30 dicembre 2025

"IRON TOWNS. Città di ferro" di Anthony Cartwright (66thand2nd) - 2017

Sul corpo di Liam Corwen sono tatuati i protagonisti della storia del calcio, Eusébio, Van Basten, Ronaldo. Una storia nella quale ha rischiato di entrare anche lui, che appena maggiorenne esordì in nazionale senza toccare palla. 
E ora, a distanza di quasi vent’anni, si appresta a chiudere una carriera deludente nella squadra di Iron Town. O, come vorrebbero i suoi abitanti, Iron Towns: antiche roccaforti siderurgiche ridotte a «un labirinto di vecchie officine» scoperchiate, «strane reliquie metalliche», villaggi bruciati, stregati come le brughiere del leggendario regno di Mercia.
Con due matrimoni falliti alle spalle e un figlio che vede solo in webcam, il bilancio della vita privata di Liam non è diverso da quello dei suoi amici di sempre, Dee Dee, Goldie, Mark Fala, le donne e gli uomini delle «città di ferro», ormai arrugginite come le ambizioni di una generazione tradita dalla Storia, ma caparbiamente in attesa di un riscatto personale e collettivo. Ancora una volta Cartwright ricorre alla metafora del football per narrare mondi scomparsi, quelli di una solidarietà operaia ormai sconfitta e di un calcio sempre più estraneo al suo unico, legittimo proprietario: il pubblico. Mondi ricoperti da uno strato di cenere sollevata da incendi che non hanno mai smesso di bruciare.

29 dicembre 2025

"L'ULTIMA ROSA DI LEEDS" di Simone Galeotti

A Leeds l'inverno è talmente egocentrico che ogni anno pretende di essere il più freddo di sempre. Scatena un vento pungente che ti sferza la faccia, duro, come le vocali strette degli inglesi del nord. Un inverno così lungo che sembra nessuno si ricordi cosa c'era prima a parte quella breve parentesi autunnale che piega gli alberi e riempie le strade di foglie morenti. Il sole? Una band d'apertura che si sgola qualche minuto e poi cede il passo al protagonista. 
A precipitazioni che si abbattono al suolo tramando contro l'eroismo di piccoli fiori sbocciati nei giardini di Bramley, di Horsforth o di Roundhay e inzuppa l’erba di Elland Road facendo lacrimare gli occhi di bronzo della statua di Billy Bremner.. Suvvia lo scenario non è poi così cupo, in ogni caso benvenuti a Leeds, porta d'ingresso dello Yorkshire, dove le brughiere si alternano ai villaggi, in un coloratissimo patchwork di colture e vegetazioni.

Benvenuti nella città del Leeds United AFC. Ma non iniziamo subito ad associare questa squadra con quella che per circa un decennio, a cavallo fra gli anni '60 e '70, visse un autentico periodo da protagonista sia in Inghilterra sia in Europa, raccogliendo trofei importanti insieme a beffarde sconfitte, conosciuta con il celebre soprannome di dirty Leeds, uno spiritato manipolo guidato in panchina dalle occhiatacce e dai basettoni da ispettore di Scotland Yard di Donald "Don" Revie.

Jack Charlton, John Giles, Peter Lorimer, Norman Hunter, Allan Clarke, Billy Bremner off course, tanto per fare una mini fabbrichetta da ufficio anagrafe; un undici etichettato come rude, sleale, tanto da essere etichettato dagli avversari con quel nomignolo citato in precedenza, a torto o a ragione. Nel 1974, va detto, raggiungerà in ogni caso la finale di Coppa dei Campioni senza Revie perchè chiamato a guidare la nazionale e il suo nemico giurato Brian Clough sarà inopinatamente chiamato a domare gli afrori di Elland Road solo che, dopo 44 giorni di frustrazioni, litigi e rabbia, lasciò capre e cavoli sotto la panca di Jimmy Armfield, traghettatore sereno senza troppa scorza, fino a una Parigi sognata dove il Bayern Monaco, non senza oggettive recriminazioni, si imporrà per due reti a zero. Si è vero, non erano una comitiva di santi, ma alla fine, nel calcio l'aggettivo “sporco” o “cattivo” potrebbe fare compagnia a molte altre squadre che si vantano di avere una fedina penale pulita e che invece di misfatti dentro e fuori il rettangolo verde ne hanno combinati diversi.

Agli inizi degli anni ‘90, dopo essere tornata nella massima serie arrivò un inaspettato titolo di campione d’Inghilterra grazie soprattutto all’ innesto del talento di Eric Cantona. Oui, Cantona, un marsigliese, istrionico, geniale, ruvido. Nel gennaio 1992 farà un provino con lo Sheffield Wednesday allenato da Trevor Francis. Gli venne offerto un secondo provino ma ciò provocò il risentimento del giocatore che offeso decise di firmare per il Leeds United, diventando una colonna della dei bianchi di Howard Wilkinson. Non solo Cantona, quella era la squadra del portiere John Lukic, del terzino Tony Dorigo e dei suoi ricci sempre perfetti, della grinta dell'irlandese Gary Kelly, delle scorribande del povero Gary Speed, dell'esperienza di Gordon Strachan, della fermezza dello scozzese McAllister, del barcollante ma puntualissimo centravanti Lee Champan, e del velocissimo Rod Wallace. 
Le speranze del Manchester United anch’esso alla ricerca di risalire sul trono nazionale vennero soffocate dalla spuma dello champagne stappato a Elland Road. Fu l’ultimo campionato prima dell’avvento della patinata Premier League, la fine del calcio inglese, amen, con nostalgica ammissione, e l'iniziò di un era diversa, globale, che piaccia o meno. 
A conti fatti quel gruppo segnerà un epoca e per favore, stavolta però non chiamatelo sporco, non chiamatelo maledetto, chiamatelo solo e più semplicemente Leeds United.
"Marching on together...."

27 dicembre 2025

"STILE INGLESE, QUELLO DI TRUEFITT&HILL" di Giuseppe Lavalle

Due parole che racchiudono un mondo intero. Un mondo fatto di gesti, di storie, di abitudini e comportamenti. Modi di fare che hanno reso uno stile di vita, quello inglese appunto, un esempio di comportamento per molti. L'Inghilterra, con la sua grande avventura imperialistica, ha imposto i suoi princìpi, i suoi costumi ed un suo modello di eleganza, anche attraverso figure esemplari che hanno gettato le basi dello stile classico maschile, da Lord Byron a Lord Bèau Brummèll, da Oscar Wilde al duca di Windsor. 
A Londra questo stile lo si ritrova nelle vie dell’eleganza a St James, dove il buon gusto è declinato nelle sue varie forme. Una delle quali, il gentleman’s grooming, è custodita da Treufitt&Hill al 71 di St James's Street, nell’aristocratico quartiere di Mayfair. Treufitt&Hill è il barber shop più famoso al mondo. La prima poltrona venne messa nel 1805 da William Francis a Long Acre (Londra), nello stesso anno in cui l'Ammiraglio Horatio Nelson vinse la battaglia a Cape Trafalgar in nome del Re d'Inghilterra Giorgio III e del suo Primo Ministro William Pritt il Giovane. Il negozio venne aperto in qualità di “Court Wigmaker, Court Hair Cutter and Court Head Dresser”. I notabili dell’epoca infatti, dovevano tenere i capelli regolati per poter indossare le classiche parrucche bianche che necessitavano anch’esse di frequenti interventi per essere sempre presentabili e Truefitt, con la sua professionalità, offriva alla sua clientela un livello di qualità e di servizio unico al mondo. 
Di questo se ne accorsero anche i Reali d’Inghilterra, che da oltre nove regni si recano presso il negozio di St James; mentre Sua Altezza Reale il Duca di Edimburgo attende i barbieri della Truefitt a Buckingham Palace o al Castello di Windsor per abbandonarsi ad una seduta di grooming eccezionale ed alle fragranze uniche ed evocative delle atmosfere della nobiltà di una volta. Questo real servigio vale alla Truefitt&Hill il Royal Warrant, la garanzia reale che viene rilascata ai fornitori della monarchia britannica. Il Royal Warrant ha più di cinquecento anni, già nel dodicesimo secolo veniva usato da Enrico II, nella forma di Royal Charter, un documento cartaceo in cui la casa Reale annotava il nome dei suoi fornitori. I Royal Warrant sono conferiti a persone o compagnie che abbiano regolarmente, ed almeno per cinque anni consecutivi, fornito, con prodotti o servizi, un membro della Casa Reale. 
Oggi i Royal Warrant possono essere concessi solo da tre membri della famiglia reale e sono soggetti a regolare revisione. Ciò che rende esclusivo ed importante il RW, è che ogni membro della famiglia Reale può conferire un solo Royal Warrant per ogni singola tipologia di prodotto o servizio. Esistono rigide norme che regolamentano e notificano i Warrants e sono tutelate da un’apposita Commissione, il Royal Household Tradesmen’s Warrants Commitee

Solo le aziende che hanno ottenuto questo riconoscimento possono utilizzare la dicitura
"By appointment..." e mostrare le Royal Arms, ossia lo stemma reale, nella loro carta intestata e sui propri prodotti. E questo stemma apparve sui prodotti Truefitt soltanto nel 1875 quando la compagnia iniziò anche l’attività di produzione per la commercializzazione di profumi, essenze e prodotti per la rasatura e per la cura dei capelli. Prodotti che resero il marchio ancora più esclusivo ed unico, capace di appagare le aspettative più difficili e perfino strava­ganti dei suoi clienti. Come quella da cui è nata la famosissima C.A.R. lotion, una lozione per capelli ribelli creata ai primi del ‘900 su espressa domanda degli intraprendenti membri del Royal Automobile Club (RAC) i quali, abituati a viaggiare in decappottabile per rag­giungere le loro residenze di campa­gna o spostarsi nelle diverse località della Costa Azzurra in cui erano soliti trascorrere i mesi più freddi, neces­sitavano di un prodotto che tenesse in ordine i loro capelli, evitando che venissero scompigliati dal vento. 
La fama di cui godeva è testimoniata anche dal ritrovamento tra i resti del relitto del Titanic, affondato nel 1912, di molti prodotti Truefitt ora in mostra al Museo Marittimo di Greenwich ed alla esposizione permanente di New York. Nel 1935 la Truefitt acquistò il vicino concorrente Edwin Hill fondendo le due attività nella Truefitt&Hill. Questo evento segnò l'inizio di un nuovo successo. Dando uno sguardo ai quaderni degli appuntamenti di Truefitt&Hill, accuratamente custoditi negli anni, si scopre che sono stati registrati come clienti i personaggi più importanti e più noti di ogni epoca, come lo Zar Nicola di Russia, Sir Wiston Churchill, John Wayne, Lord Lawrence Olivier, Frank Sinatra, Gary Grant, Alfred Hitchock oltre ai vari membri della famiglia reale. 
Nel 1955 al 150° Anniversary Dinner il padrino d’eccezione fu un fedele cliente: il Visconte Montgomery di Alamein. In questa occasione disse, con tipico british sense of humor: “Io non so se potrò scoprire la prossima targa commemorativa tra 150 anni, ma spero di assistere a questa cerimonia da un luogo non troppo caldo!”. Fu sempre Montgomery, che subito dopo la vittoriosa campagna in Nord Africa, inviò a Truefitt un pezzo di un elica di un aeroplano tedesco abbattuto dando istruzioni per la realizzazione di due spazzole una per lui ed una da regalare al Generale Eisenhower. Il giorno prima dell’Invasione dell’Europa trovò il tempo di scrivere a Truefitt per confermare di averle appena ricevute, di gradirne molto la fattura e garantendo che le “avrebbe portate con se fino a Berlino”. Oggi da Truefitt&Hill sono ancora attivi barbieri che vantano oltre 60 anni di servizio. Alcuni dipendenti sono ancora ricordati per l’impronta che diedero al prestigio della casa e tra loro il fedelissimo collaboratore John B. Donnel di cui resta conservato il manoscritto originale del 1860 che lo legava a Truefitt, forse il primo esempio di un contratto di collaborazione in esclusiva.

Oppure Miss Amelia West giunta a Londra nel 1880 dagli Stati Uniti e che prestò servizio per 60 anni come manicure o Miss Christine Drew che le succedette e che si ritirò dopo 62 anni di attività nel 1973. O ancora C. Rutland che preparò le essenze, le lozioni ed i profumi dal 1895 al 1961 per passare poi l’incarico a Miss Joyce. Truefitt&Hill non chiuse l’attività un solo giorno neanche durante i pesanti bombardamenti della seconda guerra mondiale. L’unica eccezione venne fatta per onorare il giorno della morte di uno dei suoi clienti più affezionati: Sir Wiston Churchill. Nel 1994 Truefitt&Hill ha spostato l’attività all’indirizzo attuale, 71 St.James’s Street, a pochi passi dal palazzo residenziale della Famiglia Reale. Negozi Truefitt&Hill sono presenti anche negli USA e in Canada dove l'antica arte dei barbieri inglesi è riproposta con particolare cura e molto apprezzata. Ancora oggi le sue fragranze inglesi tradizionali della migliore qualità, gli accessori da barba e da toelette dai nomi che evocano l'indimenticabile eleganza e grandezza dei tempi andati, sono studiate, preparate e prodotte con tecniche moderne e con la cura e la selezione che una tale reputazione pretende, proponendo una linea di prodotti marchiati Truefitt&Hill che incontrano e soddisfano i gusti sofisticati e rigorosi dei consumatori odierni. Degli attuali clienti non viene divulgata per discrezione la lista. Una seduta da Truefitt&Hill, sulle poltrone da barbiere solennemente allineate con precisione militare, per un taglio di capelli, una rasatura con pezzuoline calde applicate sul viso ed una perfetta manicure, regala certamente la piacevolezza di aver ricevuto un accurato servizio degno di un dignitario di Corte, e magari perché no, anche la possibilità di poter parlare amabilmente col cliente a fianco, per poi scoprire che quella gradevolissima persona altri non era che...
di Giuseppe Lavalle, da Fever Pitch

26 dicembre 2025

"MADE IN ENGLAND: Luci e ombre del football dei Maestri" di Luca Manes (BradipoLibri), 2008

Stadi comodi e sicuri come il salotto di casa. La violenza degli hooligans (quasi) del tutto sconfitta. Il campionato più ricco del pianeta, che tra diritti televisivi, sponsor e merchandising fattura la mirabolante cifra di 1,8 miliardi di sterline l’anno. 
Ma se la Premier League è una vera e propria macchina da soldi, come se la passano le realtà minori e soprattutto come si è arrivato a quello che in Italia per tanti versi viene definito in maniera un po’ stucchevole il “modello inglese”?
Dal nuovo Wembley al vecchio Highbury, dalle terraces agli all seater stadium, ma anche da come sono cambiati il tifo e le abitudini dei tifosi a come viene gestito l’ordine pubblico delle partite, passando per il ruolo delle televisioni e degli altri media, fino ad arrivare ai football trust e ai club gestiti dalle organizzazioni di supporter. Un excursus nella sempre affascinante realtà del football d’oltre Manica, con tanti richiami ad un passato carico di tradizione, passione ma anche tragedie e lati oscuri e la descrizione di un presente dove non è tutto oro quello che luccica.


24 dicembre 2025

MERRY Christmas 2025!!

 

"KEN BAILEY. LA MASCOTTE D'INGHILTERRA" di Max Troiani


Ken Bailey (1911–1993) è stato il tifoso più iconico delle nazionali inglesi di calcio e rugby, noto per averle seguite con ineguagliabile dedizione per oltre trent'anni. Visse gran parte della sua vita nella città di Bournemouth, sulla costa meridionale dell'Inghilterra. Sebbene fosse nato a Burnham-on-Sea, nel Somerset, nel 1911, si stabilì a Bournemouth dove divenne il residente più celebre della città.

Si autoproclamò la mascotte "non ufficiale" dell'Inghilterra, diventando un volto fisso sugli spalti dagli anni '50 fino alla sua scomparsa. Ciò che lo rendeva unico era il suo inconfondibile abbigliamento: un completo "tops and tails" con gilet e cappello a cilindro decorati con la bandiera del Regno Unito, e guanti bianchi.
Oltre al suo personaggio pubblico, Bailey, originario di Bournemouth, conduceva una vita tanto ordinaria quanto eccentrica: lavorava come impiegato civile e scriveva una rubrica sociale con lo pseudonimo di "Genevieve". Era anche un appassionato nuotatore che sfidava il gelo del mare ogni Natale.
La sua dedizione lo portò a ricevere il prestigioso titolo di "Freeman of Bournemouth", la massima onorificenza cittadina riservata a chi compie servizi eccezionali per la comunità. Questo titolo, puramente onorifico oggi, lo ha celebrato come simbolo vivente della sua città. Bailey detiene un primato unico al mondo: è l'unico uomo a essere stato sia un insignito di tale onore che un personaggio della celebre serie di miniature Subbuteo.
La sua figura, sebbene talvolta controversa, è ricordata da molti come quella di una persona simpatica e un "grande personaggio". Con la sua morte nel 1993, l'Inghilterra ha perso un simbolo di folclore sportivo mai più eguagliato.

23 dicembre 2025

[MISTER FOOTBALL ] "WILLIE YOUNG. Red Scotsman" di Roberto Gotta

Uno dei giocatori più caratteristici di un’epoca, una colonna della difesa dell’Arsenal tra anni Settanta e anni Ottanta, dopo gli inizi all’Aberdeen e il passaggio al Tottenham, due stagioni per poi raggiungere ai Gunners il suo ex allenatore Terry Neil. 
‘Jennings-Rice-Nelson-Talbot-O’Leary-Young-Brady-Sunderland-Stapleton-Price-Rix’, in ordine di numero di maglia che all’epoca aveva un senso, la potrei recitare anche nel sonno, ed era la formazione dell’Arsenal finalista di FA Cup nel 1979, la famosa ‘finale dei cinque minuti’ contro il Manchester United, 3-2, la seconda delle tre consecutive che Young giocò. Difensore centrale deciso e coraggioso, con una statura imponente che utilizzava per intimorire gli avversari, fu protagonista di una lunga serie di episodi tipici della sua epoca, fatta di avventatezza e sregolatezza. Uno, purtroppo, gli costò la nazionale scozzese: era il 3 settembre 1975 si era appena giocata Danimarca-Scozia per le qualificazioni agli Europei 1976, vinta dagli ospiti 1-0 con gol di Joe Harper, e la squadra era tornata a cenare in hotel, a Vedbaek, località 22 chilometri a nord di Copenhagen. I giocatori avevano poi avuto il permesso di uscire, a patto di tornare non oltre l’1 di notte. Così fecero tutti, e lo staff tecnico, guidato dall’allenatore Willie Ormond, se ne andò a dormire. Cinque furbetti, però, uscirono dalle loro stanze e andarono al bar dell’hotel: erano Harper, il leader Billy Bremner e tre membri della Under 23 vittoriosa la sera prima, appunto Young, Pat McCluskey e Arthur Graham, a cui il Ct Jimmy Bonthrone la sera prima aveva inizialmente dato, poi tolto, il permesso di uscire. Young a dire il vero era un po’ incerto, perché Bonthrone era anche il suo allenatore di club, all’Aberdeen, e dunque lo avrebbe rivisto neanche 24 ore dopo il rientro, ma Bremner lo rassicurò dicendo «tranquillo, io qui conto più di lui» (ed era vero). 
I cinque versarono un bicchiere di liquore addosso ad una cameriera, Anne Simonsen, che subito (e giustamente) si lamentò con il gestore. La ragazza peraltro aveva commesso due errori fatali, ovviamente del tutto slegati dalla cafonata dei cinque: aveva chiesto di lavorare quella notte, pur non essendo di turno, perché sperava in mance consistenti e di fare pratica con l’inglese, obiettivi utopistici - entrambi - per chi ha a che fare con degli scozzesi (…). 

Dopo una mezza rissa con il DJ del locale, che a quanto pare aveva allontanato Graham autore di una richiesta musicale sgradita, era arrivata addirittura la Polizia, che però aveva creduto alle promesse dei cinque di un comportamento migliore. Sì, come no. Tempo mezz’ora e i ‘Copenhagen Five’, come vennero poi chiamati dalla stampa, erano al Bonaparte, la discoteca danese più in voga al momento, dove presto la loro esuberanza (…) cominciò a infastidire alcuni avventori. La situazione peggiorò quando Young, nel tentativo (così disse) di coprire con la manona un faretto che gli impediva di vedere il bancone, lo ruppe: il proprietario gli presentò un conto da 800 sterline e Young rispose «voglio solo pagare la lampadina, non comprare il locale». Poco dopo venne chiamata di nuovo la polizia, che portò fuori un McCluskey ormai malfermo sulle gambe, e rispedì tutti a casa. O meglio in hotel, dove però Bremner decise che si poteva fare nottata mettendo a soqquadro una stanza a caso. Peccato che fosse quella di un certo Jock McDonald, dirigente federale: i racconti di quella notte, che sono arrivati da almeno quattro fonti diverse, qui a mio avviso mancano di qualcosa, perché se in stanza non c’era nessuno non si capisce dove McDonald fosse, alle 4 del mattino, ma quel che pare certo è che quando scoprì l’accaduto diede un pugno in faccia a Bremner. Sei giorni dopo la commissione disciplinare federale escluse i cinque dalla nazionale a tempo indeterminato. La punizione venne successivamente cancellata e Harper e Graham (tra l’altro apparentemente incolpevole per le vicende al Bonaparte) vestirono la maglia della Scozia, mentre Bremner era ormai avanti con gli anni (33), McCluskey subì un calo di forma e Young fu scavalcato da difensori più completi. 

C’è poi il celebre episodio della finale di FA Cup 1980: a 3’ dalla fine Paul Allen, centrocampista del West Ham, schivò Graham Rix e si avviò palla al piede verso la porta difesa da Pat Jennings, ma Young con un intervento in scivolata da dietro, senza alcuna speranza di prendere la palla, lo sgambettò. Allen, 17 anni e 256 giorni, era il più giovane giocatore di una finale a Wembley e l’opinione pubblica inorridì nel vedergli negata in quel modo l’opportunità di scrivere un’altra pagina di storia. L’arbitro George Courtney poté solo ammonire Young, considerando che a suo avviso il fallo non era grave (e a quell’epoca per ricevere un cartellino rosso diretto dovevi praticamente ammazzare qualcuno), ma lo sdegno per l’accaduto portò alla ideazione del ‘professional foul’, più o meno fallo da ultimo uomo, che venne adottato due anni dopo, sulla base di raccomandazioni di un comitato di saggi. 
Fu poi abolito nel 1985 per essere ripreso e ampliato a livello internazionale nel 1990. 
Ma Young è stato tanto altro, tanto. Per chi è abbonato a Sky, ne ho parlato, segnalo però l’episodio in cui affrontò con durezza un attaccante del Falkirk che aveva pestato la mano del portiere dell’Aberdeen, dopo un intervento in scivolata, nel tentativo di fargli perdere la palla. Quell’attaccante reagì con un calcio e fu squalificato per 53 giorni. Quell’attaccante era Alex Ferguson. La sua personalità esuberante, parziamente visibile anche negli ultimi anni danneggiati dalla demenza senile (causata, secondo i medici, dai traumi ripetuti), lo mise spesso nel mirino dei tifosi: diceva, divertito, di essere stato il primo giocatore ad essere contestato sia dai tifosi del Tottenham (per essere passato all’Arsenal) sia, inizialmente, da quelli dell’Arsenal stesso (per un fallaccio sull’attaccante dei Gunners Frank Stapleton). 
Facile, banale, scontato dire che la sua scomparsa porta via un pezzo di quel calcio tempestoso e bellissimo a chi ha avuto la fortuna di viverlo, ma lo dico lo stesso. 

Nella foto sopra, Young a terra, dopo aver subito un fallo da Steve Archibald del Tottenham. Foto che ho scattato il 30 agosto 1980. Gli altri sono, da sinistra, il terzino sinistro dei Gunners Kenny Sansom, il terzino destro (ma finì poi per giocare più spesso a sinistra, coerentemente con il numero 3) Spurs Chris Hughton, Stapleton, il centrocampista Spurs Glenn Hoddle e, semicoperto, Rix. Quel giorno ad Highbury c’erano 54.045 spettatori, un ricordo per me straordinario. Indelebile. Willie Young (1951-2025).

22 dicembre 2025

"LONDRA, VIALLI e i miei 19 anni…" di Stefano Conca

Tra un mese saranno passati già tre anni dalla scomparsa di Gianluca Vialli, uno dei migliori centravanti italiani degli anni della mia infanzia e gioventù. Dotato di una classe straordinaria abbinata a una potenza e velocità di esecuzione unica, un Campione con la C maiuscola, capace, tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, di lasciare il segno sia in Serie B, con la Cremonese, che nella Serie A con i colori della Sampdoria prima e della Juventus dopo, nonché in Premier League con la maglia del Chelsea. Non voglio stilare qui un elenco dei suoi successi in ambito sportivo, da giocatore prima e da allenatore e dirigente sportivo negli anni seguenti. Esistono già tante pubblicazioni, libri, almanacchi e giornali d’epoca che ne parlano.

Mi piace ricordare Vialli con le stesse parole che trovai tre anni fa, a caldo, all’indomani della sua scomparsa. Si tratta di poche righe scritte di getto, appunti che sostanzialmente parlano più di me che di Vialli ma è giusto così. Ci sono momenti della nostra vita che ci rimangono impressi e che sembrano avere una loro colonna sonora, con attori e comparse e personaggi più o meno famosi che entrano ed escono di scena. Quante volte associamo un momento della nostra vita a un film visto al cinema, o a un concerto a cui siamo stati, o una partita di calcio a cui non abbiamo mai assistito?
Avevo voglia di scrivere due righe su Vialli, si tratta di un paio di esperienze personali che non hanno nulla a che vedere con il Vialli Uomo che ho sempre stimato e apprezzato. Sono profondamente dispiaciuto per la sua scomparsa anche se, inevitabilmente, quando sento parlare di Vialli non posso fare a meno di pensare a questi due momenti della mia vita.

Il primo è senza dubbio quando verso la fine degli anni ‘80 l’emittente televisiva TV Koper/Capodistria, appena entrata nell’orbita dalla Fininvest di Berlusconi, mandava in onda la trasmissione sportiva dedicata al calcio estero “Settimana Gol” condotta da un giovane Gianluca Vialli, allora attaccante della Sampdoria. Quelle prime immagini che arrivavano “gratis” in Italia da oltre manica con le reti di tutte le partite del massimo campionato inglese, della Bundesliga e della Liga spagnola erano un appuntamento fisso di ogni settimana. 
Era poesia allo stato puro. È da lì che ho iniziato ad apprezzare il football britannico in ogni sua forma: campi perfettamente verdi come Anfield Road o Highbury contro veri e propri pantani come Carrow Road, dove calciatori come Brian Mclair o Matthiew Le Tissier o David Platt sembravano comunque giocare sul velluto. Stadi sensazionali come Old Trafford e Villa Park e strutture vecchie e fatiscenti ma non prive di un certo fascino come il The Dell o Selhurst Park.

L’altro ricordo, forse quello che mi ha fatto persino odiare Vialli per un certo momento, è invece legato al periodo in cui ho vissuto a Londra nel 1996.
Mese di ottobre, intorno alle 11.00 del mattino o giù di lì, suonano al campanello, c’è qualcuno alla porta, “sarà il tipo che viene a riscuotere l’affitto della settimana” penso, e ancora mezzo addormentato mi giro dall’altra parte. “È sabato mattina, chi cazzo rompe i coglioni a quest’ora…?” domanda Antonio, uno dei miei tre co-inquilini, disoccupato.

“È per te Stefano!” mi dice Lorenzo, che nel frattempo è andato ad aprire. Così mi alzo e lentamente cerco di rimettere insieme i pezzi dopo una notte di bagordi. Si finiva di lavorare sempre tardi al ristorante in Piccadilly e finito il turno si andava sempre in cerca di qualche avventura che finiva sul bus notturno che ti riportava a King’s Cross.
Faccio per entrare in cucina e Lorenzo mi guarda con due occhi spalancati e uno sguardo che cerca di comunicarmi qualcosa. “C’è una ragazza!” mi dice pieno di eccitazione ma a bassa voce, al che Antonio si alza di scatto e cerca di arrivare prima di me alla porta ma prontamente lo fermo. “Sei tu Stefano? Mi chiamo Alessia, abito con la mia amica al terzo piano, mi hanno detto gli altri che sei appassionato di calcio inglese, io sono tifosissima di Gianluca Vialli, il Chelsea oggi gioca in casa, ti andrebbe di portarmi?”
Mi strofino bene gli occhi, è molto carina, la guardo come se non avessi mai visto una ragazza prima d’ora, soprattutto una che ti chiede di andare a vedere una partita (che in effetti…). Devo rispondere subito senza esitazione prima che cambi di idea. “Ma certo, faccio una doccia, mi preparo se vuoi mangiamo qualcosa prima”.

“È fatta!” dico tra me e me, ho un appuntamento, e che appuntamento, “adesso devo solo metterla dentro, come Vialli!” voi non ci crederete ma è veramente quello che ho pensato...

Mangiamo al Burger King, all’epoca ero abbastanza squattrinato (come ora del resto) quindi non è che potessi permettermi di portarla chissà dove per pranzo ma a questo lei non sembra farci caso e io inizio veramente a sentirmi come il protagonista della celebre canzone dei Pulp, Common People dall’album Different Class, uscita proprio l’anno prima e che le radio della capitale trasmettevano in continuazione.

Parliamo del più e del meno, del perché ci troviamo a Londra, di questa e altre storie. È una brava ragazza, proviene da Pisa ed è venuta fin quassù anche lei per cercare lavoro e cercare di imparare un po’ la lingua, come fanno quasi tutti negli anni ‘90. Prendiamo la metro e pensiamo che non sarà difficile trovare i biglietti per entrare, dopotutto è solo una sfida contro il Wimbledon (praticamente un derby!). Da come parla penso che non dev’essere male stare con lei, è carina e ha la passione del calcio. Inizio a farmi dei film in testa su me e lei che viviamo insieme da una vita, mettiamo su famiglia e cresciamo i figli a pane e football e al sabato andiamo a vedere la partita ma poi comincia a parlarmi di Vialli e allora ritorno coi piedi per terra così inizio a pensare che non dev’essere male neppure il Chelsea con Gullitt che gioca e allena, Vialli e Di Matteo appena arrivati dall’Italia e Mark Hughes in attacco, insomma una bella squadra.
Ci vogliono meno di trenta minuti per arrivare a Earl’s Court, Stamford Bridge è solo a pochi passi, il quartiere non è il massimo, sicuramente sarà stato meglio negli anni ‘70 quando nel pieno del suo splendore attirava artisti e musicisti di mezzo mondo. Nonostante l’Inghilterra abbia appena ospitato i campionati europei vinti dalla Germania, lo stadio è ancora tutto un cantiere, una tribuna centrale coperta e mastodontica se confrontata con tutto quello che la circonda. Una delle due End è stata appena abbattuta, l’altra è già stata ricostruita ed è ben riconoscibile ancora oggi. Ci sono macerie e ruspe ovunque, qualche gru e alcune impalcature. L‘altra tribuna laterale è vecchia e fatiscente e ha praticamente i servizi a cielo aperto e vi si accede da una scalinata malridotta. Inizio seriamente a pensare che non sarà facile trovare i biglietti per entrare vista la capienza limitata dello stadio a causa dei lavori. Ci precipitiamo subito alla biglietteria e in men che non si dica scopriamo che è tutto sold out. “Così non la conquisterò mai” penso e allora mi viene in mente che anche qui come in Italia deve esserci qualche bagarino che gira intorno allo stadio vendendo biglietti di contrabbando ma è anche pieno di poliziotti e servizio d’ordine che risulta impossibile anche solo pensare di entrare di “sgamo”. La situazione mi sta sfuggendo di mano, la vedo spazientita, cerco di tranquillizzarla ma sembra inutile. Lei inizia persino a sbraitare con quelli del servizio d’ordine dicendo che è venuta fin qui dall’Italia solo per vedere giocare Vialli e che non è giusto!

Ad un tratto si avvicina un gruppo di tifosi del Chelsea che intuiscono qualcosa e pare proprio che uno dei loro amici non sia potuto venire allo stadio e che quindi si ritrovano con un biglietto in più che stanno cercando di vendere. “Ma noi siamo in due” penso. Non faccio in tempo ad alzare lo sguardo che Alessia ha già cacciato fuori quaranta sterline e le caccia in mano all’inglese che le sgancia il biglietto. “Mi dispiace, ne avevano solo uno, mi aspetti qui? Ci vediamo dopo o te ne vuoi andare? Io entro che stanno per iniziare, ti ringrazio tantissimo per avermi portata, ti giuro mi dispiace!!!” mi abbraccia e mi molla un bacio sulla guancia che appena se ne va mi strofino via con la manica del giubbotto, non sputo per terra solo perché sono più educato di questi inglesi che nel frattempo pieni di birra come sono urinano dappertutto.

A questo punto non faccio che girare a vuoto intorno alle rovine di Stamford Bridge, cercando consolazione nel tentativo di captare quello che sta avvenendo all’interno grazie alle grida della folla eccitata. Mi domando se abbia un senso stare lì fuori ad aspettare al freddo per novanta minuti o se sia più dignitoso infilarmi in qualche pub e sbronzarmi. Fanculo al mio primo appuntamento a Londra e fanculo al Chelsea e fanculo pure a Gianluca Vialli.
Aspetto, i minuti passano e sento la folla gridare più volte in diverse occasioni però sento anche le urla provenire dalla parte della tribuna più piccola dove sono assiepati i tifosi dei Dons, mi dico che forse è la volta buona che il Chelsea le prende.

Quando mancano circa dieci minuti allo scadere alcuni steward si avvicinano ai cancelli e iniziano ad aprire per permettere alla folla di defluire. So già come si fa, anche a San Siro fanno così, faccio finta di niente ed entro, salgo i gradini facendo lo slalom tra le pozzanghere di piscio e per la prima volta metto il piede in un vero stadio inglese. L’atmosfera è incredibile, urlano tutti, insulti più che altro, di tanto in tanto si alza qualche coro ma non come negli stadi italiani, dalle curve, qui cantano tutti. Alzo lo sguardo al tabellone, con mia sorpresa il Chelsea sta perdendo 4-1 e il nome di Vialli non compare tra i marcatori. Sorrido, cerco di godermi gli ultimi minuti di partita tra uno spintone e un’altro quando all’improvviso all’ottantatreesimo minuto Vialli si procura un rigore che proprio lui va a calciare. Vialli calcia dal dischetto e il portiere del Wimbledon para ma la palla gli sfugge di mano e anche se in un secondo tempo riesce a bloccarla con entrambe le mani la palla ha già attraversato la linea di porta come pure tutte e due le braccia, il gol viene convalidato e leggo nel volto di Vialli un’espressione di sollievo. La partita finisce 2-4 e all’uscita dallo stadio mi faccio trovare nel punto in cui io e Alessia ci eravamo lasciati circa novanta minuti prima ma lei non c’è. Aspetto qualche minuto dopodiché mi infilo nella metropolitana immaginando lei che se ne va sulla macchina di Vialli… Per la cronaca il capitano del Wimbledon era un certo Winnie Jones, lo stesso che qualche anno prima aveva sollevato l’FA Cup a Wembley nella finale vinta contro il Liverpool. Ma quella della Crazy Gang è un’altra storia che merita di essere raccontata a parte.

Di quel pomeriggio non ricordo altro se non che quella fu la prima volta che misi piede in uno stadio inglese. Incontrai Alessia qualche tempo dopo, su un bus diretto a Kings Cross. Lei era con un’amica e in quella circostanza fui davvero fortunato perché quella sera un tizio grande e grosso aveva iniziato a seguirmi fuori da un locale e stavo iniziando a sentirmi parecchio a disagio. Appena messo piede su quel bus fui davvero sollevato nello scoprire che non ero più solo. Qualche giorno dopo lei tornò in Italia mentre io e i miei amici trovammo un affitto meno caro a South Bermondsey. Si, proprio dalle parti del Vecchio Den… 💙
di Stefano Conca

19 dicembre 2025

"CONGRATULAZIONI hai appena incontrato la I.C.F." di Cass Pennant (Baldini & Castoldi), 2003


Molto calcio, siamo inglesi, molti calci, siamo l'I.C.F. (InterCity Firm) l'incontrollabile gruppo di hooligans al seguito del West Ham United (una delle più blasonate squadre di Londra). Il West Ham è la squadra più proletaria della capitale, la squadra del popoloso e violento East End. Bill Gardner, Big Ted, Andy Swallow, «Ani-mal» Ikoli e molti altri sono stati per anni i suoi più fedeli e decisi sostenitori: migliaia di ragazzini inglesi si sono ispirati alle gesta di questi guerrieri degli spalti. Cass Pennant, nero londinese, tra i membri originari e più rispettati, ha deciso di raccontare la sua storia e quella di un gruppo ristretto di amici, i fondatori e le guide spirituali di questa organizzata e solidissima armata. Si leva un coro sincero che canta la leggenda nata alla fine degli anni Settanta, la leggenda di un gruppo di autoconvocati, di fuoriusciti stufi di lotte intestine e di gelosie tra «mob», tra bande di tifosi dello stesso club. E così che nasce «The InterCity Firm», forte di una scala gerarchica definita, una sezione giovanile (la temuta Under Fives Posse) e regolari biglietti da visita: quelli che lasciavano ai doloranti e feriti tifosi avversari dopo gli scontri.
Semplici biglietti rettangolari con una scritta a caratteri cubitali:
«Congratulazioni -Hai appena incontrato la I.C.F.».

18 dicembre 2025

"SEAN CONNERY. Non solo James Bond" di Vincenzo Felici

Da sempre il nome di Sean Connery è associato al cinema hollywoodiano di primo livello. il 31/10/2020 all'età di novanta anni, consacrato dal personaggio di James Bond, ma legato ad altre pellicole di indiscusso spessore internazionale come "Il nome della rosa", "Gli intoccabili", "Caccia a Ottobre Rosso", ecc..

È stato, da buon britannico, un grande appassionato di calcio e come ogni scozzese che si rispetti, tremendamente orgoglioso delle sue origini. Il primo 007 non si è limitato a seguire un percorso da tifoso alquanto bizzarro ( inizialmente tifava per il Celtic Glasgow, per poi passare clamorosamente agli odiatissimi cugini dei Rangers, quando questi, a differenza dei biancoverdi, gli regalarono dei tagliandi per assistere a uno dei tanto ambiti "Old Firm" ) ma ha avuto addirittura la chance di intraprendere l'attività di calciatore.

Nel 1953 Connery aveva una parte nella commedia musicale "South Pacific" che lo portò in tournèe in varie località, fra cui Manchester. Lì catturò le attenzioni di Matt Busby, indimenticabile tecnico dei "Red Devils" durante quegli anni. Busby, impressionato dalle qualità fisiche di Sean, in posizione di ala destra, al termine di una partita di prova gli offrì un contratto da 25 Sterline a settimana. L'attore, seppur lusingato, rifiutò la proposta: "per uno scozzese come me, sarebbe stato il massimo in quanto, grazie ad esso, avrei potuto esportare il mio nazionalismo. Ero tentato fortemente di accettare la proposta del Manchester United, ma avevo già ventitrè anni e quando pensai che un calciatore finisce la propria carriera intorno ai trenta, decisi di continuare a fare l'attore."

Vista la sua carriera cinematografica, viene da pensare che la scelta si sia rivelata quanto mai azzeccata, difficilmente infatti una onesta carriera calcistica avrebbe potuto regalargli le medesime soddisfazioni donategli dalla macchina da presa. C'è comunque da dire che per essere notato da uno dei tecnici più importanti della storia del calcio, sicuramente Connery dovesse avere del talento sin dalla tenera età. Prima di diventare la star che tutti conosciamo, Sean giocava nel modesto Bonnyrigg Rose, squadra dilettantistica che prende il nome per l'appunto dalla città di Bonnyrigg, alle porte di Edimburgo. 

A chi gli chiese conto dei suoi trascorsi calcistici, oltre a confermare l'approccio con lo United, l'attore precisò che non avrebbe mai avuto alcun abboccamento col Celtic Glasgow, ma fu piuttosto contattato per un provino dai professionisti dell'
East Fife, declinando anche in questo caso l'offerta. Si narra anche di un trafiletto del giornale locale "The Dalkeith Advertiser", che riportò come in occasione di un incontro della Scottish Junior Cup perso per 3-1 dai suoi contro il Broxburn Athletic, Connery siglò il goal della bandiera per i suoi con un gran tiro da 28 metri. Correva l'anno 1951, lo stesso in cui divenne aiutante nel backstage del King's Theatre iniziando la sua carriera da uomo di spettacolo. Il Connery calciatore, secondo altri, era invece tutt'altro che una promessa incompiuta. A far luce sui suoi trascorsi calcistici fu un certo Nat Fisher, addetto alla raccolta degli indumenti sportivi nel post partita, che nel 2005 venne chiamato in causa dal periodico "Mud & Glory". L'aiuto magazziniere non conserva sicuramente un gran ricordo dell'attore dal punto di visto tecnico: "era più attratto dalle eleganti giacche in velluto a coste che dalla casacca in stile Arsenal del Bonnyrigg" racconta Fisher. "Per ciò che ricordo Sean non giocava spesso, la squadra non era granchè e quando lui fu svincolato anche altre due ali destre andarono incontro alla stessa sorte. Trovo difficile credere che fosse bravo a sufficienza per meritare un provino con l'East Fife, ritengo sia corretto dire che non era il più tosto dei giocatori; quando andavamo a giocare in posti come Armadale e Whitburn, i difensori avversari lo scalciavano ripetutamente e lui non gradiva affatto." 

Il Bonnyrigg Rose è l'unica squadra in cui Connery abbia realmente giocato. Per i suoi due allenamenti settimanali gli venivano riconosciuti cinque scellini e il rimborso spese per raggiungere il campo. Terminata la sua esperienza con gli scarpini da gioco, non avrebbe più messo piede sul terreno verde. Però la passione di Sean, a dispetto dei tanti impegni professionali, non si è mai del tutto assopita: si hanno tracce della sua presenza in una rappresentativa di Celebrity All Stars che disputò varie gare a scopo benefico tra la seconda metá degli anni Cinquanta e la prima dei Sessanta. Concludendo, non è facile capire se il talento calcistico di "James Bond" fosse tale da garantirgli un futuro da professionista, ma tutto lascia pensare che difficilmente, correndo dietro ad un pallone, avrebbe raggiunto la fama mondiale consacrata dalle sue doti recitative. Le sue stesse parole, dense di ironia, descrivono alla perfezione il concetto: "magari non sono un buon attore, ma sarei comunque peggio se decidessi di fare qualsiasi altra cosa". Ci piace ricordarlo per il suo stile elegante, notato spesso divertito sulle tribune dell' "Ibrox Park" a sostenere i suoi Rangers.
di Vincenzo Felici

16 dicembre 2025

"LA CITTA' DEL FOOTBALL. Viaggio nella Londra del calcio" di Gianni Galleri (Urbone), 2014

La città del football è un viaggio nella capitale mondiale del calcio. Un tour che parte da lontano nel tempo e arriva ai giorni nostri, che guida il lettore lungo tutti i teatri più importanti del football londinese: Highbury, Stamford Bridge, White Hart Lane, Craven Cottage, Upton Park e molti altri. Ma non solo. Londra non è soltanto il calcio dorato della Premier. Ci sono le divisioni inferiori e c’è la non league, con tutta la sua magia.
Si parte con l’Arsenal dei record, per poi addentrarsi subito nei fangosi campetti del Bromley, per parlare della strana ricorrenza di un numero. Si torna subito nei dorati palcoscenici del Chelsea, per raccontarlo prima che fosse così vincente. La squadra professionistica più orientale di Londra, il Dagenham & Redbridge è la protagonista del quarto capitolo: la sua è una storia a metà fra professionismo e dilettanti, con diversi colpi di scena. Le gesta del Tottenham Hotspur e la sua predilizione per un anno particolare, anticipano la storia del primo club ebraico di Londra, mentre l’eterna lotta fra Millwall e West Ham, precede il racconto sul Corinthian-Casuals, la squadra che umiliò il Manchester United. Del Queen Park Rangers si raccontano tutte le peripezie per trovare uno stadio dove giocare gli incontri casalinghi. Il Sutton United è la squadra di Londra che trionfò nel torneo anglo-italiano: nonostante la scarsità di materiale, si prova a narrarne le gesta. La storia scelta per il Charlton non parla solo di calcio, ma anche di come questo sport possa unire e motivare i cittadini, fino ad arrivare alla creazione di un partito. Il Thurrock e il Carshalton Athletic sono le due squadre che si disputarono la salvezza di un campionato dilettanti di qualche anno fa: l’epilogo fu incredibile. Del Fulham invece si canta il gioiello più prezioso, il Craven Cottage, lo stadio-capolavoro. Il capitolo “Il loro anno preferito”, è un omaggio al famoso e bellissimo “Il mio anno preferito”, a cura di Nick Hornby. Nel nostro si parla del Brentford, del Leyton Orient, del Crystal Palace e del Watford, raccontando per ciascun team un’annata indimenticabile. La Coppa delle Coppe dei dilettanti è la scusa per parlare di un calcio che non c’è più e di una serie di grandi squadre di non league come l’Hendon, l’Enfield, lo Walton & Hersham e lo Staines Town. Il penultimo capitolo racconta del ritorno nella Football League (il professionismo inglese) dell’Afc Wimbledon dopo che uomini interessati solo ai soldi avevano fatto fallire la storica Crazy Gang. Si parla infine di soprannomi nell’ultimo capitolo, andandone a scovare alcuni veramente particolari e inusuali.
La città del calcio è anche corredata di piccole guide, alla fine di ogni capitolo, per raggiungere lo stadio di ciascuna squadra. Al termine del libro, si trova una piccola bibliografia utile per gli appassionati che vogliono ampliare la propria “cultura di calcio inglese”.

La prefazione e la postfazione sono a cura rispettivamente di Simone Conte (giornalista, autore e speaker radiofonico) e di Marco Anselmi (giornalista e speaker radiofonico). L’autore è Gianni Galleri, blogger e fondatore di London Football.

15 dicembre 2025

"A BRISTOL CON BANKSY" di Andrea Lucarini

Quando gli italiani parlano dell’Inghilterra si menzionano quasi sempre le stesse città: Londra, Manchester, Liverpool, le tre regine del calcio e della musica, oltre che nel turismo.

Se ci si sposta a sud-ovest c’è invece Bristol, un altro grande centro, importante per la vivacità culturale e artistica, polo universitario, con una popolazione di poco inferiore a Liverpool e poco maggiore rispetto a Manchester, considerando solo l’agglomerato urbano.
La sua posizione strategica che in anni passati l’aveva resa regina dei commerci a causa del suo porto, è ora, in tempi in cui i viaggi per svago sono diventati così rilevanti, meta di passaggio per raggiungere la più nota e instagrammabile Bath, con le sue terme, i suoi sampietrini romani e i suoi scorci da favola.

La sottovalutata Bristol è un luogo dalle mille sorprese e invenzioni: è la prima delle trentacinque città nel mondo con quel nome, ha la maggior produzione al mondo di mongolfiere, è lì che sono state inventate le sorprese dell’uovo di Pasqua, da Bristol ci sono stati i primi lanci di bungee jumping (dall’iconico Suspension Bridge), il 25% dei documentari sulla natura girati nel mondo sono prodotti proprio in città e l’orario della città si discosta di dieci minuti rispetto a quello di Londra. Un gesto che fa notare il desiderio di unicità degli abitanti. Visto che l’orario ufficiale inglese è preso dal meridiano di Greenwich, e loro si trovavano ad ovest rispetto a quel luogo, hanno deciso di discostarsi.
Nonostante la rivoluzione industriale e la conseguente introduzione del treno li abbia costretti a uniformarsi all’orario del resto della nazione per ovvi motivi, se si passa dalle parti del mercato di Saint Nicholas, in pieno centro, fuori dall’edificio The Exchange a Corn Street, l’orologio con l’orario locale fa ancora bella mostra di sé, con tanto di spiegazione e rivendicazione.

Ci sono stato la prima volta per un capodanno a basso costo, per avere l’occasione di vedere le opere di Banksy, l’artista misterioso (ma non così tanto da quelle parti, come spiego nel mio libro “A Bristol con Banksy”) nelle vie per le quali era cresciuto e aveva cominciato a farsi un nome nel panorama della street art. Lo avevo scoperto tra libri, musei e collezioni private, ma mi sembrava irrispettoso visto che la sua arte era proposta sulla strada e per la strada.
Così, nel corso di piacevoli passeggiate ho trovato le sue opere principali e sono entrato in contatto con persone che non sono state meteore incontrate in vacanza e poi perse poco dopo, ma sono rimaste nella mia vita anche a distanza di anni.

I viaggi a Bristol si sono susseguiti senza sosta, più volte l’anno, e ho avuto modo di approfondire anche le realtà sportive locali. Mentre Bath è la patria del rugby, tanto da aver vinto di recente la Champions League di quello sport, Bristol è più calcistica e divisa tra due colori, come nel calcio balilla: i rossi del Bristol City e i blu (e bianchi) del Bristol Rovers.

Le due squadre non sono abituate alla massima serie e in anni recenti galleggiano tra la First Division e la League Two, i derby sono rari e più noti per gli scontri tra tifoserie che per i contenuti tecnici. Il City ha un pettirosso come simbolo, frutto di un recente restyling che lo ha semplificato come è d’uso in questi anni, e vengono chiamati Robins, proprio in onore dell’uccello che li rappresenta.
Il Bristol Rovers, maglia a quarti bianco blu con fregi gialli, ha invece il logo stilizzato di un pirata (Barbanera d’altronde era di queste parti) e i suoi tifosi sono chiamati Pirates, ma più spesso Gasheads, dal soprannome che i rivali gli avevano dato per schernirli, visto che il loro storico stadio, Eastville, era vicino al gasdotto che colmava l’aria con il poco gradevole effluvio del gas. Orgogliosi delle loro origini, adottarono questo nomignolo inserendolo in canti e merchandising ufficiale.
Nonostante la mia simpatia per i Rovers, il secondo giorno in cui sia mai stato a Bristol mi sono ritrovato ad Ashton Gate, la casa del City. Una giornata incredibile e che non dimenticherò mai. Ma di questo potete leggere all’interno di “A Bristol con Banksy”, dove tra le altre cose potete trovare un lungo capitolo dedicato al calcio bristoliano, tante pagine dedicate alla musica del posto, tre interviste esclusive, approfondimenti sulle battaglie sociali dei cittadini del posto, indicazioni importanti qualora decidiate di visitare quella città e addirittura un capitolo dedicato a Cary Grant. Sì, l’attore da tutti considerato americano era di Bristol, e la sua vita fuori dal set era inimmaginabile.
di Andrea Lucarini, per acquistare il libro: https://amzn.eu/d/2iQf1EN

12 dicembre 2025

"BRIAN GLENVILLE. Il giornalista inglese che sfidò il sistema" di Max Troiani

Brian Glanville (1931-2025) è stato un giornalista sportivo, romanziere e storico inglese. 
È considerato uno dei più influenti scrittori di calcio del XX e XXI secolo, un vero pioniere che ha elevato il giornalismo calcistico con uno stile letterario unico.

Per quasi trent'anni, Glanville è stato il rispettato corrispondente di calcio del Sunday Times e ha contribuito per oltre mezzo secolo alla rivista World Soccer
La sua esperienza non si limitava al Regno Unito: ha vissuto in Italia, collaborando con testate come il Corriere dello Sport e il Guerin Sportivo, e parlava fluentemente l'italiano.
Autore prolifico di circa 50 libri, le sue opere includono The Story of the World Cup, considerata la storia definitiva del torneo, e il romanzo The Rise of Gerry Logan (L'ascesa di Gerry Logan), spesso definito il miglior romanzo sul calcio mai scritto.

Era noto per la sua schiettezza e per le critiche severe al calcio moderno, che definiva la "Lega dell'avidità" a causa del denaro. Glanville ha lasciato un segno indelebile nel mondo del giornalismo sportivo, fornendo analisi profonde e una prospettiva critica che hanno plasmato il modo in cui il bel gioco viene raccontato.

A proposito del nostro Guerino, ci fu una lite tra il giornalista italiano Gianni Brera e l'inglese Brian Glanville negli anni '70, perché Glanville accusò Brera di non voler denunciare gli scandali nel calcio italiano. Glanville aveva scoperto e pubblicato prove di corruzione che coinvolgevano la Juventus e un arbitro straniero in una partita europea (Juventus-Derby County del 1973). 
Lo stesso si aspettava che Brera facesse lo stesso. Invece, secondo Glanville, Brera e il Guerin Sportivo scelsero la strada del silenzio. 
Lo scontro verbale che ne seguì fu aspro anche attraverso le pagine dei giornali e i due non fecero mai pace, nonostante questo Brian Glanville scrisse per il Guerin Sportivo in diverse occasioni, anche in anni successivi allo scontro.
di Max Troiani

"VIOLENZA NEGLI STADI E PREVENZIONE. Dal modello inglese a quello italiano" di Paolo Junior Mancini (Brè), 2025

Violenza negli stadi e prevenzione è un saggio dedicato in apertura a una analisi introduttiva di tipo sociologico del fenomeno Ultras e successivamente a un esame più dettagliato di quelle leggi ordinarie e non, che l’hanno colpito ma mai definitivamente annientato. Paolo Junior Mancini mostra una rara conoscenza di leggi, regolamenti, motivazioni e conduce per mano il lettore nell’analisi di un fenomeno socio-culturale vasto ed eterogeneo. Vengono trattati non solo la funzione aggregativo-sociale delle curve ma anche il divieto di assistere a manifestazioni sportive e gli obblighi che ne conseguono, il tutto messo a confronto con l’analoga esperienza degli Hooligans inglesi, anch’essi afflitti dal medesimo problema negli anni Ottanta e Novanta. Dopo aver tracciato un quadro storico delle misure introdotte in Italia nel corso del tempo, per esempio la tessera del tifoso e la normativa sugli striscioni, l’autore cerca di rispondere alle seguenti domande: come far sì che il calcio torni a essere uno sport popolare? Qual è oggi il modello più idoneo? È possibile in Italia porre definitivamente fine alla violenza negli stadi? Siamo sicuri che anni di continue riforme siano riusciti davvero a risolvere il problema?

11 dicembre 2025

the LADS. Elio Segurini (Arsenal)


Ciao a tutti, mi chiamo Elio, vivo a Ravenna, lavoro in un villaggio turistico, ho 63 anni. sono tifoso dell'Arsenal dal 1984, quando per la prima volta andai in Inghilterra a trovare dei miei amici che si erano trasferiti a Londra. Subito cercai di andare a vedere delle partite di calcio (in quel momento non ero ancora tifoso dell'Arsenal) quindi i miei amici mi portarono in vari stadi, nel percorso ad arrivare allo stadio chioschi di vendita di hamburger e hot dog con ventate di odore di cipolla una delizia per me. 

Quindi iniziai con Highbury, poi Loftus Road e Stamford Bridge, stadi bellissimi, tutti stile inglese cioè il rettangolo verde vicinissime alle tribune e anche a livello architettonico molto interessante con i piloni in mezzo alle tribune ma Highbury mi rimase nel cuore subito, poi vedere quelle maglie colore rosso e bianco, un rosso vivido, fiammante e lo stadio che avevo sempre sognato me ne innamorai subito, quindi da quel momento Highbury era il mio stadio e l'Arsenal la mia squadra, tutte le volte che sono entrato ad Highbury mi veniva la pelle d'oca, ripeto tutte le volte.
 
Poi, purtroppo ma inevitabile per i grandi club si è dovuti fare rinnovamenti per stare al passo e competere a livello economico e sportivo con i più grandi club europei, quindi stadio nuovo, molto bello da 60.400 posti a sedere e abbattere il vecchio caro Highbury e farne degli appartamenti da vendere. 

La mia passione per il calcio britannico è partita anche dal tipo di gioco che si faceva a quei tempi, si crossava tantissimo in area per il centravanti vero, a quei tempi tutti avevano la punta centrale vera. Ora godiamoci questo bellissimo, fantastico, magnifico e brillante Arsenal, speriamo alla fine del campionato in corso di avere tante soddisfazioni da questo bel gruppo allenato da Mr. Arteta.

10 dicembre 2025

"LONDRA, IL CRYSTAL PALACE E IL SOGNO DI WEMBLEY" di Antonio Marchese (Edizioni Efesto), 2025


Questo libro non parla solo di calcio, ma di una città che custodisce meraviglie, sogni e tormenti. Il libro racconta la storia di una squadra unica nel suo genere, non facile da comprendere e difficile da scoprire se non vivi sotto il Tamigi. Lo stadio è incastrato in mezzo alle case vittoriane, dove si gioca a calcio tra la gente. L'autore racconta origini e segreti della sua squadra del cuore nel suo viaggio meraviglioso che attraversa Londra, insieme ad alcune tappe della sua vita. Nel libro si intrecciano vite di persone che in qualche modo sono legate tra loro e lo saranno per sempre. Il Crystal Palace non è solo una semplice squadra di calcio, ma una vera e propria religione. È una materia che ti insegnano a scuola, perché se abiti nel sud di Londra fai il tifo solo per le Eagles. L'autore narra la stagione più incredibile nella storia del club. Da Selhurst Park a Wembley, passando per alcuni dei quartieri londinesi, con le loro storie e le contraddizioni nascoste nelle pieghe di una narrazione che a tratti vi lascerà senza fiato. Una volta letto questo libro vi verrà voglia di fare le valigie, partire per Londra e andare a vedere una partita del Crystal Palace.

9 dicembre 2025

"SOGNO BRITISH" di Giuseppe Lavalle

Era l’ultimo giorno dell’anno, in casa c’era molta confusione, tra il soggiorno e la cucina un andirivieni continuo. Gli amici di lì a poco avrebbero invaso il mio parquet e riempito la stanza di parole e profumi. Le donne con le loro borse ed i loro completi luccicanti di strass, gli uomini con i soliti abiti blu e cravatta rossa da festa. Altro che british style. Eppure qualcosa per far capire cos’è questo modo di vivere doveva esserci. Un libro, un film, un racconto che aprisse il mio mondo a loro. Sul tavolino la mia agenda
smythson, presa pochi giorni prima alla stationery di Bond Street, mi guardava sconsolata. Hai riempito casa di libri, suppellettili, sciarpe, abiti, e tutto ciò che ha una connessione con la bandiera inglese e non riesci a far capire cosa intendi nel “tuo” mondo Questo sembrava dirmi. Oddio sto diventando pazzo! Din don. Il campanello della porta mi ha distolto dai pensieri molto confusi. Ma la confusione è diventata caos quando davanti alla porta di casa ho trovato Lei, l’eleganza inglese in persona. Santo cielo. E da lì ha iniziato a raccontare…

Deve sapere che ogni persona ha una sua preferenze nelle scelte di gusto. Prediligere un colore ad un altro, una forma ad un’altra, un segno, un taglio di capelli, un profumo o un tipo di camicia, contribuiscono a creare e riconoscere uno stile. Uno stile fatto di modi di comportamento e regole di vita, di inclinazioni ed usi che spesso identificano un intero periodo storico. Se guardiamo alla moda, ci vengono subito in mente lo stile anni ’60, quello degli anni ’80 e via dicendo. Per arrivare al mio stile, che è lì da sempre e rimane faro, dobbiamo fare un lungo giro. L’evoluzione storica ha portato l’impero britannico, e Londra in particolare, ad essere l’ultima capitale dell’umanità, dove il nuovo modo di intendere l’imperialismo ha ribaltato il concetto di forza. Che è divenuta mera servitrice del paese e dei suoi abitanti, i quali hanno posto al centro del loro status di cittadini l’orgoglio civile. Questo modo di intendere le cose funziona da entrambe le parti, ed il patrimonio paese è protetto da questo rapporto stretto tra chi ha il potere e chi, avendo un forte rispetto per se stessi e per i valori sociali, concede il potere. Una tradizione che è stata portata avanti per secoli, facendo degli inglesi un popolo con un fortissimo senso di appartenenza. Senso di appartenenza che ha permeato il british style rendendolo modello universale. 
A due personaggi è attribuita la paternità dell’eleganza inglese. Lord Brummell (nella foto sotto) la creò, definendo canoni di eleganza per nobiltà e borghesia, ed offrendo alla classe dirigente dell’epoca modelli consoni ai tempi. Il Duca di Windsor introdusse la vitalità di uno stile di vita moderno e dinamico negli stanchi paradigmi edoardiani. Seduto per pochi mesi sul trono del Regno Unito, resterà eternamente su quello dell'Eleganza. Nessuno mai potrà più giungere alle altezze dove egli si muoveva con trascendente naturalezza. Essi stabilirono norme non scritte che invasero ogni aspetto della vita inglese. Dall’auto allo sport, fino alla letteratura ed alla musica una fase di crescita del british world che va dall’incoronazione della Regina Vittoria fino al sessantotto. In quel periodo Londra fu la capitale del gusto, un gusto che si formò con le continue contaminazioni provenienti dalle differenze, all’epoca molto nette, tra universo maschile e femminile, tra città e campagna, tra lavoro e tempo libero. Alcune contaminazioni, con molta parsimonia, mettevano di tanto in tanto in contatto i poli opposti, generando corto circuiti ad alta energia. Terminato questo sistema, che col dandismo aveva anche raggiunto le vette del sublime, inutilmente si prova ora a stupire con trentacinque orecchini, mentre negli anni trenta un duca faceva parlare i giornali e i salotti solo per aver calzato scarpe di camoscio nella city.

Il low profile, il non urlato, il non mostrato, la banalità delle considerazioni sul tempo, sono i tratti che celano gli archetipi dello stile inglese, che segretamente si uniscono e quando appaiono hanno infiniti aspetti. Girare per un mercatino ci da la misura di quanto gli inglesi hanno dedicato ad ogni attività, influenzandola intimamente. Dagli stiracravatte alle scatole per tabacco, dal set per il pic-nic all’ombrello con fiaschetta, hanno creato di tutto. Molti di questi oggetti sono scomparsi, altri sono entrati nell’uso comune. In essi manca spesso qualcosa che oggi è sopravvalutato: la praticità.

La concezione che gli inglesi hanno dell’eleganza è strettamente legata alla comodità intesa come la capacità che ogni oggetto ha di raggiungere al meglio il suo scopo. E questo contrasta con la praticità, la diva del nostro tempo. La vanità è cosa che sta dentro un gentleman, ma essa non è il motore bensì la capote ribaltabile. Arriva dopo. Una valigia inglese è bella, ma pesante. Chi ama il grosso cuoio bridle, i punti da selleria, i coperchi sovrapposti e le finiture in ottone pieno, non vedrà alcun problema e prima dirà che è pesante, ma bella, poi solo che è bella e a quel punto ne apprezzerà sino in fondo la semplicità e l’infinita durata. Il tramonto dello stile di vita inglese è coincide con l’alba di un uomo che non ha servitori e non aspira ad averli. Nell’indossare una cosa ricerchiamo il piacere di possederla e l’approvazione in quanti la vedono. L’esatto opposto di quanto è british style, in cui un oggetto non viene valutato per se stesso, ma per la rispondenza ad un criterio di opportunità. Per cui ordinare un abito non risponde ad un esigenza di bellezza, ma è connesso all’insistenza di avere un abito consono. Anni fa un gentleman-rider milanese, persona che ha passato più ore a cavallo che in casa, si recava a Londra per ordinare una giacca da equitazione. Nella sartoria troneggiava un cavallo in legno, dove al cliente si prendono le misure che permettono di far aprire nel modo giusto lo spacco posteriore mentre si monta. Il nostro connazionale, trattandosi di un simulacro, salì inforcando la staffa destra invece della sinistra, come vuole una tradizione inglese universalmente accettata. Immediatamente il commesso ebbe un moto di sorpresa e disappunto, dicendo qualcosa del tipo: “il solito continentale”. E’ dominando ogni appetito immediato e segnatamente quello di una vanità riconoscibile come tale, che l’uomo diviene gentiluomo. Secondo questo criterio, nessuno potrà essere elegante se non è “proper”, cioè coerente.

Il mio mondo mi aveva parlato. Quando è andato via ho trovato un biglietto dentro la mia Smythson, "Non confondere la bellezza con l’eleganza".
di Giuseppe Lavalle, da Fever Pitch
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