16 settembre 2026

FIRST Division. Football & cultura britannica. Dove la storia del calcio inglese si scrive tra una pinta al pub, l'odore del Bovril e il brivido delle vecchie terraces.

15 settembre 2026

"HOLLOWAY ROAD. Una ragazza italiana nella Londra degli anni ’80" di Lea Bardi, 2026


Una ragazza italiana nella Londra degli anni ’80. Una città elettrica, dark, indimenticabile.
Nel 1980 Lea ha ventidue anni e la certezza che, se resterà a Genova, finirà per vivere una vita che non le appartiene. Parte per Londra con pochi soldi, un inglese incerto e il desiderio di essere altrove, diversa, libera.
La città che la accoglie non è quella delle cartoline. È una Londra cosmopolita ma dura, inquieta, segnata dalla disoccupazione, dagli scioperi, dall’Inghilterra della Thatcher e da una violenza che ogni tanto affiora dove meno te l’aspetti: nelle strade, negli stadi, nelle crepe di una società che cambia e resiste al cambiamento.
Ma è anche una Londra giovane, notturna, elettrica, fatta di case condivise, locali underground, cineclub, incontri improvvisi, party che sembrano non finire mai e desideri capaci di spostare il confine di una vita. In quell’universo nuovo, l’incontro con Victoria apre per Lea uno spazio inatteso: quello in cui anche l’amore tra donne può uscire dal cono d’ombra e diventare parte della vita, con tutta la sua forza, la sua libertà e le sue conseguenze. Tra amicizie, incontri, amore e disincanto, Lea attraversa una Londra che sembra offrire tutto, ma a un prezzo altissimo. Intorno a lei passano gli eventi, le atmosfere e le contraddizioni degli anni Ottanta: la politica, la cultura giovanile, il femminismo, la scena LGBT, le paure collettive, l’AIDS e quella fame di libertà che apparteneva a un’intera generazione.
La colonna sonora che accompagna la sua storia attraversa un’intera stagione: dal punk rock al post-punk, dalla new wave alle suggestioni new romantic, in una città dove la musica non è solo sottofondo, ma appartenenza, linguaggio, promessa di trasformazione.
Holloway Road è un romanzo di formazione, amore e memoria: il racconto vivido di una giovane donna nella Londra sorprendente degli anni Ottanta, un salto nel passato per ritrovare lo spirito di un’epoca, la sua energia, le sue illusioni e le sue ferite.

Per chi quegli anni li ha vissuti, è un ritorno.
Per chi non c’era, è un modo per attraversarli come se fossero ancora vivi.

8 settembre 2026

FIRST Division🇬🇧, il calcio inglese di una volta..

Il fascino dei vecchi piccoli stadi, le pinte al pub con gli amici, il match programme della partita, le ends che si muovevano ondeggiando ai goals della propria squadra, il pallone 18 panels rigorosamente bianco, il portiere con la maglia verde ed i pantaloncini come quelli dei compagni, il profumo forte degli hot dog con cipolla nei dintorni dello stadio oppure l'amarissimo Bovril, per i più "vecchi" i rumorosissimi turnstiles oppure.. i totalisator a lato dei campi di gioco? atmosfera unica, irripetibile..

Ecco FIRST Division, un punto di riferimento di chi ha vissuto tutto questo e chi lo sogna..


4 settembre 2026

"VENTIDUE ANNI DOPO L’Arsenal di Arteta e la conquista della Premier League 2025/26" di Andrea Campagna (Urbone), 2026


Per ventidue anni l’Arsenal ha inseguito il sogno di tornare campione d’Inghilterra. Dopo il trionfo degli Invincibles del 2003/04, generazioni di calciatori, allenatori e tifosi hanno atteso il momento in cui i Gunners avrebbero nuovamente sollevato il trofeo della Premier League.Nella stagione 2025/26 quel momento è finalmente arrivato.
Guidato da Mikel Arteta, l’Arsenal ha conquistato il titolo attraverso organizzazione, qualità e determinazione. Dalle parate di David Raya alla solidità di Saliba e Gabriel, dalla forza del centrocampo alla fantasia di Saka ed Eze, fino ai gol di Viktor Gyökeres: ogni protagonista ha contribuito a scrivere una pagina indimenticabile della storia del club.
Questo libro ripercorre il cammino dei Gunners giornata dopo giornata, attraverso tabellini, cronache, risultati e statistiche. Completano il volume la classifica finale, le presenze e i gol dei calciatori, i ritratti degli uomini più rappresentativi e una ricca appendice dedicata a tutte le stagioni dell’Arsenal in Premier League.
Il racconto di una lunga attesa, di una squadra diventata grande e di un popolo che, dopo ventidue anni, ha potuto finalmente gridare: Arsenal campione d’Inghilterra.

2 settembre 2026

"MILLWALL-WEST HAM. Due squadre, un fiume e una rivalità" di Carmine Toscano (Urbone), 2026


Millwall e West Ham non sono soltanto due club londinesi. Sono due mondi nati lungo il Tamigi, cresciuti tra docks, fabbriche e quartieri operai, destinati a trasformare la vicinanza geografica in una delle rivalità più intense e affascinanti del calcio inglese.Da una parte i Lions, con il loro orgoglio, The Den e quel No One Likes Us, We Don’t Care diventato una dichiarazione d’identità. Dall’altra gli Hammers, figli del Thames Ironworks, con i martelli incrociati, l’Academy of Football e il ricordo indimenticabile di Upton Park.
Questo libro attraversa oltre cent’anni di storia: le origini dei due club, gli stadi, i soprannomi, il mondo delle tifoserie, i protagonisti e le partite che hanno alimentato il derby. Fino alla ricostruzione delle 99 sfide competitive disputate prima del nuovo capitolo che attende Lions e Hammers. Una rivalità troppo spesso raccontata soltanto attraverso l’hooliganismo ritrova qui le sue radici più profonde: il lavoro, il territorio, l’appartenenza e la memoria.
Perché Londra è cambiata. I docks sono scomparsi, Upton Park non esiste più e il calcio è diventato globale. Ma il Tamigi continua a scorrere.
E Millwall-West Ham continua a essere molto più di una partita.
«Le città cambiano. Il calcio cambia. La memoria continua a scorrere, come il Tamigi.»

27 agosto 2026

CLAPTON CFC. "APPARTENENZA, SOLIDARIETA', COMUNITA" di Damiano Francesconi

Un titolo così già dovrebbe dare, da solo, quelle linee guida sulla direzione che questo articolo seguirà. Nel Regno Unito l’appartenenza al proprio club ed ai suoi colori sociali è praticamente tutto. Ma, forse, dire “tutto” potrebbe risultare, perfino, riduttivo. Io preferisco, se ai nostri lettori va bene, avvicendare il termine “appartenenza” con “essenza”. Abbiam tirato fuori addirittura una rima baciata, giusto per avere una piacevole “musicalità grammaticale”. Viviamo un calcio moderno dove, ormai da tempo, le grandi società tendono sempre più a prendere le distanze dalle comunità locali. Troppo interessate al profitto od al risultato in tempi brevi. I tifosi fedelissimi che sempre ci sono stati, soprattutto nei momenti più burrascosi, diventano sempre di più la marginalità venendo, spesso, sostituiti da tifosi-clienti da ogni angolo del globo.

Ok, lo so cosa state pensando: “che cosa hanno a che fare il senso di appartenenza con il senso di abbandono?”…semplicemente che il tifoso che viene messo in disparte tende a riorganizzarsi e a creare il suo senso di appartenenza od una comunità ex novo, nel nostro caso, calcistica.

Sono ormai diverse oggi le realtà, nelle categorie inferiori della piramide calcistica inglese, che vivono il club come un vero e proprio Community Football Club. Con il seguente articolo andremo a parlare di una giovane realtà londinese che esiste dal 2018 creata dai tifosi, per i tifosi: il Clapton Community Football Club.

Il Clapton CFC nacque, come già detto, nel 2018 per il volere di un gruppo di tifosi (Ultras Clapton) del più antico Clapton FC (1877). I motivi della scissione e della creazione di una nuova realtà erano dovuti al malcontento venutosi a creare per via della mala gestione, da parte della presidenza dell'epoca, accusata di decisioni verticistiche, di marginalizzazione dei soci ma, soprattutto, dell’aumento dei prezzi dei biglietti. Questa scissione ha portato, nel giro di qualche anno, ad una situazione in cui il Clapton CFC è arrivato ad avere più sostenitori al seguito rispetto alla “rimanenza” del Clapton FC.

Ebbene, come visto, il senso di appartenenza, talvolta, porta a gesti estremi che conducono, ogni tanto, anche a qualcosa di magico, di puro, di reale ed oserei aggiungere di geniale. Si, geniale, perché se è vero che il calcio appartiene ai tifosi, è giusto che siano loro l’epicentro di tutto questo spettacolo che, ricordiamolo, affonda le sue radici nel proletariato e, da sempre, viene etichettato come lo sport del popolo. Quindi come vi può essere un magnate visionario che porta aumento di capitali in un club, vi può essere genitalità nel riportare il calcio alle sue origini primordiali.

Analizzando il caso del Clapton CFC si nota come molti suoi sostenitori siano, sicuramente, “local” perlopiù residenti nel quartiere Forest Gate e Newham nell’est di Londra ma, al tempo stesso, vi è un massiccio seguito anche da parte di tanti tifosi di club più famosi e blasonati disillusi, ormai, da un calcio moderno sempre più distante dalle dinamiche legate ai tifosi viscerali, storici e alle comunità annesse ai club.

Questo giovane club ha radici ben radicate in una visione sociale totalmente inclusiva ed aperta a tutti. I tifosi sono, come già anticipato, a tutti gli effetti la forza propulsiva e finanziaria del club stesso visto che si basa, il tutto, sull’azionariato popolare. Oltre ai risultati sul campo (il club milita nella Essex Senior Football League, livello nove della piramide calcistica inglese) il club è totalmente impegnato h24 e sette giorni su sette nel sociale e per la collettività. L’inclusività è il pilastro morale sul quale, tutta la struttura societaria, si regge. Spesso vengono organizzati banchetti, feste e raccolte fondi (anche durante le partite sugli spalti) per aiutare le realtà più fragili ed emarginate, sia che si tratti di emarginazione razziale o che si tratti di emarginazione a sfondo sessista, nessuno resta indietro in questa comunità calcistica. La concezione democratica del club prevede che ad ogni socio sia concessa l’opportunità di esprimere la propria opinione. Un socio può votare sulle questioni discusse durante le assemblee generali oppure su singoli argomenti. Per esempio potremmo parlare di spese ingenti non previste nel bilancio annuale od anche la semplice scelta della nuova divisa da gara.

La sua struttura, cosiddetta, piatta fa si che non esista alcuna gerarchia. Ogni socio può entrare a far parte dei vari comitati responsabili delle proprie decisioni gestendo autonomamente il proprio budget appartenente al singolo comitato. In merito a questi “comitati gestionali” vi è quello Organizzativo Generale dove vi orbitano, attorno, tutti gli altri vari comitati come, ad esempio, quello incaricato del Matchday, quello per le Giovanili, quello per il Women Team, quello per il Men Team, quelli dedicati a Marketing, Finanze e Merchandising, quello per il Welfare fino ad arrivare al Comitato per l’Uguaglianza, Diversità ed Inclusione (Equality, Diversity & Inclusion Committee). Quest’ultimo si impegna nel suo obiettivo di dare vita ad un ambiente accogliente per tutti dove vigono l'uguaglianza e l'inclusione. Ovviamente, la tematica dell'integrazione di questi principi, deve essere responsabilità di tutti i comitati, i volontari e i soci del club. A supervisionare che ciò avvenga vi è, appunto, il Comitato Organizzativo Generale.

E dello stadio? Ne vogliamo parlare? Come ben sappiamo gli stadi (anche un umile impianto sportivo) sono l’emblema, in senso strutturale della parola, di quello che possiamo considerare “Casa”. Il Clapton CFC gioca le sue gare interne presso l’Old Spotted Dog Ground. Questo impianto vanta una “medaglia sportiva” tutta sua. Questa struttura rimane, ad oggi, il più antico stadio di calcio “senior” di Londra. È stato, dal 1888, la casa del più antico Clapton FC ma all’inizio della stagione 2019-20, a causa dell’impossibilità da parte del club di pagare l’affitto di locazione, la società fu costretta, dopo 140 anni, ad abbandonare la struttura come proprio “home ground”. Tempestivamente il giovane Community Club di Clapton (Clapton CFC) si precipitò per avere il nuovo contratto di locazione del terreno e venne, così, consentito al nuovo club gestito dai tifosi di giocarci. Il 24 luglio 2020 avverrà, poi, la vera impresa. Il Clapton CFC divenne il nuovo proprietario, a tutti gli effetti, dell’impianto e, ad oggi, l’Old Spotted Dog Ground ha un Trust dedicato per la salvaguardia della storia, la tutela e la messa sempre in sicurezza dell’impianto.

In conclusione cos’altro aggiungere? Non entro nel merito dei risultati sportivi visto che, comunque, parliamo di un giovane community club che milita nell’umilissima Essex Senior Football League, la nona fascia della piramide della Football Association. Ma la storia di oggi non mirava affatto a raccontare grandi gesta sportive, gloriosi trofei alzati, rocambolesche finali giocate. Nulla di tutto ciò. C’è qualcosa, di tanto in tanto, di più importante di queste cose appena citate. Il senso di appartenenza, la voglia di ribellione verso un sistema calcio lontano, ormai, sempre più anni luce dai tifosi, la volontà di mettere anima e corpo in un qualcosa che faccia bene per la propria, anche se piccola, comunità locale, una disciplinata volontà nel prendere posizioni nette riguardo alcune tematiche sociali molto attuali nella nostra quotidianità quali, per esempio, inclusività, antirazzismo e democrazia.

Sicuramente, a volte, il fatto di creare un club del tutto nuovo in segno “di protesta” verso quello che si è sempre tifato fin da bambini può far storcere il naso a qualcuno. Sul cosiddetto Re-funding, anche io, ancora tendo ad avere qualche dubbio in quanto (questa è solo la MIA opinione) l’amore e la passione per determinati colori sociali ti accompagnano fin dalla nascita nonostante le varie sfaccettature che possono esservi nella storia di un club. La mia rimarrà più una visione di rivoluzione di coscienza all’interno dello stesso tessuto di una società, anche ultracentenaria, dove la centralità sia tutta orientata verso i tifosi mediante magari, per esempio, i cosiddetti Trust e dove il tifoso stesso possa diventare, a tutti gli effetti, un socio prendendo parte alle decisioni anche di carattere strategico. Forse è un sogno fin troppo romantico, nonostante in alcuni paesi (Germania) sia già in atto, ma senza ombra di dubbio trovo rispettabile anche la propensione a creare un qualcosa di nuovo originato dai tifosi per i tifosi cercando di mandare un messaggio importante non solo di “contro” (calcio moderno) ma anche e soprattutto “per” (le comunità, i tifosi disillusi, gli ultimi ed i più fragili).

Appartenenza, Solidarietà, Comunità.

26 agosto 2026

"GEORGE BEST. La prima pop star del calcio" di Stefano Boldrini (Diarkos), 2026


George Best non è stato soltanto uno dei più grandi calciatori della storia, ma una figura simbolica del suo tempo: talento puro, ribelle, icona pop, eroe fragile. In questo libro, Stefano Boldrini racconta la vita e la carriera del “quinto Beatle” con lo sguardo di chi conosce il calcio, ma anche l’uomo dietro il mito. Dall’ascesa folgorante al Manchester United e al Pallone d’Oro all’età di 22 anni, fino alla parabola discendente, segnata dagli eccessi, dall’alcol e da una fama ingestibile, il volume ricostruisce il percorso umano e sportivo di George Best, intrecciando cronaca, testimonianze, analisi storica e culturale: la sua casa di Belfast dove ancora nel 2013 era custodita la borsa sportiva con i colori del Wolverhampton – la squadra del cuore di George -, i murales nella capitale nordirlandese, il campo di calcio dove iniziò la sua favola, gli amici, gli ex compagni di squadra, la sua vita londinese. Un filo conduttore nella sua parabola e in questa biografia: il talento. Best è stato davvero il quinto Beatle, il primo vero artista del calcio mondiale.

22 luglio 2026

"DIO, PALLA E FAMIGLIA. Fra Walfrid e la nascita del Celtic Football Club" di Paolo Gulisano (Ancora), 2026


C'è una storia di una squadra di calcio che sembra una bella favola, ma invece è realtà, quella del Celtic di Glasgow, in Scozia. Una squadra fondata nel novembre del 1887 nei quartieri poveri della città, come una sorta di «squadra dell’oratorio», per iniziativa di un religioso marista, Fratello Walfrid, originario dell'Irlanda. I soldi delle partite sarebbero serviti per aiutare i bambini che pativano la fame nei sobborghi più diseredati della città. Nel corso della sua lunga storia il Celtic ha vinto decine di competizioni, tra cui la Coppa dei Campioni del 1967. Questo libro è la storia dell'uomo che ebbe l'idea di fondare una squadra di calcio per fare del bene, e che diede vita ad uno straordinario fenomeno sportivo.

21 luglio 2026

"REVANCHA: La lunga storia della rivalità fra Inghilterra e Argentina" di Diego Mariottini & Lorenzo De Alexandris (Ultrà Sport), 2018


Due mondi contrapposti, due modi differenti di esprimere se stessi: da una parte il football, lo strumento di una colonizzazione di fatto, dall'altra il fútbol, la risposta di chi rivendica la propria libertà, la propria essenziale anarchia. Una rivalità forte, quella tra Argentina e Inghilterra, che nasce agli albori sugli improvvisati campi ricavati dai potreros, i pascoli della pampa, si sposta sul nobile prato di Wembley nei Mondiali del 1966 e approda infine, con una drammatica evoluzione dal piano simbolico dello scontro sportivo a quello concretissimo della guerra reale, a un vero campo di battaglia. Nel 1982 l'Inghilterra di Margaret Thatcher difende le isole Falkland, il diritto acquisito e l'onore dell'Impero, mentre l'Argentina dei generali in cerca di consenso vuole riprendersi ciò che la storia le aveva tolto, le Malvinas. La sconfitta e l'umiliazione argentina trovano poi la loro vendetta popolare, la revancha, in uno stadio messicano nel 1986, grazie a un semidio del calcio, il simbolo sportivo e identitario dell'Argentina moderna: Diego Armando Maradona. Ma nonostante la vittoria in quella storica partita dei Mondiali la domanda resta aperta: la rivalità tra Argentina e Inghilterra si è davvero conclusa? Quella guerra finirà mai?

16 luglio 2026

[BOOKS] "LONDRA. Una biografia" di Peter Aykroyd (Neri Pozza), 2013

Londra non è una città. I suoi vicoli sono vene, i suoi parchi polmoni. Nella nebbia, le strade di ciottoli brillano di sudore, mentre le bocche degli idranti gettano acqua come sangue da un’arteria. Le sue vecchie mura sembrano...

Londra non è una città. I suoi vicoli sono vene, i suoi parchi polmoni. Nella nebbia, le strade di ciottoli brillano di sudore, mentre le bocche degli idranti gettano acqua come sangue da un’arteria. Le sue vecchie mura sembrano spalle enormi. I ponti che traversano il Tamigi gambe tozze e arcuate, e le luci di Westminster o le insegne di Trafalgar Square occhi sempre aperti. Negli anni c’è chi l’ha raffigurata come un giovane che sgranchisce le braccia, quasi si fosse appena svegliato, e altri che l’hanno paragonata a un mostro dalla testa enorme e dalle membra sottili. Comunque la si guardi, una cosa è certa: Londra non è una città, è un animale in costante mutazione.
Partendo da questa irrefutabile verità, Peter Ackroyd, londinese di East Acton, ha concepito il più ambizioso e originale dei progetti: ricostruire il corpo di una terra che ha quasi cinquanta milioni di anni.
La sua Londra è un saggio storico, un romanzo, un racconto gotico e, insieme, un incredibile trattato erudito. Trascinati dalla sua impeccabile scrittura, ci affacciamo dal ponte di Waterloo e immaginiamo il «letto di mare dell’era giurassica» che ricopriva un tempo quelle terre; leggiamo del ritrovamento del dente di Mammoth a King’s Cross e camminiamo tra famiglie di animali estinti; riviviamo la campagna di conquista di Giulio Cesare, le guerre con i Sassoni e la nascita delle città medievali. Ci sediamo nei pub del centro, e riandiamo col pensiero ai bordelli ritratti da Charles Dickens. Saliamo sulla cupola della cattedrale di Saint Paul, e immaginiamo i tetti inghiottiti dalla nebbia di Jonathan Swift. Ci fermiamo all’incrocio tra Duke’s Place e Bevis Marks e rivediamo «l’anello di ferro» che un tempo proteggeva più di trecento acri di città, oppure scoperchiamo la «piccola botola d’acciaio» sotto Leicester Square e ci ritroviamo tre piani sottoterra, in una stazione elettrica.
Ma soprattutto passeggiamo come quotidianamente passeggia Peter Ackroyd per le strade della sua città: come un bambino in un parco giochi, con gli occhi sgranati e la bocca aperta, stupendoci continuamente, osservando strade, palazzi e alberi come se potessero raccontarci la loro storia, e, così, farci rivivere tutto daccapo.
Londra è un labirinto stupefacente in cui il lettore si perde con piacere, per ritrovarsi alla fine con uno sterminato «compendio di fatti oscuri e di aneddoti decisamente curiosi» (London Review of Books); una «perla di non-fiction» (The Independent) che, grazie alla prosa accattivante ed eclettica di Ackroyd, si candida a essere il ritratto millenario e definitivo della capitale britannica.

7 luglio 2026

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Vuoi seguire tutte le partite della tua squadra nella EFL Championship inglese?, l'opzione ufficiale e più completa dall'Italia è la piattaforma di streaming della competizione iFollow o il canale ufficiale del club EFL, attraverso cui è possibile acquistare i pacchetti specifici per la singola squadra ("Match Passes" o abbonamenti dell'intera stagione).
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18 giugno 2026

"WE CAN STILL RISE NOW: La Scozia torna ai Mondiali dopo 28 anni" di Antonello Cattani, 2026


Ci sono passioni che non si spiegano:si vivono, si inseguono, si sopportano.
Dopo “Ti amerei anche se vincessi” Antonello Cattani riprende il filo del suo amore per la nazionale scozzese, raccontando gli anni che vanno dal 2018 alla tanto attesa qualificazione ai
Mondiali del 2026, ventotto anni dopo l’ultima volta.
Tra stadi vuoti, rigori benedetti, viaggi, nuove amicizie nate grazie al primo libro e una fedeltà
rimasta intatta nelle sconfitte e nelle rinascite, “We Can Still Rise Now“ è il racconto di una passione che attraversa il calcio e diventa memoria, identità, condivisione.
Perché la Scozia, per chi la ama davvero, non è mai stata soltanto una nazionale.

15 giugno 2026

"IL VILLAGGIO CHE ANDO' IN EUROPA. Llansanttfraid FC, la Welsh Cup 1996 e il viaggio fino a Chorzów" di Marco Parmigiani, 2026


Un villaggio del Mid Wales, una squadra part-time, un campo troppo piccolo per l'Europa e una Welsh Cup capace di cambiare tutto. Nel 1996 il Llansantffraid FC, club di paese di poche centinaia di abitanti al confine tra Galles e Inghilterra, compie una delle imprese più sorprendenti del calcio gallese: batte il Barry Town nella finale di Welsh Cup e si guadagna un posto nella Coppa delle Coppe contro il Ruch Chorzów. Questo libro racconta quella stagione attraverso gli occhi di Gaz, voce narrativa immaginaria ma radicata nei fatti reali: Il Recreation Ground, il Lion, le trasferte, i giornali locali, la finale di Cardiff, la notte europea di Wrexham e il viaggio in Polonia. Non è una favola perfetta. E' una storia di calcio minore, memoria, pub, lavoro, pioggia, rigori, sconfitte e orgoglio di paese.
Prima che il Llsantffraid diventasse The New Saints, ci fu un momento breve e irripetibile in cui un villaggio entrò nel calcio europeo.
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"Quando Marco mi ha chiamato per chiedermi una prefazione non ci ho pensato due volte, primo perchè Marco è un amico ormai da tanti anni, ed è uno che conosce a menadito il calcio britannico, soprattutto quello minore, ha vissuto e lavorato a Londra, faceva il groundhopper da ben prima che scoppiasse la moda e i suoi reportage sul blog di Rule Britannia erano sempre molto attesi perchè sapevamo curasse ogni particolare. E poi ricordare la squadra di calcio di questo villaggio gallese dal nome per noi impronunciabile "Llansantffraid" significa ricordare quella vittoria poco pronosticabile in Welsh Cup nel 1996 contro il Barry Town, un successo che scaraventò un gruppo di emeriti sconosciuti nel tabellone della Coppa della Coppe per un viaggio lunghissimo fino a Chorzów in Polonia. Non è solo una storia di pallone. È una storia di paese, di pub, di trasferte, di lavoro, di memoria e orgoglio. Il Llansantffraid FC oggi non esiste più, è stato inglobato dalla fusione con Oswestry che ha partorito i New Saints ma senza dubbio ebbe in quella stagione il suo momento irripetibile. 
Una prefazione era obbligatoria. Potete trovarla all'interno del libro, insieme al racconto e a una succosa postfazione di Matteo Della Vite, all'epoca inviato del Guerino per gli Europei inglesi". Simone Galeotti

28 maggio 2026

"NOTTINGHAM FOREST. SIAMO TUTTI FIGLI DI BRIAN CLOUGH" di Fabrizio Miccio

Ognuno di noi ha una diversa esperienza attraverso la quale ha scoperto, vissuto, gustato ed oserei dire caratterizzato la parte ludica della propria esistenza con questa splendida passione che e' il calcio britannico in tutte le sue molteplici sfaccettature. episodi, memorie, flashbacks, memorabilia e quant'altro si fondono in un bagaglio personale ed il voltarsi indietro aiuta a capire il nostro presente.
Per quanto riguarda la mia esperienza, e spero e credo anche quella di molti che come me ormai guardano in faccia i quaranta, il fenomeno NOTTINGHAM FOREST stagione 1977/78 e' stato basilare quale grimaldello per la scoperta di un mondo affascinante perché ai tempi semisconosciuto e difficile da compenetrare (i risultati li conoscevo al lunedì sera passando alla mitica edicola di via Veneto ...altro che tele+ ed internet!!). Ricordo che il fatto che una squadra neopromossa nella First Division potesse come poi ha fatto il Forest vincere il titolo lo consideravo splendidamente e piacevolmente destabilizzante, nel senso che poteva accadere tutto ed il contrario di tutto, nessun risultato era scontato e scritto in partenza, come invece faceva da tristissimo contraltare la Serie A di quel tempo. Io mi sento un po' figlio di Brian Clough, il manager che creò quel team straordinario insieme al suo fidatissimo ed inseparabile vice Peter Taylor, perché quella filosofia, quel compenetrarsi visceralmente con il club che si dirige ha creato un modello che rappresenta il mio calcio inglese vero, autentico, moderno ma antico, sano e, perché no? provinciale. Io sono un Gooner, badate bene, cioè agli antipodi ma non c'e' contraddizione perché la scelta per l'Arsenal è cuore, cieco, senza logica.
Il mitico Clough ha incarnato alla perfezione l'uomo-simbolo del calcio britannico che ho amato ( e che cerco tuttora tra i vari Manchester etc.) dove era possibile costruire con poche sterline, tanta saggezza , pazienza ed un briciolo di fortuna un team due volte Campione d'Europa (che gioia quei goals decisivi di Trevor Francis e John Robertson) e tre volte vincitore della Coppa di Lega. Quanti campioni devono la loro carriera a Clough!
Tra i tanti mi piace citare un mio idolo di allora: Garry (si, con due erre) Birtles. Clough ne scoprì il grezzo ma eccezionale talento realizzativo mentre Garry si dilettava a segnare valanghe di reti con la maglia del Long Eaton Utd. nella Midland League mentre a tempo perso faceva il parchettista e lo portò in riva al Trent per poche sterline. La crescita di Birtles fu enorme ed in pochi anni divenne uno degli attaccanti più prolifici della First Division. Tanti sono gli esempi in questo senso: da Tony Woodcock a Martin O'Neill (attuale tecnico del Celtic in cui netta si riconosce la mano del suo mentore),da Viv Anderson al più recente Stuart Pearce.

Al Nottingham Forest è legato un grande ricordo personale: dal mio primo viaggio in Inghilterra nel Luglio 78' riportai un poster a colori in cui vi era immortalata la squadra al completo seduta tra le prime fila del City Ground con la splendida Coppa di Lega a far bella mostra di se ed il geniale Brian Clough in tuta che sorride compiaciuto. Questo poster lo custodisco ancora gelosamente tra le tante memorabilia di calcio inglese a testimonianza di un mito per me intramontabile. Oggi leggo Brian tra le pagine di Four-Four-Two dove tiene una rubrica fissa "Over the top" e le sue osservazioni sul calcio inglese attuale sono sempre lucide e taglienti, mai banali e scontate. Si,lo confesso: mi manca molto, e credo manchi a tutto il movimento calcistico inglese. Ormai non tornerà più ad allenare, ma forse mentre leggerete queste righe il suo Forest starà dando battaglia per ritornare nella Premier League. Se soltanto lo facesse utilizzando in minima pare lo spirito indomito del suo vecchio condottiero, beh, ci sarebbe di sicuro calcio d'elite la prossima stagione a Nottingham.
E voi, anche voi sentite che la vostra passione è figlia di qualcuno o qualcosa?
di Fabrizio Miccio, da UK Football Please (maggio 2003)

26 maggio 2026

"LEEDS CAMPIONE - Il racconto di una stagione di gloria" di Remo Gandolfi (Urbone), 2017

(Prefazione Stefano Agresti)
C’è stato un altro “LEICESTER” nella storia recente del calcio inglese.
… anche se dobbiamo tornare indietro più o meno un quarto di secolo.
Questa squadra è il LEEDS UNITED.
E’ il 1991-1992.
L’ultima stagione della “vecchia” First Division.
Dalla stagione successiva nel calcio inglese cambierà tutto.
Arriveranno i soldi di SKY, arriveranno grandi giocatori da tutte le parti del mondo, gloriosi stadi verranno abbattuti per far posto a nuove cattedrali.
Il campionato inglese diventerà in pochi anni “il più bello (e più ricco) del mondo”.
In quest’ultima stagione dal sapore antico il Leeds United, che solo due stagioni prima era in Seconda Divisione, si scopre forte e agguerrito.
Nelle proprie fila ci sono calciatori di assoluto valore quali Gordon Strachan, Gary Mc Allister, Lee Chapman, David Batty e Gary Speed.
A metà stagione arriverà anche un francese, talentuoso, carismatico e un po’ matto.
Il suo nome è Eric Cantona.
Il loro condottiero è Howard Wilkinson, allenatore visionario e determinato che quando prese in mano il Leeds due anni e mezzo prima promise che in 5 anni avrebbe portato il Leeds ai vertici del calcio inglese. 
In effetti si sbagliò. Ce ne mise solo 4.
Il Leeds in quella stagione è però considerato niente di più che un semplice outsider nella lotta per il titolo.
Nessuno ritiene il team dello Yorkshire in grado di competere con Manchester United, Arsenal o Liverpool.
Le cose però andranno diversamente.

22 maggio 2026

"INGLESI. Ritratto di una non cosi perfida albione" di Beppe Severgnini (BUR), 1987


Inglesi non potevo toccarlo. E' il mio primo libro, e gli sono affezionato. Concordato durante l'estate 1987 in Rizzoli (col battagliero Edmondo Aroldi), scritto tra il 1988 e il 1989, uscì all'inizio del 1990. E' stato aggiornato una volta sola, nel 1992, dopo l'edizione Hodder & Stoughton dell'anno precedente. Il libro racconta, in sostanza la Gran Bretagna di Margaret Thatcher, intenta a scuotersi dal torpore post-imperiale. Dieci anni dopo, mi sento di dire che ne avevo intuito la solidità di fondo - a quei tempi tutti parlavano di "British disease", la malattia inglese - e ne avevo pronosticato il futuro brillante (non dovrei ricordare queste cose, ma quante volte uno scrittore può dire d'aver imbroccato una previsione?).In Gran Bretagna, dopo l'uscita del libro, sono tornato spesso.Continuo a bazzicare Notting Hill e il Reform Club, frequento la televisione e le radio britanniche, e sono in grado di movimentare una cena parlando della moneta unica europea. Nel 1993, mentre ero distaccato presso la redazione di "The Economist" (per il quale dal 1996 sono il corrispondente in Italia), ho ripreso possesso della casetta di Kensington Church Walk (Londra, W8). Insomma: gli inglesi mi affascinano, anche quando fatico a capirli. Non riesco, e non voglio, staccarmene.Ho anche scritto di loro, in questi dieci anni. Ho pensato perciò di raccogliere una selezione di pezzi, per spiegare le cose che sono cambiate (è arrivato Blair e se n'è andata Diana, le Spice Girls sposano i calciatori, il sistema di classi finalmente scricchiola, a Londra si trova lavoro e si mangia decisamente meglio). Ho diviso questo post-scriptum in due parti. Nella prima parte, ho raccolto alcune opinioni sui "nuovi inglesi", comprese quelle pubblicate/trasmesse dai media britannici, che mi hanno consentito di litigare allegramente con gli amici lassù. Nella seconda parte, ho riunito quattro descrizioni di Londra, che spero possano fornire spunti per una visita o un viaggio.Per tutto il resto - per l'Inghilterra eterna, quella che scoprirà il bidet intorno al 2220 (forse) - rimando al testo originale. Certi "inglesi", per fortuna, non cambiano mai.

21 maggio 2026

1980/81. CHE ASTON VILLA..

Per chi come me ha iniziato ad appassionarsi al football britannico verso la seconda metà degli anni settanta, il titolo di League Champions conquistato dall' Aston Villa FC nella stagione 1980/81 rappresentò una splendida emozione, il cui ricordo e' tuttora piacevolmente vivo a distanza di molto tempo I ragazzi in "claret & blue" riportarono il bel trofeo della First Division al Villa Park dopo ben 71 anni dall'ultimo trionfo, anni nei quali il club era sceso fino alla Third Division soltanto nove anni prima .Ma ciò che ancor di più rese per me memorabile quella vittoria, arrivata al termine di un acceso testa a testa con l'Ipswich Town, fu il fatto inedito per allora di poter seguire quasi settimanalmente in tv le vicende di quell'appassionante stagione calcistica. Ciò fu possibile grazie ad una trasmissione ormai divenuta un "cult" leggendario tra gli appassionati: "Football Please" (ma guarda che combinazione...) trasmessa da Teleroma 56 ed ideata da Michele Plastino. Egli aveva acquisito dalla ITV, con grande lungimiranza, i diritti per l'Italia della First Division e commentava gli highlights lasciando in sottofondo l'inconfondibile voce di Brian Moore. Benché già tifosissimo dell'Arsenal, presi a cuore le vicende del Villa nella lotta al titolo, ed ancora oggi ricordo bene l'undici titolare(non erano infatti tempi di rose extra large e giocatori provenienti da ogni parte del globo...)autore di quella storica impresa. I goals del possente centravanti Peter Withe arrivato dopo la dolorosa dipartita dell' idolo Andy Gray, e del giovanissimo Gary Shaw, unico local-boy della squadra, furono decisivi (38 tra i due!) insieme al fatto che il manager Ron Saunders utilizzò soltanto 14 giocatori (di cui 7 sempre presenti !) nel corso delle 42 gare di campionato. Tra i pali stazionava l'esperto 'keeper Jimmy Rimmer, protetto dai rocciosi centrali ,entrambi scozzesi Alan Evans e Ken McNaught;ai lati difensivi Kenny Swain e Gary Williams; in mezzo al campo il capitano Dennis Mortimer ed il giovane talento ,con accanto due ali diversissime tra loro.Il guizzante e veloce Tony Morley, tipica wing inglese, ed il più arretrato Des Bremner, chiave di volta tattica dello schieramento di Saunders. Ne uscì una formazione votata, come nella migliore tradizione inglese ,al football più puramente offensivo,grazie alla fantasia di Cowans, alla incredibile velocità di Morley ed alla perfetta integrazione dei due stikers, così diversi per caratteristiche fisiche (Shaw era un brevilineo dalla tecnica sopraffina e dalla grande agilità nell'area piccola) ma splendidamente integrati a misura quali implacabili finalizzatori. Probabilmente l'Ipswich di quell'anno era forse più forte dei Villains di Saunders (non a caso Mariner e compagni vinsero la Coppa Uefa, oltre a disputare una semifinale di Fa Cup in quella stagione) come in effetti i tre scontri diretti dimostrarono in modo netto. Infatti, oltre ad uscire sconfitti dalle due gare di campionato, l'Aston Villa fu eliminato al primo ostacolo in Fa Cup dagli uomini del non ancora sir Bobby Robson. Ma furono proprio i tanti impegni a fiaccare l'Ipswich nel finale(con alla fine ben 66 gare ufficiali disputate nelle quattro competizioni!) ed infatti i tractor boys persero ben sette delle loro ultime dieci gare in campionato. 

A testimonianza della sorpresa che rappresentò quella squadra, che non era certo tra le favorite della vigilia, va notato che "Match of the Day" scelse di portare le sue telecamere alle gesta dell' Aston Villa soltanto ad ottobre inoltrato per la demolizione (4-0) del Sunderland al Villa Park. Nella corsa al titolo spiccano nella mia memoria anche un bellissimo 1-3 al Goodison Park siglato da Morley, Mortimer e Cowans ed un 3-0 al Middlesbrough verso fine aprile che rappresentò di fatto la vittoria che tagliò le gambe alle speranze nel Suffolk. L'ultima giornata del 2 maggio fu l'apoteosi: il Villa aveva quattro punti di vantaggio, ma l'Ipswich aveva una gara da recuperare dopo quel weekend. L'Arsenal era quanto di peggio potesse capitare al Villa per quell'ultima giornata e per giunta nella fossa di Highbury. Ma l'Ipswich non diede segnali di ripresa ed uscì sconfitto anche dal vecchio Ayresome Park di Middlesbrough:i ventimila che invasero l'intera clock end di Highbury esultarono anche se i loro beniamini cedettero 2-0 ai Gunners. L'Aston Villa era campione d'Inghilterra !!! La M1 sulla via del ritorno a Birmingham si colorò di celeste ed amaranto. La favola di quella squadra 27 tuttavia non si esaurì con quell'epilogo storico. Ve ne sarebbe stato un altro di li a dodici mesi , a Rotterdam....
di Fabrizio Miccio, da UK Football Please (marzo 2003)

5 maggio 2026

"L'USO DEGLI STADI DA PARTE DEL CALCIO PROFESSIONISTA INGLESE" di Thomas Leblatier (Edizioni Sapienza), 2025


I veri e propri luoghi di culto, che accendono la passione dei tifosi, ma che sono anche gestiti dai club per generare entrate, gli stadi inglesi sono al centro dell'attenzione. Dopo alcuni tragici eventi, gli stadi, a cavallo degli anni '90, sono diventati arene a posti fissi dove si giocano le partite di Premier League e Championship che vedono opposte squadre più ricche, sempre più piene di giocatori stranieri di alto livello, e vengono trasmesse in diretta in tutto il mondo. Grazie agli introiti record dei diritti televisivi, i club stanno investendo molto sui trasferimenti e sugli stipendi dei giocatori, e le partite stanno registrando record di presenze e di utilizzo degli stadi. Parallelamente, anche i prezzi dei biglietti sono aumentati, raggiungendo livelli record, diventando un vero problema per i tifosi che sostengono di essere stati esclusi dal gioco a causa dei prezzi. La seguente dissertazione analizzerà come, in questo contesto, alcuni club della Premier League (Arsenal FC, Liverpool FC) e del campionato (Brighton & Hove Albion, Charlton Athletic FC e Reading FC) stiano incrementando le entrate dei loro stadi e quali conclusioni generali si possano trarre da tali esempi per i club che stanno lottando con il flusso di entrate dei giorni di partita.

4 maggio 2026

[MISTER FOOTBALL] "DON ROBINSON e lo Scarborough." di Roberto Gotta

Personaggio al tempo stesso notissimo e sconosciuto: come sempre, dipende dai gradi di interesse, più ancora che competenza, perché non si può sapere tutto e neanche il 50% di tutto. Diciamo, riassumendo a fatica, che Robinson nel calcio è stato due volte presidente dello
Scarborough, club della sua città, tra i più antichi d’Inghilterra (1879), salito in Football League per la prima volta nel 1987 sotto la gestione di Neil Warnock, poi fallito nel 2007 e rinato, con gestione interamente affidata ai tifosi, con nome simile (Scarborough Athletic) subito dopo, e ora iscritto alla National League North, il sesto livello del calcio inglese.

Lo Scarborough di Robinson negli anni Settanta fece davvero la storia, seppur minore, del calcio inglese: arrivò due volte al terzo turno di FA Cup, nel 1973, 1976 e 1977 vinse a Wembley l’FA Trophy, ovvero la FA Cup per club dalla quinta serie in giù, partecipò due volte alla Coppa Anglo-Italiana per semiprofessionisti, 1976 e 1977, e in occasione della primissima partita di quella 1976, contro il Monza, in porta ci fu la presenza straordinaria di Gordon Banks, l’ex portiere della nazionale fermo dal 1972 per i postumi del tremendo incidente stradale che aveva fermato la sua carriera a grandi livelli. 
Nel 1976 lo Scarborough giocò anche l’Anglo-Italian Semiprofessional Cup, andata e ritorno con la vincitrice della Coppa Italia semiprofessionistica, il Lecce, che perse 1-0 in Inghilterra vincendo però 4-0 in casa. 

Robinson nel 1982 però lasciò la proprietà del club e scese di un’ottantina di chilometri lungo la costa nordorientale inglese, portando con sé l’allenatore Colin Appleton (che aveva portato sulle sue spalle per il giro d’onore dopo la vittoria dell’FA Trophy 1977, foto a lato) e prendendo in gestione lo Hull City, anzi salvandolo dalla chiusura: tempo tre anni e lo Hull passò dalla quarta alla seconda serie (l’attuale Championship). Uomo di contatti e intraprendenza, aveva fatto i soldi affittando trampolini elastici sulla spiaggia di Scarborough, era stato organizzatore di riunioni di wrestling (ed era persino salito sul ring come Dr.Death), co-organizzatore del concerto Live Aid, proprietario di zoo, promulgatore di radio private (e pirata) e tante altre cose, tra cui voli per portare centinaia di persone a Las Vegas per giocare nei casinò.

30 aprile 2026

CHELSEA. "BRIDGE OVER TROUBLED WATER" di Simone Galeotti


Donne, un affare di cuore. C’è chi afferma che ogni tanto gli zoccoli del cavallo di Re Carlo II riecheggiano solenni lungo King’s Road, la strada dell’elegante quartiere di Chelsea a cui lui ha dato il nome perché l’attraversava spedito per andare a raggiungere la sua amante in un rifugio segreto. Nel XVII secolo era solo una modesta strada di campagna con un piccolo villaggio di pescatori che nei secoli si è trasformato diventando il quartiere simbolo dell'aristocrazia londinese. Poco più di due chilometri che separano il massimo della raffinatezza, da lunghe teorie di case popolari. 
Per anni punto di riferimento di artisti, intellettuali e scrittori che trasformarono Chelsea in uno dei primi centri bohémienne europei. La lista dei residenti illustri è incredibilmente lunga e citare ogni singolo nome sarebbe follia, però senza dubbio vale la pena ricordare personaggi come Oscar Wilde, George e T.S. Eliot, Agatha Christie, Jonathan Swift e Mary Shelley. 

Qui, Mary Quant lanciò dal suo negozietto tutt'ora in loco la moda della minigonna. Qui, dove se volete iniziare una passeggiata vi conviene partire da Sloan Square e scivolare accompagnati in sincronica sequenza dalla cortina di palazzi in mattoni rossi e stucco bianco fra boutique, caffè, ristoranti e negozi di antiquariato. Alla fine, troverete il vecchio Bridge, che tanto vecchio non è più e nemmeno lo stesso di tanti anni fa. Oggi è uno stadio moderno, rivoluzionato, anche strutturalmente da quello degli anni Settanta territorio di caccia dei temibili “Headhunters” sgusciati fuori dal loro covo naturale di gradoni denominato “Shed”
Ovviamente non è nemmeno quello delle origini, quando rischiò addirittura di scomparire quando per poco l’impianto rischiò di finire alla Great Western Railway, la quale, necessitava di uno spazio per costruire un deposito da utilizzare come rimessa di carbone. 
Nel 1970, il Chelsea non aveva ancora vinto la FA Cup. Era diventato campione d’Inghilterra, è vero, sotto la guida di Ted Drake ma la coppa era sempre sfuggita come tre anni addietro, nel 1967 quando nella “Cockney Cup Final” il Tottenham si era imposto sui blues per 2-1. 
La finale del 1970 il Chelsea se l’era guadagnata proprio in casa degli Spurs, il 14 marzo, travolgendo per 5-1 il Watford con una doppietta di Peter Houseman, i centri di un purissimo “east enders" come David Webb, poi Peter Osgood e Ian Hutchinson. Quella era la squadra di Dave Sexton (nella foto sopra), il Chelsea di quel quasi commovente blu privo di strane marchette e orpelli vari recante solo il leone rampante del Conte di Cadogan, con le due stelline di contorno, il Chelsea dei primi "seventie's" da associare per mutualità e situazionismo a "Bridge over Troubled Water" di Simon & Garfunkel, il Chelsea fatto di capelli al vento, aria sbarazzina e qualche bagordo di troppo. 
Sexton nativo di Islington ed ex manager dell’Orient, figlio di un pugile e cresciuto secondo educazione gesuita era subentrato a Tommy Docherty all’inizio della stagione 1967/68 (dopo la breve parentesi di Ron Stuart) e si ritrovò fra le mani la patata bollente, vale a dire il George Best di Windsor, Peter Leslie Osgood: “The King of Stamford Bridge”. Un predestinato, visto che a 17 anni firmerà per la squadra giovanile del Chelsea e al suo debutto in Coppa di Lega, sarà subito decisivo realizzando una doppietta. Calciatore dalle basette inconfondibili, geniale e imprevedibile tanto in campo e nella vita quotidiana, quando per esempio pensò bene di fare scalpore infilandosi una t-shirt indossata all’epoca dalla star del cinema Raquel Welch con la scritta “I scored with Osgood”, a conferma che il buon vecchio “Wizard of Os” non ci sapeva fare solamente con il pallone.
Quello con il manager fu un rapporto complicato, ma è certo che non era l’unico problemino per Sexton che doveva tenere a bada anche gli amichetti di Ossie, gente come Alan Hudson e Charlie Cook, assoluti maestri del controllo della sfera, oltre a ragguardevoli scorribande notturne. Ma alla fine, bevute, donne e auto veloci non riuscirono a rovinare del tutto lo stile di gioco di quella squadra, talvolta indolente, anzi l'odore caprino in qualche modo aiuterà le manovre offensive. A difendere le “capienti” porte di Stamford Bridge, c’era Peter “The Cat” Bonetti, vent’anni al servizio alla causa con 729 presenze totali. Approdò ai blues nel 1958 dopo che la madre inviò una lettera alla dirigenza del club chiedendo di valutare attentamente le qualità del proprio figlio e di concedergli almeno una chance. Di lui disse una volta Pelè: “I tre migliori portieri che abbia mai visto sono Gordon Banks, Lev Yaschin e Peter Bonetti”
Davanti la spina dorsale, formata dal difensore Ron "Chopper" Harris, uno rimasto sempre all'altezza del suo nome negli interventi con in mezzo al campo Terry Venebles e John Hollins a creare geometrie offensive per quelli là davanti. Ci sarebbe da aggiungere che l’avversario di quel Chelsea nella finale di FA Cup di quella stagione era il Leeds United di Don Revie, altro gruppo di raccomandabili elementi da Cayenna che in semifinale avevano avuto bisogno di tre partite per avere la meglio sul Manchester United. Per pura nota di cronaca nessuno dei due club aveva mai vinto il trofeo, il cui atto conclusivo a causa del mondiale messicano alle porte, la federazione decise di giocarlo in largo anticipo rispetto alle date classiche fissando l’appuntamento per l’11 aprile. Fatto sta che il dolce manto erboso sotto le due torri si presentò in pessime condizioni a causa della presenza fino a qualche giorno prima della Horse of the Year Show - noto anche come HOYS ossia la manifestazione culmine degli eventi equestri britannici che aveva reso il terreno una distesa sabbiosa, non certo usuale per l’evento più atteso della stagione calcistica inglese. "Jack" Charlton portò in vantaggio il Leeds con un colpo di testa, sul quale McCradie e Harris non riuscirono a intervenire sorpresi dal mancato rimbalzo della palla. Il pari del Chelsea avvenne in maniera altrettanto strampalata, allorché un tiro da fuori aerea di Houseman non venne trattenuto dal portiere Gary Sprake che si lasciò sfuggire la sfera per l’1-1. Finale incandescente con gli Yorkshiremen in vantaggio a sei dal termine grazie a Mick Jones, e definitivo pareggio di Hutchinson due minuti dopo. 
Un Wembley così disastrato non si era mai visto. Giocare la ripetizione poteva veramente creare grossi problemi, e così per la prima volta dal 1923 si decise che la finale di FA Cup si sarebbe dovuta disputare in uno stadio diverso. La scelta ricadde sull’Old Trafford di Manchester. E furono 26,49 i milioni di spettatori seduti davanti alla televisione il 29 aprile 1970 per assistere al replay tra Chelsea e Leeds, un risultato che ha fatto entrare l’evento nella top ten dei programmi più seguiti nella storia della BBC, dietro solamente alla finale di coppa del mondo del 1966. Ad arbitrare l’incontro, il quarantasettenne Eric Jennings da Stourbridge che anni dopo dichiarò che, se quella partita si fosse giocata in tempi più moderni non sarebbero bastati sei cartellini rossi e venti gialli per arginare "l'animus pugnandi" profuso dalle due formazioni. Di quell’incontro al di là delle scintille in campo, del calcione di Ron Harris all’ ala scozzese Eddie Gray, di un rapido scambio di pugni fra Norman Hunter e Ian Hutchinson, si ricorda la serata buia di Manchester e le calze gialle che il Chelsea decise di indossare in quell’occasione. Il club decise infatti di giocare la replica con i calzettoni gialli della divisa da trasferta. E, dato il prestigio dell'occasione, si decise anche che, per completare il look che sarebbe stato visto da milioni di spettatori televisivi in ​​diretta, i giocatori avrebbero indossato anche maglie con lo stemma giallo del club e pantaloncini con una striscia sempre gialla completata dai relativi numeri. Non è noto se l'ispirazione per queste modifiche relativamente piccole ma di grande importanza alla divisa del Chelsea sia venuta dall'interno del club o dal produttore di divise Umbro. Tuttavia, senz'altro è stata una scelta ispirata ed il risultato fu una delle divise più iconiche che la squadra abbia mai indossato.

Oh, attenzione i bianchi di Leeds andarono in vantaggio per primi con Mick Jones nel primo tempo ma a poco meno di dieci dal termine un cross di Cooke imbeccò la testa di Osgood che in tuffo pareggiò il risultato della gara. Tempi supplementari, quindi, dove spunterà il personaggio che non ti aspetti, quel David Webb che talvolta appariva per caratteristiche caratteriali elemento fuori luogo nello spogliatoio dei blues. A innescarlo una rimessa laterale di Hutchinson al minuto 104 che la “giraffa” John (Jack) Charlton prolungò maldestramente anticipando l’uscita di David Harvey con la palla che colpita in qualche maniera dall’accorrente Webb finirà in rete regalando così la prima coppa d’Inghilterra al Chelsea, alzata al cielo da capitan Harris nella gremitissima tribuna del Trafford. Mi fermo qui tuttavia a dirla tutta l’anno seguente la squadra di Dave Sexton conquisterà anche l’alloro europeo vincendo la Coppa delle Coppe ad Atene contro il Real Madrid che sicuramente non era più quello di Alfredo De Stefano e del Colonello Puskas in ogni caso restava pur sempre la squadra più importante del continente. Anche in quell’occasione ci vollero due partite, anche in quell’occasione gli avversari in campo erano in bianco, anche in quell’occasione segnerà Peter Osgood. Ma quella non era certo una novità...
Blue is the colour.

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