27 aprile 2026

“TANTO DI CAPPELLO” di Vincenzo Felici

Poco tempo fa, prima del fischio di inizio dell’amichevole San Marino-Andorra, ho assistito ad una toccante premiazione che ha avuto come protagonista il giocatore biancoceleste Matteo Vitaioli, che ha potuto annoverare ben cento presenze nella sua simpatica Nazionale.  
Gli é stato donato un bellissimo cappello celebrativo, che tanto mi ha fatto pensare a quelli che vengono utilizzati, per lo stesso motivo, nel calcio anglosassone. 
Riscopriamone le origini.. La tradizione del berretto, ( in inglese “cap” ) per le presenze collezionate coi “Three Lions” ha origini risalenti alla fine del XIX secolo, precisamente al 1886. La “Football Association” ( FA ) decise, appunto, di premiare i calciatori che raggiungono tale record con un pregevole cappellino di velluto.

“I calciatori che faranno parte della nazionale per le partite internazionali riceveranno come simbolo e premio un cappellino di seta bianca con una rosa rossa ricamata sul fronte”

L'idea fu promossa da N.L. "Pa" Jackson, fondatore del Club Old Corinthians, ispirato dal cricket. Inizialmente veniva consegnato un copricapo blu, ( poi bianco) per ogni singola partita internazionale disputata. A quei tempi, i giocatori non indossavano divise “uniformi”, quindi i cappellini a spicchi servivano a distinguere le squadre in campo. Da questa usanza nasce l'uso comune nel calcio britannico di definire "cap" ogni singola presenza in Nazionale. Raggiungere le cento presenze ( o "caps" ) è un obiettivo assai ambito. In occasioni speciali, come nei casi di Harry Kane ( 2024 ) o Wayne Rooney ( 2014 ), la Federazione in questione consegna un cappello speciale, spesso d'oro o celebrativo, per onorare il traguardo. 
Dal 2020, la FA ha introdotto il "legacy cap", un cappello numerato assegnato a ogni esordiente in Nazionale, per esaltare la storia dei "Tre Leoni". 
Quelli ufficiali sono realizzati dalla “Toye, Kenning & Spencer”, azienda del Warwickshire e presentano lo stemma della FA con la data del match. A dir poco regali le frange decorative di questi tradizionali capi di abbigliamento sportivo, impreziositi dal ricamo riportante la partita oggetto del presente, dai cordoncini e dalle nappe stilose. Dall’originario blu, col tempo si è passato ad uno sgargiante rosso. Per la ricorrenza delle mille partite disputate dalla rappresentativa nazionale, ogni calciatore porta un proprio numero identificativo sul copricapo ( il cosiddetto “legacy number” ), un privilegio riservato a pochi eletti.. Dalla primavera del 2025, la FA ha stabilito che pure i familiari dei giocatori scomparsi ad avere raggiunto il numero di presenze tanto ambito, debbano ricevere l’oggetto incarnante i significati di bravura e fedeltà alla maglia in un colpo solo. Alcuni esempi sono costituiti dalle famiglie di Tommy Lawton e di Duncan Edwards, quest’ultimo deceduto nella terribile tragedia di Monaco di Baviera del 1958. Il primo a raggiungere l’obiettivo fu Robert Barker, portiere inglese, durante la prima partita internazionale della sua squadra, nel 1872. 
Non riusciamo assolutamente ad interpretarne il senso, ma ultimamente la distribuzione dei cappelli é stata estesa anche alle personalità del mondo musicale, facendo perdere, dal punto di vista di chi scrive, quel tocco di esclusività assoluta che detiene solo il british foootball.. 
Il cappello ( si dice che le più antiche tracce risalgono addirittura al terzo millennio a.C, epoca in cui il feltro era utilizzato sia dai romani che dai greci, ma i ritrovamenti più antichi sono stati rinvenuti in Siberia ) costituito da un intreccio di fibre naturali, si pensa sia stato utilizzato ancor prima della lana ed incorpora da sempre un simbolo pittoresco nel calcio d’oltremanica, soprattutto nell’immaginario legato ai “nicknames” delle formazioni.. 


Esempi lampanti di “cappellai” sono quelli legati allo Stockport County ed al Luton Town. I primi per la forte tradizione della industria tessile radicata in quelle zone ( dove sorge perfino un Museo-cappellificio” ! ), i secondi perché per quasi due secoli, a partire dall'Ottocento, Luton è stata il centro principale della produzione di cappelli in Inghilterra, prettamente di quelli femminili. Il soprannome è un riferimento diretto alla industria locale che ha definito l'economia e la storia della città per intere generazioni. L'attività era così nota che è legata all'espressione

"matto come un cappellaio"

( richiamata dallo scrittore e poeta di Daresbury, Lewis Carroll ), derivante dall'uso di nitrato di mercurio nella lavorazione dei copricapi, pratica comune nelle fabbriche di Luton. 
Tornando a Stockport, l’ “Hat Works” è un museo nella Greater Manchester, aperto dal 2000, in un mulino restaurato ed è l’unico del Regno Unito dedicato a questo singolare tipo di produzione: offre due piani di mostre interattive, accompagnate dalla esposizione di ben venti macchine vittoriane completamente restaurate e una collezione di oltre 400 cappelli provenienti da tutto il mondo. Spazio elegante e ben progettato, merita una visita guidata che richiede il tempo di circa novanta minuti, guarda caso esattamente lo stesso periodo necessario a gustarsi una partita di calcio.

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