Non lo dico io, ci mancherebbe, ma la scritta apparsa nella stazione della metro di Islington, a Londra, nel 1967. Ed io ne ho le prove!
Qualche anno fa ero ad Hyde Park per ascoltare la sua chitarra. Una giornata memorabile, da chitarrista pivello quale sono, ero di fronte al Dio del blues. La sua musica racconta la sua anima, il suo percorso di vita, con alti e bassi come tutti noi. La scoperta di essere quasi orfano e di essere stato cresciuto dai nonni e non dai genitori, con una sorella che in realtà era la madre, la droga e l’alcolismo, le donne e gli amori impossibili, la tragedia della morte assurda del figlio di 4 anni precipitato dalla finestra di un grattacielo e la malattia degenerativa. Tutto questo passa tra le note delle sue canzoni e la frasi suonate con la stratocaster. Non sono assoli stupefacenti o virtuosismi eccessivi, non a caso lui e soprannominato slowhand, ma racconti di quello che sente, di quello che è. C’è un bellissimo libro dal titolo "La filosofia di Eric Clapton. Il blues come sapere dell’anima", Memesis Edizioni scritto da Alberto Rezzi, che racconta la vita del 80enne di Ripley come “un percorso filosofico nella musica e nelle traiettorie esistenziali di Eric Clapton, per ricercare quel sapere dell’anima che per il chitarrista inglese significa blues”. Clapton ha avuto un enorme successo suonando in tanti gruppi, ma lasciandoli quando sentiva che non era quello che voleva, lui voleva fare blues. E’ diventato l’uomo del blues, e ad Hyde Park era di fronte a me.

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