto tempo.
Che senso ha adesso l'esperienza di questo viaggio in prospettiva futura? A Tunbridge Wells ho parlato con la gente del posto per capire quanto effettivamente sia rimasto dell’eredità culturale lasciata dalla Subbuteo, ho visitato l’edificio che oggi è adibito ad hotel ma che al tempo fu la sede della prima fabbrica di materiale Subbuteo dopo la fuoriuscita della produzione dalla dimensione domestica in cui era iniziata, mi sono recato vedere il Langton Green Lodge dove tutto cominciò e che tanto ha popolato la storiografia e l’iconografia dedicata al Subbuteo, ma soprattutto ho voluto visitare il Tunbridge Wells Cemetery per trovarmi lì, di fronte a lui, e dirgli “grazie”. Non sono stato il primo a farlo, né sarò l’ultimo, anzi spero che chi legge queste righe senta il mio stesso istinto alla gratitudine, ma non è questo il punto giacché, guardando al futuro, forse il vero senso di quel “grazie” è rintracciabile nel sentirmi adesso parte di una consapevolezza a più ampio raggio: tutto esiste ancora, caro Peter, la Tua creatura non solo è ancora viva ma gode anche di ottima salute, anche se qualche timore verso il futuro c’è, inutile negarlo, e se anche il merito non è del sottoscritto, la mia piccola parte credo di averla comunque fatta.

Mi chiedo oggi cosa mi resta di questi quattro giorni al di là della Manica. Beh, sicuramente ho imparato che il Subbuteo è un universo bellissimo se vissuto e sperimentato con superficialità e limitandosi all’incetta collezionistica puramente cumulativa, ma che diviene dimensione ed esperienza strepitosamente completa se esplorata e indagata con spirito di conoscenza e di approfondimento, oltre che con approccio culturale. Ecco, se c’è qualcosa che ho portato veramente con me sul volo di ritorno, oltre che i ricordi e le foto di rito, è proprio la convinzione di come quell’universo bellissimo acquisisca molti più significati se osservato e studiato con gratitudine e con consapevolezza storica, un’interpretazione personale per carità, ma che nel mio caso ha trovato le proprie ragioni di essere attraverso la verifica soggettiva, ovvero il trovarmi lì dove tutto è cominciato e dove è sepolto chi ha fatto in modo che quel tutto cominciasse.
Ovunque Tu sia, ti sarò eternamente grato.
di Fabio del Secco

25 febbraio 2025

"L'ESTETA DEL SUBBUTEO" di Fabio Del Secco (Art Libri), 2024

Fabio Del Secco: Nel mio ultimo libro ho dedicato un'ampia riflessione a quella che, a mio parere, può essere considerata un'estetica del collezionismo, laddove con estetica si intenda l'esperienza sensoriale del "bello" (ovvero della rarità) ma anche la decodifica dei criteri che definiscono quel "bello", decodifica che nel libro identifico con la costruzione di una vera e propria Cultura del Subbuteo, incentrata sulla conoscenza, sullo studio e sull'approfondimento.
Nel libro infatti ho più volte sottolineato come l’esplorazione e la ricerca si siano rivelate strumenti imprescindibili nel processo di realizzazione e formazione di una mia cultura personale in materia di Subbuteo, una cultura attraverso la quale ho, a tutti gli effetti, rimodulato il mio concetto di slancio collezionistico, ridefinito adesso in una prospettiva sempre più selettiva e sempre più proiettata verso la scelta di pezzi che non siano solo rari ma anche concettuali, pezzi che sappiano trasmettere un messaggio e raccontare di un tempo lontano e di un mondo che non c'è più, e che assumano un significato ben preciso nel contesto di una collezione, la mia, che vira sempre più lontano dai consueti canoni di mercato. www.artlibri.it    

4 febbraio 2025

"LEEDS UNITED. Through the ups and downs" di Fabio Del Secco

Mi accontento di poco, mi viene fatto notare...e mi chiedono il perché di tanta passione per un club appartenente ad una città molto lontana da quella in cui sono nato. E poi, perché un club inglese? E perché proprio uno che di glorioso ha soltanto il passato e non il presente ? Non sarebbe più entusiasmante tifare un Manchester, un Chelsea o un Liverpool ? No. Non lo sarebbe. Perché tifare Leeds è molto di più, è amare il football al di là delle vittorie, anzi è un dover abituarsi alle sconfitte e alle delusioni anche se poi è proprio lì che il senso di appartenenza si alimenta e si consolida, e poco importa se blasone e bacheca impongono aspirazioni di un certo livello. Sì perché oggi permettere al cuore di sanguinare yellow, white and blue significa scontrarsi continuamente con un passato pesante e far fronte ad un presente scomodo, un presente in cui ci si trova a non poter biasimare la squadra per aver perso di fronte ad un club più ricco e più potente, e allo stesso tempo a crogiolarsi nel prendere atto di come le tifoserie avversarie ci sbattano in faccia l’ormai tristemente famoso “Leeds are fallin’ apart again” ma non possano prendersi la licenza di gridarci “who are ya” perché sanno benissimo chi siamo. Chi siamo o chi eravamo?



Domanda più che lecita di fronte ad un presente in cui certi giocatori non possiamo permetterceli, certi ingaggi non fanno per noi, e certe strategie finanziarie non si addicono alla politica scelta dalle proprietà che di volta in volta si sono insediate a Elland Road, il tutto mentre quell’ultimo titolo del ’92 anno dopo anno si allontana sempre di più in mezzo a retrocessioni, play-off persi rocambolescamente e finali di Championship da dimenticare.
Eppure quello di Batty, Dorigo, Speed, McAllister e Strachan non è il trionfo che mi ha avvicinato a questi colori, perché nonostante sia il più recente c’è una fase, anzi un Leeds, di ancor più vecchia data che negli anni e durante le mie ricerche ha solleticato le mie aree sensoriali, spingendomi a credere nell’inflazionatissimo cliché del non aver scelto ma di essere stato scelto.
È un amore che nasce da una vecchia passione, quella per il Football Inglese in generale, una passione sbocciata negli anni ’80 con le prime immagini televisive che arrivavano a dosi a dir poco parsimoniose sui canali italiani ma che all’epoca si rivelarono sufficienti a gettare il seme della curiosità e che, nel corso degli anni, hanno fatto di quella curiosità un vero e proprio slancio ad approfondire con la ricerca e con lo studio di materiale bibliografico, documentale e video. Ora, in questa mia ricerca storico-statistica mi sono ad un certo punto scoperto attratto da un club con uno dei percorsi più drammatici e allo stesso tempo più avvincenti nella storia del football inglese, fango e gloria, e poi ancora fango, e poi ancora gloria, fino al buio di questi ultimi vent’anni in cui toccare il fondo è stato assaggiare la League One e rimanerci per ben tre stagioni. Nel giro di una trentina d’anni eravamo passati dalla finale di Coppa dei Campioni persa col Bayern Monaco (1975) al momento più caotico e drammatico della nostra storia (2007), confermando clamorosamente quel famoso “we had our ups and downs” che i compositori Reed e Mason avevano profeticamente inserito nel testo del nostro inno, “Marching on Together”, alla vigilia della Finale di FA Cup 1972. 


Delusioni e amarezze, eppure più la squadra soffriva e più me ne innamoravo, più arrivavano le sconfitte e gli sberleffi dei tifosi delle rivali di sempre (Derby, Forest, le due di Sheffield, tutti con i loro cori che risuonavano a voce altissima "Leeeeeeeds are fallin' apart again") e più sentivo il legame consolidarsi infischiandosene di quei 1869 km tra qui e Leeds, da solo davanti al pc o alla tv con quel filo invisibile tra me e il Club che si fortificava nutrendosi di quella solitudine intima e personale che ha finito per divenire la vera linfa vitale del mio senso di appartenenza. Perché tifare Leeds United è molto di più che sostenere una squadra di calcio: è sentirsi un tutt'uno con persone spesso conosciute solo virtualmente sui social di riferimento (Marching on Together non è solo il nostro inno, ma anche il solo ed unico modo di vivere questa passione, insieme comunque vada), ma soprattutto è non dimenticare mai la storia e gli uomini che in passato hanno fatto grande il Club (passato che gli inglesi celebrano molto più profondamente e più adeguatamente di come avvenga in altre realtà geografiche), senza contare che il passato del Leeds è talmente affascinante e talmente avvincente da permettere al club di annoverarsi tra quelli che maggiormente incarnano tuttora lo spirito di quel football anni ‘50, ‘60 e ‘70 che resta per me la vera essenza stessa del Football con la F maiuscola. E il passato a Leeds è una cosa seria, anche oggi che la Società si dimostra essere marcatamente concentrata sul presente e proiettata al futuro grazie ad una proprietà sana, attenta e allergica alle spese inutili, ed è in quel passato che si annida la squadra cui devo questa passione, il famigerato Dirty Leeds di Don Revie, di Lorimer, di Hunter, di Clarke, di Giles, di Charlton, di Bremner e di tutti i nomi che onorarono la maglia e la città, rendendoci grandi agli occhi del mondo. Non me ne vogliano gli eroi del '92 o i giovani che oggi condividono la mia stessa passione per questi colori, ma quel football non era già più il mio football: i canoni estetici dei kit già lasciavano intravedere le prime avvisaglie del processo degenerativo che avrebbe condotto a quella centrifuga di colori, marchi e loghi che ha risucchiato il calcio moderno e contemporaneo calpestando decenni di storia e di tradizione dei clubs, mentre l’avvento delle prime piattaforme televisive a pagamento preparava il terreno alle variazioni normative pensate e concepite per lo spostare la prospettiva dai grandstands e dalle terraces al divano. Per carità, il titolo del ’92 fu un’impresa, soprattutto considerando che la promozione dalla seconda divisione era arrivata solo due anni prima, ma nel mio cuore di appassionato di campi fangosi, maglie prive di sponsor e palloni in tinta unita non riuscì ad offuscare le gesta della squadra che la battaglia di Goodison Park (7 Novembre 1964, Everton-Leeds 0-1) aveva incoronato come la più inglese tra le inglesi, un concentrato di tecnica e talento misti a grinta ed aggressività, ma soprattutto la sublimazione massima del concetto di squadra. 

Che poi, Dirty Leeds, ma dirty fino a che punto? Il fatto è che dirty era tutto il football dei ’70, talvolta fisico e brutale ma sempre schietto e genuino, e quella squadra seppe incarnarne lo spirito alla perfezione, soprattutto nella figura del suo capitano, Billy Bremner, il cui motto “side before self” ancora oggi accoglie chi entra ad Elland Road dal Jack Charlton Stand (East). Vinse molto quella squadra, eppure oggi, nelle preziose occasioni in cui ho la possibilità di parlare con gli amici di Leeds con qualche anno in più di me sulle spalle, sono i racconti delle sconfitte e dei momenti difficili che tormentano la mia curiosità, perché è lì che il legame intimo ed emotivo si corrobora e trova nuova linfa, nell’imparare come si attraversano intere stagioni di sconforto e di delusione, di retrocessioni e di umiliazioni, nell’ascoltare la testimonianza di chi era a Parigi la notte della Finale del ’75, e di chi per tutto il decennio ’80 fu costretto a dimenticare le grandi sfide con Chelsea, Arsenal e Manchester Utd per seguire la squadra a Boundary Park (Oldham), Blundell Park (Grimsby) o al County Ground (Swindon), tanto per citare alcuni esempi e sempre con il massimo rispetto per i rispettivi clubs e le rispettive fanbases. Ho imparato da tempo che scegliere di tifare Leeds è solo metà dello status, l’altra è capire e familiarizzare con cosa significa amare questi colori, ovvero una scelta destinata al “per sempre”, laddove però quel per sempre faccia leva sulla consapevolezza di salire su un vero e proprio rollercoaster, in cui ogni tappa del tracciato è scandita dal disprezzo espresso dalle tifoserie avversarie (tutte) e dall’altissima possibilità che alla fine della stagione ci si debba di nuovo leccare le ferite. Ecco, una volta fatta propria questa consapevolezza, l’importante è continuare a marciare. Marching on Together, per sempre.
di Fabio Del Secco

30 gennaio 2025

"L'ESTATE DELL'85" di Fabio Del Secco (Art Libri), 2023

Fabio nasce a Firenze il 05/09/1969 ed entra in contatto per la prima volta col Subbuteo nel Natale del '77 allorche' una Continental Club Edition inaugura la presenza nella sua vita di quello che tutt'ora ama definire "il vecchio amico". Dopo una pausa di trent'anni ritrova inaspettatamente il Subbuteo nel Gennaio del 2019 e da li in poi non se ne separa più. Il resto e' Diario di una vecchia passione.

Il libro è parzialmente autobiografico ma nella misura in cui prende in considerazione i momenti in cui il Subbuteo è stato presente nella mia vita, racconta di come tutto è cominciato, passando attraverso quel giorno dell'estate del 1985 per arrivare a quella che oggi è la mia quotidianità con questo vecchio amico ritrovato. C'è una corposa parte dedicata a spiegare e sdoganare il Solo Playing, cercando di sviscerarne le implicazioni più intime e più recondite, e poi una riflessione sul Subbuteo in generale, con uno sguardo al passato ed uno al futuro.
La seconda parte è una versione inedita dei Tutorials per il Solo Playing (l'impianto normativo e regolamentare resta ovviamente quello del pdf e dei video già pubblicati), ma con tante integrazioni, qualche variazione e qualche aggiunta, frutto delle tante ore di sperimentazione sul campo e del costante confronto con altri Solo Players. Materiale fotografico completamente inedito, di qualità sicuramente superiore a quello presente nel pdf pubblicato in questi anni, ed indubbiamente molto più esplicativo dei concetti espressi in ogni capitolo dei Tutorials. https://artlibri.it

17 gennaio 2025

"DIARIO DI UNA VECCHIA PASSIONE" di Fabio Del Secco

Cari lettori di First Division, mi presento: sono Fabio, ho 55 anni e scrivo un diario. 
Un diario? Vi starete chiedendo... Si, scrivo un diario, per raccontare la mia passione per il Subbuteo, le mie ore sul panno, la mia collezione ed il mio amore profondo per il Football Inglese, soprattutto quello degli anni ’50, ’60 e ’70, anche se il fatto che mi batta il cuore per un Club attualmente in Championship mi costringe a seguire anche quello contemporaneo. Una passione, quella per il Subbuteo, di vecchia data, una vecchia passione insomma, che prende vita nel Natale del 1977, allorchè una bella Continental Club Edition assume le connotazioni del mio regalo sotto l'albero, gettando così le fondamenta per un legame che dura, pensate, da più di 40 anni, intatto nonostante un intervallo riconducibile al normale iter di crescita di un ragazzo come tanti, attratto da ben altri interessi (come tutti). Un intervallo interrotto nel Gennaio del 2019 quando, grazie ad Internet, ho ritrovato questo vecchio amico, il Subbuteo appunto, un amico al quale avevo voluto tanto bene parecchi anni prima e al quale sentii subito di volere ancora molto bene. Impossibile descrivere gli stati d'animo del momento, ma c’è una parola che probabilmente li raccoglie tutti: casa. 
Si, ero a casa, ero tornato, e da quel ritorno è scaturito un turbinio di trepidazione ed eccitazione che si è trasformato, col passare dei mesi e con il riappropriarsi graduale dei materiali per il gioco e per la collezione, in una vera e propria slavina di emozioni e di sensazioni impossibile da contenere e da arginare. Ed è così che è nato Diario di una vecchia passione, dall’ impossibilità di trattenere quelle emozioni e quelle sensazioni, sfogandole dunque in qualcosa che desideravo fosse percepibile anche all’esterno, fosse fruibile e capibile anche ad altri appassionati. 

Quel qualcosa si è realizzato e concretizzato in un diario, o meglio, in un Blog Personale [https://www.facebook.com/diariosubbuteo], nato senza tante velleità e senza tante aspettative eppure oggi divenuto punto di riferimento non solo per me stesso ma anche per altre centinaia di persone. Le ore sul panno in Solo Playing hanno fatto il resto: una costante ricerca di espedienti per rendere il gioco il più realistico possibile mi ha indotto a pensare e progettare tutta una serie di regole ed accorgimenti frutto di una continua sperimentazione sul campo: quelle regole e quegli accorgimenti sono diventati poi una vera e propria raccolta di Tutorials (presenti in appendice al mio primo libro) per spiegare e sdoganare il Solo Playing, questa particolare forma di Subbuteo a molti incomprensibile tuttavia innegabilmente dotata di sue ragioni di esistere. . Non è un mistero infatti come nell'intimità del Solo Playing si realizzi quella congiunzione unica in cui il bimbo di tanti anni fa stringe amicizia con l’adulto di oggi, mentre improvvisamente i ricordi riaffiorano e il viaggio spazio/temporale ha inizio, ed anche se suona un po' strano trovarsi a parlare di esperienza sensoriale e introspezione personale tirando in ballo un gioco da tavolo (tra l’altro indubbiamente anacronistico e fuori tempo), non possiamo non tener conto di come quella bolla di quiete e di serenità che il Subbuteo ci dona, ha sì caratterizzato i pomeriggi della nostra infanzia, ma ne abbiamo infinitamente bisogno oggi più che mai, oggi che la nostra condizione di quarantenni, cinquantenni o sessantenni ci obbliga a fronteggiare le normali battaglie quotidiane, perché in realtà è proprio per restare a galla in quelle battaglie che ci affidiamo e ci appelliamo alle nostre miniature sul campo, quasi loro potessero ascoltare e capire, in una sorta di mutuo scambio che nell'intimità del Solo Playing trova la sua dimensione ideale: noi le restituiamo al campo, loro ci prendono per mano in quel viaggio spazio-temporale. Ma cos’è questo viaggio spazio-temporale ? 

Un viaggio indietro nel tempo, sul campo e dentro se stessi, provando a riprodurre il football che più ci affascina e coinvolge, quello verso cui il cuore inesorabilmente ci guida nelle nostre letture e nelle nostre ricerche, e in tal senso, riportando la riflessione su un piano più personale, la mia marcata inclinazione al passato ha inevitabilmente finito per condizionare anche il mio approccio al Solo Playing, inducendomi a ricreare col Subbuteo il Football Inglese degli anni ‘50, ‘60 e ‘70, un approccio figlio di un importante processo di documentazione storico-cronologica ma anche dello slancio a vivere appieno le dinamiche emotive e le implicazioni più intime che il giocare da soli si porta dietro. In questo percorso, in cui studio e approfondimento delle vicende calcistiche d’oltremanica si sono affiancati ad un incessante e capillare sistema di scavi archeologici in materia di Subbuteo, ho fatto dell’esperienza sensoriale l’elemento portante attorno al quale costruire il mio ecosistema tecnico-ludico e storico-cronologico, e vi faccio subito un esempio. 
Una delle sezioni più significative della mia collezione è quella dei Price Lists e dei Leaflets che la Subbuteo pubblicò ed inserì nella propria produzione dal 1947 a tutto il decennio ’50, vere e proprie testimonianze non solo di una campagna promozionale destinata a pubblicizzare quella che poi avrebbe assurto al titolo di più grande invenzione ludica di tutti i tempi, ma anche di un momento storico, economico e sociale profondamente diverso dal nostro, una fase in cui i mezzi a disposizione erano quelli che erano, le tecniche di fabbricazione anche, insomma un mondo profondamente lontano dal nostro. 





















Eppure, quel materiale cartaceo su cui talvolta i segni del tempo hanno lasciato qualche cicatrice, è di per se stesso un esercizio sensoriale laddove il profumo della carta sia profumo inebriante di un tempo lontano e di un mondo che non c'è più, ed è questo il vero segreto per farsi trovare pronti a quel viaggio spazio-temporale e a quel trasporto emotivo-sensoriale che ho citato poco sopra: ascoltare ed annusare, ad occhi chiusi, sperimentando la stessa ebrezza che prova un intenditore nel riconoscere un vino pregiato. 
E se ascoltando ed annusando verranno in mente un campo fangoso circondato da tribune in legno, un cielo grigio e carico di pioggia, un pallone di cuoio marrone e quartieri di case in mattoncini rossi tutt'attorno, allora saremo stati fortunati perché quell’esperienza sensoriale avrà racchiuso in sé la vera essenza del football, quello più schietto e genuino, fatto di maglie prive di scritte e di sponsor, di palloni di cuoio marrone in tinta unita che nulla hanno a che fare con i "palloni tazebao" che vediamo rotolare oggi sui campi di tutto il mondo, e di calciatori che erano uomini prima ancora che atleti e che uscivano dal campo spolverandosi dal fango, non autocompiacendosi per l'ennesima sceneggiata bizzosa con rotolamento a terra chilometrico. Immagini di un calcio di altri tempi, quello che sogno e ricreo sul mio Diary Park.
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