Joe Fagan nacque a Liverpool il 12 Marzo 1921. Visse la sua infanzia nel quartiere di Litherland, seguendo dal vivo le gesta di entrambe le squadre cittadine, con una preferenza per i Reds in quanto, a suo dire, il settore riservato ai ragazzi era migliore ad Anfield che non al Goodison Park.
Frequentò la St Elizabeth Central School, portando la squadra di calcio dell’istituto alla vittoria nel Daily Dispatch Trophy in 1935. Stopper notevole, ottimo di testa e difficile da superare palla al piede, dopo il diploma si unì agli amatori dello Earlstown Bohemians, dove attirò su di sé le attenzioni di diversi club. Nonostante avesse ricevuto un’offerta dal Liverpool, optò alla fine per il Manchester City, che lo mise sotto contratto nell’ottobre del 1938. Nell’anno successivo l’inizio della Seconda Guerra Mondiale interruppe bruscamente la carriera di Fagan. In tempo di guerra Joe servì il suo paese in Marina, il che non gli impedì di giocare, quando possibile, nelle leghe sorte in quel periodo. Finita la guerra, Fagan fece il suo debutto con i Citizens il 1 Gennaio 1947 e nelle successive quattro stagioni scese in campo 168 volte. A partire dal 1948 fu anche capitano della squadra.
Ormai trentenne, Joe lascio Maine Road nel 1951 per dedicarsi al suo nuovo impiego di ispettore di gasometri, pur mantenendo un legame con il mondo del calcio come player manager di squadre amatoriali. Grazie ai buoni uffici di un vecchio commilitone, Fagan arrivò ad Anfield come assistant trainer nel 1958, con diciotto mesi di anticipo rispetto a Bill Shankly, che lo aveva sempre ammirato come giocatore ai tempi del Manchester City, quando il manager scozzese era al Grimsby. Dello staff tecnico Fagan, noto anche come "Uncle Joe", era la figura più vicina ai giocatori, dei quali, oltre che coach, era anche consigliere e amico. La sua capacità di esprimere critiche sempre sincere e ragionate lo rendeva del tutto credibile agli occhi dei giocatori; d’altra parte queste critiche erano sempre espresse in modo calmo e compassato, senza che la suscettibilità dei giocatori venisse sollecitata. Cio non toglie che Fagan sapesse anche essere molto duro quando qualcuno passava il segno, ma solo pochi sprovveduti ebbero mai a sperimentarne la versione “cattiva”. Queste capacità umane, unite alla grande conoscenza del gioco, lo misero fin da subito in ottima luce all’interno del club. Fagan fu nominato “first team trainer” nel 1971, per poi essere promosso al ruolo di “chief coach” nel 1974, quando l’inatteso ritiro di Shankly portò ad una totale redistribuzione dei compiti ad Anfield.
Nel 1979 Joe salì un altro gradino nella gerarchia della Boot Room, divenendo assistant manager. In questa veste contribuì enormemente alla piu’ grande messe di successi nella storia del club. E’ noto come, nel corso della stagione 1981/82, fu proprio Fagan a richiamare all’ordine la squadra: i giocatori passavano il tempo a interrogarsi sui motivi del loro calo di forma piuttosto che a a concentrarsi su partite e allenamenti. A fine stagione il Liverpool si laureò Campione di Inghilterra. Nell’estate del 1983 Bob Paisley si ritirò e Fagan fu nominato manager. L’ascesa, durata mezzo secolo, era finalmente completata e Joe si ritrovò alle prese con un compito arduo: mantenere il Liverpool ai più alti livelli, in patria come in Europa.
La stagione iniziò con una sconfitta contro il Manchester United a Wembley nella Charity Shield. I Reds vennero meritatamente battuti per 2-0 e nella conferenza stampa del dopo partita Fagan diede una prima prova di quanto avesse a cuore la tranquillità della squadra, da proteggere ad ogni costo mettendo avanti la propria faccia e le proprie spalle larghe: invitò i giornalisti ad accusare lui e solo lui, colpevole di aver sbagliato i tempi delle sostituzioni. La prima di campionato al Molineux vide il Liverpool pareggiare 1-1 contro il Wolverhampton: era la nona partita ufficiale consecutiva senza vittorie, la più lunga serie nera dall’inizio dell’era Shankly. La squadra, ferita nell’orgoglio, reagì da par sua vincendo cinque delle successive sei partite. Il rodaggio poteva quindi dirsi concluso.
La stagione si concluse con la conquista del Silverware di Campioni d’Inghilterra, conquistato, per la prima volta nella storia del club di Anfield, per tre stagioni consecutive. Ian Rush mise a segno 32 goal. Erano 16 anni che un giocatore Red non superava quota 30 reti in campionato: l’ultimo a riuscire nell’impresa era stato infatti Roger Hunt nel 1965/66. Da segnalare una cinquina inflitta al Luton Town in ottobre ed una quaterna rifilata al Coventry a maggio. A fine stagione il bottino complessivo per il gallese fu di ben 47 goal.
L’unica nota negativa della stagione fu la precoce eliminazione dalla FA Cup, ad opera del Brighton al quarto turno. In compenso arrivò nella bacheca di Anfield la quarta League Cup consecutiva, ottenuta in una storica finale contro l’Everton. Per la prima volta in 92 anni di storia le due squadre della Merseyside si trovarono l’una di fronte all’altra nell’atto finale di una competizione. A Wembley finì 0-0; il replay si disputò al Maine Road di Manchester e vide la vittoria dei Reds per 1-0. La disputa di replay fu una costante di quell’edizione di League Cup per il Liverpool, che per aggiudicarsi il trofeo dovette giocare ben 13 partite!
In Europa la vita non fu certo più facile: per ben tre turni gli uomini di Fagan dovettero giocare la partita di ritorno in trasferta, dopo pareggi o vittorie di misura ottenuti tra le mura amiche. Dopo la facile eliminazione dei danesi del BK Odense (6-0 il punteggio complessivo) il sorteggio riservò in sorte i baschi dell’Athletic Bilbao, che all’andata riuscirono a strappare lo 0-0 ad Anfield. Nel ritorno, giocato nella bolgia infernale del San Mamès, fu Ian Rush a levare le castagne dal fuoco marcando l’1-0 finale e portando la squadra al turno successivo, dove l’attendeva il Benfica. L’andata fu risolta ancora una volta dal gallese, il cui goal - unico della gara – non poteva però garantire nulla in vista del ritorno. Davanti agli oltre 100mila del Da Luz il Liverpool giocò una delle migliori partite della sua storia, vincendo per 3-1.
In semifinale l’urna portò in dote i rumeni della Dinamo Bucarest, mentre dall’altra parte del tabellone si affrontavano Roma e Dundee United. Sammy Lee garantì ai suoi un altro successo per 1-0 nell’andata in casa, risicato quanto prezioso: a Bucarest Fagan impostò la partita all’italiana, difesa d’acciaio e contropiede fulminanti. Una doppietta di Rush portò il Liverpool alla finale di Roma, da giocare a tutti gli effetti in trasferta contro i giallorossi di Liedholm.
Prima della finale, come detto, il Liverpool si laureò campione di Inghilterra pareggiando a Nottingham contro il Notts County. Alla prima stagione da manager Fagan stava seriamente “rischiando” di ottenere un incredibile Treble, impresa mai riuscita a nessuno fino ad allora in Inghilterra. Rimaneva l’ultimo scoglio, quello di gran lunga più duro da superare: una finale da giocare nello stadio degli avversari, di fronte a 60mila tifosi di casa che si apprestavano a vivere il giorno più importante della loro squadra. A favore dei Reds, 20mila tifosi scesi da Liverpool ed il dolce ricordo della storica vittoria del 1977, ottenuta proprio all’Olimpico contro il Borussia Mönchengladbach. Ora come allora Phil Neal scrisse il suo nome sul tabellino dei marcatori, portando in vantaggio i Reds. La Roma pareggiò con Pruzzo ed il punteggio non variò più, nemmeno dopo i due tempi supplementari. Ai rigori il vantaggio ambientale si ritorse contro i giallorossi, i quali, chiaramente nervosi, sbagliarono due tiri su quattro. Il rigore decisivo fu insaccato da Alan Kennedy, già match winner a Parigi contro il Real Madrid nel 1981. La Coppa cosi’ tornava di nuovo sulle rive del Mersey e Fagan conquistava un treble alla sua prima stagione da manager, entrando fin da subito nell’Olimpo dei Grandi. La festa dei supporters inglesi esplose, per poi venire funestata, nel corso dell’intera nottata, da gravi incidenti con gli ultras romanisti. Allora nessuno poteva saperlo, ma quello sarebbe stato solo un piccolo preludio di quanto sarebbe successo a Bruxelles un anno dopo. Dopo gli acquisti estivi di Walsh e Molby, la stagione successiva iniziò esattamente come la precedente: con una sconfitta nella Charity Shield, patita contro l’Everton nella rivincita della finale di League Cup. Ad Anfield nessuno fece drammi: anzi, molti videro la debacle londinese come un buon auspicio. Non sapevano che quella che andava ad iniziare sarebbe stata la stagione più drammatica vissuta dal Liverpool fino a quel momento. Limitando l’analisi ai risultati sul campo, si trattò di una stagione mediocre, almeno tra i patrii confini. In campionato arrivò un secondo posto che si sarebbe potuto definire onorevole, non fosse stato per i tredici punti di distacco dai cugini dell'Everton. In League Cup arrivò, ad opera del Tottenham, la prima sconfitta nella competizione dopo cinque anni. Infine, il cammino in FA Cup si concluse a Maine Road, nella semifinale contro il Manchester United.
Ogni speranza di successo era quindi affidata a quella che da anni era ormai una sorta di proprietà privata: la European Cup. Il Liverpool arrivò alla finale di Bruxelles in totale scioltezza, eliminando via via i polacchi del Lech Poznan, i portoghesi del Benfica, gli autriaci dell’Austria Vienna, per finire con i greci del Panathinaikos, schiantati per 4-1 ad Anfield nella semifinale di andata e battuti anche in casa loro per 1-0.
All’Heysel i Reds avrebbero quindi giocato la quinta finale in nove partecipazioni alla Coppa dei Campioni. Avversaria, la Juventus di Trapattoni e Platini, già vincitrice della Supercoppa Europea proprio ai danni degli uomini di Fagan.
La pura cronaca sportiva narra che la partita, giocata il 29 maggio 1985, si concluse con la vittoria degli italiani per 1-0.
Quello che successe quella sera trascende però qualsiasi considerazione tecnica. Sulle cause e sulle responsabilità sono stati versati fiumi di inchiostro e non è nostra intenzione in questa sede entrare nel merito. L’unica certezza è che persero la vita 39 tifosi juventini. Fagan aveva già preso la decisione di abbandonare l’incarico di manager a fine stagione, ma ciò che successe in terra belga lo distrusse umanamente oltre che professionalmente. Le immagini del manager claudicante che scende la scaletta dell’aereo di ritorno al Liverpool Speke Airport sostenuto dal suo grande amico Roy Evans sono tuttora impresse nella mente di milioni di persone. Dopo il ritiro, Fagan mantenne un profilo molto basso, consapevole che, a dispetto di un incredibile record di vittorie, per molti egli sarebbe stato ricordato con “il manager dell’Heysel”. Ritornò in visita a Melwood, in qualche rara occasione, durante l’era di Roy Evans manager.
Fagan morì il 30 giugno del 2001, in tempo per assistere, poche settimane prima, alla conquista da parte del suo Liverpool del secondo Treble di trofei della sua storia. Un Treble peraltro molto meno nobile di quello conquistato dai suoi ragazzi in quel magico e lontano 1984.
di Davide Pezzetti, da "UK Football please"
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