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7 aprile 2025

STOKE CITY. SIA ETERNA GLORIA DI TONY PULIS & RORY DELAP

Lisbona possiede una luce che ti cattura. E cosa poteva allontanarmi da quella luce, in quella domenica pomeriggio, 14 maggio 2011, la prima volta in terra lusitana, con tutta la famiglia rapita da una luminosità che non ti aspetti?
Eppure, nel tardo pomeriggio, fu giocoforza abbandonarla, per un po’, la famiglia. C’era una luce diversa che richiamava dall’interno di un albergo stellato assai. Colà, nella hall, un televisore rimandava immagini che non ammettevano dubbi. Wembley, finale di FA Cup. Ebbero pietà del turista pallido, calzoncini corti, t-shirt che inneggiava ai Suoni delle Dolomiti. Non potevo aspirare a cotale dimora per danarosi, dovevo però assistere a quel che il canale satellitare sportivo portava dall’Inghilterra alla patria di Eusebio (che la memoria della Pantera rimanga viva!).
Vidi spegnersi - ma ero preparato - il sogno. Lo Stoke City, il “mio“ Stoke, l’unico che ho amato, quello di Tony Pulis, concludeva sconfitto, nella finale, una cavalcata che mi era parsa, al tempo, leggendaria. Il City di un certo Roberto Mancini intascava la vittoria con una rete di Yaya Touré. 88.643 testimoni. Pazienza. Sono tornato nel cuore di Lisbona, mi sono seduto nel caffè con la statua di Fernando Pessoa vicina vicina. Un bicchiere di Ginjinha mi ha aiutato. E penso di aver spiegato - o almeno ci ho provato - proprio a Pessoa, che mi fissava, immobile, eteronimo, perché, nella luce di Lisboa, un italiano del nord palpitasse calcisticamente per una squadra di “scarponi” di una città dello Staffordshire celebre per le ceramiche. Al punto che i Potters sono, appunto, anche i giocatori di quella compagine, di rosso e bianco bardata.

Già. Stoke on Trent. Il che mi ha permesso di trovare una funambolica spiegazione. Non si può che palpitare per la squadra della propria città, della propria contrada. Ho barato: poteva uno di Trento scegliere la squadra di Trent? L’ho fatto e fa già ridere così, lo so bene. Al tempo, peraltro, il Trento navigava in acque cattive. Lo Stoke di Trent brillava in Premier League. Oggi dì lo Stoke è nella B inglese, il Trento nella C italiana.

Beh, facciamo finta di essere ancora davanti ad un immobile Pessoa. E proviamo a raccontare perché per anni - ora ho smesso, e dirò perché - ho palpitato per la compagine di un allenatore che per me è leggenda, punto e basta. Tony Pulis che non retrocede mai (però ho staccato il collegamento con lo Stoke e con lui, magari negli ultimi anni è cambiato qualcosa). Tony Pulis che porta i Potters dalla Championship alla Premier e con una squadra di brutti, sporchi e cattivi trasforma il Britannia Stadium in una sorta di fortino pressoché inespugnabile.
Ecco, in quegli anni, grossomodo dal 2006 al 2013, quando in 333 partite lo Stoke vince 122 volte, ne pareggia 98 e ne perde “solo” 113, vengo fulminato sulla via di Stoke on Trent. Godevo all’idea di quel calcio spesso rozzo, muscolare, similcatenacciario
Roba che il Paron Nereo Rocco sarebbe andato in giulebbe. Il piacere ineffabile dei commenti televisivi non poco schifati, ricordo su tutti un Di Canio quasi scandalizzato dal gioco dello Stoke. Era un attimo vederli schierati in difesa, una linea di sette, otto giocatori allineati, quasi blindati in difesa, a non fare far passare neanche una mosca. Al tempo delle tattiche, dei falsi nove, del tiki-taka e chi più ne ha, più ne aggiunga, la mia era una sorta di reazione - lo confesso - quasi cinematografica. Fort Alamo, battaglie campali, pistoleri pronti in contropiede a punire dopo che per 85 minuti avevi bussato alla porta dei Potters senza risultato alcuno.
Eppoi, l’epifania, la festa, il mito. Rory Delap, classe 1976, irlandese finito in Inghilterra. Mediano, centrocampista, terzino, che importa.

In quegli anni di rocciosa passione, era l’uomo che eseguiva rimesse laterali pazzesche. Al mondo mai nessuno come lui, su un campo di calcio. Gittate anche di quaranta, cinquanta metri - era stato giavellottista in gioventù, con risultati tutt’altro che disprezzabili - che trasformavano il gesto più negletto all’interno di una partita di calcio (persino le sostituzioni hanno più appeal) in una formidabile occasione da gol. Nel novembre del 2008 lo Stoke va a rete 13 volte. In sette occasioni succede deviando in fondo al sacco, come usava dire, una rimessa laterale di Delap.
Al Britannia lo Stoke giocava anche per conquistare rimesse laterali da metà campo in avanti. Quando succedeva, i tifosi trattenevano il respiro, smettevano di cantare l’inno della squadra, la canzone resa immortale da Tom Jones, Delilah. I raccattapalle, opportunamente istruiti, accorrevano rapidi dalle parti di Delap e gli consegnavamo immancabilmente un asciugamano. Il giocatore, concentrato, asciugava accuratamente il pallone. Talvolta lo metteva anche sotto la maglietta, la storica divisa in bianco e rosso che fu di Stanley Matthews, leggenda e di Gordon Banks, portiere leggendario anch’egli, secondo solo ad Jascin, per chi scrive. Qualunque fosse il metodo di asciugatura, il risultato era garantito. Delap scagliava regolarmente bordate micidiali in mezzo all’area.
Come non amare un giocatore che irrideva ogni canone? Ci si accapigliava sui centravanti, sui registi geniali, sulle punizioni alla maledetta o alla benedetta, sui calci d’angolo olimpici (ma che diavolo vorrà dire), sulla costruzione dal basso e sulle ripartenze ed ecco un anonimo macinatore di chilometri sovvertire ogni regola. Usare la rimessa laterale coma arma offensiva di massa. God save Rory Delap.
Parentesi: è in quel periodo, nei golden years dello Stoke rude e operaio, che qualcuno avanza la proposta di cambiare il regolamento. Facciamo battere le rimesse laterali con i piedi. Testuale: “Eviterebbe anche di avvantaggiare squadre che dispongono di 'lanciatori' capaci di scagliare il pallone a grande distanza: per esempio, allo Stoke City, Rory Delap è come se lo calciasse, è un po' un vantaggio ingiusto”. Parole di uno che pure di calcio ci capisce: Arsene Wenger, dicembre 2009.
Pensatela come volete: quei dieci anni di Stoke City guastafeste in Premier League, per niente bello, negazione dell’estetica fatta calcio, esaltazione di un calcio che deve ritornare a qualcosa di antico per sperare di colmare il divario tra squadre infarcite di campioni ed altre innervate da onesti e robusti lavoratori del pallone. Una squadra che grazie al genio di Tony Pulis colse successi insperati, pur non disponendo di tutti i requisiti della squadra perfetta, così come li aveva indicati Nereo Rocco: Un portiere che para tutto, un assassino in difesa, un genio a centrocampo, un mona che segna e sette asini che corrono.

PS 1: lo Stoke City, per chi scrive, perde significato, evapora passione e strizza i sogni, nel 2016. Allo stadio, al baluardo chiamato Britannia Stadium, cambiano nome. Scelgono il logo, orribile, di un sito di scommesse. Ennesima tappa di una degenerazione ipercapitalista ed iperconsumista che, in giro per il mondo, vede denominazioni storiche cancellate per essere poi vendute, nel vero senso della parola, al peggio del peggio: assicurazioni, marchi di automobili, compagnie aeree. Una tristezza infinita, un tradimento di classe. D’altronde, mica ai tifosi ci si rivolge, bensì ai clienti. Che una rimessa laterale di Delap possa farvi male, maledetti.

PS 2: in rete, ancora rintracciabile, c’è un testo la cui lettura richiede dieci minuti, imperdibili. Apologia della rimessa laterale, luglio 2017, è nel blog The Beckham Rule. I rorydelapiani di tutto il mondo lo sottoscrivono in pieno.

PS 3: e come dimenticare quella partita dello Stoke City, al Britannia, contro non ricordo chi. Ricordo però che per tutto il primo tempo la panchina rimase vuota, Tony Pulis non c’era. Arriva trafelato, lo sguardo un po’ più triste del solito, all’inizio della ripresa. Si seppe, poi: era stato al funerale della madre.
Sia eterna la gloria di Tony Pulis e di Rory Delap.
di Carlo Martinelli, da https://carlomartinelli.substack.com
(questo testo è stato pubblicato nel numero 6, luglio 2022, di UK Football Stories, Urbone Publishing / grazie all’editore e grazie ad Angelo Tuttobene)

14 marzo 2025

"QUEL MAGLIONE GIALLO" di Carlo Martinelli





















Vorrei potermi misurare, vorrei accettare la sfida. Mettetemi davanti ad un televisore e mostratemi uno spezzone di una partita di calcio. Diciamo: dieci secondi. Di una cosa sono certo: saprei sempre indicare se quei dieci secondi si riferiscono ad una partita giocata in Inghilterra, oppure no. Non sono, a differenza di chi scrive su questa simpaticissima pubblicazione, un vero fan del calcio inglese. Non seguo con costanza le partite, non tengo a memoria le formazioni, so a stento chi ha vinto l’ultimo campionato. Però amo il calcio inglese. Lo riconosco a pelle. Forse perché io sono nato – calcisticamente – in quella dolcissima estate del 1966, quando i Mondiali si giocarono in Inghilterra.
Forse perché, cascasse il mondo, gli occhi tagliati all’orientale di Gordon Banks, il portiere campione del mondo, non finiranno mai di scrutarmi. Sapete: io c’ero, davanti al televisore, quando nel 1970, ai Mondiali del Messico, il mitico Gordon decise che era il giunto di momento di compiere la più grande parata di tutti i tempi. Il ricordo è netto, preciso. E’ come fosse ora. Pelè si arrampica in cielo per colpire di testa il pallone che arriva dall’ala. Schiaccia la sfera verso terra, il pallone rimbalza ad un passo dalla porta e si prepara a gonfiare la rete. Il pubblico già esulta e Pelè sta già alzando le braccia al cielo.
Ma il portierone dell’Inghilterra si è alzato in volo ed è già catapultato sotto la traversa. Tira fuori il pallone dalla rete, nel vero senso della parola. Quando, qualche anno dopo, una notiziola di poche righe – scorta quasi per caso sulle pagine di un giornale – annunciò che Gordon Banks, portiere dello Stoke City, era rimasto gravemente ferito ad un occhio in un incidente stradale, provai una emozione vera. In quegli immensi maglioni – giallo quello della nazionale, verde quello dello Stoke City – il grande Gordon vivrà per sempre nella mia fantasia. Mi è capitato di rivederlo il grande Gordon, durante un bel servizio trasmesso da “Sfide”: questo è il calcio che amo, quello fatto di storie, di vittorie ma anche di malinconiche serate dopo la sconfitta. 
Raccontava la sua vita, le amarezze che seguirono a quell’ incidente. Se ne stava in una modesta casetta della periferia inglese, mille miglia lontana dalle regge dorate di qualche calciatore che ben conosciamo. Sorseggiava un caffè in una cucina – poteva essere la cucina di milioni di inglesi, guardava i nipotini che correvano in ogni dove – e ho pensato che uno dei più grandi portieri di tutti i tempi era grande anche nello stile, orgogliosamente umile, con il quale raccontava sé stesso. Quindi, amici miei, non chiedetemi delle statistiche, chiedetemi delle emozioni. Ad esempio dell’unica partita di calcio che sono riuscito a vedere in terra d’Albione. Chiedetemi di quell’agosto 1978 – per le strade impazzava il punk e le note di “Never mind the bollocks” dei Sex Pistols (qualcuno saprebbe trovare un disco capace, oggi, di 33 trasformarsi in energia pura come successe a quello?) erano ovunque, amate ed odiate allo stesso modo – quando il sottoscritto decise che quel sabato pomeriggio, era il 19 di agosto, lo avrebbe passato ad Highbury.

Oggi, grazie ad internet, grazie a Max che mi ha fatto avere il programma di Arsenal – QPR (la partita di campionato che seguì quella che io ebbi la ventura di vedere), ho potuto ricostruire un bel po’ di cose. I bianco rossi quel giorno, quel 19 agosto – prima giornata di campionato, caldo piacevole mitigato da un venticello delizioso – ricevettero la visita del Leeds. 42.057 gli spettatori, due a due il risultato finale. Con quelli del Leeds subito avanti con Cherry e poi raggiunti da Liam Brady su rigore. Uno ad uno il primo tempo. Poi, nella ripresa, di nuovo il Leeds avanti con Currie e di nuovo Brady a pareggiare. 
Che ricordo? Il verde magico del prato di Highbury. Le tribune in legno. La polizia a cavallo. L’arrivo con la metropolitana, tra i cori dei tifosi. Una volta fuori dal vagone, nessuna possibilità di scelta. Una vera e propria fiumana umana ti sospinge, quasi volesse dispensare carezze, verso lo stadio. Dentro, finisco nella tribuna che sta dietro una porta. E’ quella dei tifosi più accesi dell’Arsenal (quelli del Leeds se ne stanno dall’altra parte, circondati da un bel po’ di poliziotti) e per novanta minuti non avrò nelle orecchie che i loro canti. Ritmati, ossessivi, calorosi. Come dimenticare? Passano pochi minuti e il Leeds segna. Là, nella tribuna in legno, davanti al verde magico dell’erba di Highbury, ho imparato cosa vuol dire avere fede calcistica. Perché quella rete subita è stata solo lo sprone a cantare con voce ancora più alta.
L’Arsenal giocava con Jennings, Devine, Nelson, Price (Kosmina), O’Leary, Young, Brady, Sunderland, Macdonald, Stepleton, Harvey. Questa è la mia Inghilterra del calcio. Potrei metterci poi qualche capatina in una libreria specializzata in cose di pallone, nel centro di Londra, alla ricerca del video di Portogallo – Corea del Nord: sempre Mondiali 1966. I coreani che avevano appena battuto l’Italia stavano vincendo tre a zero, a Liverpool, contro i lusitani. Poi Eusebio si ricordò di essere uno dei più grandi attaccanti di tutti i tempi e il Portogallo vinse 5 a 3. E’ bello rivedere quelle ancora incerte immagini in bianco e nero, qualche volta. Ed è bello ripensare che il caso mi avrebbe riservato un altro incontro strano. In quel di Washington DC, la capitale degli States, mi tolsi lo sfizio di assistere ad una partita del campionato americano. Meglio, soccer. Da una parte i Washington Diplomats, dall’altra la squadra di Toronto. In campo per mezz’ora anche un certo Cruijff nonché – udite udite – quel Ball che era l’ala destra dell’Inghilterra mondiale, nel 1966. Non so quanti anni avesse quel giorno il cui lo vidi dribblare sull’erba sintetica americana. Eravamo nel 1980, peraltro… 
Ecco, questa è la mia Inghilterra nel pallone. Il maglione giallo di Banks, i denti minacciosi di Stiles, il genio di Duncan Edwards troppo presto spezzato nel cielo maledetto di Monaco, i cori dei tifosi, quel meraviglioso contatto tra il pubblico e i giocatori che solo il calcio inglese sa permettere.
E, adesso, le pagine di questa incredibile fanzine che osa persino chiedere il mio inutile contributo. Eccolo. Perdonatemi, se potete, cari amici che, ben più di me, sapreste riconoscere all’istante una partita di calcio inglese. Magica come poche altre cose. Vera. Come la vita che ci scorre accanto.
di Carlo Martinelli, da "UK Football please"
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