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15 dicembre 2025

"A BRISTOL CON BANKSY" di Andrea Lucarini

Quando gli italiani parlano dell’Inghilterra si menzionano quasi sempre le stesse città: Londra, Manchester, Liverpool, le tre regine del calcio e della musica, oltre che nel turismo.

Se ci si sposta a sud-ovest c’è invece Bristol, un altro grande centro, importante per la vivacità culturale e artistica, polo universitario, con una popolazione di poco inferiore a Liverpool e poco maggiore rispetto a Manchester, considerando solo l’agglomerato urbano.
La sua posizione strategica che in anni passati l’aveva resa regina dei commerci a causa del suo porto, è ora, in tempi in cui i viaggi per svago sono diventati così rilevanti, meta di passaggio per raggiungere la più nota e instagrammabile Bath, con le sue terme, i suoi sampietrini romani e i suoi scorci da favola.

La sottovalutata Bristol è un luogo dalle mille sorprese e invenzioni: è la prima delle trentacinque città nel mondo con quel nome, ha la maggior produzione al mondo di mongolfiere, è lì che sono state inventate le sorprese dell’uovo di Pasqua, da Bristol ci sono stati i primi lanci di bungee jumping (dall’iconico Suspension Bridge), il 25% dei documentari sulla natura girati nel mondo sono prodotti proprio in città e l’orario della città si discosta di dieci minuti rispetto a quello di Londra. Un gesto che fa notare il desiderio di unicità degli abitanti. Visto che l’orario ufficiale inglese è preso dal meridiano di Greenwich, e loro si trovavano ad ovest rispetto a quel luogo, hanno deciso di discostarsi.
Nonostante la rivoluzione industriale e la conseguente introduzione del treno li abbia costretti a uniformarsi all’orario del resto della nazione per ovvi motivi, se si passa dalle parti del mercato di Saint Nicholas, in pieno centro, fuori dall’edificio The Exchange a Corn Street, l’orologio con l’orario locale fa ancora bella mostra di sé, con tanto di spiegazione e rivendicazione.

Ci sono stato la prima volta per un capodanno a basso costo, per avere l’occasione di vedere le opere di Banksy, l’artista misterioso (ma non così tanto da quelle parti, come spiego nel mio libro “A Bristol con Banksy”) nelle vie per le quali era cresciuto e aveva cominciato a farsi un nome nel panorama della street art. Lo avevo scoperto tra libri, musei e collezioni private, ma mi sembrava irrispettoso visto che la sua arte era proposta sulla strada e per la strada.
Così, nel corso di piacevoli passeggiate ho trovato le sue opere principali e sono entrato in contatto con persone che non sono state meteore incontrate in vacanza e poi perse poco dopo, ma sono rimaste nella mia vita anche a distanza di anni.

I viaggi a Bristol si sono susseguiti senza sosta, più volte l’anno, e ho avuto modo di approfondire anche le realtà sportive locali. Mentre Bath è la patria del rugby, tanto da aver vinto di recente la Champions League di quello sport, Bristol è più calcistica e divisa tra due colori, come nel calcio balilla: i rossi del Bristol City e i blu (e bianchi) del Bristol Rovers.

Le due squadre non sono abituate alla massima serie e in anni recenti galleggiano tra la First Division e la League Two, i derby sono rari e più noti per gli scontri tra tifoserie che per i contenuti tecnici. Il City ha un pettirosso come simbolo, frutto di un recente restyling che lo ha semplificato come è d’uso in questi anni, e vengono chiamati Robins, proprio in onore dell’uccello che li rappresenta.
Il Bristol Rovers, maglia a quarti bianco blu con fregi gialli, ha invece il logo stilizzato di un pirata (Barbanera d’altronde era di queste parti) e i suoi tifosi sono chiamati Pirates, ma più spesso Gasheads, dal soprannome che i rivali gli avevano dato per schernirli, visto che il loro storico stadio, Eastville, era vicino al gasdotto che colmava l’aria con il poco gradevole effluvio del gas. Orgogliosi delle loro origini, adottarono questo nomignolo inserendolo in canti e merchandising ufficiale.
Nonostante la mia simpatia per i Rovers, il secondo giorno in cui sia mai stato a Bristol mi sono ritrovato ad Ashton Gate, la casa del City. Una giornata incredibile e che non dimenticherò mai. Ma di questo potete leggere all’interno di “A Bristol con Banksy”, dove tra le altre cose potete trovare un lungo capitolo dedicato al calcio bristoliano, tante pagine dedicate alla musica del posto, tre interviste esclusive, approfondimenti sulle battaglie sociali dei cittadini del posto, indicazioni importanti qualora decidiate di visitare quella città e addirittura un capitolo dedicato a Cary Grant. Sì, l’attore da tutti considerato americano era di Bristol, e la sua vita fuori dal set era inimmaginabile.
di Andrea Lucarini, per acquistare il libro: https://amzn.eu/d/2iQf1EN

1 dicembre 2025

BRISTOL CITY. "THE EIGHT OF ASHTON GATE" di Simone Galeotti

Prendere o lasciare, sì, ma non è così semplice, perché in mezzo c’è la storia del Bristol City. Ok, mettiamo la puntina del giradischi sul piatto e in sottofondo ascoltiamo “For How Much Longer Do We Tolerate Mass Murder?” dei The Pop Group, la band che più di ogni altra ha tracciato la strada per quel filone sperimentale e un po’ oscuro del “Bristol Sound”. 
Mark Stewart la voce, John Waddington alla chitarra, Gareth Sager al sassofono, Dan Catsis al basso e Bruce Smith alla batteria. Già Bristol, dove il pirata Long John Silver reclutava marinai sotto l’ombra storta del campanile di Temple Church. Bristol sembra un po’ Amsterdam, un po’ Bombay, persino scorci di Londra, angoli di Genova, qualcosa delle scalinate di Oporto, il calore di Kingston. Una città che si nasconde dietro le anse del canale mentre da est rimonta l’eco delle onde. Gli antichi docks screpolati dal tempo, il nuovo fronte del porto, le case georgiane orgoglio dei mercanti. Gli oltre sessantamila studenti, graffiti. 
Un crogiolo di razze, di colori, di vicende diverse. 
Attraverso questa porta l’Inghilterra ha scoperto il mondo e se lo è portato a casa. Perché ci sono sere che a Bristol, lungo le banchine, riecheggiano racconti su isole dimenticate da Dio usciti dalla bocca screpolata dal sale di vecchi lupi di mare che dovevano accendere la fantasia di Louis Stevenson e Daniel Defoe, che in uno studiolo del centro scrisse il suo "Robinson Crusoe". 
Nel 1982 a Bristol successe l’imprevedibile. Il capitano del City Geoff Merrick era costretto a rincasare dopo le partite e gli allenamenti scortato dalla polizia. Non solo lui, molti altri suoi compagni furono sottoposti quotidianamente a una serie di minacce e la situazione, obiettivamente, stava sfuggendo di mano... Facciamo un passo indietro. 
Nel 1976 i “robins” guidati in panchina da Alan Dicks ottennero la promozione in First Division e la società non badò a spese pur di assicurarsi una squadra che gli consentisse la permanenza nel massimo campionato del calcio inglese conquistando una salvezza tranquilla e vincendo nel 1978 la Anglo-Scottish cup che andò a far compagnia a un “inusuale” coppa del Galles datata 1934. Eppure, dopo quattro anni il sogno si interromperà con una brusca retrocessione. Ma il dramma non finirà lì. Sarà infatti il primo di tre declassamenti consecutivi di categoria che porteranno il Bristol City in quarta serie, ovvero quella a contatto pruriginoso con i dilettanti. La situazione economica si rivelò disperata, soprattutto a causa di contratti decennali fatti firmare con troppa enfasi e poca lucidità. 
Fatto sta che in panchina arrivò il giovane Roy Hodgson,deciso a far fruttare in patria l’esperienza maturata in Svezia alla guida dell’Halmstads. Non ne avrà modo né tempo. In quei giorni convulsi lo spettro della scomparsa del club agitava le notti negli uffici di Ashton Gate. Hodgson sarà costretto ad andarsene dopo aver battuto in una partita interna il Chester per 1-0. Il giorno seguente arrivò la dichiarazione di fallimento del Bristol City. In fretta e furia verrà costituita una società (la Bcplc), cui sarà concessa la possibilità di ereditare dal vecchio City, giocatori, diritti sportivi e lo stadio Ashton Gate allo scopo di tenere in vita temporaneamente la società sotto altra forma giuridica. A tirare le fila della situazione sono, Deryn Coller, Ken Sage, Les Kew e Ivor Williams che instancabilmente faranno le ore piccole per tentare il salvataggio di un club nato nel 1894 e che si era innamorato del rosso delle divise garibaldine. I quattro concorderanno un prezzo con il curatore per ricomprare lo stadio a un prezzo fissato intorno alle 600.000 sterline ma nonostante estemporanee lotterie e la vendita di azioni a benefattori vari, nelle casse societarie ne arrivarono a malapena la metà.

Si dice che avrebbero potuto incassare di più, ma quando si sparse la voce di un investitore intenzionato a rilevare la quota per poi abbattere l’impianto e vendere il terreno a una ditta edile decisero di non proseguire capendo l’unica cosa ragionevole, e cioè che per ridare un futuro al Bristol City era necessario che i giocatori più importanti si licenziassero spontaneamente senza la pretesa di un rimborso o di una qualunque sorta di liquidazione. Tuttavia in quarta divisone in quei primi anni ottanta i salari erano bassi, la maggior parte dei calciatori avevano famiglia, figli e mutui insoluti; quel denaro giustamente lo avevano pattuito a suo tempo e ora gli serviva, ed inoltre era chiaramente impensabile collocarli in un’altra squadra a metà stagione alle stesse condizioni economiche. La scadenza, implacabile, si avvicinò. Senza quei maledetti soldi alle 12 in punto del 3 febbraio 1982 il Bristol City avrebbe dato un amarissimo addio al calcio. E a quel punto, quando si delineò netto il confine fra vita e morte sportiva, i tifosi cominciarono nelle forme e nelle maniere più assillanti a chiedere un gesto di amore ai giocatori. I telefoni squilleranno continuamente, le buche delle lettere intasate di richieste di aiuto e comprensione, poi, come detto, si arriverà perfino alle intimidazioni. Tutto però sembrava perduto, finché, a poche ore dall’obbligo finanziario fissato dal tribunale, otto giocatori del Bristol City decideranno di rinunciare ai compensi previsti dai loro contratti salvando di fatto il club.

Quando gli otto entrarono nella sala da pranzo della
Dolman Exhibition Hall, i 275 ospiti riuniti si alzarono all’unisono offrendo una prolungata standing ovation. Per quel gesto, Peter Aitken, Gerry Sweeney, Julian Marshall, Chris Garland, Jimmy Mann, Geoff Merrick, David Rodgers e Trevor Tainton passeranno alla storia come “gli otto di Ashton Gate”. 
Per alcuni di loro abbandonare la squadra non fu solo un sacrificio economico ma anche sentimentale come quello di Gerry Sweeney. Gerry giocava lì da undici anni: un autentica leggenda protagonista della promozione del ‘76, che non aveva abbandonato la barca nonostante le tre retrocessioni di fila. Oggi non mancano opuscoli commemorativi e una grande targa all’esterno dello stadio perpetua ai posteri il loro sacrificio.

24 ottobre 2024

Gli anni neri del BRISTOL CITY

Quella maturata nel maggio 2007 con la sconfitta contro l’Hull City, nel nuovo stadio di Wembley, nella finale dei playoff promozione dalla Championship alla Premier League con gol dell’intramontabile quarantenne Dean Windass è stata sicuramente una grande delusione per i tifosi del Bristol City, mai così vicini, negli ultimi anni, a un ritorno nella massima serie del calcio inglese.


Questa delusione, però, seppur grande, né niente se paragonata alle sofferenze che dovettero patire i supporter dei Robins tra la fine gli ultimi mesi del 1979 e il maggio del 1982.

Nel 1979 il Bristol City militava nella First Division, allora corrispondente alla nostra serie A e veniva da un ottimo campionato nella stagione precedente: al guida del team del sud dell’Inghilterra si trovava ormai da più di un decennio (avendo assunto l’incarico nel 1967) Alan Dicks e l’obiettivo della squadra era quello di conquistare un’altra tranquilla salvezza. I piani della dirigenza di Ashton Gate sembrarono subito prendere la strada giusta quando, dove il pareggio per 2-2 sul campo del Leeds all’esordio e la sconfitta casalinga contro il Coventry, Joe Royle e compagni infilarono due vittorie consecutive contro l’Aston Villa e sul campo del Wolverhampton, entrambe con il punteggio di 2-0. Dopo la sconfitta per 1-0 contro l’Ipswich Town, la squadra di Dicks riuscì a inanellare sei risultati utili nelle successive sette partite: il problema, però, è che di questi, ben cinque furono pareggi (l’unica vittoria fu quella per 1-0 sul campo del Coventry City, mentre la sconfitta arrivò ad Ashton Gate contro il Liverpool con il punteggio di 4-0). Il Bristol City, dunque, non navigava in acque tranquillissime di classifica e le cose vennero ulteriormente complicate dalle tre sconfitte contro Arsenal, Derby County e Middlesbrough intervallate dall’unico successo, con il punteggio di 3-1, contro il Leeds. L’affermazione in casa del Manchester City per 1-0 e il pareggio casalingo con il Bolton sembrarono ridare slancio al campionato e alle ambizioni di permanenza nella massima serie del Bristol City che però, nelle settimane successive fu costretto a scontrarsi brutalmente con la realtà dei fatti: gli uomini di Alan Dicks infatti incassarono infatti dall’8 dicembre 1979 al 2 febbraio 1980 ben otto sconfitte, interrotte soltanto il giorno di Capodanno con il 2-2 contro il Brighton & Hove Albion. I Robins ebbero un moto d’orgoglio tra il 9 e il 19 febbraio quando pareggiarono in casa contro il Nottingham Forest ed espugnarono poi, in uno scontro diretto per la salvezza, Goodison Park, sconfiggendo l’Everton per 2-1. Il calendario, però, non diede una mano al Bristol City che nelle seguenti quattro partite fu costretto ad affrontare Manchester United, Liverpool, Crystal Palace e Arsenal, racimolando soltanto un punto e tornando a staccarsi dalle posizioni che valevano la salvezza. Un distacco che ormai si era fatto incolmabile o quasi, ma che l’undici di Aston Gate ebbe quasi la forza di colmare con i pareggi per 3-3 contro il Derby County e per 0-0 contro il West Bromwich Albion e le vittorie per 1-0 sul Brighton & Howe Albion e per 2-1 in trasferta sul Bolton. Questo rush finale, però si interruppe bruscamente visto che il Bristol City inanellò tre sconfitte negli ultimi cinque match e a nulla valsero il successo per 3-1 sul campo del Middlesbrough e il pari per 0-0 nell’ultima gara della stagione sul campo del Tottenham. Il Bristol City, dunque si piazzò 20° su 22 squadre con 36 punti (5 in meno dell’Everton, ultima squadra a salvarsi) e dovette così abbandonare la First Division per cimentarsi, la stagione successiva in Second Division, equivalente alla nostra serie B.
La stagione 1980-81 si aprì ancora con Alan Dicks in panchina, ma l’avvio di campionato fu a dir poco disastroso, specie se si considera che il Bristol City era appena retrocesso: nei primi tre match arrivarono soltanto tre pareggi contro Preston North End, West Ham United e nel derby contro il Bristol Rovers. Il mese di agosto, dunque, non fu positivo per i Robins e si concluse ancora peggio di come già stesse andando con la prima sconfitta stagionale, il 30 agosto, in casa contro il Watford con il risultato di 1-0. Questo ko innescò una spirale negativa, visto che in settembre il Bristol City perse ben quattro partite consecutive, segnando peraltro solo una rete, a cui poi si aggiunse un quinto risultato negativo, il 4 ottobre, con lo 0-1 casalingo subito dal Grimsby Town. Tutto ciò, oltre a condannare il City a una posizione nelle zone bassissime della classifica portò anche a un ribaltone in panchina: via dopo tredici anni Alan Dicks e incarico di allenatore affidato a Bob Houghton. Il cambio di guida tecnica, almeno inizialmente, si rivelò proficuo per i Robins che espugnarono i campi di Luton Town e Newcastle e pareggiarono in casa contro il Bolton, un’altra delle retrocesse dalla First Division. Questa continuità di risultati positivi, però, venne subito spezzata dalla sconfitta casalinga contro il Wrexham, a cui seguirono il 2-2 contro il Derby County e un’altra battuta d’arresto (1-3) contro il Leyton Orient. L’8 novembre i Robins ebbero un moto d’orgoglio sconfiggendo in trasferta il Blackburn per 2-0, ma da quel giorno la vittoria mancò per più di un mese: dopo tre sconfitte e due pareggi, infatti il team di Ashton Gate tornò a fare bottino pieno soltanto il 13 dicembre con un 3-1 sul campo del Bolton Wanderers. Anche questo risultato, però, finì per rivelarsi un fuoco di paglia, visto che fu seguito da cinque pareggi nelle successive sei partite (tra l’altro i Robins non segnarono nemmeno un gol, visto che i pari furono tutti con il risultato di 0-0 e la sconfitta con il Cambridge venne caratterizzata dal punteggio di 0-1). A poco valse, dunque, l’affermazione per 1-0 sul campo dello Sheffield Wednesday il 7 febbraio 1981, tanto più per il fatto che a questo match vittorioso ne seguirono altri sette in cui il Bristol City riuscì a inanellare solamente due punti con i pareggi contro Grimsby Town e Swansea.
A questo punto (siamo a fine marzo 1981) la stagione è praticamente compromessa per l’undici di mister Houghton che ormai vede materializzarsi lo spettro della seconda retrocessione consecutiva: nelle sei partite che mancavano alla fine della stagione il Bristol City riuscì a migliorare il proprio rendimento con due successi (di cui uno per 3-2 nello scontro diretto contro il Cardiff), due pareggi e “soltanto” altrettante sconfitte, ma questo risveglio tardivo non bastò e così i Robins chiusero al penultimo posto con 30 punti (6 in meno del Cardiff, con i Blue Birds ultima squadra a occupare una posizione che garantiva la salvezza) e la retrocessione in Division Three. A sollevare parzialmente il morale dei tifosi di Ashton Gate la retrocessione anche degli acerrimi rivali cittadini del Bristol Rovers, che chiusero in ultima posizione: al di là dei campanilismi, però, la stagione 1980-81 è sicuramente una delle più nere per il calcio della cittadina del sud dell’Inghilterra.






















Per il Bristol City, però, la lenta e inesorabile discesa non era ancora finita: due retrocessioni consecutive avevano condotto la società sull’orlo del fallimento e comunque ad affrontare gravi problemi economici. In ogni caso la squadra riuscì, per la stagione 1981-82 a iscriversi al campionato di Third Division, la terza serie del calcio inglese. In panchina, almeno per la prima parte della stagione, ancora Bob Houghton. L’inizio di campionato è incoraggiante per i Robins con due pareggi e due vittorie nelle prime cinque partite, ma le tre sconfitte con soltanto due pareggi nelle successive cinque gare, fecero capire ai supporter di Ashton Gate che ci sarebbe stato da soffrire, e parecchio, anche nella Third Division. Queste paure vennero momentaneamente allontanate dai due successi consecutivi ottenuti sul campo del Reading (2-0) e in casa contro il Lincoln City (2-1) a fine ottobre e accompagnati poi anche dal pareggio per 0-0 a Chesterfield. A novembre e dicembre, però arrivarono quattro sconfitte sui sei match disputati che fecero ripiombare la squadra in piena zona retrocessione: particolarmente “sanguinoso” fu il ko casalingo per 1-0 ad Ashton Gate contro il Bristol Rovers che, tra l’altro, stava veleggiando verso una tranquilla salvezza. Con l’inizio del 1982, per cercare di dare una scossa a tutto l’ambiente ci fu un altro avvicendamento in panchina con Roy Hodgson (poi divenuto allenatore dell’Inter e ora manager del Fulham) che prese il posto di Bob Houghton. 
L’inizio dell’anno che avrebbe portato ai Mondiali di Spagna, però, non fu particolarmente incoraggiante, con una pesante sconfitta per 3-1 sul campo del Wimbledon (ora Milton Keynes Dons) e tre pareggi consecutivi. Febbraio fu invece un mese che il Bristol Rovers riuscì a chiudere con un saldo positivo (tre successi contro Walsall, Exeter City e Preston North End e due sole sconfitte). Per la truppa di Hodgson la salvezza, dunque, tornò a essere un obiettivo raggiungibile, ma ancora una volta, come già accaduto nelle precedenti stagioni, a spegnere del tutto le speranze si materializzò una lunga serie di sconfitte: furono infatti ben 10 in 12 partite (le prime sei consecutive) tra il 6 marzo e il 24 aprile 1982 con gli unici risultati positivi costituiti dai pareggi per 1-1 sul campo del Carlisle United e per 0-0 ad Ashton Gate contro il Chester City. Un ruolino di marcia assolutamente negativo che, a maggio 1982, portò all’accantonamento di Roy Hodgson a cui successe Terry Cooper, che rimarrà in carica fino al marzo del 1988, nonostante le grandi vicissitudini societarie di cui tra poco daremo conto. Cooper, comunque, non riuscì a fare il miracolo nonostante nelle ultime sei gare riuscì a racimolare tre vittorie, due pareggi e una sola sconfitta. Il 18 maggio 1982, così, il Bristol City con il pareggio 2-2 ad Ashton Gate contro il Doncaster Rovers chiuse la sua avventura in Third Division in penultima posizione con 46 punti, 7 in meno del Walsall e della zona salvezza, diventando così la prima squadra inglese a subire tre retrocessioni consecutive. L’impresa, se così si può chiamare, venne eguagliata qualche anno dopo, sempre negli anni ’80, dal Wolverhampton Wanderers.
A complicare ulteriormente le cose, la crisi finanziaria della società divenne irreversibile e venne dichiarata la bancarotta: il Bristol City riuscì però quanto meno a salvare la propria esistenza con la fondazione di una nuova società a responsabilità limitata, il Bristol City Football Club che ripartì, come da verdetto del campo, nella stagione 1982-83 dalla Fourth Division. Fondamentale, per la sopravvivenza dei Robins anche il gesto dei cosiddetti “Asthon Gate Eight” (Julian Marshall, Chris Garland, Jimmy Mann, Peter Aitken, Geoff Merrick, David Rodgers, Gerry Sweeney e Trevor Tainton), tutti giocatori dagli ingaggi elevati e che accettarono di dimezzare i propri contratti e di lasciare il club pur di garantire la sua sopravvivenza. Ed è dunque merito anche loro se il Bristol City ha rialzato la testa e ora, pur non avendo raggiunto i fasti di fine anni ’70, lotta stabilmente nelle zone medio-alte di classifica della Championship, la serie B inglese.
di Giuseppe Maiorana

7 ottobre 2024

STADIA. "Gli stadi di Bristol: Bristol City" di Gianluca Ottone



Dopo aver sviscerato nell’ultimo numero le vicende dello stadio del Bristol Rovers, ora ci accingiamo a curiosare nella storia della “casa” dei loro rivali locali ovvero il Bristol City.
I “robins” a differenza dei cugini in biancoblu, hanno avuto un rapporto decisamente più sereno con gli stadi. 
Infatti a parte un primo ed unico trasloco avvenuto nel 1904 (da St. John’s Lane all’attuale Ashton Gate) non si sono più mossi dalla loro sede.
Ashton Gate diviene quindi home del City nel 1904 pur con una struttura limitata ad un ridotto main stand ed una gradinata scoperta di fronte ad esso, che fu parzialmente coperta solo negli anni ’20.
Tra la fine di questo decennio e l’inizio degli anni ’30 verrà eretta la Winterstoke Road End (da allora la End dei tifosi locali) con i proventi della vendita di due giocatori. Per assistere a nuove modifiche bisognerà attendere gli anni ’50 quando con l’aiuto del Supporters Club e grazie all’assegno d’ indennizzo per i danni subiti durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, si provvederà ad ingrandire e completare il Main Stand. Poi nel 1970 si assiste anche alla ristrutturazione e copertura completa del Dolman Stand ovvero la ex terrace posta di fronte alla tribuna principale.
A questo punto Ashton Gate presenta ben tre lati su quattro completamente coperti lasciando alle intemperie solo gli occupanti della Ashton Road End, settore riservato ai tifosi ospiti. Gli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 furono sinonimo di difficoltà finanziarie (anche causate dall’ingente lavoro effettuato sul Dolman Stand nel 1970) e di un crollo verticale del Club dalla prima alla quarta divisione in tre stagioni consecutive. Proprio negli anni ’80 fa capolino l’idea di una possibile condivisione di Ashton Gate con i Rovers ma mai venne trovato l’accordo sui costi di affitto. Per la precisione bisogna comunque segnalare che nel 1980, per un breve periodo, in seguito ad un incendio che danneggiò Eastville, il City ospitò i Rovers. Solo all’inizio degli anni ’90 si tornò ad investire sulla modernizzazione dello stadio dei Robins in parte grazie ad una ritrovata serenità economica ed in parte per ottemperare al Taylor Report. E’ di questo periodo la copertura della Ashton Road End, l’ultima parte che ancora era “not covered” così come la sistemazione di ben 8.916 (in totale) seggiolini rossi qua e là.
L’attuale capienza è di 20.500 posti a sedere, mentre il record di presenze risale al 1935 quando per un quinto round di F.A. Cup contro il Preston N.E. ben 43.335 spettatori affollarono l’impianto e la stessa capacità era pressappoco disponibile ancora all’inizio degli anni ’70.
di Gianluca Ottone, da UKFP (settembre 2005)
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