15 gennaio 2026

[MISTER FOOTBALL] "HIGHBURY e la battaglia.." di Roberto Gotta

«Poiché il conto in cui viene tenuta l’Italia non è molto alto, i maestri si degnano di collaudarci ma non ritengono di aprire Wembley per dei povericristi come noi». 
Gianni Brera, Storia critica del calcio italiano, 1975.

Il riferimento di Brera è alla celeberrima Inghilterra-Italia del 14 novembre 1934, la partita poi passata alla storia come ‘La battaglia di Highbury’. Highbury, appunto, non Wembley, che aveva aperto le sue porte 11 anni prima con la finale di FA Cup. L’annotazione di Brera (1919-1992) riprendeva considerazioni simili antecedenti alla sua carriera professionale, ripetute poi fino allo sfinimento da molti che hanno analizzato, a dire il vero con scarsissima varietà, la partita. 
Ma c’è un errore di base, quello della mancata contestualizzazione: lo stadio di Wembley, nel 1934, era famoso per la finale di coppa, per le sue dimensioni fuori dal comune, per la sua collocazione in una zona lontana dal cuore della città ma ancor più per le corse dei cani e gli eventi di ogni tipo che i proprietari organizzarono per scongiurarne la chiusura, però non aveva minimamente il prestigio nazionale e internazionale raccolto in seguito, e soprattutto aveva ospitato l’Inghilterra SOLO per la sfida biennale contro la Scozia, scelta (solo in minima parte, peraltro) dovuta al generoso contributo economico che molti appassionati scozzesi avevano dato per la costruzione, per motivi che lo stesso Simon Inglis, maestro di chiunque ambisca a raccontare stadi, non è mai riuscito a spiegare. Highbury, invece, aveva una notorietà enorme: era lo stadio dell’Arsenal, il club forse più famoso al mondo grazie al sistema di gioco portato dall’allenatore Herbert Chapman (morto a gennaio 1934) e ai due titoli (e tre coppe) vinte nelle stagioni precedenti, dal 1932 aveva una tribuna, la West Stand, ritenuta la più bella di tutta l’Inghilterra, nel 1923 era stato il primo stadio inglese ad ospitare una partita ufficiale contro una squadra non britannica (Belgio), era vicino alla sede della BBC ad Alexandra Palace e godeva di ottimi collegamenti con i mezzi pubblici grazie alla fermata della metropolitana Arsenal (che per opera di Chapman aveva cambiato nome giusto due anni prima, 5 novembre, dal precedente Gillespie Road). 
Dunque si può tranquillamente affermare che per gli inglesi ospitare l’Italia ad Highbury e non a Wembley voleva dire onorarla, altro che snobbarla. Del resto, tra il 1874 e il 1914 la nazionale giocò 56 partite in 14 stadi di 17 diverse città, il 34% delle quali a Londra, mentre tra il 1920 e il 1951 le partite furono 55 in 21 stadi, 26 delle quali (47%) a Londra. E 11 furono ad Highbury, compresa quella del 26 ottobre 1938 contro Il Resto d’Europa, che aveva alto valore simbolico in quanto celebrava i 75 anni della fondazione della Football Association, la federazione, e dunque fece ulteriormente capire come quello fosse lo stadio delle grandi partite internazionali. Tutto cambiò solo con la Seconda Guerra Mondiale, durante la quale Wembley ospitò parecchie partite non ufficiali di club (le varie FA o Football League War Cup Finals) e della nazionale, più sfide di vario tipo tra cui un Belgio-Olanda con squadre composte da sfollati dei due paesi, e con le Olimpiadi 1948: fu il momento in cui lo stadio divenne famoso in tutto il mondo per il calcio, e in patria si accorsero che ci si poteva giocare non solo la finale di coppa ma pure, e quasi sempre, la nazionale. È questa notorietà, tardiva rispetto all’inaugurazione ma fresca alla mente di chi valutava, che ha condizionato erroneamente molti giudizi sulla sede di quell’Inghilterra-Italia.

Qui sopra due curiosità legate alla partita e (dalla mia collezione) una pagina del programma ufficiale di Arsenal-Chelsea del 10 dicembre 1932 con l’inaugurazione della West Stand ad opera del Principe di Galles Edward, che nel 1936 sarebbe asceso al trono come Edoardo VIII salvo abdicare pochi mesi dopo per l’impossibilità di conciliare la figura del Re con il matrimonio con un’americana non nobile e perdipiù due volte divorziata, Wallis Simpson. Edoardo lasciò il trono al fratello minore Albert, padre di Elisabetta: entrambi re e regina, dunque, solo per la rinuncia di Edward.

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