4 febbraio 2025

LEEDS UNITED. Through the ups and downs

Mi accontento di poco, mi viene fatto notare...e mi chiedono il perché di tanta passione per un club appartenente ad una città molto lontana da quella in cui sono nato. E poi, perché un club inglese? E perché proprio uno che di glorioso ha soltanto il passato e non il presente ? Non sarebbe più entusiasmante tifare un Manchester, un Chelsea o un Liverpool ? No. Non lo sarebbe. Perché tifare Leeds è molto di più, è amare il football al di là delle vittorie, anzi è un dover abituarsi alle sconfitte e alle delusioni anche se poi è proprio lì che il senso di appartenenza si alimenta e si consolida, e poco importa se blasone e bacheca impongono aspirazioni di un certo livello. Sì perché oggi permettere al cuore di sanguinare yellow, white and blue significa scontrarsi continuamente con un passato pesante e far fronte ad un presente scomodo, un presente in cui ci si trova a non poter biasimare la squadra per aver perso di fronte ad un club più ricco e più potente, e allo stesso tempo a crogiolarsi nel prendere atto di come le tifoserie avversarie ci sbattano in faccia l’ormai tristemente famoso “Leeds are fallin’ apart again” ma non possano prendersi la licenza di gridarci “who are ya” perché sanno benissimo chi siamo. Chi siamo o chi eravamo?



Domanda più che lecita di fronte ad un presente in cui certi giocatori non possiamo permetterceli, certi ingaggi non fanno per noi, e certe strategie finanziarie non si addicono alla politica scelta dalle proprietà che di volta in volta si sono insediate a Elland Road, il tutto mentre quell’ultimo titolo del ’92 anno dopo anno si allontana sempre di più in mezzo a retrocessioni, play-off persi rocambolescamente e finali di Championship da dimenticare.
Eppure quello di Batty, Dorigo, Speed, McAllister e Strachan non è il trionfo che mi ha avvicinato a questi colori, perché nonostante sia il più recente c’è una fase, anzi un Leeds, di ancor più vecchia data che negli anni e durante le mie ricerche ha solleticato le mie aree sensoriali, spingendomi a credere nell’inflazionatissimo cliché del non aver scelto ma di essere stato scelto.
È un amore che nasce da una vecchia passione, quella per il Football Inglese in generale, una passione sbocciata negli anni ’80 con le prime immagini televisive che arrivavano a dosi a dir poco parsimoniose sui canali italiani ma che all’epoca si rivelarono sufficienti a gettare il seme della curiosità e che, nel corso degli anni, hanno fatto di quella curiosità un vero e proprio slancio ad approfondire con la ricerca e con lo studio di materiale bibliografico, documentale e video. Ora, in questa mia ricerca storico-statistica mi sono ad un certo punto scoperto attratto da un club con uno dei percorsi più drammatici e allo stesso tempo più avvincenti nella storia del football inglese, fango e gloria, e poi ancora fango, e poi ancora gloria, fino al buio di questi ultimi vent’anni in cui toccare il fondo è stato assaggiare la League One e rimanerci per ben tre stagioni. Nel giro di una trentina d’anni eravamo passati dalla finale di Coppa dei Campioni persa col Bayern Monaco (1975) al momento più caotico e drammatico della nostra storia (2007), confermando clamorosamente quel famoso “we had our ups and downs” che i compositori Reed e Mason avevano profeticamente inserito nel testo del nostro inno, “Marching on Together”, alla vigilia della Finale di FA Cup 1972. 


Delusioni e amarezze, eppure più la squadra soffriva e più me ne innamoravo, più arrivavano le sconfitte e gli sberleffi dei tifosi delle rivali di sempre (Derby, Forest, le due di Sheffield, tutti con i loro cori che risuonavano a voce altissima "Leeeeeeeds are fallin' apart again") e più sentivo il legame consolidarsi infischiandosene di quei 1869 km tra qui e Leeds, da solo davanti al pc o alla tv con quel filo invisibile tra me e il Club che si fortificava nutrendosi di quella solitudine intima e personale che ha finito per divenire la vera linfa vitale del mio senso di appartenenza. Perché tifare Leeds United è molto di più che sostenere una squadra di calcio: è sentirsi un tutt'uno con persone spesso conosciute solo virtualmente sui social di riferimento (Marching on Together non è solo il nostro inno, ma anche il solo ed unico modo di vivere questa passione, insieme comunque vada), ma soprattutto è non dimenticare mai la storia e gli uomini che in passato hanno fatto grande il Club (passato che gli inglesi celebrano molto più profondamente e più adeguatamente di come avvenga in altre realtà geografiche), senza contare che il passato del Leeds è talmente affascinante e talmente avvincente da permettere al club di annoverarsi tra quelli che maggiormente incarnano tuttora lo spirito di quel football anni ‘50, ‘60 e ‘70 che resta per me la vera essenza stessa del Football con la F maiuscola. E il passato a Leeds è una cosa seria, anche oggi che la Società si dimostra essere marcatamente concentrata sul presente e proiettata al futuro grazie ad una proprietà sana, attenta e allergica alle spese inutili, ed è in quel passato che si annida la squadra cui devo questa passione, il famigerato Dirty Leeds di Don Revie, di Lorimer, di Hunter, di Clarke, di Giles, di Charlton, di Bremner e di tutti i nomi che onorarono la maglia e la città, rendendoci grandi agli occhi del mondo. Non me ne vogliano gli eroi del '92 o i giovani che oggi condividono la mia stessa passione per questi colori, ma quel football non era già più il mio football: i canoni estetici dei kit già lasciavano intravedere le prime avvisaglie del processo degenerativo che avrebbe condotto a quella centrifuga di colori, marchi e loghi che ha risucchiato il calcio moderno e contemporaneo calpestando decenni di storia e di tradizione dei clubs, mentre l’avvento delle prime piattaforme televisive a pagamento preparava il terreno alle variazioni normative pensate e concepite per lo spostare la prospettiva dai grandstands e dalle terraces al divano. Per carità, il titolo del ’92 fu un’impresa, soprattutto considerando che la promozione dalla seconda divisione era arrivata solo due anni prima, ma nel mio cuore di appassionato di campi fangosi, maglie prive di sponsor e palloni in tinta unita non riuscì ad offuscare le gesta della squadra che la battaglia di Goodison Park (7 Novembre 1964, Everton-Leeds 0-1) aveva incoronato come la più inglese tra le inglesi, un concentrato di tecnica e talento misti a grinta ed aggressività, ma soprattutto la sublimazione massima del concetto di squadra. 

Che poi, Dirty Leeds, ma dirty fino a che punto? Il fatto è che dirty era tutto il football dei ’70, talvolta fisico e brutale ma sempre schietto e genuino, e quella squadra seppe incarnarne lo spirito alla perfezione, soprattutto nella figura del suo capitano, Billy Bremner, il cui motto “side before self” ancora oggi accoglie chi entra ad Elland Road dal Jack Charlton Stand (East). Vinse molto quella squadra, eppure oggi, nelle preziose occasioni in cui ho la possibilità di parlare con gli amici di Leeds con qualche anno in più di me sulle spalle, sono i racconti delle sconfitte e dei momenti difficili che tormentano la mia curiosità, perché è lì che il legame intimo ed emotivo si corrobora e trova nuova linfa, nell’imparare come si attraversano intere stagioni di sconforto e di delusione, di retrocessioni e di umiliazioni, nell’ascoltare la testimonianza di chi era a Parigi la notte della Finale del ’75, e di chi per tutto il decennio ’80 fu costretto a dimenticare le grandi sfide con Chelsea, Arsenal e Manchester Utd per seguire la squadra a Boundary Park (Oldham), Blundell Park (Grimsby) o al County Ground (Swindon), tanto per citare alcuni esempi e sempre con il massimo rispetto per i rispettivi clubs e le rispettive fanbases. Ho imparato da tempo che scegliere di tifare Leeds è solo metà dello status, l’altra è capire e familiarizzare con cosa significa amare questi colori, ovvero una scelta destinata al “per sempre”, laddove però quel per sempre faccia leva sulla consapevolezza di salire su un vero e proprio rollercoaster, in cui ogni tappa del tracciato è scandita dal disprezzo espresso dalle tifoserie avversarie (tutte) e dall’altissima possibilità che alla fine della stagione ci si debba di nuovo leccare le ferite. Ecco, una volta fatta propria questa consapevolezza, l’importante è continuare a marciare. Marching on Together, per sempre.
di Fabio Del Secco

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