30 gennaio 2026

"FORZA FLEET. Un anno a Stonebridge road" di Gianfranco Giordano (PhotoCity), 2013

Il sogno cullato da tanti anni. Fare l’abbonamento per una squadra di calcio inglese. Prendere l’aereo due volte la settimana per andare a Londra a vedere una partita di calcio. In questo libro racconto la mia avventura, un misto di passione sportiva e follia. 
La stagione 2011/12 dell’Ebbsfleet United, squadra della Conference National. Nove mesi passati a viaggiare, vedere partite, visitare una grande città, conoscere persone e bere birra.

29 gennaio 2026

"A SHEFFIELD il derby d'acciaio" di Damiano Francesconi



Nel mondo del calcio, da sempre, esiste un connubio che ha aggiunto a questo sport un qualcosa di unico e di magico. Quante volte si è sentito parlare di calcio e lo si è associato ad una questione sociale, nella fattispecie, proletaria?
“Football & Working Class” sono due elementi che riescono a dar vita ad una miscela, senza dubbio, caratteristica che crea un forte senso di appartenenza sia in senso sociale che in senso sociologico. Se ragioniamo con la mentalità del calcio moderno è lecito pensare che un senso di classe operaia non può essere assolutamente associato ai vari magnati e sceicchi che investono miliardi su di un club, perlopiù, per fini di marketing ed immagine; quindi, forse, oggi il calcio moderno, si può affermare, senza ombra di dubbio, che ha preso forti distanze dall'aspetto proletario dal quale questo nacque.
Ci sono posti e luoghi, però, dove l'essenza del proletariato ancora è il cuore pulsante di una città anche sportivamente parlando.
Ci troviamo in Inghilterra precisamente nella regione dello Yorkshire & Humber e, dirigendosi a sud della regione, South Yorkshire, ci si imbatte nella cosiddetta “Città di Acciaio” la protagonista del nostro articolo. Siamo a Sheffield.
Durante il XIX secolo Sheffield diventò famosa a livello internazionale per la produzione dell'acciaio appunto. Proprio lì si svilupparono molte innovazioni, inclusi il crogiolo e l'acciaio inossidabile, che portarono ad un'impennata della popolazione di quasi dieci volte durante la Rivoluzione industriale. Sheffield divenne ufficialmente una città nel 1893, ricevendo il suo statuto municipale. 
La città è cresciuta molto grazie alle sue forti radici industriali e ora si fonda su una base economica più ampia. Sorge su di un terreno di tipo collinare e, per questo motivo, è nota anche con il nome di "the city of seven hills" (la città delle sette colline). Il nome Sheffield lo si deve al fiume che attraversa la città: Sheaf.
Come detto la città ha sempre avuto un'impronta di tipo proletario e proprio questo senso di appartenenza od attitudine sociale è stata portata anche sui campi da calcio delle due squadre locali.
I due club sono lo Sheffield Wednesday, fondato nel 1867, e lo Sheffield United, fondato nel 1889. Il derby tra le due compagini ha il nome caratteristico di “Steel City Derby” proprio richiamando alla produzione d'acciai all'interno delle fabbriche presenti in città. Questo derby è considerato uno dei più affascinati, storici e sentiti di tutto il Regno Unito.
Lo Sheffield Wednesday è il club più antico tra le due compagini ed è caratteristico il suo nome perché quando venne fondato si chiamava “The Wednesday Cricket Club” la cui denominazione era dovuta al giorno in cui la squadra giocava i propri incontri: Mercoledì.
I colori sociali sono storicamente il bianco e blu ed il suo simbolo, il gufo, è dal 1956 lo stemma ufficiale del club da dove prende vita il soprannome: “Owls”.
Le partite casalinghe vengono disputate all'interno del famoso impianto Hillsborough Stadium. Questo divenne l'impianto ufficiale del club a partire dal 1899 quando, il Wednesday, abbandonò l'Olive Grove.

























Per quanto riguarda lo Sheffield United, questo venne fondato, come detto, nel 1889 con il nome di Sheffield United Cricket Club in quanto riuniva anche i club di cricket presenti in città. I colori del club sono il bianco e rosso ed ha come simbolo due spade incrociate dal quale deriva il soprannome del club, The Blades (lame). Le partite casalinghe vengono giocate in un altro storico impianto britannico, Bramall Lane. Questo impianto vanta la notorietà di essere il più antico stadio al mondo ancora in grado di ospitare partite di calcio professionistico.
Per quanto riguardano i palmarès dei due club, ad oggi, lo Sheffield Wednesday può vantare nove trofei in bacheca mentre, i cugini dello United, sono fermi a cinque trofei.
Il primo derby tra le due squadre venne giocato il 15 dicembre del 1890 ad Olve Grove (vecchio impianto degli Owls). 
Fu una partita amichevole dove lo Wednesday si impose sul neonato Sheffield United per 2-1. Il primo vero e competitivo Steel City Derby, invece, venne giocato il 16 ottobre del 1893 durante la stagione di First Division 1893-1894 dove si ebbe, come risultato finale, un pareggio per 1-1. I due club, dalle loro rispettive fondazioni, si sono scontrati spesso tra la prima divisione e la seconda divisone eccetto nelle stagioni 1979–80 e 2011–12 dove le due compagini si scontrarono addirittura nella terza divisione inglese.
Tra le indimenticabili partite tra i due club, la più famosa resta quella giocata a Bramall Lane  l'8 settembre del 1951 dove, lo United, s'impose sullo Wed per 7-3. 
Il Wednesday passò in vantaggio dopo appena novanta secondi con Thomas, ma i gol di Derek Hawksworth e Harold Brook hanno dato, allo United, la possibilità di ribaltare la situazione portandosi in vantaggio di 2 reti a 1 che sarebbe stato maggiore se McIntosh, portiere del Wed, non avesse parato un rigore a Fred Furniss.
Nella ripresa Dennis Woodhead pareggiò per gli Owls dopo sessanta minuti ma, in rapida successione, Alf Ringstead , Hawksworth, Ringstead di nuovo e Fred Smith andarono a segno per lo United. Infine, Woodhead dello Sheffield Wednesday, andò in rete prima del conclusivo settimo goal di Brookha per gli Blades. Dunque, il match, si concluse con un risonante 7–3 e, a fine stagione, nessuna delle due squadre venne promossa in Prima Divisone o retrocesse in Terza Divisione. Comunque sia questa partita rimase indelebile in questa rivalità e viene ricordata, ovviamente, con più piacere dai tifosi biancorossi dello Sheffield United.
Altra battaglia che viene ricordata negli annali di questo derby storico è quella che venne rinominata “The Boxing Day Massacre”
Questa partita venne giocata il 26 dicembre del 1979 e viene ricordata come la più grande e risonante vittoria dello Sheffield Wednesday. Si giocava in quel di Hillsborough (casa del Wed) e i due club militavano, addirittura, in Terza Divisione. Il match fu praticamente a senso unico con i padroni di casa che impartirono, ai rivali cittadini, una lezione di calcio. Grazie alle reti di Ian Mellor , Terry Curran , Mark Smith e Jeff King, gli Owls ebbero ragione sugli avversari per quattro reti a zero. Lo United, all'epoca di quella partita, era in testa alla classifica mentre il Wednesday era al quarto piazzamento in classifica. La vittoria dei bianco blu spinse, gli stessi, alla promozione. E' opinione diffusa pensare che, quella vittoria e quella promozione in Seconda Divisione, abbia plasmato le fortune dei prossimi venti anni per lo Wed, mentre lo United languiva nella Terza Divisione prima di essere retrocesso, addirittura, in Quarta Divisione.
Altro scontro leggendario fu quello giocato precisamente il 24 settembre del 2017. 
In quella stagione lo Sheffield United approdò dalla League One in Championship dove, ad attenderli, c'erano proprio i rivali dello Sheffield Wednesday i quali mancarono la promozione in Premier League perdendo ai play-off nella stagione 2016-2017. Quel giorno si giocava ad Hillsborough e quella stessa partita porta un nome simile a quella giocata il 26 dicembre del 1979. Quella partita viene ricordata come “The Bouncing Day Massacre”
Appena prese il via la partita, al terzo minuto, lo United si portò in vantaggio grazie alla rete su punizione di Fleck. Al 15' ecco un'altra rete per gli Blades siglata da Clarke che portò tutto Hillsborough in un silenzio assordante eccetto i tifosi biancorossi dello United atti a sbeffeggiare gli avversari. L'orgoglio Owls non si fece attendere ed ecco che, nei minuti di recupero della prima frazione di gara, arrivò il goal di Hooper che accorciò le distanze prima del fischio finale del primo tempo. Nella ripresa, ovviamente, lo Sheffiled Wednesday ha più fame anche perché, il risultato, li vede sotto di una rete. Al 65' arriva il tanto ambito goal del pareggio, siglato dal portoghese Lucas João, che fa letteralmente scoppiare di gioia tutto lo stadio a maggioranza Wed. Il calcio, però, lo sappiamo un attimo ti porta in paradiso per poi farti ripiombare nell'inferno. Mentre i tifosi padroni di casa dello Sheffield Wednesday sono presi dai festeggiamenti, sbeffeggiamenti verso gli avversari e saltelli in ogni settore dell'impianto...arriva la doccia gelata. Al minuto 67, esattamente due minuti dopo il pareggio, su di una verticalizzazione lo United passa nuovamente in vantaggio grazie alla rete di Duffy. Improvvisamente, sopra ad Hillsborough, cala il buio totale il quale, però, dà il via agli sfottò dei tifosi Blades verso i tifosi Owls. Siamo sul 2-3. Dieci minuti più tardi, al minuto 77, la vera esplosione di gioia dei tifosi “away”. Clarke si fa largo con la forza tra i due difensori del Wednsday, Lees e Van Aken, e a tu per tu con Westwood insacca per la rete del definitivo 2-4. I tifosi di casa dello Wednesday non possono far altro che osservare i tifosi rivali atti a sbeffeggiarli con cori di scherno quali: “your not bouncing anymore!” (non salti più!). 
Quella partita viene ricordata con gioia da parte dei tifosi United più che altro per la dinamica del match in sé. Le prese in giro da parte dei Blades arrivarono a tal punto di produrre magliette, felpe, tazze da tè, bottiglie e gadget vari con su scritto, appunto, “The Bouncing Day Massacre”.
L'altra partita che merita di essere ricordata fu quella giocata il 3 aprile del 1993 in occasione della semifinale di FA Cup. La Football Association decise che quel “Steel City Derby” dovesse giocarsi in campo neutro ad Elland Road (lo stadio del Leeds United) mentre, l'altra semifinale tra Arsenal e Tottenham, si dovesse disputare sempre in campo neutro ma a Wembley. 
I tifosi di Sheffield Wednesday e Sheffield United non furono d'accordo con questa decisione, in quanto, non capita tutti i giorni di andare a vedere i propri beniamini all'ombra delle due torri che vi erano nel vecchio Wembley. Grazie alla pressione dei tifosi, spalleggiati dalla rispettive società, alla fine la Football Assosation decise di far giocare la partita a Londra presso Wembley. Il match si concluse con la vittoria per 2-1 dello Sheffield Wednesday nei tempi supplementari. Quel giorno venne raggiunto un record di media spettatori con la cifra 75.364 tifosi presenti sugli spalti dell'impianto per eccellenza del Regno Unito.
Per quanto riguardano schermaglie tra le due tifoserie, va detto, che spesso è capitata qualche scazzottata ma il tutto non ha mai avuto un'ampia cassa di risonanza di episodi clamorosamente violenti. Si dice che le due tifoserie abbiano un tipo di rapporto feroce ma sano come gli stessi rispettivi club. Basti pensare che lo Sheffield Wednesday costituito, ricordiamo, nel 1867, giocava le sue partite a Bramall Lane fino al 1889 abbandonandolo, poi, a causa di una disputa sull'affitto. Per compensare la perdita di entrate, il Comitato Cricket prese la decisione di formare un'altra squadra di calcio, così fu fondato lo Sheffield United diventando, Bramall Lane, la casa di quest'ultimi.
I due club molto spesso hanno collaborato tra di loro in onore della città stessa. 
Nel 2011 presero parte alla conferenza congiunta chiamata “Supporting Sheffield” nella quale venne annunciata una comune sponsorizzazione, da parte dei due club, di aziende produttive locali della città di Sheffield. I due sponsor locali erano Westfield Health (un'organizzazione sanitaria no-profit) ed il Gilder Group (un concessionario di automobili).
Arrivati a questo punto penso sia doveroso fare delle riflessioni conclusive. Probabilmente con il calcio moderno che orbita, ormai, tutto attorno al denaro l'essenza di classe operaia associata al “mondo pallonaro” sta andando sempre più scemando. A Sheffield i tifosi dei due club ancora sono orgogliosi delle loro radici e del loro senso di appartenenza sociale. Questo lo si percepisce sia ad Hillsborough che a Bramall Lane dove, i rispettivi supporters, ogni settimana lavorano nelle fabbriche e nelle acciaierie della città e, quando arriva il weekend, ci sono soltanto gli Owls oppure i Blades. Tutto il resto non conta più. Anche se non sono tra i club più titolati d'Inghilterra, il loro senso di appartenenza, la loro passione, la loro sana rivalità vale, probabilmente, più di qualsiasi fuoriclasse che possa, un giorno magari, approdare ad una delle squadre.

Che sia Sheffield Wednesday o Sheffield United, che sia Owls oppure Blades, che sia bianco blu o bianco rosso...QUESTA E' SHEFFIELD!
di Damiano Francesconi

27 gennaio 2026

"GEORGE BEST. Il Migliore" di Paolo Marcacci (Kenness). 2024

George Best: un nome che non smette di esercitare il suo fascino su ogni appassionato di calcio, anche su quelli che non hanno avuto la fortuna di vederlo giocare. Il migliore dell’epoca che annovera anche Pelé, a giudizio proprio di quest’ultimo e non è un paradosso: è la sintesi di una carriera straordinaria e intensa, nella sua brevità; paradossale nel suo toccare l’apice con la prima Coppa dei Campioni vinta da una squadra inglese e nell’iniziare, contestualmente, un declino precoce, segnato da un percorso di autodistruzione. Una sorte che fa riflettere sul fatto che due parole come dribbling e drink, in fondo, iniziano allo stesso modo. La storia di un ragazzino timido della Belfast protestante nato con un dono, che lo porterà a bruciare le tappe di un destino irripetibile in tutte le sue accezioni possibili e immaginabili. Dionisiaco dentro come fuori dal terreno di gioco, Best suo malgrado si trovò a incarnare il paradosso di un talento dal quale scaturisce un successo non del tutto gestibile. C'è il respiro dell’epos nellle imprese calcistiche di Best con la maglia del Manchester United, ed emergono profonde riflessioni esistenziali quando si racconta del Best uomo, dei suoi eccessi, e delle sue battaglie – perse in modo anch’esso inimitabile – contro i propri demoni.

26 gennaio 2026

"ROLLS ROYCE" di Giuseppe Lavalle

SE CHIEDI QUANTO COSTA, NON SEI UN CLIENTE ADATTO PER QUESTA VETTURA.
Si sintetizza così il mito elitario ed esclusivo della più lussuosa marca di automobili del mondo, la Rolls Royce. Tutto inizia 4 maggio del 1904, quando ci fu un incontro speciale da cui doveva nascere di qualcosa di molto speciale. In Inghilterra, nella sala da pranzo dell'hotel Midland di Manchester, si incontrarono un ricco giovane dal nome di Charles Stewart Rolls, rampollo di una famiglia d'Inghilterra, e il commerciante di auto Frederick Henry Royce.

I due condividevano la passione per i motori e si intesero subito. Amavano le auto, affascinati dagli orizzonti che il nuovo mezzo dischiudeva al mondo e ai loro occhi. Nell'incontro scoccò la scintilla di un sodalizio che ha dato vita a uno dei nomi più blasonati della storia industriale, in modo particolare dell'automobile. Rolls fino ad allora aveva dimostrato di essere un abile uomo di commercio; Royce aveva fatto fortuna come industriale. Dai progetti un po' visionari dei due nacque la Rolls-Royce che a più di un secolo dalla sua nascita continua a essere vista come il top dei top in tema di auto di prestigio.
Charles Stewart Rolls, nato nel 1877, si appassiona all'automobile fin dagli anni dell'università: già nel 1896 guida una Peugeot Phaeton 3,5 Cv. Piacere personale a parte, la sua innata vocazione per la tecnica e l'ingegneria (a 15 anni aveva dotato la casa della sua famiglia di impianto elettrico) lo guida anche negli studi, portandolo a conseguire un diploma in tale settore. Significativo (e curioso per il suo lignaggio) il soprannome che si guadagna in quegli anni: "Dirty Rolls", Rolls lo sporco, per il suo essere sempre bisunto a causa del suo trafficare attorno alle auto. In breve, l'automobile diventa la sua attività. Nel 1902 crea la C.S. Rolls and Co, società che svolge attività commerciale e di riparazione di autovetture nella zona di Londra.

Henry Royce aveva tutt'altra origine. Nato il 27 marzo 1863, già da ragazzino comincia a lavorare come fattorino per le Poste londinesi. Poi uno zio si fa carico di farlo studiare in una delle più importanti scuole tecniche. Inizia così un cammino dapprima tecnico poi anche imprenditoriale.
Nel 1884 infatti Royce fonda la sua F.H. Royce & Co, produttrice di motori e meccanismi elettrici. La sua prima vettura è una Decauville a due cilindri. In breve nasce in lui il desiderio di qualcosa di più potente, magari concepito e prodotto la lui stesso. E infatti costruisce tre piccole vetture Royce, con motore di due litri di cui gli appassionati dicono un gran bene. 
In questa attività Royce conosce Henry Edmunds che resta entusiasta della vettura prodotta da Royce e ne parla agli amici, tra cui c'è Charles Rolls di cui è buon amico. Proprio Edmunds si convince che dall'incontro tra le due R possono nascere cose importanti e combina il citato appuntamento all'hotel Midland di Manchester.
Dopo qualche Royce, cominciano le vendite della nuova vettura, la Rolls-Royce, il cui marchio era composto da due R rosse, proprio sopra il radiatore, già monumentale sin dagli esordi. Due anni dopo la Rolls-Royce Limited assorbe la società di Rolls e nell'atto di acquisizione si legge l'obiettivo di produrre tutto quanto fosse attinente al trasporto a motore “per terra, aria e mare”. Un obiettivo più che centrato vista la produzione successiva di motori marini e d'aereo. Nel 1906 Rolls vince la corsa del Tourist Trophy, con una Rolls-Royce 20HP. Intanto, proprio in quel periodo Royce mette a punto una vettura molto più potente e più grande: la Silver Ghost, con motore a 6 cilindri di sette litri che sviluppava 48 cavalli a 1200 giri. Elegante, silenziosa, comoda e soprattutto affidabile, nel 1907 uno di questi esemplari compie l'impresa di percorrere 14.371 miglia senza spegnere il motore e quasi senza fermarsi. 
Da allora la storia della Rolls Royce è stata un susseguirsi di modelli sempre più raffinati, eleganti e imponenti. Nel 1910 in un incidente aereo muore Charles Stewart Rolls. 
Due anni prima, in Francia, aveva compiuto il suo primo volo al fianco di Wilburn Wright, uno dei fratelli iniziatori dell'aviazione, e subito Rolls si era innamorato degli aeroplani. Oltre che ad avviare l'attività motoristica col marchio Rolls Royce, diventa subito pilota e proprio in una manifestazione aerea a Bournemouth, il 10 luglio del 1910, perse la vita.

Ma la Rolls Royce non si fermò ed Henry Royce la fece crescere ampliando i settori di attività, sia quello delle auto che quella dei motori da aerei. Pur con l'attività dei motori per aerei (fondamentali per l'industria bellica della prima e seconda guerra mondiale) la Rolls Royce è sempre rimasta la casa automobilistica più prestigiosa con una serie di modelli via via sempre più ricercati e soprattutto con livelli di qualità e affidabilità mitiche. Un mito che la stessa casa sapeva coltivare molto bene. Nel 1931 la Rolls Royce acquista anche la Bentley, potenziandosi così come la maggiore realtà automobilistica per le limousine di rappresentanza e prestigio. Purtroppo in quegli anni viene a mancare anche Henry Royce, che cuore il 22 aprile del 1933, con la sua azienda ormai affermata. Da allora le vicende della Rolls Royce sono proseguite con momenti alti e bassi. Per decenni comunque il gruppo ha compreso sia le auto che i motori di aereo, poi nei primi anni 70 c'è stata la separazione, anticamera della vendita del ramo auto. 
Nel 1980 la Rolls Royce passa al gruppo Vickers e nel 1998 la parte automobilistica approda al gruppo Volkswagen in un accordo che la vedrà poi passare alla Bmw il primo gennaio del 2003. Fra i tanti aneddoti sulla Rolls Royce c'è quello che racconta di un nobile inglese che compie un viaggio in Africa con la sua Rolls-Royce e a un certo punto resta in panne. In modi fortuiti riesce a inviare una richiesta di aiuto alla sede della fabbrica, spiegando che cosa si era rotto. Dopo qualche giorno per vie ancora più fortuite arriva al viaggiatore disperato una cassa contenente il ricambio per la sua Rolls-Royce in panne. Così che il viaggio riprende fino al ritorno a Londra, dove l'automobilista in questione vuole saldare il suo debito e chiede alla Rolls-Royce il conto: "Impossibile: le Rolls Royce non si guastano mai" è la serafica risposta della casa.
di Giuseppe Lavalle, da Fever Pitch

24 gennaio 2026

FIRST Division. Football & cultura britannica. Dove la storia del calcio inglese si scrive tra una pinta al pub, l'odore del Bovril e il brivido delle vecchie terraces.

23 gennaio 2026

"I QUATTRO MESI DI BURNLEY. Romanzo hooligan tra amore e guerra" di Davide Lombardo (BePress), 2025


"I quattro mesi di Burnley. Romanzo hooligan tra amore e guerra" è un libro di Davide Lombardo, pubblicato da Bepress nel novembre 2025. Il libro, di narrativa moderna e contemporanea, ha 142 pagine.
È descritto come un "romanzo hooligan tra amore e guerra", suggerendo che la trama ruoti attorno a tematiche di tifo calcistico estremo, relazioni personali e conflitti, sebbene i dettagli specifici della storia non siano disponibili nei risultati della ricerca.

22 gennaio 2026

"WEST BROMWICH ALBION TILL I DIE" di Simone Galeotti

Le luci dell’espresso proveniente da Londra squarciano l’oscurità della sera.

Sei vagoni di prima e seconda classe marchiati dallo stemma della casa reale. È il treno della regina Vittoria diretto verso la Scozia. I finestrini rigidamente chiusi. Vittoria, discendente Hannover, pare non gradisse troppo gli odori di questa zona d’Inghilterra, a causa della fuliggine che ricopriva l’area. Il luogo? la Black Country
, divisa fra l'area di Birmingham e Wolverhampton. Orgoglio e vanto dell'industria britannica con le sue miniere di carbone e i centri siderurgici. Oggi dell'Inghilterra Vittoriana resta solo un concetto artistico-letterario ma con un particolare invariato da allora, ovvero il senso di comunità presente fra la popolazione e si nota nel carattere un pochino rude e affilato. Insomma il
West Bromwich Albion non poteva che nascere dove il verbo del calcio si fa duro come in pochi altri posti al mondo. Immaginiamola allora la West Bromwich di fine Ottocento, quella radunata nel dopolavoro, impegnata in scommesse poco raffinate dietro ai pub, in fangose arene improvvisate. Qualche pound in palio per la vittoria del proprio gallo da combattimento, fra pinte gocciolanti e urlacci sdentati. Inutile storcere il naso, le leggi che vietavano questo tipo di pratiche da queste parti non funzionavano. Tempacci direbbe qualcuno e bisognava trovare dei passatempi. 
Poi finalmente si incomincerà a parlare di “football” durante le pause mensa, all’uscita dal lavoro, in animati capannelli; berretti in testa e giacche sporche, sotto lampioni morenti, battuti da un vento insolente. 
I più giovani avevano visto un paio di partite e ciò bastava, pare mancasse solo la cosa principale: il pallone. A West Bromwich non esistevano negozi di articoli sportivi, ce n’era uno a Wednesbury, pugno di case annerite a qualche miglio di distanza. Fu così che un gruppo di lavoratori della George Saleter’s Spring Work, fabbrica specializzata nella costruzione di utensili da cucina, il 20 settembre 1878 non solo acquisteranno una sfera fatta con veschiche di maiale e rivestita in cuoio ma fondano l'embrione del West Bromwich Albion dove il suffisso richiamava al distretto in cui abitavano la maggior parte degli operai della George Salter’s
A quel punto occorreva trovare un posto adatto e soprattutto definitivo per continuare a giocare. Dartmouth Park, Coopers Hill, Bunn’s Feld, Stoney Lane (soprattutto) i primi luoghi scelti per ospitare le partite, ma anche parchi e piazzole contrassegnati da divise con tonalità diverse, almeno fino al 1885 quando si deciderà di indossare le strisce verticali biancoblù. Intanto il WBA si trasferirà sul campo di Stoney Lane, dove diventerà un club professionistico raggiungendo tre finali di FA Cup consecutive. Nel 1900 l’impianto di Stoney Lane però era uno dei peggiori della massima divisione, tanto che le presenze si erano drasticamente ridotte ponendo il club di fronte a una possibile crisi finanziaria. Occorreva trovare una soluzione alternativa a maggior ragione considerando che il contratto di locazione stava scadendo. La scelta migliore risultò essere un terreno di dieci acri leggermente fuori città in un’area ricoperta da cespugli di biancospino. Traduzione letterale, The Hawthorns. Il primo impianto inaugurato dall’inizio dell’secolo, diventando nel corso degli anni The Shrine (il Santuario), che aprì i battenti ufficialmente lunedì 3 settembre 1900, quando l’Albion pareggiò 1-1 con il Derby County di fronte a una folla di 20.104 presenti. Reti di Steve Bloomer per il Derby, e Chippy Simmons per i padroni di casa. 
Quello del biancospino è un aspetto peculiare anche per il crest societario. Si racconta che la squadra frequentasse un locale dove era tenuto in gabbia un tordo, un uccello canoro di piccole dimensioni. Fu scelto come stemma della squadra e ovviamente fu fatto poggiare su un ramo del suddetto arbusto. “Baggies” quindi (o Throstles) ma se vogliamo aggrapparci alle teorie mettiamole un paio sul tavolo. Una è legata al fatto che il termine prendesse spunto dai larghi pantaloni (baggy trouser) usati dai lavoratori delle fonderie per proteggersi dai lapilli di ferro incandescenti, oppure sussistono la possibilità che l’etimo sia legata ai custodi dei due ingressi originari di The Hawthorns, che al termine delle partite, scortati da due poliziotti, trasportavano agli uffici del club l’incasso del match dentro sacchetti di tela di grandi dimensioni. 
Divergenze: il dibattito resta aperto. È il periodo di Jessie Pennington detto Peerless, un ragazzone che giocava terzino sinistro e che è entrato di diritto nella storia dell’WBA per aver raccolto quasi 500 presenze fra il 1903 e il 1922. A dirla tutta sventò anche una truffa organizzata da un certo William Bioletti (toh, di origine italiana) di mestiere “scommettitore” che provò a corrompere Pennington per cercare di far vincere l’Everton nella partita del 29 settembre 1913. Sette anni dopo Jessie si sarebbe anche laureato campione d’Inghilterra con i Baggies, evento finora unico, contrassegnato dai 37 centri di Fred Morris.

Facendo uno scomodo salto temporale sarà il decennio degli anni Sessanta il periodo più fertile del club, quello del Re:
Jeff Astle. Meglio conosciuto come Jeff “the King” Astle. Nato a Eastwood, nel Nottinghamshire, nel bel mezzo delle Midlands. Nella stessa strada nativa di un grande personaggio della cultura inglese, il poeta DH Lawrence, un romanziere vigoroso e originale che rispecchiò efficacemente la rivolta della sua generazione contro l'epoca vittoriana e non a torto considerato profeta e mistico del sesso con quasi mezzo secolo di anticipo sui figli dei fiori. In ogni caso Astle diventerà il primo giocatore a segnare un goal in ciascun turno di FA Cup. Dentatura da castoro e aplomb da personaggio da commedia, diventò un calciatore professionista nel 1959, all’età di 17 anni, quando firmerà un contratto con il Notts County. Un classico centravanti dei suoi tempi che apprenderà molto da quello che in molti reputavano la sua musa d’ispirazione ovvero Tommy Lawton. Nel 1964 Astle passerà per 25,000 sterline al West Bromwich Albion. Ed è certo che quella rete segnata all’Everton dopo tre minuti dal fischio d'inizio del primo supplementare nella finale di FA Cup del 1968 è stato senza dubbio il più importante della sua carriera. Un colpo da biliardo dopo una prima ribattuta, che indirizzò la palla color ocra nell’angolino alto della porta difesa dall’estremo difensore dei Toffes. 

Poche ore dopo il trionfo di Wembley sul ponte che attraversa un canale a Netherton, su Cradley Road, nel cuore della Black Country compare la scritta a caratteri cubitali ASTLE IS THE KING. Il ponte perde per volontà popolare il suo tradizionale nome, Primrose Bridge, per divenire per tutti Astle Bridge. Nemmeno le ferree autorità locali riuscirono a ristabilire l’ordine toponomastico del luogo perché, quando decisero di cancellare la scritta, questa torno a far bella mostra nel giro di poche ore. Probabilmente ad Astle è mancato solo il titolo della First Division, della quale comunque è stato capocannoniere nella stagione 1969-70 con 25 reti segnate. Nel programma Football Fantasy League, il 19 gennaio del 2002 Jeff Astle ebbe un malore mentre si trovava a casa della figlia. Il rapido trasporto al vicino ospedale di Burton on Trent fu vano e così a soli 59 anni “Il Re” lasciava questo mondo per salire le scale dell’Olimpo dei grandi. Il giorno dopo la sua scomparsa a The Hawthorns era il pomeriggio del derby contro il Walsall, deciso da una rete di Jason Roberts, (nipote di Cyrille Regis un’altra leggenda dei Baggies) che sollevandosi la maglia bianco-blu, mostrò al suo pubblico una t-shirt con l’immagine di Astle. Anche nella morte Jeff Astle ha segnato un record, purtroppo meno invidiabile degli altri. A lui fu riconosciuta la morte “per causa di servizio”, in inglese "death by industrial injury". In pratica il coroner disse che Astle aveva subito dei microtraumi al cervello, dovuti ai frequenti impatti della testa con la palla. Una disgrazia quasi paradossale. "Astle is the king, Astle is the king, the Brummie Roaders sing this song, Astle is the king"

E' l’11 luglio 2003, e a The Hawthorns dedicarono al loro grande eroe l’ingresso del nuovo East Stand, una lunga cancellata ricoperta di sciarpe e fiori denominata Astle Gate. I cancelli della memoria. Negli anni settanta durante il regno di Don Howe il WBA retrocesse mestamente in seconda divisione, tornando fra i grandi solo nel 1976 guidati in panchina dal player manager Johnny Giles. E se in questo periodo esiste un giocatore che ha incarnato benissimo lo spirito di questa terra, il perfetto assioma fra Black Country e calcio inglese, quello è senza dubbio Tony Brown. Antony all’anagrafe di Oldham, dove nasce nell’ottobre del 1942. Introverso e gran lavoratore, deve convivere con una particolare forma d’asma. Non il massimo per chi è costretto a respirare nella cintura urbana, grigia e umida di Manchester. Ma a quattordici anni, quando ancora non ha sviluppato i suoi baffi da pirata dei sette mari, i consulti medici lo incoraggiano e lo indirizzano verso l’attività sportiva. E il problema tende rapidamente a scomparire. Nelle formazioni giovanili scolastiche si guadagna l’attenzione dei maggiori club del circondario, prima di tutti quelle del Manchester City. Ma lui a differenza di Jimmy Grimble, tifa per l’altra squadra della città, lo United, e decide di prendere la strada verso Old Trafford. Il palcoscenico dell’immenso teatro che gli si para innanzi, è calcato da troppe stelle, Tony non riuscirà a inserirsi bene, e allora arriva il provino con il WBA. Un incontro fortunato e decisivo per entrambi. Nascerà un amore assolutamente ricambiato a livello umano, mentre dal lato prettamente tecnico nascerà una mezzala agile ed estremamente prolifica, che dal dischetto si dimostra un’autentica sentenza. Spettacolare il goal messo a segno in una partita persa contro lo Sheffield Wednesday in FA Cup, quando da 35 metri gira al volo alle spalle del portiere della nazionale inglese Ron Springett. Meno bello ma sicuramente più pesante quello infilato alla squadra della sua città, l’Oldham, che varrà la promozione dei Baggies in First Division nel 1976. 

Impossibile non ricordare anche nel 1974 farà il suo esordio nel WBA Bryan Robson, “Captain Marvel”, con molta probabilità il miglior giocatore inglese degli anni '80. Leader carismatico, grande trascinatore, un giocatore di impareggiabile impegno e determinazione dotato di buona tecnica. Devastante quando portava il pressing, così come, quando sfruttando il suo piede dolce lanciava i compagni con passaggi sontuosi. "Robbo", un formidabile "ruba palloni". Nei suoi confronti si usava spesso questa frase: "C'mon Robbo, win it for us". Con i Baggies segnerà quaranta reti in sette anni. Lì lascerà nel 1981 per approdare in un mediocre Manchester United, per una cifra vicina ai 2,7 milioni di sterline. Sono gli anni degli ultimi squilli di gloria. Nel 1978 Big Ron Atkinson raggiunge le semifinali di FA Cup, ma dove il frizzante Ipswich Town di Bobby Robson estromette i baggies dalla finale. Per un club del livello del WBA una delle notti più belle arrivò nel dicembre del 1978, all'inizio di un inverno gelido che alla fine avrebbe privato il WBA del trofeo che quel lato celestiale di arguzia, verve e genio avrebbe meritato. Negli ottavi della Coppa UEFA a The Hawtorns arrivò il Valencia, ampiamente riconosciuto come una delle migliori squadre d'Europa e in quella stagione, schierava il regista della Germania Ovest Rainer Bonhof oltre, cosa più importante, l'attaccante Mario Kempes, il marcatore emblematico nella vittoria dell’Argentina in quella grandinata di telescriventi alla Coppa del Mondo di quell'estate. A Valencia Laurie Cunningham oscurò Kempes, e alla fine uscì un precario 1-1 A The Hawthorns, Tony Brown segnò un rigore nel primo tempo, vennero annullati altri due goal, poi Cyrille Regis colpirà un palo, e subito dopo Tony Godden salvò il risultato parando un calcio di punizione. Laurie Cunningham languido ma fulmineo metterà in mezzo per l'accorrente Tony Brown che fattosi il giusto spazio colse il cross perfetto del compagno e la palla finirà nell'angolo più lontano della rete. Per usare le parole del commentatore Hugh Johns: "Questo è quello che serviva!"
Poi, un lento inesorabile declino, con effimeri successi, e qualche presenza a Wembley per i play off di categoria, Premier sfiorate o subito perdute. Se per ipotesi Bryan Robson avesse sognato un degno erede nel cuore del centrocampo forse potrebbe rivedersi per qualche misura in Graham Dorrans, che Tony Mombray portò a West Bromwich nel 2008. Un ragazzo di Glasgow, composto, creativo, combattivo e coerente che guidato da Roberto di Matteo conquistò la Premier League ma durerà poco. The Lord's My Shepherd… we are Albion.

20 gennaio 2026

"DUBLINO 90" di Francesco Scarrone (Rogas), 2017


Dublino, 1990. Dopo esser stato squalificato per aver truccato una partita, il calciatore Ted Sullivan viene reintegrato in squadra nel tentativo di recuperare una stagione fallimentare. Ma gli anni sono passati, per lui e per gli altri, e il calcio non è l'unica preoccupazione che affligge Bob McDermot, l?estroverso allenatore dei Ramblers, che coinvolge Sullivan in una serie di tragicomiche situazioni alla ricerca di una salvezza innanzitutto finanziaria, fra banche, creditori e commercialisti usurai. Una rappresentazione della società e della nefasta realtà economica attraverso le gesta calcistiche di un gruppo di eterogenei disgraziati che sanno rispondere alle difficoltà della vita, colpo su colpo, con umorismo e ironia.

19 gennaio 2026

"LE SFACCETTATURE SOCIALI DEL FOOTBALL AL CENTRO DI IMPORTANTI EVENTI ISTITUZIONALI IN REGNO UNITO" di Gianluca Sardi

Nei giorni scorsi, in una Londra dal tipico clima invernale e da una lucente atmosfera natalizia, in qualità di Director dell'Institute for Research on Anglo-Italian Comparative Law and Bioethics ho avuto l'onore di partecipare ad alcuni eventi istituzionali di notevole rilievo, nel corso dei quali si è avuto modo di riflettere anche sulle sfaccettature sociali del calcio.

Il primo appuntamento ha avuto luogo nella sede storica della Royal Institution of Great Britain, situata ad Albermarle Street, nel cuore di Mayfair. L'istituzione in questione, di cui sono diventato Patron la scorsa estate, è stata fondata nel 1799 ed è stata riconosciuta come ente pubblico da una deliberazione del Parlamento di Westminster del 1810. 
Sin dai suoi albori, la Royal Institution si è sempre distinta per la promozione e lo sviluppo della ricerca scientifica ai più alti livelli e, nel corso dei secoli, ha visto numerosi suoi membri (tra i quali giova ricordare Ernest Rutherford, George Porter e Sir John Gurdon) ricevere il Premio Nobel. Durante l'incontro con la Director Katherine Mathieson, la Fundraising Manager Matilda Brady, il Magnifico Rettore dell'Università degli Studi di Teramo Christian Corsi e il Presidente di The Association of Italics Leonardo Simonelli Santi, ho avuto modo di sottolineare le numerose iniziative di carattere accademico e sociale che il Millwall Football Club e il Millwall Community Trust organizzano a supporto delle comunità di South London. In particolare, si è fatto riferimento all'accordo di cooperazione scientifica con il Lewisham College (che permette agli studenti più meritevoli iscritti ai corsi di giornalismo di svolgere una parte significativa delle attività didattiche nella sala stampa e nelle aree media dello stadio The Den e del Millwall Community Trust), alla Lions Food Hub (una mensa sita nel quartiere generale del Community Trust, proprio a fianco della tribuna principale del campo di gioco, che da sei anni garantisce centinaia di pasti caldi al giorno gratuiti per i residenti del quartiere) e al Divert Officer presso la stazione di polizia di Lewisham (che offre un percorso di riabilitazione ai giovani denunciati per la commissione di crimini di non particolare gravità - l'esito positivo del percorso suddetto può portare all'estinzione del reato).

La giornata è proseguita nella nuova sede dell'Ambasciata d'Italia a Londra, sita nell'incantevole Buckingham Gate, proprio di fronte a Buckingham Palace, centro nevralgico della vita istituzionale del Regno Unito. All'interno della prestigiosa sala Giuseppe Verdi e alla presenza del Vice Capo Missione Ministro Riccardo Smimmo, si è avuto modo di evidenziare nuovamente il ruolo del football nel sociale, con precipuo riguardo agli Employability Hubs. 
Tale iniziativa, che ha luogo a cadenza regolare nella sede del Millwall Community Trust, consiste nell'organizzazione di workshop, seminari e incontri face to face tra i rappresentanti delle più importanti aziende londinesi e i giovani residenti dei quartieri limitrofi allo stadio (in special modo, Southwark e Lewisham), in modo tale da favorire l'inserimento lavorativo delle nuove generazioni. 
In occasione della visita istituzionale in Ambasciata, il Ministro Smimmo è stato formalmente invitato a visitare The Den e il Millwall Community Trust.

Nel pomeriggio, gli incontri presso la sede dell'Italian Chamber of Commerce and Industry for the UK (alla presenza del Presidente Roberto Costa e del Vice Segretario Generale Carolina Sanfratello, i quali nel 2025 hanno già assistito alle partite casalinghe del Millwall rispettivamente contro Bristol City e Swansea City, entrambe vinte dai dockers) e il Consolato Generale d'Italia a Londra (dove siamo stati accolti dal Console Generale Domenico Bellantone) hanno preceduto il ricevimento di Natale (Christmas Reception) alla Camera dei Lord, organizzato dalla stessa Camera di Commercio Italiana. Nel corso di quest'ultimo evento, che ha visto le partecipazione anche del Barone Russell of Liverpool (membro della Camera dei Lord), dell'Ambasciatore Pasquale Terracciano (Capo della Delegazione di Londra del Sovrano Militare Ordine di Malta) e del Delegato di Londra e Vice-Presidente dell'Accademia Italiana della Cucina Maurizio Fazzari, il sottoscritto ha avuto modo di sottolineare ancora una volta "la complessità del calcio" (per riprendere il concetto evidenziato più volte dal leggendario Filippo Galli, campione dentro e fuori dal campo), le cui innumerevoli sfaccettature non cessano mai di stupire e di offrire delle chiavi di lettura significativamente varie e degli spunti di riflessione assolutamente preziosi, a beneficio dell'intera collettività.

Ringrazio Max Troiani, con i cui meravigliosi libri sono cresciuto, per la preziosa ospitalità sul blog FIRST Division.

16 gennaio 2026

"IN INGHILTERRA CON GLI OASIS" di Giulio Carlo Pantalei (Perrone Editore), 2025


Nell'anno che consacra la reunion degli Oasis, l'evento musicale più atteso del decennio, Giulio Carlo Pantalei, inglese d'adozione, ci accompagna come a bordo di una supernova nel Regno Unito attraverso la storia e i brani iconici dei fratelli Gallagher, ricostruendo tra note e parole la geografia sentimentale della generazione che ha vissuto l'affermazione del Britpop e del nuovo Indie d'Oltremanica nei seminali anni Novanta. Londra, Manchester, Knebworth, Cambridge, Liverpool, la provincia e la campagna britannica: con una solida esperienza di vita e di musica in terra d'Albione, l'autore intreccia alcune delle proprie irripetibili esperienze – dalle registrazioni nei leggendari studi di Abbey Road sino all'incontro con Noel Gallagher – con l'ascesa degli Oasis nell'olimpo del rock.

15 gennaio 2026

[MISTER FOOTBALL] "HIGHBURY e la battaglia.." di Roberto Gotta

«Poiché il conto in cui viene tenuta l’Italia non è molto alto, i maestri si degnano di collaudarci ma non ritengono di aprire Wembley per dei povericristi come noi». 
Gianni Brera, Storia critica del calcio italiano, 1975.

Il riferimento di Brera è alla celeberrima Inghilterra-Italia del 14 novembre 1934, la partita poi passata alla storia come ‘La battaglia di Highbury’. Highbury, appunto, non Wembley, che aveva aperto le sue porte 11 anni prima con la finale di FA Cup. L’annotazione di Brera (1919-1992) riprendeva considerazioni simili antecedenti alla sua carriera professionale, ripetute poi fino allo sfinimento da molti che hanno analizzato, a dire il vero con scarsissima varietà, la partita. 
Ma c’è un errore di base, quello della mancata contestualizzazione: lo stadio di Wembley, nel 1934, era famoso per la finale di coppa, per le sue dimensioni fuori dal comune, per la sua collocazione in una zona lontana dal cuore della città ma ancor più per le corse dei cani e gli eventi di ogni tipo che i proprietari organizzarono per scongiurarne la chiusura, però non aveva minimamente il prestigio nazionale e internazionale raccolto in seguito, e soprattutto aveva ospitato l’Inghilterra SOLO per la sfida biennale contro la Scozia, scelta (solo in minima parte, peraltro) dovuta al generoso contributo economico che molti appassionati scozzesi avevano dato per la costruzione, per motivi che lo stesso Simon Inglis, maestro di chiunque ambisca a raccontare stadi, non è mai riuscito a spiegare. Highbury, invece, aveva una notorietà enorme: era lo stadio dell’Arsenal, il club forse più famoso al mondo grazie al sistema di gioco portato dall’allenatore Herbert Chapman (morto a gennaio 1934) e ai due titoli (e tre coppe) vinte nelle stagioni precedenti, dal 1932 aveva una tribuna, la West Stand, ritenuta la più bella di tutta l’Inghilterra, nel 1923 era stato il primo stadio inglese ad ospitare una partita ufficiale contro una squadra non britannica (Belgio), era vicino alla sede della BBC ad Alexandra Palace e godeva di ottimi collegamenti con i mezzi pubblici grazie alla fermata della metropolitana Arsenal (che per opera di Chapman aveva cambiato nome giusto due anni prima, 5 novembre, dal precedente Gillespie Road). 
Dunque si può tranquillamente affermare che per gli inglesi ospitare l’Italia ad Highbury e non a Wembley voleva dire onorarla, altro che snobbarla. Del resto, tra il 1874 e il 1914 la nazionale giocò 56 partite in 14 stadi di 17 diverse città, il 34% delle quali a Londra, mentre tra il 1920 e il 1951 le partite furono 55 in 21 stadi, 26 delle quali (47%) a Londra. E 11 furono ad Highbury, compresa quella del 26 ottobre 1938 contro Il Resto d’Europa, che aveva alto valore simbolico in quanto celebrava i 75 anni della fondazione della Football Association, la federazione, e dunque fece ulteriormente capire come quello fosse lo stadio delle grandi partite internazionali. Tutto cambiò solo con la Seconda Guerra Mondiale, durante la quale Wembley ospitò parecchie partite non ufficiali di club (le varie FA o Football League War Cup Finals) e della nazionale, più sfide di vario tipo tra cui un Belgio-Olanda con squadre composte da sfollati dei due paesi, e con le Olimpiadi 1948: fu il momento in cui lo stadio divenne famoso in tutto il mondo per il calcio, e in patria si accorsero che ci si poteva giocare non solo la finale di coppa ma pure, e quasi sempre, la nazionale. È questa notorietà, tardiva rispetto all’inaugurazione ma fresca alla mente di chi valutava, che ha condizionato erroneamente molti giudizi sulla sede di quell’Inghilterra-Italia.

Qui sopra due curiosità legate alla partita e (dalla mia collezione) una pagina del programma ufficiale di Arsenal-Chelsea del 10 dicembre 1932 con l’inaugurazione della West Stand ad opera del Principe di Galles Edward, che nel 1936 sarebbe asceso al trono come Edoardo VIII salvo abdicare pochi mesi dopo per l’impossibilità di conciliare la figura del Re con il matrimonio con un’americana non nobile e perdipiù due volte divorziata, Wallis Simpson. Edoardo lasciò il trono al fratello minore Albert, padre di Elisabetta: entrambi re e regina, dunque, solo per la rinuncia di Edward.

13 gennaio 2026

"LA TRAVERSA SPEZZATA" di Antonello Cattani (Urbone), 2020

Le ballate non sono solo una espressione romantica, ma rappresentano la memoria tenace della storia di una Nazione.
Questa ballata celebra quello che accadde a Wembley nel 1977. 
Nel tempio del football inglese ogni scozzese si sente più scozzese che altrove. La “Tartan Army”, la tifoseria scozzese che in kilt e maglia blu segue in tutto il mondo l’amata nazionale, quando scende a Londra va nel cuore del nemico. Esce dal sottosuolo delle stazioni, passa accanto a Buckingham Palace, occupa festosamente Trafalgar Square e infine entra gonfio d’orgoglio nel tempio sacro dell’avversario.
Sotto il sole o sotto la pioggia, maglie bianche contro maglie blu. Il gigante sassone contro il piccolo guerriero gaelico. Secoli di storia emergono dalla memoria: le battaglie trionfali di Stirling e di Bannockburn, ma anche la disfatta di Culloden, la tragedia delle pulizie etniche, e altro ancora. La disfida non è più su un campo di battaglia, ma su un terreno di gioco. Ma in palio c’è molto di più. Così può capitare che una traversa si spezzi. Per quale motivo?
Il lettore lo scoprirà leggendo le pagine di questo romanzo, che intreccia realtà e fantasia, personaggi realmente esistiti ed altri immaginari. Una storia scozzese, raccontata con tutta la passione possibile da parte non di un semplice appassionato, ma di un vero innamorato della Scozia.

12 gennaio 2026

🇬🇧UK in ITALY. TUTTO PER IL CELTIC. "I Celtic Insubri" & "Memocelts" di Boretti Alessandro

I Celti Insubri, prima fanzine italiana su una squadra di calcio scozzese, nacque su iniziativa di Massimiliano Bordignon, reporter di Milano; io conobbi questa fanzine durante il ritiro estivo che il Celtic trascorse a Carisolo nel 1993; partecipai attivamente all’iniziativa e poi presi il testimone viste le difficoltà avute dal Bordignon. Si interessarono dell’iniziativa gli amici romani e cambiammo il nome in Memocelts, grazie al contributo prezioso di Max Troiani, Massimiliano Morganella, Nima Rafat (saluto tutti con stima).
A quel tempo avevo più tempo da dedicare alla fanzine e soprattutto al Celtic perciò redigemmo questo giornalino in maniera discreta ed ironica sulla nostra squadra del cuore. Era un bellissimo modo per tenerci in contatto e al tempo stesso avere notizie dei Bhoys. L’ultimo numero di Memocelts uscì nel ottobre/novembre 1998. I Celti Insubri uscirono con il 1° numero Ottobre 1992, vennero fatti 6 numeri fino a gennaio 1994, poi fu sostituito da Memocelts di cui uscirono 20 numeri da gennaio 1994 a ottobre ’98.
Questo tipo di fanzine credo sia stata unica nel suo genere, calcolando che per 6 anni non ci fu mai sosta di pubblicazione.

La pubblicazione ciclostilata era a supporto del club "The Italian Bhoys" ora "The Italian Celts C.S.C".

10 gennaio 2026

FIRST Division🇬🇧, il calcio inglese di una volta..

Il fascino dei vecchi piccoli stadi, le pinte al pub con gli amici, il match programme della partita, le ends che si muovevano ondeggiando ai goals della propria squadra, il pallone 18 panels rigorosamente bianco, il portiere con la maglia verde ed i pantaloncini come quelli dei compagni, il profumo forte degli hot dog con cipolla nei dintorni dello stadio oppure l'amarissimo Bovril, per i più "vecchi" i rumorosissimi turnstiles oppure.. i totalisator a lato dei campi di gioco? atmosfera unica, irripetibile..

Ecco FIRST Division, un punto di riferimento di chi ha vissuto tutto questo e chi lo sogna..


"STORIE E LEGGENDE DELLA FA CUP" di Vincenzo Paliotto (Urbone), 2017

(Prefazione Simone Galeotti)
La FA Cup è la competizione calcistica più antica del mondo e già questo basta probabilmente per caricare questa manifestazione di tutto il fascino possible. Ad ogni modo, ripercorrerne la storia, le leggende e le imprese è eccezionalmente emozionante soprattutto passando attraverso i suoi aneddoti, le storie improbabili ed in particolar modo i giant killing, che rendono la Coppa d’Inghilterra unica ed inarrivabile.
La FA Cup costituisce l’essenza del calcio e degli amanti di un football che forse non c’è più e che stenta anche a sopravvivere, ma che in questa Coppa miracolosamente ancora esiste.

9 gennaio 2026

"SOGNI E REALTA'. Un viaggio nella FA Cup e nel cuore del calcio inglese" di Stefano Faccendini (Ultrà Sport), 2018

Nel panorama calcistico mondiale, la FA Cup è indubbiamente il torneo a eliminazione diretta più affascinante, e rappresenta una tradizione impossibile da replicare. A molti appare come un residuo del passato, un curioso anacronismo che si affianca ogni anno allo spettacolo sfavillante della Premier League. Ma c'è una FA Cup che inizia ad agosto e finisce a gennaio e una che inizia a gennaio e finisce a maggio. Qualsiasi squadra ai nastri di partenza del turno extra preliminare è solo a tredici partite da Wembley. Basta vincerle tutte. Forse non sarebbe possibile nemmeno in un romanzo, ma a nessuno è proibito sognare, anche solo per una notte, anche solo per novanta minuti. 
Per farci vivere da vicino questi sogni, Stefano Faccendini ha seguito, partita dopo partita, l'edizione dell'FA Cup 2017-18.
Ne è uscito un libro di viaggio, un viaggio al centro del calcio inglese. Un libro che ci racconta di impianti sportivi persi nel nulla, di tifosi incredibilmente appassionati, di partite fra calciatori che sembrano appartenere a universi distanti anni luce, ma che per un pomeriggio si sfidano alla pari, e ogni tanto capita che non vinca il migliore.

8 gennaio 2026

LA STORIA DELLA FA Cup (part 1) - Dalla prima edizione al 1900






















La FA Cup.
Un vero mito per qualsiasi bambino inglese, che sogna un giorno di poter alzare il trofeo tra il giubilo dei tifosi della sua squadra, forse il primo legame con il calcio d’oltre manica per gli appassionati stranieri, inebriati dalla storia e dalla tradizione di questa competizione. E sì, perché quello che colpisce è proprio l’elemento storico della FA Cup, il più antico torneo calcistico sulla faccia della terra, istituito dagli inventori del calcio moderno, gli inglesi. Le tante finali appassionanti, gli eroi per un giorno sul palcoscenico indimenticabile di Wembley, ma anche le squadre dilettantistiche che fanno soffrire, ed alcune volte battono, le grandi, gli infiniti turni preliminari, i replays, che una volta potevano essere pure quattro o cinque, i tutto esaurito negli stadi di ogni dimensione e categoria. E’ anche questo mischiarsi senza criterio tra squadroni come Arsenal o Manchester United e piccoli team di provincia come Yeovil Town o Altrincham che alimenta il fascino della Coppa: sorteggio secco, niente teste di serie ed altre alchimie da calcio moderno. E poi la soddisfazione non è solo vincerla, ma pure giocare le semifinali in campo neutro e soprattutto arrivare alla finale a Wembley (beh, una volta era così, ma tra poco tornerà ad esserlo, non più però all’ombra delle mitiche torri). L’Imperial Stadium gremito all’inverosimile, perfettamente diviso a metà tra le due tifoserie, che quasi ti arrabbi se non hanno colori in forte contrasto tra loro, così da poterti godere l’effetto cromatico della bandiere e delle sciarpe al vento, il delirio dei festeggiamenti e la delusione cocente degli sconfitti. 

Ma come e quando nasce tutto ciò? Dall’intuizione di Charles Alcock (nella foto a destra), uno dei fondatori nel 1863 della Football Association, che nel 1871 lanciò l’idea di creare un torneo ad eliminazione diretta sulla falsariga di un gioco che lo stesso Alcock aveva praticato per anni nella sua scuola di Harrow, nel nord di Londra. Alla prima Coppa d’Inghilterra, che si tenne nel 1872, parteciparono 15 squadre, tra cui gli scozzesi del Queens Park di Glasgow, poi protagonisti sfortunati negli anni a venire. Il pareggio dava il passaggio del turno ad entrambe le squadre, e dal momento che gli abbandoni non erano infrequenti, il tabellone riusciva sempre ad essere uniformato alle forze rimaste. Al Queens Park fu dato diretto accesso alle semifinali – i calciatori di allora erano tutti dilettanti ed il biglietto per Londra costava abbastanza – ma il pareggio con i Wanderers, la squadra di Alcock, prima sorpresa nella storia della FA Cup, costrinse gli 18 scozzesi, a corto di fondi, a ritirarsi dalla competizione. Fu così che Wanderers e Royal Engineers si disputarono la prima finale, davanti a 2.000 persone, al Kennington Oval di Londra, oggi come allora un campo di cricket. Era il 16 marzo 1872, ben 131 anni fa. Le pesanti maglie di cotone dei Wanderers contrapponevano i colori nero,viola e rosa ad un più sobrio rosso e blu dei Royal Engineers, sconfitti da un gol di Betts al quindicesimo minuto e costretti a giocare in dieci per un infortunio quasi tutto il match. Il trofeo fu consegnato solo tre settimane dopo in una serata di gala tenutasi a Pall Mall. L’anno successivo i Wanderers si ripetono contro l’Oxford University, al Lillie Bridge. Il 1873 è anche l’unico caso di edizione giocata con la qualificazione automatica alla finale della detentrice del trofeo, esperimento che non verrà più ripreso. Per un altro po’ di anni si contendono la vittoria finale squadre di universitari, oltre ai Wanderers, vincitori per ben cinque volte, due i successi degli Old Etonians, uno dell’Oxford University, dei Royal Engineers (nel 1875, per 3-0 nel replay, prima finale ripetuta della storia) e degli Old Carthusians. La finale è sempre al Kennington Oval, senza mai superare i 7-8.000 spettatori, mentre nei turni preliminari non sono rare le rinunce o i problemi logistici. Ma il numero delle squadre partecipanti inizia a salire, team del nord o di quartieri londinesi cominciano a dire la loro. Già nel 1880 i Clapham Rovers si impongono in finale, e devono passare solo tre anni per vedere la vittoria di una squadra del nord, il Blackburn Olympic. Le squadre del nord erano quasi professionistiche, a testimonianza che, come oggi, tanta era la passione nelle regioni più settentrionali dell’Inghilterra. Dopo la tripletta dal 1884 al 1886 dei Blackburn Rovers, le prime due vittorie in finale con il Queens Park, unica squadra scozzese a raggiungere la finale della FA Cup, si capisce che il football sta attirando sempre più l’attenzione delle masse. Nei primi anni ’80 si supera la soglia delle 100 squadre iscritte, nel 1886 i primi club dilettantistici affermatisi agli albori della competizione iniziano a sparire a causa dell’emergente professionismo, dichiarato legale. Le finali vedono la presenza di più di 10.000 tifosi sempre più appassionati. 
Nel 1887, anno della prima vittoria dell’Aston Villa, giocano l’FA Cup squadre di tutto il Regno Unito. La squadra sconfitta è il WBA, e per questo derby si muoveranno da Birmingham e da West Bromwich più di 8.000 persone. Il WBA si rifarà l’anno dopo, mentre nel 1889 si impone il Preston, siglando il primo double, dopo essersi aggiudicato l’edizione d’esordio del campionato inglese e finendo anche la stagione imbattuto in assoluto. E’ evidente che le squadre fondatrici della Football League quegli anni la fanno da padrone, sempre con una netta predominanza delle formazioni del nord, che vincono, oltre che con i Rovers anche nel 1890 e nel 1891, con il WBA nel 1892, ultima finale al Kennington Oval, con i Wolves l’anno successivo, prima finale giocata fuori Londra, a Manchester al Fellowfield per continuare con Notts County (finale a Liverpool, al Goodison Park), Aston Villa, Sheffield Wedsnesday, ancora Aston Villa, Nottingham Forest, Sheffield United e Bury, impostosi nella prima edizione del nuovo millennio, nel 1900. Dal 1895, fino al 1914, la finale si disputerà al Crystal Palace Stadium a Londra. Tra queste la finale più appassionante è quella del 1897, tra Aston Villa ed Everton, conclusasi con un 3-2 molto lottato, mentre nel 1890 il 6-1 inflitto dai Blackburn Rovers ai malcapitati Sheffield Wednesday è il risultati più netto avutosi in un atto conclusivo tra le edizioni fino al 1900. Intanto già negli ultimi anni del diciannovesimo secolo le squadre più forti vengono 19 esentate dai primissimi turni, le iscrizioni aumentano in modo vertiginoso mentre il calcio inizia a far concorrenza sul serio a cricket, corse dei cavalli e canottaggio. Se si pensa che la finale del 1873 fu giocata al Lillie Stadium, vicino al Tamigi, proprio per attirare il numeroso pubblico accorso ad assistere alla concomitante classica del remo tra le università di Cambridge ed Oxford, allora l’evento con la e maiuscola, e si esamina la situazione alcuni decenni dopo, si capisce come quello che diventerà il Beautiful Game appassioni sempre più il pubblico inglese.
di Luca Manes, da "UK Football please"

LEGGI la prossima puntata.
LA STORIA DELLA FA Cup (part 2) - Dal 1900 alla seconda guerra mondiale.

7 gennaio 2026

🏆"LE PRIME VOLTE DELLA FA Cup!" di Giacomo Mallano

Dai Sacri Libri della storia della FA Cup, ecco una una curiosa raccolta di ‘Prime Volte’:

- LA PRIMA FINALE.
La prima FA Cup Final fu disputata il 16 marzo del 1872 al Kennington Oval di Londra. Di fronte Wanderers e Royal Engineers, che si esibirono davanti a 2.000 spettatori, paganti dei circa 5 pence del biglietto.
- IL PRIMO GOL DELLA STORIA DELLA COPPA.
Della storica giornata dell’11 novembre 1871 abbiamo già detto tutto nel corso del racconto. Secondo i resoconti, il primo gol ufficiale della storia della Coppa (e del calcio mondiale) fu realizzato da Jarvis Kenrick del Clapham.
- IL PRIMO GOL IN UNA FINALE.
Anche di questo abbiamo parlato; la vittoria di misura dei Wanderers sui Royal Engineers fu firmata da Mortin Peto Betts, più noto forse con lo pseudonimo di A.H. Chequer.
- LA PRIMA DOPPIETTA IN UNA FINALE.
Thomas Hughes dei Wanderers andò in rete due volte nel replay della finale del 1876, finita 3-0 sugli Old Etonians.
- IL PRIMO AUTOGOL IN UNA FINALE.
Il poco invidiabile primato appartiene ad uno dei Padri del Calcio, Lord Kinnaird, anche se per quasi un secolo se ne persero le tracce. Nella finale del 1877, infatti, Kinnaird difendeva la porta dei Wanderers, e ad un certo punto indietreggiò oltre la linea di porta con la palla fra le mani. L’arbitro assegnò il gol all’Oxford, ma per qualche strano motivo i rapporti ufficiali non ne fecero menzione. Fu così che per molto tempo il risultato della finale fu per tutti 2-0, fino a quando qualcuno rimediò all’errore storico e Lord Kinnaird non tornò sui libri di storia anche in questa sezione…
- IL PRIMO A SEGNARE IN DUE FINALI SUCCESSIVE.
Alexander George Bonsor segnò con gli Old Etonians nel 1875 e 1876, gol inutili in entrambe le occasioni. Curiosamente, Bonsor vinse due FA Cup con i Wanderers nel 1872 e 1873, senza però riuscire a segnare.
- IL PRIMO A SEGNARE IN TRE FINALI SUCCESSIVE.
Questo record è invece di Jimmy Brown del Blackburn Rovers. In gol per la prima volta nel 1884 contro il Queen’s Park, Brown si ripetè nel 1885, ancora contro gli scozzesi. Completò la tripletta nel 1886 contro il WBA, battuto per 2-0.
- IL PRIMO A SEGNARE IN OGNI TURNO DI FA CUP.
Archie Hunter dell’Aston Villa riuscì nell’impresa nell’edizione 1886-87, anche se i Villans furono esonerati dal quarto turno. Sandy Brown del Tottenham giocò e segnò in tutte le partite del 1901.
- IL PRIMO GOL A WEMBLEY.
Lo realizzò David Jack nella Finale del Cavallo Bianco del 1923 fra Bolton e West Ham. L’ultimo fu invece quello di Di Matteo (Chelsea) nella finale del 2000 contro l’Aston Villa, l’ultima giocata al vecchio Wembley prima della demolizione.

5 gennaio 2026

"TUTTO PREMIER LEAGUE. Storia, aneddoti e numeri del campionato più sfarzoso del mondo" di Angelo Tuttobene (Urbone), 2019

Il 1992 è lo spartiacque tra l’èra del glorioso e romantico vecchio football d’Albione e l’attualità sfarzosa del soccer moderno globalizzato. La nascita della Premier League avvenne quando le 22 squadre della First Division, allora affiliate alla Football League, decisero di seguire il fruscio dei pounds e creare una lega autonoma irrorata da sponsor e diritti televisivi.
Quest’opera ripercorre le intricate vicende che hanno portato all’accordo con BSkyB di Rupert Murdoch che con abili investitori ha inaugurato un modello di governance del calcio, diventato egemone a livello mondiale. Gli stadi sembrano sempre più teatri con posti a sedere e la confusione delle terraces è rimpiazzata dalla consuetudine della membership card. Ci sono ancora sacche di resistenza sugli spalti d’Oltremanica, ma è giunto il momento di fare un primo bilancio storico e statistico.
Nel volume troverete, tutti i risultati, informazioni storiche e statistiche, i record, i top e flop players, le classifiche, le rose complete, le presenze e le reti di tutti i giocatori che hanno fatto parte delle squadre della “Super Lega”. Inoltre sarà possibile consultare tutti i tabellini delle finali della FA Cup, della League Cup e del Community Shield, arricchito dal racconto anno dopo anno dei fatti salienti delle 27 stagioni della massima serie inglese.
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