Visualizzazione post con etichetta Tour. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tour. Mostra tutti i post

22 ottobre 2026

"THE BATTLE OF BUDA. La prima (e unica) volta del Millwall in Europa" di Stefano Conca

Chiunque sia stato almeno una volta al Den, casa del Millwall, a sud del Tamigi, non può non aver notato la sagoma dell’inconfondibile double-decker blu parcheggiato sotto la Cold Blow Lane Stand, accanto all’ingresso B18. Si tratta di un London Trasport Routemaster (RML2304) in servizio per il trasporto pubblico dal 1865 al 2005, oggi adibito a pub e punto di ritrovo per tifosi e famiglie prima dell’inizio di ogni partita casalinga. La struttura esterna è stata ridipinta e brandizzata con i colori del Millwall e lungo le fiancate laterali sono incise come i nomi delle principali fermate lungo il percorso, le tappe fondamentali della storia del club: Bermondsey, Wembley, Cardiff e Budapest.

Bermondsey ovviamente non è che il punto di partenza del viaggio mentre a Wembley il Millwall ci ha giocato in poche ma importanti occasioni: nel 1945 (Old Wembley), nella Finale della Football League War (South) persa per 2-0 contro il Chelsea; nel 1999 (Old Wembley) in occasione della Finale di Football League Trophy persa col punteggio di 1-0 contro il Wigan; nel 2009 (New Wembley) nella Finale Play-Off di League One (persa per 3-2 contro lo Scunthorpe); ancora l’anno successivo (New Wembley) nella Finale Play-Off di League One, questa volta vinta per 1-0 contro lo Swindon Town; infine nel 2013 (New Wembley) in occasione della Semifinale di FA Cup persa per 2-0, ancora contro il Wigan.

Se provate però a chiedere a un qualunque tifoso dei Lions quale sia stato il momento più alto nella storia recente del club (escludendo ovviamente la storica promozione in First Division del 1988 e le due successive stagioni trascorse nella massima serie della Football League) vi sentirete raccontare di quell’unica volta che il Millwall ha giocato in una competizione europea nel settembre del 2004, nel primo turno di Coppa UEFA contro gli ungheresi del Ferencvaros, passando per la Finale di FA Cup persa contro il Manchester United di Ferguson al Millennium Stadium di Cardiff.

Circostanze fortunate forse per una squadra che non può certo vantare il palmares delle altre squadre della capitale, abituata in quegli anni a fare su e giù tra la seconda e la terza divisione; sta di fatto che, per il Millwall, il sorteggio del terzo turno di FA Cup della stagione 2003/04 fu benevolo: al Den fece visita il Walsall e i Lions si imposero per 2-1. Nel turno successivo i Leoni del sud di Londra furono ancora fortunati, superarono infatti fuoricasa la formazione di non league del Telford per due reti a zero. Intanto, al White Hart Lane il Manchester City buttava fuori il Tottenham. Nel round successivo l’urna decretò lo scontro tra le big: a Manchester andò in scena il derby tra United e City (4-2) mentre l’Arsenal batté il Chelsea (2-1). Il Liverpool si fermò invece sull’1-1 in casa col Portsmouth e si fece battere per 1-0 nel replay a Fratton Park. Il Millwall andava avanti per la sua strada battendo il Burnley per 1-0. Ai quarti di finale il sorteggio fu ancora più fortunato (almeno sulla carta). Al Den, infatti, era la volta del Tranmere Rovers, formazione di League One (terza serie) ma fu tutt’altro che una passeggiata: Muscat si fece parare un rigore a quindici minuti dalla fine e la partita terminò 0-0 e si andò così al replay a Birkenhead. A Prenton Park la squadra allenata da Dennis Wise si portò subito in avanti per 2-0 grazie alle reti di Tim Cahill e Neil Harris. Il Tranmere, tuttavia si ricompattò e prima dell’intervallo accorciò le distanze. Nella ripresa entrambe le squadre se la giocarono con il coltello tra i denti ma per fortuna non ci furono altre reti. Per i Lions si spalancarono così le porte della semifinale sul campo neutro di Old Trafford contro il Sunderland. L’ultima volta era accaduto nel 1937 e gli avversari, manco a farlo apposta, in quell’occasione erano proprio i Mackems, che si aggiudicarono la sfida vincendo in seguito quell’edizione dell’FA Cup battendo in finale il Preston. Questa volta i Lions la spuntarono di misura (1-0) grazie alla rete messa a segno dal solito Tim Cahill. Intanto, nell’altra semifinale disputatasi al Villa Park di Birmingham, il Manchester United di Ferguson superava per 1-0 l’Arsenal.

Il 22 maggio del 2004 un pezzo consistente del sud di Londra si trasferì così a Cardiff per la finale (quell’anno Wembley era in fase di ricostruzione) e anche se il divario tra le due squadre in campo era più che evidente, sugli spalti, gli oltre ventimila tifosi dei Lions si fecero sentire a gran voce per tutti i novanta minuti e anche oltre. Purtroppo, grazie a un gol di Cristiano Ronaldo nel primo tempo e a una doppietta di Ruud Van Nistelrooy nella ripresa, il Manchester United si impose abbastanza facilmente sul Millwall. Tuttavia, alla fine della stagione 2003/04 la squadra di Ferguson si classificò terza in Premier League, alle spalle di Arsenal e Chelsea, conquistando di diritto l’accesso alle fasi preliminari della Champions League della stagione successiva, lasciando così al Millwall il posto in quella che nei primi anni duemila si chiamava ancora Coppa UEFA.

E fu così che nel sorteggio del primo turno della competizione, il Millwall, che era giunto decimo nella First Division della stagione precedente (la seconda serie del campionato inglese prese la denominazione di Championship soltanto l’anno successivo) pescò i campioni ungheresi del Ferencvaros. La gara di andata si disputò a metà settembre al Den di fronte a 11.667 spettatori. L’atmosfera era tesa, e anche se vi fu il timore che le due tifoserie potessero entrare in contatto tra loro non si registrarono scontri. Barrie, un tifoso storico dei Lions, ricorda che “non vi furono momenti di particolare tensione a parte gli insulti razziali e qualche braccio teso da parte degli ultras ungheresi, sicuramente molto vicini all’ambiente dell’estrema destra nazista”. Non fu sicuramente una partita memorabile, lo testimoniano le sei ammonizioni (una per il Millwall e ben cinque per gli ungheresi). Il risultato venne sbloccato solo al sessantaseiesimo da Dennis Wise su calcio di punizione dal limite dell’area. Tuttavia, la gioia del vantaggio durò solo dodici minuti. Al minuto settantotto arrivò infatti la rete del pareggio di Lipcsei. Tutto era così rimandato alla gara di ritorno.

Da qualche settimana il Millwall aveva già istituito una vera e propria lotteria per l’assegnazione dei biglietti per l’attesissima gara di ritorno a Budapest, non si sa bene in base a quale criterio, sta di fatto che in molti ne fecero richiesta e la risposta sarebbe arrivata soltanto alcuni giorni più tardi per posta. Sempre Barrie Stradling, nel suo” The Wall = Passion NOT Patience” scriveva “aspettavo l’arrivo del postino come un bambino a Natale. Cominciavano ad arrivarmi i messaggi dagli amici che avevano già ricevuto il loro biglietto, e quando ho sentito il rumore della cassetta delle lettere e il tonfo leggero di una busta che cadeva sulla moquette, sono corso di sotto come un bambino di otto anni tutto eccitato. Potreste benissimo darmi del vecchio sciocco, ma sentivo che il Millwall in Europa sarebbe stata un’esperienza irripetibile e ne ero felice: non me la sarei persa per nulla al mondo”. In molti, tuttavia, non ricevettero il tagliando e presero d’assalto le agenzie di viaggio per prenotare voli e hotel, alcuni tentarono di acquistare i biglietti direttamente sul sito del Ferencvaros, sperando poi di riuscire ad accedere al settore riservato ai tifosi ospiti una volta giunti sul posto. Altri partirono comunque pur consapevoli che non avrebbero mai trovato un biglietto.

Quella che segue, e che ho deciso di riportare per intero, è la cronaca di quella spedizione attraverso il racconto di Paul James, inviato per la rivista FRONT (una rivista britannica rivolta a un pubblico maschile che veniva pubblicata in quegli anni e di cui ho ritrovato un ritaglio) al seguito della partita.

“Ci fu un silenzio carico di tensione nel sud di Londra la sera del 27 agosto, in occasione del sorteggio del primo turno di Coppa UEFA della stagione 2004/05. Il Millwall, una delle squadre con la reputazione più vivace d’Inghilterra, avrebbe fatto il suo debutto nel calcio agonistico in terra straniera, sorteggiato contro i campioni ungheresi del Ferencvaros, un club con uno dei peggiori elementi hooligan d’Europa, l’incontro prometteva di essere “interessante”. Tramite amici di amici, la rivista Front, aveva già incontrato alcuni ragazzi del Millwall, ma ricevere un invito a unirsi a loro fu tutt’altra cosa. Nessuno era in cerca di guai, ma “se succede, succede” dicevano. Dopo qualche birra in un pub di fiducia a Lewisham, il montatore di ponteggi di venticinque anni, l’impiegato della City di ventotto anni e il trentunenne “in cerca di lavoro” che si presentò come un gigolò per le Girls Aloud, dissero che FRONT era più che benvenuto tra loro, a condizione che nomi e volti non sarebbero mai stati pubblicati.

Mercoledì 29 settembre alle 8.00 del mattino FRONT incontra i nostri contatti all’aeroporto di Luton; alcuni di loro sono cordiali, altri mi ignorano completamente. C’è una bella varietà di abiti firmati: dai cappotti e cappelli Stone Island, ai bermuda e gli occhiali da sole griffati. La trasferta per vedere il Millwall all’estero prometteva di essere una rara, ma elegante, escursione. I rigidi controlli di polizia ridussero al minimo il tempo trascorso al pub dell’aeroporto, ma il locale, mi dicono, era pieno di tifosi navigati, tra cui alcuni con recenti reati legati al calcio che erano riusciti a sfuggire alla rete della polizia. Il volo filò via abbastanza bene; qualche battuta con la hostess in calzettoni, finché non finì la birra Heineken per la quale si dovette adottare un cambio tattico con lo spumante.

Alle 11.00 il carrello di atterraggio si abbassò e fu accolto da un fortissimo e spontaneo “MMMMIILLLL”. Ad attenderci non c’erano cartelli con scritto “Benvenuti all’inferno” e passeggiare per il centro città non fu l’esperienza intimidatoria che mi aspettavo. Trovare un pub si rivelò invece abbastanza difficile. I nostri primi drink li acquistammo presso un fruttivendolo, poi in una pizzeria, ma al terzo tentativo incontrammo finalmente un folto gruppo di nuovi arrivati al Becketts Irish bar. Intanto i cellulari iniziarono a squillare come slot machine mentre i ragazzi informavano gli altri tifosi del Millwall in quale pub incontrarsi. Nessuno era in cerca di guai in quel momento, molti cercavano semplicemente i biglietti fu chiaro che molti erano arrivati senza.

Dopo qualche ora di bevute sfrenate, un tizio del posto, all’apparenza innocuo, si avvicinò ai miei compagni di viaggio. Cercò di fare amicizia con loro, mentre cercava di vendere biglietti distribuendo la rivista Fradi Hooligan, che ritraeva immagini di "ragazzi" olandesi, inglesi e tedeschi. L'hooliganismo da queste parti evidentemente era un hobby, ma un'occupazione a tempo pieno. Sempre in allerta, un tifoso dall'aspetto più maturo lo affrontò: "Chi sei, amico? Cosa vuoi?" "Dov'è Wally?", come era stato soprannominato. Rispose: "Tifo per l’Ujpest, i loro rivali. Odio quelle teste di scimmia del Ferencvaros". Aveva un sacco di biglietti per il settore di casa e molti tifosi senza biglietto furono contenti, anche se alcuni diffidarono di quel "viscido bastardo". Non ci volle molto perché l'atmosfera cambiasse. Voci alzate e urla furono presto seguite da pugni sui crani e poi da bicchieri sulle teste. Cercai di scansarmi per non prenderle, ma non sembravano esserci ungheresi in vista. Ben presto divenne chiaro che una vecchia faida tra due fazioni di tifosi del Millwall aveva trasformato il pub in una scena da Far West. Con fiumi di sangue, le foto apparvero sui tabloid insieme a notizie false. Wally continuava a fare i suoi affari sotto un tavolo, mentre i miei accompagnatori si dirigevano verso vari strip club e locali più movimentati. A notte fonda andammo tutti a dormire. Un po' di riposo, prima del grande evento.

Giorno 2 Mentre ingoiavo a fatica un hot dog e mi riprendevo dai postumi di una sbornia, ero nervoso perché non avevo la minima idea di cosa mi riservasse la giornata. Incontrai i miei contatti, che si erano messi in contatto con il resto della loro banda, e sembrava che fossero arrivati ​​tutti, Ci spostammo tra un bar e l'altro nel centro di Budapest. Lungo il tragitto ci furono molte strette di mano e pacche sulle spalle, infine si sistemarono tutti al John Bull Pub, con gli agenti di polizia intenti a filmare. Al nostro gruppo la cosa non piacque, così ci dirigemmo verso il canale della città vecchia, dove uno di noi ricevette una telefonata. A quanto pare, erano stati presi accordi affinché le due bande rivali si incontrassero lì più tardi, e tra i ragazzi si iniziò a percepire una certa tensione. Ero terrorizzato. In breve, si era sparsa la voce che un centinaio di skinhead avevano attraversato diverse zone della città brandendo armi e attaccando qualsiasi piccolo gruppo di tifosi del Millwall incontrassero. «Quegli orribili bastardi hanno attaccato un sacco di “scarfers”» (termine slang per definire il tifoso comune, non affiliato a gruppi organizzati) urlò un tizio alle mie spalle, e si diceva in giro che i Fradi avessero attaccato chiunque avesse un aspetto inglese. Persino le famiglie nei ristoranti non erano state risparmiate: si diceva che ungheresi assetati di sangue irrompessero nei locali, li picchiassero e scappassero. Sentimmo parlare di altri attacchi mano a mano che i bar lungo il canale andavano riempiendosi. Alcuni tifosi del Lions, a quanto pare, erano stati accoltellati e versavano in condizioni critiche in ospedale. Con l'aumentare del numero di persone intorno a me, si moltiplicarono le segnalazioni dei suddetti skinhead che si aggiravano furtivamente per i vicoli di Budapest per attaccare. Intorno alle 18:00, sembrò che diversi vecchi "Bushwhackers" del Millwall si fossero radunati sul posto, mentre noi ci ubriacavamo lungo il canale, l'atmosfera tesa, ma gioviale, si era fece tesa e carica di vendetta.

ORE 19.00 Mi trovo ora in mezzo ad alcuni dei gruppi di tifosi più terrificanti: 500 ragazzi del Millwall, dai 20 ai 50 anni, senza una maglia in vista e tutti concentratissimi, guidati da un uomo, tutti pendono dalle sue labbra. "Keep it tight, Millwall, all stick together!", grida, e sotto la sua guida organizzata mi sento come un soldato condotto in battaglia. O peggio. "No One Likes US!" risuona per tutta Budapest. Il Millwall era decisamente arrivato in città. Dopo cinque minuti di marcia e a soli due minuti dalla stazione, BANG, è scoppiato tutto in un istante. I Fradi ci avevano seguito per tutto il tragitto e ci attaccarono da dietro e dalle strade laterali. Molti di loro erano skinhead, armati fino ai denti. Erano più di 200 e alcuni avevano indosso cappellini del Millwall per rendere l'agguato ancora più sinistro. Ne è seguito uno scontro che è sembrato durare un'ora, ma probabilmente erano solo tre minuti, questa volta non era una scazzottata da pub. La faccenda si stava facendo seria, veri e propri disordini. Alcuni ungheresi si stavano facendo male e alla fine furono meno propensi a farsi avanti. La polizia che inizialmente aveva osservato la situazione si decise a intervenire e alla fine le sirene posero una tregua agli scontri. Qualche pugno è volato da entrambe le parti, ma sembrò che, a causa della rabbia per quanto accaduto nel pomeriggio, gli ungheresi fossero messi molto peggio. Alcuni corpi giacevano stesi a terra, segno della vendetta del Millwall.

L'atmosfera ora era allegra, molti si scambiarono aneddoti sulla battaglia. Tremavo e mi sentivo completamente spaesato, ma spinto dall'adrenalina, fui riportato bruscamente alla realtà da un brutto calcio alla rotula sferrato da un poliziotto che sembrava uscito da un film di Magnum Pi. Era chiaro che non era finita lì e che non mi trovavo dove avrei voluto essere. Fummo condotti in metropolitana fino allo stadio. Quando il treno partì dalla stazione, l'atmosfera si fece cupa. Arrivati ​​alla prima fermata, erano di nuovo lì, ad aspettarci. Avrei volentieri finto di essere morto pur di uscirne. Bussavano con violenza alle porte della metropolitana, brandendo coltelli, picconi e mazze da baseball. All’improvviso fui letteralmente scaraventato da una parte della metropolitana mentre uomini sulla quarantina si avvicinarono minacciosi alle porte ancora chiuse per sfidare i Fradi. Erano i famigerati Bushwhackers, temprati da numerose risse con il West Ham nel corso degli anni, ed erano sinceramente eccitati all'idea di una nuova battaglia. Un uomo robusto sulla quarantina urlò: "Non è il momento per gli attori, Millwall!". Alcuni passeggeri a bordo, urlarono terrorizzati, ma furono subito rassicurati che sarebbero stati al sicuro, anche se sembravano più spaventati dai loro stessi ungheresi.

Poi accadde di tutto: non so come, ma quando le porte del treno si aprirono, si aprirono letteralmente le gabbie dell’inferno! La battaglia scoppiò sulla banchina quando i tifosi del Millwall irruppero fuori, attaccando gli ungheresi armati di attrezzi. Un tifoso del Ferencvaros, con indosso un giubbotto bomber della Lonsdale e un coltello a serramanico in mano, cercò di allontanare gli aggressori. In un inglese stentato urlò: "Non voglio usare questo, inglesi, non voglio", e all'improvviso fu caricato da due ragazzi del Millwall dall'aspetto più giovane e scaraventato a terra. Io rimasi al sicuro vicino al treno mentre la battaglia si spostava all'interno della stazione. Sembrava che la superiorità numerica stesse avendo la meglio, dato che i tifosi locali correvano a perdifiato sulle scale mobili. La situazione si fece sempre più tesa, con i corridori meno veloci che venivano raggiunti e spinti giù per la scala mobile, dove venivano trattati di conseguenza.

La polizia irruppe bruscamente, ponendo nuovamente fine alla situazione, questa volta con l'aiuto di gas lacrimogeni, prima che salissimo tutti sul treno diretto allo stadio del Ferencvaros. Iniziai a preoccuparmi. Non c’era nessuna scorta ad attenderci e sembrava che fossimo ormai sulla lista nera di tutti, persino della polizia locale. Un uomo con una giacca di pelle si avvicinò sul treno; mi disse che era arrivato la mattina con moglie e figlia fare visita al centro storico della città, prima della partita, ma nel pomeriggio erano stati aggrediti e picchiati dai Fradi. Aveva un occhio nero, mi disse: “questa è una fottuta vendetta!".

ORE 20.30 Alcune fermate più tardi arrivammo vicino allo stadio dove altri tifosi ci aspettavano. Si era sparsa la voce degli scontri precedenti, ma dopo alcune cariche dalla prima linea, la maggior parte degli ungheresi era fuggita e i pochi rimasti non erano riusciti a tenere testa agli aggressivi e impazienti londinesi. Mentre venivo trascinato a forza verso lo stadio, ringraziai Dio per la sicurezza che si respirava al suo interno. Gli steward fermavano e perquisivano tutti; sembravano la mafia ungherese, guidati da un grosso culturista dall'aspetto minaccioso con un giubbotto bomber. Era evidente il loro odio per i tifosi in trasferta e spingevano la gente, arrivando persino a sputare addosso ai tifosi. Tra le proteste contro i loro metodi brutali, c'erano alcune donne che affermavano di essere state molestate, ma a questi ex militari non importava nulla. Qui non c'erano regole. All'interno dello stadio l'atmosfera era molto ostile. Sembrava che tutti odiassero il Millwall: gli insulti venivano urlati da ogni lato dello stadio. Questo è il genere di cose che si leggono solo su internet. Non era il calcio né il comfort da stadio a cui eravamo abituati nella Football League.

In campo, il Millwall era sotto di 3-1 all'intervallo, ma ai tifosi non importava. Il forte mormorio di "MMMMIILLLLL..." continuava, insieme a "No One Likes Us!", che ora era quanto mai appropriato, perché a parte un piccolo angolo dello stadio tutti ci odiavano.

La partita finì e, sebbene il Millwall fosse stato eliminato al primo tentativo, tutti erano di buon umore. Ci fu una scorta di cinque chilometri fino al centro città e la polizia ora aveva chiaramente la situazione sotto controllo. Si mormorava che alcuni tifosi senza biglietto fuori dallo stadio fossero stati aggrediti durante la partita, ma la sensazione nel gruppo, era che la battaglia fosse stata vinta. Una sconfitta in campo, ma senza dubbio una vittoria fuori dal campo. Mentre la scorta giungeva al termine e il contingente del Millwall, provato dalla battaglia, raggiungeva la sua destinazione, uno dei membri più giovani individuò il nostro vecchio amico, “Dov'è Wally?”. Si scoprì che non era poi così stupido e i nostri sospetti erano fondati. Era, infatti, uno di loro. Era un Fradi anche lui e ci tenne a precisarlo. Mentre ci avviammo verso il centro città per un'ultima baldoria lo perdemmo di vista. Per sua fortuna.

Molti continuarono a bere in vari strip club nel centro di Budapest ma per me, e per fortuna per i miei contatti, era ora di andare a letto, pronti per il volo del mattino seguente per l'Inghilterra. Esausto, ma più che sollevato, mi cambiai i boxer e mi resi conto che avrei potuto essere io quello che appariva al telegiornale mentre veniva medicato in ospedale.

Riflettendoci, non si trattò di violenza organizzata, come alcuni potrebbero pensare, ma di un gruppo di persone che si sentivano in dovere di difendersi da un'aggressione violenta. Purtroppo, probabilmente verrà ricordato solo come un altro club inglese che crea problemi all'estero e un'altra macchia nera per il Millwall. Ringrazio il ragazzo che mi ha coperto le spalle.”

23 settembre 2026

"IL MIO DOCKERS DERBY" di Stefano Conca

Finalmente il gran giorno è arrivato. Dopo una lunga attesa durata quattordici anni…, però questo effettivamente è già stato scritto.

Il "mio primo Dockers Derby" è qualcosa che non posso introdurre con le solite frasi di circostanza, utilizzate da pagine e pagine di giornalisti, sui social, nonché da autori che normalmente durante l’anno si occupano di tutt’altro, persino di cinema. Perché in effetti, se il Docker’s Derby oggi gode di una certa notorietà, oltre che a una certa letteratura di settore che da sempre se n’è occupata, lo si deve anche a Hollywood. Perché se è vero che le rispettive tifoserie di Millwall e West Ham sono sempre state considerate tra le più temute nel panorama calcistico inglese, bisogna anche riconoscere che il mito è stato alimentato per almeno un paio di decenni da film, libri, e biografie di personaggi che in buona parte hanno preso parte a quelle scorribande, e che oggi, dopo averne scontate le conseguenze, vanno in giro parlandone in tv, radio e podcast, facendoci pure un sacco di soldi. Tuttavia, bisogna avere l’onestà di ammettere che nessun altro paese al mondo è riuscito a fare ciò che la Gran Bretagna ha fatto per eliminare la piaga degli hooligans, non senza errori, ovviamente. Sia ben chiaro però, la violenza c’è ancora, si è solo spostata altrove. E quindi il mio viaggio inizia così, sabato 19 settembre 2026, con la sveglia che suona alle 4.00 del mattino, un caffellatte veloce, una merendina e un veloce bacio a mia moglie che nel dormiveglia mi sussurra un “non farti ammazzare!”.

Il volo è prenotato alle 7.05 dall’aeroporto di Milano Malpensa, io alle 4.45 sono già lì, onde evitare imprevisti. Supero facilmente i controlli, non c’è fila, non ho una valigia, né un bagaglio a mano questa volta, soltanto il cellulare, un powerbank, un passaporto e la carta di credito. Indosso un paio di jeans e una maglietta blu di cotone, scarpe Adidas e un giubbino leggero impermeabile Stone Island. Evito di indossare i colori del Millwall per ovvi motivi.

L’aereo atterra a Gatwick con largo anticipo e in pochi minuti sono sul treno per London Bridge. La prima persona che incontro è Warren, scozzese di Edimburgo, soprannominato The Flying Scotsman perché anche lui, come me, prenota i voli con largo anticipo per essere sempre presente quando il Millwall gioca al The Den. Ci salutiamo velocemente, certi che ci rivedremo a breve. La mia priorità è mettere sotto i denti un boccone per evitare di iniziare a bere a stomaco vuoto. C’è polizia ovunque. Divoro velocemente un sandwich al pollo (spicy), poi torno a scrutare il tabellone delle partenze. Individuare la piattaforma da dove partirà il treno per South Bermondsey è molto facile, basta seguire gli schiamazzi di un gruppo di giovani tifosi del Millwall che gridano a gran voce “MMMMMIIIIILLL!”. Salgo di corsa i gradini della scala mobile e in breve raggiungo altri tifosi sul treno diretto a East Croydon. Oltrepasso un gruppo di ragazzi sorridenti sulla ventina e mi siedo per i fatti miei in fondo al vagone semivuoto. Dopo pochi istanti mi raggiunge Warren che si siede nel sedile di fronte al mio e iniziamo a conversare come due vecchi amici sebbene ci siamo incontrati forse solo due volte. Ci scambiamo qualche opinione sulle tariffe dei voli e sul fatto che ormai è abbastanza facile raggiungere il Den il sabato. Scendiamo a South Bermondsey e ci dirigiamo al Blue Anchor dove ci aspettano altri amici. Alle 9.40 sorseggio la mia prima Guinness. La strada brulica di tifosi del Millwall coi bicchieri in mano. Dentro al pub è una bolgia. Incontro Jens, un abbonato che dalla Germania viene ad assistere a tutte legare casalinghe dei Lions e qualche volta ha condiviso la sua frustrazione sui social per un volo cancellato. Sono felice che oggi sia riuscito ad arrivare in tempo. Poi c’è Pete O’Mara uno dei tifosi che mi ha accolto con simpatia fin dall’inizio insieme a Warren. Poco dopo sediamo tutti insieme a un tavolo e l’alcool comincia a scorrere a fiumi. Pete mi presenta al resto della famiglia, ci sono infatti anche suo figlio Joe di trentasette anni e Conor poco più giovane, più alcuni amici. Prima di incontrarli dal vivo li avevo conosciuti sul web attraverso il loro canale YouTube, Lions TV. Insieme a Dan, che ho avuto modo di conoscere a Stoke, loro sono l’anima della tifoseria dei Lions, e ogni settimana pubblicano costantemente rubriche e contenuti sul Millwall, così che chi è di casa da queste parti, ma anche chi come me viene da lontano, il canale è una finestra sempre aperta sul Millwall e su tutto ciò che accade in quel del sud di Londra: approfondimenti di mercato, pronostici, full time reaction e molto altro. Pete è una miniera d’oro e conosce il club in ogni minimo dettaglio e mi snocciola ogni volta aneddoti e informazioni utili. Mi dice che i più hanno atteso questo giorno come i bambini attendono il Natale. E in effetti sembra davvero una giornata di festa, tra un coro e l’altro, il clima all’interno del pub è quello delle grandi occasioni. Sarà che forse il tasso alcolico è più alto rispetto alle altre volte, saranno forse le aspettative della vigilia, nell’aria si percepisce qualcosa di elettrizzante. Dopo altri tre o quattro giri di birra e qualche shot di Baby Guinness (che nonostante il nome e l’aspetto non contiene Guinness, bensì ¾ di Kalhua e ¼ di Baileys), ci riversiamo tutti in strada dove l’intensità dell’atmosfera sale di livello. La polizia è ovunque e al minimo rumore di un bicchiere rotto a terra tutti si girano all’istante. Chiedo a Pete se secondo lui c’è la possibilità che si venga alle mani con qualche tifoso del West Ham e lui mi risponde che in passato queste cose avvenivano con una certa frequenza. È in uso, infatti, che i tifosi della squadra ospite spesso facciano visita al pub dei tifosi di casa. Mi dice che si è diffusa in giro la voce che nella serata di ieri alcuni tifosi del Millwall sono stati colti di sorpresa e arrestati nei pressi del Carpenter’s Arms, noto pub frequentato dagli Hammers, nell’East End. La notizia in effetti è comparsa questa mattina anche sulle pagine di alcune redazioni e sembra avvalorata anche dalla presenza in rete di alcuni video. La polizia londinese, per l’occasione, non ha lasciato nulla al caso, schierando più di quattrocento agenti in tenuta antisommossa in diverse zone nei pressi del Den al fine di evitare disordini. Di fatto Scotland Yard ha istituito una sorta di Lockdown in buona parte del sud di Londra, con l’applicazione di un provvedimento speciale che prevede l’allontanamento dall’area, o nei casi più gravi anche l’arresto, di chiunque venga ritenuto responsabile di comportamenti antisociali.

L’attesa sale mentre i minuti passano e l’ora del calcio d’inizio si fa sempre più vicina. L’atmosfera, tuttavia, è abbastanza distesa mentre insieme a Warren e gli O’Mara mi incammino lungo la Ilderton Road, verso lo stadio. Nei pressi della stazione di South Bermondsey c’è uno schieramento di polizia a cavallo che non si vedeva da tempo da queste parti, mi dicono. Pete intanto esce da un off-license con una manciata di birre Cruzcampo in lattina e ne allunga una a ciascuno di noi. Gli sguardi dei miei amici sono puntati alle banchine della stazione, sopra di noi oltre le inferriate. L’arrivo di un treno è infatti seguito da un vociare confuso, ma non succede nulla. Arrivati al Den ci facciamo strada tra la folla chiassosa nei pressi della fan zone. Mi congedo da Warren e dagli O’Mara, i nostri posti sono situati nella Docker’s End ma in settori diversi, e ci promettiamo di incontrarci più tardi. Prima di entrare incontro una vera leggenda, l’attore inglese Tamer Hassan, famoso per aver preso parte, insieme a Danny Dyer, a The Football Factory, dove, manco a farlo apposta, interpretava il ruolo di leader di una firm del Millwall. L’attore si concede diverse foto con alcuni fan, tra cui il sottoscritto. Il suo ingresso al Den, poco prima dell’inizio della gara, verrà salutato con una standing ovation.

È difficile descrivere la sensazione che provo nel momento in cui oltrepasso i tornelli, con quel rumore di ferro e ingranaggi che ruotano e fanno si che una volta all’interno sai che non si può tornare indietro. E anche se i tagliandi cartacei sono ormai stati sostituiti da un QR code sullo schermo del telefonino, quella magia ha ancora un certo effetto. Al mio ingresso nel blocco 18, mentre ancora la maggior parte dei tifosi sono intenti a scolare l’ultima birra prima del fischio d’inizio, i giocatori di entrambe le squadre stanno ancora effettuando il riscaldamento in campo. Riconosco subito Bowen, del West Ham, che in settimana è stato protagonista di un episodio spiacevole. È stato infatti avvicinato da alcuni tifosi del Millwall che l’hanno filmato in strada ricoprendolo di insulti deplorevoli. Il video è poi comparso in rete e in pochi istanti è diventato virale. Questo per far capire il clima che da giorni si respira intorno a questa sfida tanto attesa. Al termine del riscaldamento, quando le due squadre rientrano negli spogliatoi, i giocatori del West Ham vengono ricoperti da una valanga di fischi e insulti di ogni tipo. Le due tifoserie non se le mandano a dire e iniziano a prendersi di mira con cori offensivi nonostante manchi ancora più di mezz’ora al calcio d’inizio. I ripetuti inviti da parte del Millwall, attraverso i propri canali social e le migliaia di mail inviate ai propri fan, con l’invito a evitare “quel canto” all’indirizzo di Bobby Moore, pare non abbiano sortito effetto alcuno. L’atmosfera è incandescente. Alle 12.25 le due squadre fanno il loro ingresso in campo davanti a ventimila tifosi furiosi. Nessuno è seduto, anche nella Barry Kitchener Stand e nell’area riservata alle famiglie. Anche “Ash the Bash” scalpita sulla sua carrozzina vicino alla bandierina del corner sotto la Cold Blow Lane End. È il “Lion Den’s Roar”: il “Ruggito della Tana dei Leoni”. Ho letteralmente la pelle d’oca, non ho mai visto niente di simile. Ventimila persone urlano contemporaneamente qualsiasi cosa. Anche i millesettecento tifosi del West Ham stipati sui due livelli della North End si fanno sentire ma il loro “I’m forever blowing bubbles” viene letteralmente sovrastato dal canto dei tifosi del Millwall sulle note di Hey Jude, mentre al calcio d’inizio parte il più lungo e assordante “MMMMIIIIIIIILLLLLL…!!!” che io abbia mai sentito, interrotto soltanto dal primo tackle di un difensore dei Lions che viene accolto con un’incredibile ovazione. 
Tra le due tifoserie volano insulti e minacce di ogni genere, in pochi osservano quello che sta accadendo in campo fino a quando, dalle gradinate, non si sente partire il più classico dei classici “No One Likes Us!”. Ogni contrasto, ogni intervento in scivolata, ogni fallo fischiato a favore, ogni palla riconquistata vengono accolti da un urlo impressionante. Mentre a ogni fallo fischiato contro e a ogni passaggio di palla tra i giocatori del West Ham piovono insulti di ogni tipo all’indirizzo degli avversari. Ogni tifoso sugli spalti sembra letteralmente coinvolto nella trance agonistica, almeno, se non di più, quanto i giocatori in campo. Ancora una volta, posso affermarlo: non ho mai visto niente di simile. Poi succede l’incredibile. Proprio sotto di me il Millwall conquista una rimessa laterale che Dykes si incarica di effettuare. Le sue possenti braccia scagliano il pallone fino al limite dell’area di porta del West Ham dove tutti saltano ma nessuno la prende. La palla rimbalza dalla parte opposta dell’aera dove arriva come un fulmine Sykes. Tutto il Den è già pronto a esplodere. Ma Hermansen, il portiere degli Hammers, compie un vero miracolo sul potente tiro dell’irlandese, ex Bristol City, e la respinge. La palla però carambola sui piedi di Arconte. Il ragazzo della Guadalupa però è troppo decentrato rispetto allo specchio della porta e con un mezzo volley riesce a schiacciare il pallone che rimbalza nuovamente verso il centro dell’area. Cooper salta anche lui ma non la prende. Dietro di lui però arriva Caleb Taylor che osserva il pallone scendere verso il suo piede sinistro e a quel punto non deve fare altro che appoggiarla in rete. È un tripudio di braccia che si agitano al cielo (limbs, come si dice da queste parti), gente che salta, bicchieri che volano, persone che si abbracciano. E la festa è appena cominciata. Comincio a guardare l’orologio, sono passati solo sedici minuti, manca un’eternità, pareggeranno di sicuro, penso. Ma la reazione non c’è, è come se l’urlo del Den li abbia tramortiti. Gli Hammers infatti sono letteralmente piantati, il Millwall invece vince ogni contrasto e metro su metro conquista campo senza concedere spazio. Comincio a comprendere come sia possibile che in passato, alcune delle squadre migliori, quando venivano a giocare qui, ne uscivano letteralmente spaventate, tanto che alcuni giocatori erano spesso terrorizzati dall’idea di cosa sarebbe potuto accadere loro qualora fossero riusciti a segnare. Col passare dei minuti mi dimentico di guardare l’orologio. Assistere a una partita del genere è un vero spettacolo. Intorno al minuto 40’ su una respinta della difesa degli Hammers la palla rotola in mezzo alla loro tre quarti, centralmente. Sykes arriva ancora una volta prima di tutti e con un gran destro, di prima intenzione, va a colpire la traversa. Il West Ham è sotto shock. Pochi minuti più tardi, giusto qualche istante prima dell’intervallo, mentre sono già sulle scale diretto verso i servizi, il Millwall beneficia di un’altra rimessa laterale sotto la mia postazione. Ancora una volta, con una lunga rimessa Dykes spedisce la palla all’interno dell’area piccola dove Camiel Neghli riesce ad arpionarla e a metterla a terra. Poi con un destro ravvicinato l’algerino, classe 2001, la mette dentro per la rete del 2-0 e il Den esplode nuovamente.

La festa sugli spalti prosegue anche durante l’intervallo con il solito “No One Likes Us” seguito dal più celebre “Chim Cimney, Chim Cimney, chim chim cha roo, we hate those b@st@rds in claret & blue!”. Mi domando se sto sognando…

Nella ripresa la musica non cambia, il West Ham pur mantenendo il possesso palla non riesce a superare la metà campo e le poche incursioni che riescono a creare risultano inefficaci. I pochi palloni spediti nella metà campo del Millwall sono facilmente preda di Marshchall, il giovane portiere dell’Accademy dell’Aston Villa, appena prelevato dallo Stevenage. Per gli Hammers, allo shock per le due reti subite nel primo tempo, subentra la frustrazione. Ma è qui che le cose cambiano: l’episodio che farà più discutere accade al sessantacinquesimo, quando all’ennesimo lancio sprecato dagli Hammers, la palla termina lentamente verso l’area di rigore dei Lions. Marschall la attende senza tuttavia raccoglierla, facendo così passare secondi preziosi. L’attaccante argentino del West Ham, Taty Castellanos si avvicina all’estremo difensore del Millwall che a quel punto afferra la palla coi guantoni. Gli altri giocatori sono già tutti nella metà campo opposta pronti a ricevere il rinvio del portiere, anche l’attenzione dell’arbitro è rivolta altrove. I due si sfidano con lo sguardo, si parlano probabilmente. Poi improvvisamente Marschall si rivolge all’assistente di linea visibilmente offeso. Indica un punto sul volto, uno sputo dell’attaccante. L’arbitro ferma il gioco, “he spit on me!” indica il labiale, poi con un angolo della maglia Marschal si pulisce la fronte. Nessuno ha visto nulla, saranno le immagini a chiarire. Si va avanti a giocare, gli Hammers dovrebbero essere in dieci per l’espulsione dell’argentino ex Lazio (che potrà rischiare sei turni di sospensione se ritenuto responsabile di condotta antisportiva) e invece improvvisamente la situazione sembra rovesciarsi. Complice un po’ di stanchezza da parte dei Lions e dei cambi non all’altezza della qualità degli avversari, anche e soprattutto a causa della lunga lista di giocatori infortunati, i colpi del West Ham cominciano a fare davvero male. Prima è un’incursione sulla fascia destra di Bowen, che mette al centro un cross invitante sulla testa di Pablo, nuovo entrato, a costringere Marschall al miracolo. Poi al minuto 74’ con il Millwall completamente schierato all’interno della propria tre quarti, la palla finisce sui piedi di Kanté che con un rasoterra micidiale da fuori area infila l’angolino basso alla destra di Marschall. Il settore dove sono stipati i millesettecento tifosi degli Hammers sembra esplodere, mentre tutt’intorno il Den reagisce con il consueto “Mmmmiiiiilllll…!”. Ricomincio a guardare l’orologio, non un buon segno. Mancano quindici minuti, un’eternità. Sono le incursioni di Bowen a spaventare ora, anche se ogni volta che tocca la palla, il numero 20 degli Hammers viene ricoperto di insulti. Ma l’ala destra, nonché capitano e bandiera del West Ham, sembra ne tragga energia vitale a questo punto del match. Il Millwall si rifugia più volte in calcio d’angolo (alla fine saranno ben diciassette i tiri dalla bandierina in favore degli uomini in claret & blue). Dopo soli sei minuti, l’ennesimo cross dalla destra viene deviato con la punta del piede da Neghli. La palla si alza scavalcando tutta la difesa del Millwall va a ricadere sulla testa di Mavropanos che la mette dentro per la rete del 2-2. Dal modo in cui esultano i tifosi del West Ham si capisce quanto significhi per loro questo gol. Per un attimo sembra che si stiano per riversare in campo ma gli stewards, coadiuvati da alcuni agenti, riescono a contenere l’esplosione di gioia degli Hammers. Il Den è ancora sotto shock ma nei minuti finali il Millwall ritrova le energie per non soccombere e anzi sembra addirittura averne di più. Evidentemente sfiancati da una mezz’ora giocata ad altissima intensità gli Hammers iniziano a concedere spazi e il Millwall torna a farsi pericoloso in contropiede. Ancora occasioni da una parte e dall’altra, ne esce una battaglia senza esclusione di colpi. Al diavolo il risultato, è una delle partite più belle a cui mi sia mai capitato di assistere. E non è finita finché non è finita! L’occasione del 3-2 arriva allo scadere: un retropassaggio rischioso di Austbø viene controllato in modo maldestro da Kanté, l’autore del momentaneo 2-1. Lisbie si fionda sul pallone, è nettamente più veloce, vince il contrasto e si ritrova tutto solo nella metà campo del West Ham. Davanti ha solo Hermansen, che è fuori dai pali ma è bravo a coprire lo specchio della porta. Kanté prova a recuperare da dietro ma non ha altra scelta se non quella di abbattere da dietro l’attaccante. I ventimila tifosi del Millwall sono inferociti, vorrebbero entrare in campo ma per fortuna il cartellino rosso arriva come una magra consolazione, mentre il francese esce dal campo tra l’ovazione del settore ospiti. La punizione si infrange sulla barriera e non succede molto altro fino al fischio finale, a parte qualche scaramuccia a centrocampo. Nel parapiglia che segue il triplice fischio del Sig. Tierney, Cooper e Mavropanos vengono immortalati in quello che probabilmente risulterà il fermoimmagine più emblematico di questa incredibile giornata, e che probabilmente rimarrà negli annali di questa fantastica sfida giunta alla sua edizione numero 100. C’è delusione tra i tifosi del Millwall mentre dal settore occupato dagli Hammers sale a gran voce il coro “Two-nil, and you f@ckd it up!”. Ma c’è anche la consapevolezza di essere riusciti a tenere testa a una compagine abituata a giocare in Premier League da una decina di anni a questa parte. Sicuramente il clima del Den ha contribuito a creare le condizioni favorevoli per i Lions per una buona parte della gara. Riassumendo potrei affermare che da tempo non si vedeva un Den così infuocato. Anche per i tifosi del West Ham dev’essere stato un po’ come tornare all’inferno dopo i tanti anni passati nei salotti della Premier League. È come se le due squadre avessero avuto il bisogno l’una dell’altra per riaccendere la fiamma della loro storica rivalità. Mi sento soddisfatto. A fine partita mi incontro nuovamente con Warren e Pete, mi chiedono di unirmi a loro per andare a bere un paio di birre, ci sono anche Conor e Joe più alcuni amici della banda. Ci incamminiamo tra un sottopasso e l’altro in uno scenario che mi ricorda quello del film Football Factory (che è stato girato proprio da queste parti), tra strade e stradine del sud di Londra, tra un quartiere residenziale e i binari dello scalo ferroviario di New Cross Junction. A dire il vero non so esattamente dove mi stiano portando, ma il clima è sereno e Pete ha voglia di fare conversazione con me. Mi parla della sua famiglia, io gli parlo della mia. Saltiamo da un argomento all’altro e gli chiedo del suo legame con il Millwall. Lui mi spiega che è nato tra queste strade e anche se ora non vive più qui, da queste parti si sente a casa. Suo padre tifava Millwall e come lui anche i suoi figli Conor e Joe. Quando gli domando se abbia mai saltato una partita casalinga del Millwall mi risponde che dall’età di sei anni (ora ne ha 64), non ha mai saltato una partita in casa o in trasferta se non per motivi gravi, e che da qui, a quando morirà, sempre che sarà in grado di camminare sulle sue gambe, lui sarà sempre presente per il Millwall. “Wow” che affermazione! E sono disposto a credergli. Gli chiedo se non abbia mai conosciuto qualcuno o se non abbia mai fatto parte della frangia più violenta della tifoseria del Millwall, ovvero i Bushwackers. Mi risponde che molti di loro sono ormai in pensione (retired) e che qualora volessi incontrare qualcuno di loro probabilmente dovrei andare all’ospizio. “Il football è cambiato” mi dice,” oggi il Millwall è un club per famiglie, ci sono nonni coi loro nipoti, famiglie, intere generazioni si incrociano ogni sabato pomeriggio al Den”. E quando suo figlio Conor gli fa notare che ormai anche gli spalti del Den sono invasi dai turisti lui ha già la risposta pronta: “i turisti sono il futuro di questo club, loro investono nel club, mettono soldi, comprano maglie, sciarpe e gadget di ogni tipo, e ogni stagione rinnovano i pacchetti per assicurarsi le dirette di ogni incontro, garantendo un’entrata fissa per il club attraverso i diritti televisivi”. È sorprendente che una dichiarazione simile provenga dalla bocca del più anziano del gruppo. “Prendi lui!” dice poi indicandomi, “si alza alle 4.00 del mattino e prende un aereo da Milano per venire fin qui a tifare il Millwall”. Sono commosso, non riesco a dire una parola, se non un sentito “thanks!”. Dopo uno stretto passaggio arriviamo nei pressi di un viale alberato e raggiungiamo gli altri membri del gruppo allo Stanley Arms. È il mio turno di offrire da bere, entro e ordino una Guinness per me, una Foster per Conor e Cruzcampo per tutti gli altri. Controllo l’orologio e conto il tempo che mi rimane prima di iniziare a muovermi verso l’aeroporto di Gatwick ma c’è ancora il tempo di fare quattro chiacchiere. È qui che Pete mi invita a registrare con lui e Warren il consueto video del dopo partita da pubblicare sul canale YouTube di Lions TV. La birra mi aiuta a superare l’imbarazzo iniziale o ora il video è disponibile sulla piattaforma, per la gioia degli amici che potranno prendermi in giro. 
Poco prima dei saluti vengo raggiunto da un ragazzino con la maglia del Millwall che in qualche modo ha già visto il video e ha molto apprezzato. Con lui ci sono anche suo padre Danny e il nonno, tre generazioni di tifosi! Danny è molto loquace e mi dice che vorrebbe venire a Milano per visitare San Siro. Gli dico di affrettarsi, perché presto potrebbe essere demolito. Joe mi lascia il suo numero, “per la prossima volta” mi dice, e dopo un ultimo brindisi arriva il tempo dei saluti. Warren mi scorta per un pezzo e mi indica la direzione da seguire per Jamaica Road. Tra alcuni negozi etnici e un piccolo market intravedo, lungo la strada trafficata, il cartello che indica la stazione della Tube di Bermondsey. Una sola fermata e sono a London Bridge. Mentre esco verso la stazione dei treni vengo affiancato da un uomo sulla quarantina accompagnato da ragazzino con la maglia del Millwall e un anziano signore. È Danny, con suo figlio e suo padre. C’è tempo ancora per due chiacchiere e alla fine ci scambiamo i contatti certi che ci rivedremo presto, al Den o a San Siro. È una promessa! Arrivo a Gatwick alle 17.30, stanco e affamato. Supero i controlli e vado alla ricerca di un libro da portare a mia moglie, dopodiché consumo un doppio bacon burger con doppio cheddar e patatine fritte. Il volo Easyjet delle 20.05 per Milano Malpensa è in perfetto orario e io ne approfitto per dormire un’oretta. Una volta atterrati a Milano riaccendo il cellulare e scopro che i primi messaggi che ricevo sono di Warren, di Joe e di Danny. Il primo mi scrive che il nostro video ha già raggiunto più di quarantamila visualizzazioni su YouTube e Facebook. Mica male! Joe invece mi scrive che quella che è andata in scena oggi è molto più di una partita! Infine, Danny mi gira la foto, ripresa da più agenzie, che mostra il faccia a faccia tra il capitano del Millwall Jake Cooper e il loro numero 15 Mavropanos, negli istanti conclusivi della gara, accompagnata dalla scritta: “ce l’avevamo quasi fatta!”.

14 marzo 2025

"QUEL MAGLIONE GIALLO" di Carlo Martinelli





















Vorrei potermi misurare, vorrei accettare la sfida. Mettetemi davanti ad un televisore e mostratemi uno spezzone di una partita di calcio. Diciamo: dieci secondi. Di una cosa sono certo: saprei sempre indicare se quei dieci secondi si riferiscono ad una partita giocata in Inghilterra, oppure no. Non sono, a differenza di chi scrive su questa simpaticissima pubblicazione, un vero fan del calcio inglese. Non seguo con costanza le partite, non tengo a memoria le formazioni, so a stento chi ha vinto l’ultimo campionato. Però amo il calcio inglese. Lo riconosco a pelle. Forse perché io sono nato – calcisticamente – in quella dolcissima estate del 1966, quando i Mondiali si giocarono in Inghilterra.
Forse perché, cascasse il mondo, gli occhi tagliati all’orientale di Gordon Banks, il portiere campione del mondo, non finiranno mai di scrutarmi. Sapete: io c’ero, davanti al televisore, quando nel 1970, ai Mondiali del Messico, il mitico Gordon decise che era il giunto di momento di compiere la più grande parata di tutti i tempi. Il ricordo è netto, preciso. E’ come fosse ora. Pelè si arrampica in cielo per colpire di testa il pallone che arriva dall’ala. Schiaccia la sfera verso terra, il pallone rimbalza ad un passo dalla porta e si prepara a gonfiare la rete. Il pubblico già esulta e Pelè sta già alzando le braccia al cielo.
Ma il portierone dell’Inghilterra si è alzato in volo ed è già catapultato sotto la traversa. Tira fuori il pallone dalla rete, nel vero senso della parola. Quando, qualche anno dopo, una notiziola di poche righe – scorta quasi per caso sulle pagine di un giornale – annunciò che Gordon Banks, portiere dello Stoke City, era rimasto gravemente ferito ad un occhio in un incidente stradale, provai una emozione vera. In quegli immensi maglioni – giallo quello della nazionale, verde quello dello Stoke City – il grande Gordon vivrà per sempre nella mia fantasia. Mi è capitato di rivederlo il grande Gordon, durante un bel servizio trasmesso da “Sfide”: questo è il calcio che amo, quello fatto di storie, di vittorie ma anche di malinconiche serate dopo la sconfitta. 
Raccontava la sua vita, le amarezze che seguirono a quell’ incidente. Se ne stava in una modesta casetta della periferia inglese, mille miglia lontana dalle regge dorate di qualche calciatore che ben conosciamo. Sorseggiava un caffè in una cucina – poteva essere la cucina di milioni di inglesi, guardava i nipotini che correvano in ogni dove – e ho pensato che uno dei più grandi portieri di tutti i tempi era grande anche nello stile, orgogliosamente umile, con il quale raccontava sé stesso. Quindi, amici miei, non chiedetemi delle statistiche, chiedetemi delle emozioni. Ad esempio dell’unica partita di calcio che sono riuscito a vedere in terra d’Albione. Chiedetemi di quell’agosto 1978 – per le strade impazzava il punk e le note di “Never mind the bollocks” dei Sex Pistols (qualcuno saprebbe trovare un disco capace, oggi, di 33 trasformarsi in energia pura come successe a quello?) erano ovunque, amate ed odiate allo stesso modo – quando il sottoscritto decise che quel sabato pomeriggio, era il 19 di agosto, lo avrebbe passato ad Highbury.

Oggi, grazie ad internet, grazie a Max che mi ha fatto avere il programma di Arsenal – QPR (la partita di campionato che seguì quella che io ebbi la ventura di vedere), ho potuto ricostruire un bel po’ di cose. I bianco rossi quel giorno, quel 19 agosto – prima giornata di campionato, caldo piacevole mitigato da un venticello delizioso – ricevettero la visita del Leeds. 42.057 gli spettatori, due a due il risultato finale. Con quelli del Leeds subito avanti con Cherry e poi raggiunti da Liam Brady su rigore. Uno ad uno il primo tempo. Poi, nella ripresa, di nuovo il Leeds avanti con Currie e di nuovo Brady a pareggiare. 
Che ricordo? Il verde magico del prato di Highbury. Le tribune in legno. La polizia a cavallo. L’arrivo con la metropolitana, tra i cori dei tifosi. Una volta fuori dal vagone, nessuna possibilità di scelta. Una vera e propria fiumana umana ti sospinge, quasi volesse dispensare carezze, verso lo stadio. Dentro, finisco nella tribuna che sta dietro una porta. E’ quella dei tifosi più accesi dell’Arsenal (quelli del Leeds se ne stanno dall’altra parte, circondati da un bel po’ di poliziotti) e per novanta minuti non avrò nelle orecchie che i loro canti. Ritmati, ossessivi, calorosi. Come dimenticare? Passano pochi minuti e il Leeds segna. Là, nella tribuna in legno, davanti al verde magico dell’erba di Highbury, ho imparato cosa vuol dire avere fede calcistica. Perché quella rete subita è stata solo lo sprone a cantare con voce ancora più alta.
L’Arsenal giocava con Jennings, Devine, Nelson, Price (Kosmina), O’Leary, Young, Brady, Sunderland, Macdonald, Stepleton, Harvey. Questa è la mia Inghilterra del calcio. Potrei metterci poi qualche capatina in una libreria specializzata in cose di pallone, nel centro di Londra, alla ricerca del video di Portogallo – Corea del Nord: sempre Mondiali 1966. I coreani che avevano appena battuto l’Italia stavano vincendo tre a zero, a Liverpool, contro i lusitani. Poi Eusebio si ricordò di essere uno dei più grandi attaccanti di tutti i tempi e il Portogallo vinse 5 a 3. E’ bello rivedere quelle ancora incerte immagini in bianco e nero, qualche volta. Ed è bello ripensare che il caso mi avrebbe riservato un altro incontro strano. In quel di Washington DC, la capitale degli States, mi tolsi lo sfizio di assistere ad una partita del campionato americano. Meglio, soccer. Da una parte i Washington Diplomats, dall’altra la squadra di Toronto. In campo per mezz’ora anche un certo Cruijff nonché – udite udite – quel Ball che era l’ala destra dell’Inghilterra mondiale, nel 1966. Non so quanti anni avesse quel giorno il cui lo vidi dribblare sull’erba sintetica americana. Eravamo nel 1980, peraltro… 
Ecco, questa è la mia Inghilterra nel pallone. Il maglione giallo di Banks, i denti minacciosi di Stiles, il genio di Duncan Edwards troppo presto spezzato nel cielo maledetto di Monaco, i cori dei tifosi, quel meraviglioso contatto tra il pubblico e i giocatori che solo il calcio inglese sa permettere.
E, adesso, le pagine di questa incredibile fanzine che osa persino chiedere il mio inutile contributo. Eccolo. Perdonatemi, se potete, cari amici che, ben più di me, sapreste riconoscere all’istante una partita di calcio inglese. Magica come poche altre cose. Vera. Come la vita che ci scorre accanto.
di Carlo Martinelli, da "UK Football please"

10 gennaio 2025

TOUR. Che gran bella sorpresa il Wellesley Recreation Ground (Great Yarmouth Town FC)


Sono ormai 45 anni (primo approdo 1979) che giro per la Gran Bretagna alla ricerca di stadi, partite, pubs e curiosità che riguardano quelle regioni, distanti dall’Italia ma vicine al mio modo di intendere il calcio e il modo di vivere…

L’estate scorsa ho programmato il mio solito giro per andare a visitare uno stadio che ha una caratteristica unica: la regione è il Norfolk quindi nell’estremo est dell’Inghilterra, la città è Great Yarmouth, ridente cittadina turistica sul mare e lo stadio si chiama “Wellesley Recreation Ground”, la squadra si chiama Great Yarmouth Town e gioca nella “Eastern Counties League Premier Division” nono e decimo livello nella piramide del calcio inglese; bene, cosa contraddistingue questo stadio rispetto a molti altri tanto più conosciuti e importanti? 

È lo stadio di calcio con la tribuna centrale in legno ancora attiva più antica della storia! Costruita nel 1891 questa tribuna giganteggia per la fascia centrale del campo prendendosi tutta l’attenzione di chi come me è entrato per la prima volta in questo complesso sportivo, facendomi rimanere di sasso per l’imponenza e per la longevità di questa struttura che richiede manutenzione regolare essendo per la quasi totalità in legno.

Nello stadio ovviamente c’è ma solo durante le partite il club shop, il bar ecc. e soprattutto esattamente di fronte al grandstand una tribuna a terraces che prima aveva i sedili ma poi i tifosi si sono lamentati e allora via i sedili e tutti in piedi!















Purtroppo a causa di norme ridicole questi stadi stanno sparendo per sempre a favore di strutture anonime e prive di un qualsiasi interesse, per poter vedere queste meraviglie bisogna cercare e qualcosa si trova ancora, lasciando perdere gli sfavillii finti e tristi di una premier league che sta trascinando nello schifo anche le categorie inferiori, ma questi sono altri discorsi che non cancellano la meraviglia che ho visto l’estate scorsa e che se qualcuno fosse per caso in zona ci passi, dal vivo è anche meglio che in foto!
di Alessandro Polenghi
Questo blog viene aggiornato senza alcuna periodicità e non può quindi essere considerato un prodotto editoriale ai sensi della legge n.62 del 7/03/2001. L'autore dichiara inoltre di non essere responsabile per i commenti inseriti nei post. Eventuali commenti che siano lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, non sono da attribuirsi all'autore, nemmeno se il commento viene espresso in forma anonima. Le foto di questo blog sono pubblicate su Internet e sono state quindi ritenute di pubblico dominio. Se gli autori desiderano chiederne la rimozione, è sufficiente scrivere un'e-mail o un commento al responsabile del sito.