Testimonial (match o game): abbreviato comunemente in ‘testimonial’, è la partita che onora un calciatore che abbia compiuto i dieci anni di militanza nella stessa squadra. Generalmente, con intero incasso, esentasse, devoluto al giocatore stesso, una forma di trattamento di fine rapporto anche quando fine rapporto non c’era e la carriera continuasse.
Non si premiava solo la fedeltà ma anche il fatto che, come conseguenza della fedeltà stessa, i calciatori avevano in genere rinunciato a trasferimenti a club in cui di norma lo stipendio sarebbe stato superiore, e parliamo comunque di tempi in cui i compensi erano solo moderatamente superiori a quelli di un impiegato. Poi, come ovvio, ci sono mille distinguo: fino al 1963 i club potevano di fatto trattenere i giocatori anche contro la volontà di questi ultimi (ma è un tema complesso su cui bisogna tornare) e dunque era abbastanza facile che si arrivasse a 10 anni di militanza, in più restare a lungo nello stesso posto poteva voler dire creare legami commerciali e pubblicitari con imprese locali in grado di garantire introiti supplementari. In passato, alcuni club hanno organizzato testimonial per raccogliere fondi per calciatori del passato che fossero in difficoltà mentre oggi, come ovvio, la motivazione economica almeno per le prime due categorie del calcio inglese non ha più senso, visti i guadagni. E allora l’incasso può essere donato in beneficenza e la partita essere solo un modo di salutare un giocatore. Nel 2006 furono in 69.591 a Old Trafford per salutare Roy Keane, che era passato al Celtic un anno prima e con il Celtic giocò il primo tempo prima di indossare la maglia del Manchester United nel secondo. E il fatto che fosse il Celtic l’avversaria era sì dovuto alla presenza del centrocampista irlandese, ma era anche un involontario richiamo alla tradizione dei club inglesi di avere le due principali squadre di Glasgow come ospiti in occasione di testimonial significativi. I motivi erano due: la garanzia di partite vere, e ce ne furono tante, e la presenza di migliaia di tifosi che calavano da nord per una sfida contro il tradizionale nemico. Non sempre con intenzioni benevole: nel 1976, però per un’amichevole normale e non un testimonial, Aston Villa-Rangers era stata interrotta al 53’ per scontri e invasione di campo, causate in buona parte dallo stato di alterazione alcolica dei tifosi ospiti, i cui 50 pullman erano arrivati a Birmingham così presto (circa nove ore prima della partita, in violazione della richiesta della Polizia di un anticipo non superiore ai 60 minuti) che ai loro occupanti non era rimasto altro che passare il tempo a bere, una volta che i pub avevano aperto le porte.
Il 25 novembre 1980, sui 20.000 di Highbury per Arsenal-Celtic, testimonial del terzino sinistro Sammy Nelson, ben 5.000 erano di Glasgow, supportati da un migliaio di biancoverdi ‘londinesi’ che però si comportarono benissimo e furono elogiati dalla Polizia, e la partita fu così reale che in quella occasione, così si disse, il 19enne attaccante scozzese Charlie Nicholas, entrato a partita in corso, fece ai dirigenti dei Gunners la bella impressione che li portò poi a seguirlo e ad acquistarlo nell’estate 1983.
Va da sé che la formula era libera: amichevoli all’acqua di rose, amichevoli vere, squadra del giocatore omaggiato contro selezione di ‘amici’ o di umanità varia, e in questo minestrone poteva esserci di tutto. Anche un calciatore in… incognito.
Accadde nel 1972, quando ad Anfield, nonostante una pioggia costante, furono in 55.214, con altre migliaia rimaste fuori per la chiusura dei cancelli, a presenziare al testimonial del grande Roger Hunt (attaccante, 1938-2021, tuttora il maggior realizzatore del Liverpool in campionato, con 244 gol), che si era ritirato pochi mesi prima. Hunt era stato al Liverpool dal 1959 al 1970 ed era poi passato al Bolton, ma il testimonial, secondo le regole del club, poteva solo andare in scena dopo il ritiro dall’attività. Insomma, quel giorno di aprile si giocò una sfida tra i reduci del Liverpool 1965, che aveva vinto la Coppa d’Inghilterra, e della nazionale campione del mondo 1966, di cui aveva fatto parte lo stesso Hunt, e il fatto curioso è che ad un certo punto nella ‘nazionale’ entrò in campo e fece pure gran figura un giocatore indicato nella lista come A.N. Other (=another, un altro, nel senso di uno qualunque) che come riferisce Daniel Abrahams nel suo eccellente ‘71-72, football’s greatest season?’ «assomigliava in maniera sospetta a Tony Kay», cioé il centrocampista dell’Everton che era stato squalificato a vita nel 1965 per aver scommesso con due compagni di squadra, quando era allo Sheffield Wednesday, sulla sconfitta della propria squadra.
di Roberto Gotta, da https://misterfootball.substack.com

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