11 giugno 2025

"HO VISTO GIOCARE ALI DIA.. per ben 2 volte!" di Adam Grapes

Tanti conoscono la storia di Ali Dia ma essendo un tifoso di Southampton sono uno dei pochi (circa quindici mila) che lo ha visto giocare nella Premier League, poi sono uno dei pochissimi che l’ha visto giocare per ben due volte con la maglia dei Saints, adesso vi spiego tutto.
L’inizio della stagione 1996/97 è stata di alti e bassi per il Southampton. Dopo una salvezza per via della differenza reti, la stagione precedente (il Manchester City ci aveva fatto un bel assist, giocando per un pareggio negli ultimi minuti nella partita contro Liverpool quando serviva una vittoria), il nuovo allenatore Graeme Souness ha portato un po’ di ottimismo, soprattutto dopo una vittoria per sei a tre in casa contro Manchester United. Ma dopo questi trionfi seguirono anche dei disastri, soprattutto una sconfitta per sette a uno al Goodison Park contro l’Everton, un giorno brutto sia dentro che fuori dal campo con non buoni comportamenti dopo la partita di qualche tifoso dell’Everton verso di noi anche sul treno che portava a Londra, non bastavano i sette gol per avere soddisfazione ad alcuni di loro, non mi mancherà Goodison Park. Gli infortuni in squadra aumentavano, poi un giorno il giornale di Southampton “The Daily Echo” ha fatto lo scoop, il cugino di George Weah, un certo Ali Dia, è arrivato ai Saints dopo una raccomandazione proprio del giocatore liberiano. Internet era alle prime fasi della sua esistenza, se ricordo bene c’era un computer con collegamento all’Università ma non avevamo minimamente idea come utilizzarlo. Poi al massimo se siamo riusciti a risolvere il rebus del collegamento avremmo scoperto al massimo qualche sito con solo testo e immagine; quindi, qualche ricerca su questa new entry nella rosa del Southampton sarebbe stata impossibile, ci fidiamo di George e Mister Souness!
La settimana dopo la sconfitta con l’Everton abbiamo giocato in casa contro Leeds. Con solo due attaccanti a disposizione, Le Tissier e Ostenstad, Ali Dia è stato messo in panchina. La maledizione degli infortuni è continuata durante la partita Le Tissier è stato costretto ad abbandonare il campo dopo una trentina di minuti. Ricordo ancora l’urlo quando Ali Dia è sceso in campo (togliendo i tifosi ospiti), il saluto di benvenuto di 13.000 tifosi (The Dell poteva ospitare solo 15.000 spettatori) è stato qualcosa di incredibile.

Quest’uomo ci porterà verso la salvezza, e chissà magari anche verso le coppe europei (pensavo)! Ha quasi segnato subito con il suo primo tocco, sarebbe stata la mamma di tutti gli esordi ma il tiro è stato bloccato dal portiere. La partita è continuata ed il Southampton ha perso due a zero, meglio della settimana precedente, eravamo abbastanza contenti, dai tutto è relativo!
Dia è stato sostituto verso la fine della partita, nessuno aveva pensato che era successo qualcosa di strano, non avrebbe giocato per un po’, ci voleva più tempo per abituarsi ai ritmi del campionato inglese... Onestamente direi che nessun tifoso presente al The Dell quel pomeriggio ha reso conto che non è stato per niente al livello necessario per giocare nel Premier League, abbiamo visto correre in campo, tirare, fare passaggi, ma con i nostri occhi da dilettante non sembrava che era successo nulla di strano. Chiaramente chi era in panchina ha capito tutto subito, Graeme Souness dopo la partita ha fatto un’intervista molto diplomatica, mentre Matt Le Tissier, il giocatore sostituto, è stato più diretto, dicendo che correva come “Bambi sul ghiaccio”.

Sono sicuro di averlo visto giocare per le riserve qualche giorno dopo, e grazie a una ricerca su Internet ho trovato su Ebay un Teamsheet per una partita tra le riserve di Southampton e Chelsea con il suo nome presente! All’epoca andavo a tutte le partite sia in casa sia in trasferta di Southampton, amichevoli incluse, ed anche a quasi tutte le partite delle riserve.
Che bella la vita di studente senza una moglie! Guardando il calendario, vedo che la sera prima c’è stata una partita di League Cup in trasferta a Oxford, Souness ha già visto abbastanza per non rischiare Dia in campo quella sera, ha deciso di dargli una altra chance in questa partita delle riserve, che all’epoca giocavano a Staplewood, il campo di allenamento di Southampton, che fortunatamente era 200 metri da casa mia.

Anche in questa partita delle riserve Ali Dia non ha fatto un granché e subito dopo ha lasciato Southampton. Pochi giorni dopo è uscita la storia che è stata tutta una bufala. Ha provato la stessa tattica con Gillingham (bocciato dopo una prova) e West Ham (dove non gli fatto dare neanche il provino). Non sappiamo chi ha fatto quella telefonata a Souness, forse il suo agente, forse un amico, forse anche lui stesso. Dopo l’avventura a Southampton ha giocato otto partite per il Gateshead nella quinta divisione inglese.

Non era completamente incompetente a calcio ma anche qui non è riuscito a mantenere un posto nella formazione. Probabilmente il suo livello vero sarebbe stato il Wessex League, campionato regionale della zona di Southampton! Le ultime notizie di lui sono state in 2016, ha preso una Laurea in Inghilterra, poi ha lavorato in Qatar prima di tornare a Londra. Chissà se gioca ancora a calcetto la sera, nonostante tutto direi che è arrivato nell’elenco dei dieci giocatori di Southampton più conosciuti. 
Sicuramente è sull’elenco nero di Graeme Souness ma ricorderò sempre quell’urlo quando l’altoparlante ha detto “Sta entrando in campo per il Southampton il numero 33, Ali Dia”.
di Adam Grapes

10 giugno 2025

"FUORI AREA: racconti UK di rabbia e passione" di AAVV (Mondadori), 2000

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Cosa hanno in comune Tony Yeboah, leggendaria punta del Leeds, ed un boa constrictor?
Cosa si prova ad assistere ad un incontro di Scottish Premiership fatti di anfetamine e con in cuffia il reggae dub di Desmond Dekker che ti pulsa nelle orecchie?
Quanti ancora hanno negli occhi il gol di Ricardo Villa nella famosa finale di F.A. Cup tra ManCity e Spurs? Millantare un passato glorioso da calciatore di buon livello, può salvare un povero vecchio da un’aggressione notturna?
Gli interrogativi sopra elencati trovano risposta in un libro edito da Mondatori, dal titolo “Fuori area: racconti UK di rabbia e passioni”. Il libro in questione altro non è che una compilation di racconti di vari autori inglesi, più o meno noti, riguardanti il calcio che fa da sottofondo a storie di varia e colorita umanità.
Il curatore della raccolta è Nicholas Royle, scrittore e collaboratore della rivista Time Out oltre che avvelenato sostenitore del ManCity. Si misurano nell’impresa, citando in ordine sparso, Mark Morris, John Hegley, Geoff Dyer, ed anche il celebre Irvine Welsh, autore del famoso romanzo poi divenuto film di culto Trainspotting.
Proprio di quest’ultimo è uno dei due racconti che mi ha più divertito: Martin, Faz ed Hendo sulle terraces dello stadio degli Hibs fatti di anfetamine, guardano (si fa per dire) la gara dei verdi contro il Motherwell, tifando “fuori sincrono” rispetto al resto degli altri tifosi. Colpa delle droghe e del reggae dub!
Notevole, a mio parere, è anche il racconto di Mark Timlin: il detective Nick Sherman viene ingaggiato da un presidente della Premiership per controllare che il gioiello della sua squadra non faccia danno con alcol e donne prima della sfida fondamentale per il campionato. Il nome del giocatore è Stan “the man” Mac Ness, provate ad indovinare qual è il calciatore che ha ispirato il personaggio in questione? Ah, magico Collymore, solo avesse avuto un po’ di cervello…
Da segnalare anche la splendida foto di copertina: un gruppo di bimbi saltano cercando di colpire di testa un pallone, in un campo di periferia di un sobborgo industriale inglese degli anni sessanta.
Ritengo che questo sia un libro che possa essere apprezzato dagli tutti; voglio usare le parole di Nicholas Royle per dirvi il perché.
"…questo libro è per quei ragazzi troppo cresciuti che giocano la domenica mattina, che urlano – sali sali! – sperando che qualcuno fischi un fuorigioco anche se non c’è nemmeno l’ombra di un guardalinee; è per i difensori insicuri che si accalcano nelle aree di rigore avversarie sui calci d’angolo, solo perché è piacevole essere oggetto di attenzione almeno una volta ogni tanto; ed è per tutti gli arbitri del mondo. E’ per tutti quei ragazzini che, almeno una volta nella loro vita, hanno dovuto bussare alla porta di un vicino per implorare: “possiamo avere indietro il nostro pallone per favore?”. Ed è anche per quello studente troppo cresciuto, c’è ne uno in ogni squadra, che durante le fasi di riscaldamento, invece di passare ad un altro giocatore, tirerà una bordata scaraventando la palla fuori, a km di distanza dal portiere, e dopo non andrà a riprenderla. Sono poche le persone per le quali questo libro non va bene. Non è per i disonesti, per i palloni gonfiati, o per tutte le minoranze che ancora gridano offese razziste. Non è per coloro che hanno combattuto e vinto la battaglia per farci pagare un extra per guardare il calcio in diretta tv. Non è neanche per quei “presunti tifosi” che lasciano gli spalti 5 minuti prima della partita, per non trovare traffico mentre tornano a casa; qualcuno dovrebbe fare un video con tutti quei gol segnati all’ultimo minuto e mai visti da quei poveracci. In breve, questo è un libro di eccellenti nuove storie scritte da alcuni dei migliori scrittori del Regno Unito, ed è per chiunque ne apprezzi la bellezza." 
Buona lettura! E alla prossima.
Recensione di Charlie Del Buono

9 giugno 2025

BACK TO THE “SIXTIES” - Footballers and cars in the 60s

Da tempo immemore avevo promesso a Max un pezzo sulle automobili dei footballers degli anni 60, il mio spirito “sociologico” mi ha sempre spinto ad esplorare gli aspetti extra sportivi dei protagonisti del calcio della golden era.
Ho sempre trovato affascinanti le immagini che si trovavano sulle riviste come Shoot o Football Monthly o sui tantissimi annuari che uscivano astutamente nel periodo natalizio che ritraevano i footballers nelle loro case oppure nei pub con i compagni di squadra o immortalati mentre si dedicavano ai loro hobby.
Da cultore di tutto ciò che riguarda gli anni 60 ho sempre apprezzato i documenti che vedevano ritratti i protagonisti del sabato pomeriggio in abiti borghesi mentre esibivano abiti sartoriali o completi più sportivi per il week-end, tutto deliziosamente eleganti, stilosi, con i dettagli tipici di quel periodo. Sovente accadeva che i footballers erano immortalati a bordo o al fianco delle loro auto, mixando così abbigliamento e motori e che motori… Anche per ciò che riguarda le quattro ruote i sixties furono, a mio giudizio, gli anni più belli, ricchi di stile, dettagli, finiture mai più visti dopo.

Ora, dopo anni di desideri mai realizzati per mille motivi, sono tornato ad avere una classica e questo mi ha spinto a saldare il mio debito con Max, ovvero mettere su carta qualche aneddoto relativo appunto al binomio footballers+cars.
Giusto per dovere di informazione, il mezzo che mi sono concesso (che mi porterà nei prossimi anni ad una dieta a base di pane e cipolle oltre a farmi rammendare gli abiti anziché acquistarne di nuovi…) è una strepitosa MGB GT del 1967, colore Sandy Beige pastello, interni in pelle rossa con “piping” bianchi, ruote a raggi e ovviamente guida a destra (la potete vedere qui sotto..).
Unica precedente proprietaria una gentile lady del Cheshire che ha conservato tutte le fatture dal primo giorno, da quella di acquisto ai singoli tagliandi, cambi gomme, rabbocchi di olio…
Ora che avrete perdonato la mia lunga e noiosa premessa passiamo al tema principale.

Come tutti voi saprete prima del 1961, data dell’abolizione del maximum wage che prevedeva £ 20 a settimana come massima retribuzione per i calciatori professionisti, i footballers conducevano una esistenza più simile a quella di normali impiegati che a quella di milionari viziati. Duncan Edwards, giovane stella del Manchester United che perì nel disastro aereo di Monaco, era solito recarsi ad Old Trafford in sella ad una bicicletta che assicurava con una catena alla grondaia più vicina all’ingresso degli spogliatoi, altri usufruivano dei mezzi pubblici, pochissimi possedevano una automobile, tra questi Stanley Matthews proprietario di una Ford Consul Classic, non una Jaguar o una Rover…
Proprio l’abolizione del maximum wage beneficiò immediatamente Johnny Haynes, al tempo numero 10 del Fulham e della Nazionale che risultò il primo calciatore a ricevere £ 100 a settimana ed infatti diviene uno dei primi professionisti ad essere immortalato al fianco di una fiammante MG Magnette, sorridente, indossando il blazer blu dell’Inghilterra con i tre leoni ricamati in oro. Nonostante i sensibili aumenti di stipendio, la maggior parte dei calciatori che si concessero un’automobile nuova sceglievano modelli medi della Vauxhall, della Austin, della Morris o della Ford (quella inglese, ovviamente, con gli impianti produttivi a Dagenham) né più né meno che l’uomo medio che svolgeva mansioni impiegatizie o piccoli commercianti.

Il mondiale 1966 rappresenterà una svolta, l’Inghilterra oltre che campione del mondo è la nazione a cui tutti fanno riferimento per stile, musica, cinema, moda, way of life, insomma si sa, è la famosa “England swings”, il periodo che oltre Manica può essere paragonato ad un boom economico, di conseguenza anche i footballers iniziano a lasciarsi andare, soldi ora ne arrivano decisamente di più, ci sono contratti con i primi sponsor, si viene pagati per rilasciare interviste o per apporre la firma su articoli preparati da ghost writer.
Le Austin, le Ford e le Vauxhall vengono lasciate a coloro che non vogliono destare troppa visibilità, insomma, un classico “understatement” britannico, molti altri alzano l’asticella.
Tra coloro che non vogliono apparire troppo si notano i manager, più anziani, hanno provato le sofferenze e le difficoltà del periodo bellico, rimangono legati alle vacanze sulla costa inglese anziché le prime mete esotiche come Maiorca o Malta o Cipro. Ma anche campioni ultra celebrati come i fratelli Charlton comprano Vauxhall anche se nelle versioni Victor e Cresta ovvero quelle più potenti e rifinite o Jimmy Greaves che punta sull’ammiraglia della Ford inglese, la Zodiac MK3 con abbondanti cromature e dimensioni.

Per molti altri invece “il limite è il cielo” per cui Bobby Moore non ci pensa troppo ed esibisce una serie di splendide Jaguar, la più nota una MK2 3.8 abbinata ad una Mini Cooper S per la moglie o per lui quando preferisce sgusciare meglio nel traffico cittadino. Leggenda vuole che Moore tenesse nel cruscotto della “Jag” un berretto da chauffeur con visiera che indossava alle prime ore della notte mentre guidava verso casa dopo qualche drinking session. Era noto che la polizia non fermasse mai gli autisti con auto prestigiose perché era scontato che chi svolgeva un lavoro così delicato non fosse mai alticcio mentre era in servizio…
Anche Mick Summerbee stella del Manchester City possedeva un’auto come quella di Moore ma arricchita da un mangia dischi oltre all’autoradio. Sensibile al fascino del giaguaro troviamo anche Francis Lee, compagno di squadra di Summerbee che nei 70s passerà poi alla Daimler, in pratica una Jaguar ancora più sofisticata.
Alan Ball si indirizzò su una prestigiosa e performante Rover 2000 TC P6, l’auto dei medici e degli avvocati come si diceva ai tempi. L’acquisto avvenne con il papà che lo accompagnò dal concessionario e furono ritratti insieme mentre osservano il vano motore della slanciata berlina. Peter Osgood stella in ascesa del Chelsea, per forza maggiore viaggiava sempre su Ford, pur cambiandone in continuazione. Il motivo? Molto semplice, una concessionaria di Windsor aveva messo sotto contratto Ossie che per ovvie ragioni di sponsorizzazione usava il meglio della produzione di Dagenham del periodo, dalle Cortina alle Corsair, dalle Zephir alle Zodiac. Non potendo tediarvi in eterno direi che potremmo concludere questa carrellata niente meno che con George Best, lui proprio non sapeva cosa fosse l’understatement, anzi, aveva deciso che in fatto di donne, abiti, case, sperpero di denaro e soprattutto automobili non ci si doveva porre limiti. Tra gli anni 60 e i 70 fu ritratto con ben tre diverse meravigliose Jaguar E-Type. Nell’ordine una roadster, una coupè e una coupè V12 (quest’ultima venduta ad un’asta nel 2015 per £ 43.000), poi la nota Lotus Europa gialla ma il suo parco auto prevedeva anche una Jaguar MK2 3.8 bianca che veniva usata come auto di rappresentanza quasi sempre condotta da un autista. Famosissima la serie di scatti eseguiti dal fotografo free-lance Bob Thomas che intercettò l’auto nei pressi di Old Trafford. Ne scaturì la richiesta di potere immortalare Best ed il resto degli occupanti, (appunto l’autista in livrea, la sua segretaria personale ed il suo business manager). Richiesta accolta favorevolmente da Georgie che si prestò a diverse pose con il suo team. Non male come parco auto per un giovanotto di Belfast che quando prese la patente acquistò una normalissima Austin 1100.

Impossibile però non citare l’operazione della Ford in occasione dei mondiali di Mexico 70 con la quale direi che chiuderemo idealmente il decennio dei sixties. L’azienda di Dagenham divenne un main sponsor, come si direbbe oggi, della spedizione messicana insieme ad altri, tra cui la Findus.
La Ford allestì 30 Cortina 1600 E (il top di gamma, la E stava per Executive) bianche, cerchi in lega Rostyle, fari di profondità, sospensioni ribassate di derivazione Lotus, sui parafanghi anteriori una decalcomania con le bandiere incrociate di Gran Bretagna e Messico, sulle porte il simbolo “Chosen for England”, con targhe che iniziavano con GWC (Great World Cup) e le diede in comodato d’uso per un anno ai 30 membri della spedizione.
Una volta terminati i mondiali essi potevano decidere di tenerle acquistandole ad un prezzo speciale. Furono davvero pochi coloro che accettarono l’offerta, tra questi Francis Lee che la acquistò per la moglie e Les Cocker, coach e trainer della Nazionale.
Lee dopo non molto tempo la rivendette perché trovava troppo vistose le decals presenti sui fianchi e a Manchester e dintorni si era diffusa la notizia che quell’auto fosse sua per cui, sovente, i fans del United quando la vedevano parcheggiata lasciavano traccia del loro passaggio sotto forma di righe sulla carrozzeria o scritte pro United e anti City.

Il giornalista James Ruppert ha svolto una folle quanto meticolosa ricerca riuscendo a ritrovarle tutte o almeno a conoscerne il destino e ha dato vita al piacevolissimo libro “World Cup Cortinas”.
di Gianluca Ottone

6 giugno 2025

QUEL PAZZO DI ROBIN FRIDAY..


























Robin Friday, nasce il 27 luglio 1952 ad Acton, un quartiere difficile della zona ovest di Londra. Figlio della working class, Robin si avvicina sin da piccolo al mondo del calcio, ed in un certo senso il suo è un percorso da predestinato essendo la madre figlia di un ex giocatore del Brentford. Dopo aver fallito vari provini per club famosi quali QPR, Chelsea e Crystal Palace abbandona a 16 anni gli studi, si mette a fare il muratore e comincia la sua pazza carriera di calciatore nel Walthamstow Avenue Football Club, club dilettante di Londra fondato nel 1900 ed estinto nel 1988 in seguito ad una fusione con altri club. Passa poi nei "missionari" dell'Hayes, ad ovest di Londra, e quindi più vicino ad Acton, come detto quartiere di nascita di Robin. Con l'Hayes ( club di non-league anch'esso estinto di recente ) Friday guadagna 30 sterline a partita. Durante un match con la maglia biancorossa dell'Hayes Friday entra nella storia dei pazzi del calcio lasciando i suoi compagni a giocare con un uomo in meno per ben 10 minuti, tornando poi in campo, ubriaco, per segnare l'unico e decisivo goal della partita. Nei 10 minuti di assenza Robin era infatti nel pub adiacente il Church Road di Hillingdon, lo stadio dell'Hayes. Il 9 e il 12 dicembre 1972 la sua carriera calcistica prende una svolta: nel secondo turno di fa cup il Reading viene sorteggiato con l'Hayes. Il primo match in casa dei royals termina 0 a 0, il replay, a Londra vede uscire la squadra di Friday sconfitta per 1 a 0. Charlie Hurley, manager del Reading ( all'epoca club di quarta divisione ), si innamora del genio calcistico di Friday e lo porta in biancoblu l'anno successivo versando nelle casse dell'Hayes 750 sterline. Nel febbraio del 1974 debutta contro il Barnsley. I Royals perdono 3 a 2 e lui sigla una delle due reti. Pochi giorni dopo il suo esordio casalingo contro l'Exeter City; nel 4 a 1 finale per il Reading Friday sigla una splendida doppietta. La sua prima stagione è in chiaro scuro, ma Hurley è l'unico a saper gestire i suoi eccessi dentro e soprattutto fuori dal campo, e Friday colleziona 19 presenze e 4 reti in campionato.

L'anno successivo esplode il suo enorme talento: 49 presenze totali distribuite fra campionato e coppa, a fine anno è il capocannoniere della squadra con ben 20 centri, di cui 18 in campionato ( dove il Reading si classifica settimo) con appena due penalty. Nell'annata 75/76 i royals centrano la promozione in terza divisione arrivando terzi dietro il Northampton e il Lincoln City. A trascinarli è Robin che, tra una sbronza e l'altra, segna la bellezza di 22 reti in 46 presenze, di cui 21 in campionato. I suoi goal e le sue giocate gli valgono il titolo di giocatore dell'anno per il Reading. Il celebre gol nel 5-0 al Tranmere del 31 marzo 1976 è ancora impresso nella mente e negli occhi di chi c'era quel giorno, quando Friday realizzò il suo goal più bello: stop di petto appena fuori area con le spalle alla porta e veloce girata al volo senza far toccare terra al pallone che va a morire sotto l’incrocio destro della porta, con la Tilehurst end e l’intero Elm Park a spellarsi le mani. La stagione successiva è avara per Friday, i royals vanno male e a fine stagione tornano in quarta divisione, lui colleziona 21 presenze e 7 reti e viene ceduto, dopo 135 presenze e 53 reti al Cardiff City per la somma di 30mila sterline. Alcuni tifosi storici del Reading raccontano che in quell'anno Friday era spesso irrascibile e che una volta, durante il secondo tempo di un match casalingo contro lo Swindon Town, sotto una pioggia incessante, Robin si avvicinò alla tribuna chiedendo ai propri tifosi quale fosse il risultato della partita in corso. Un'altra volta, in un match contro il Preston NE venne espulso per una manata al difensore Mark Lawrenson. Friday rientrò ma non nel suo spogliatoio bensì in quello del Preston dove defecò nella borsa di Lawrenson.

Al Cardiff, all'epoca in second division, le cose andarono peggio: appena arrivato in Galles venne arrestato alla stazione centrale e la notte prima del suo debutto contro il Fulham andò in un pub a scolarsi una dozzina di bottiglie di birra per poi tornare al suo hotel. Il giorno dopo segnò due goal, a marcarlo c'era un certo Bobby Moore, che seppur calcisticamente in declino, venne surclassato dalla potenza di Robin e poi omaggiato dallo stesso Friday con una irrispettosa strizzata ai testicoli...All'interno dello spogliatoio del Cardiff tutti sapevano dei suoi problemi con l'alcool e la sua attrazione per le belle donne e l'lsd. Di quell'anno in Galles si ricordano le sue impressionanti giocate in campo divise in appena 21 presenze e 6 reti, di cui una irriverente contro il Luton nel quale Friday, capello lungo e basetta folta, venne immortalato nel gesto ( diretto al portiere avversario ) del vaffa a v effettuato con l'indice ed il medio della mano destra, foto poi che divenne anche la copertina di un disco
Jimmy Andrews, all'epoca team manager dei bluebirds, ad un giornalista che gli chiedeva come pensasse di gestire l'esuberanza di Robin rispose: " Non so quale è il suo problema, era già cosi quando lo acquistai dal Reading. Temo che Robin sia un caso disperato e irrecuperabile". Il Cardiff gli revocò il contratto, Friday tornò a Londra e iniziò la sua discesa all'inferno in un turbine di alcool, droghe e problemi mentali...

Purtroppo, per il ribelle Robin, Andrews non sbagliò: Friday, il più grande calciatore mai visto ( titolo del libro inglese a lui dedicato ), venne trovato morto nel suo appartamento londinese il 22 dicembre del 1990. Arresto cardiaco da overdose disse il medico legale. Robin aveva appena 38 anni...
di Giacomo Mallano
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