30 settembre 2024

"MATT LE TISSIER. The Football Genius" di Alessandro Nobili






















Southampton, contea dell'Hampshire nella parte Sud Est dell’Inghilterra. 
Il suo porto è uno dei maggiori della costa meridionale. Da lì salpò il Titanic. 
Il suo nome viene citato in una delle tracce del disco The Final Cut dei Pink Floyd che si intitola appunto, Southampton Dock. 
Ma, per me, Southampton significa “Matthew Le Tissier”. Nato sull’isola sperduta di Guernsey a 50 km dalla costa Francese, questo ragazzotto ancora sconosciuto si trasferisce nell’Hampshire e nel 1985 entra nelle giovanili dei The Saints. 
Da quel momento in poi cominciò un amore viscerale tra Matt e i colori biancorossi. Un amore lungo sedici anni che lo consacrò “One Man Club”
Fu l’icona di Southampton, la bandiera, il grande condottiero che faceva eccitare i suoi tifosi con le sue giocate. A guardarlo bene, non gli davi nemmeno un briciolo di fiducia. Le Tissier era un omone di 185 centimetri con un fardello di 80 kg che portava a spasso per il campo. In apparenza poca agilità, poca velocità. Ma quando lo vedevi con la palla al piede cambiavi idea. Vederlo giocare con quella maglia larga, sporca di fango era semplicemente stupendo. Era un inglese con i piedi brasiliani, un centrocampista diverso da tutti gli altri, un giocatore che si affidava esclusivamente all’estro, alla giocata, al colpo sensazionale che quasi mai ti deludeva. 
Al The Dell, le generazioni passate in quei sedici anni, ancora si stropicciano gli occhi al ricordo delle sue magie. Perché Le Tissier non viene ricordato per un gol o per una giocata, Letissier viene ricordato per tutto. Per tutti i suoi 196 palloni in fondo alla rete, mai banali, sempre eccezionali per classe e astuzia. Capolavori che avevano il sapore della divinità.
Non a caso veniva chiamato “LE GOD” un onorificenza ampiamente meritata da chi sapeva trasformare una semplice partita di calcio piovigginoso in un eccitante e caldo pomeriggio d’emozioni. Xavi, il campione catalano e capitano del Barcellona, per lui ha speso queste parole: “Uno dei giocatori più eccitanti che io abbia mai visto Il suo talento era fuori dalla norma. Poteva dribblare sette o otto giocatori, ma senza velocità, camminava davanti a loro e li irrideva. Per me era sensazionale. Era sicuramente un idolo.” Basterebbe ciò per collocare Matthew Le Tissier nell’olimpo dei più grandi. Le God è per pochi, per palati fini, per chi ama il football non per i risultati ma per le sensazioni e gli amplessi che produce una semplice giocata. La gente forse non lo ricorda perché è stato uno dei più grandi talenti ad non aver vinto nulla. Non ci interessa la scarsa considerazione che molti non gli riconoscono. A noi basta l’amore smisurato di chi lo ha vissuto che ne fa di Le Tissier una parabola dal percorso magnifico, come le sue traiettorie balistiche, geniali, immortali. Era quello il suo marchio di fabbrica, la traiettoria. La sua dote migliore: il tiro. Ce n’era per tutte le salse. Stop, controllo e tiro: Gol! Lancio lungo di qualche difensore, stop di Le Tissier, lenta ma inesorabile progressione, dribbling e che era di contro balzo, al volo o dopo un triangolo volante, il risultato era sempre lo stesso, siluro verso la porta e palla in fondo al sacco. Dal dischetto poi era un cecchino infallibile 48 rigori su 49, l’unico sbagliato fu parato dal portiere del Nottingham Mark Cossley, ma stiamo parlando di sciocchezze. Bastava guardarlo mentre prendeva palla e con il suo modo dinoccolato superava gli avversari come birilli, irridendoli. “Matt Le Tiss, Matt Le Tiss, Le Matt, Matt Le Tiss, he gets the ball and takes him for a ride, The Matt, Matt Le Tiss” era il coro che i tifosi dei The Saints gli dedicavano.


Matthew l’ho amato, l’ho venerato, le sue giocate me le sognavo la notte, le provavo sui campi di calcio quando ancora ne avevo la forza. Matthew era uno di noi, uno che la vita l’ha vissuta senza atteggiarsi ad eroe. Un uomo che quando ha smesso con il calcio è rimasto nel suo angolo, nella sua nicchia dove di tanto in tanto chi lo ama e chi non lo ha dimenticato, lo va a trovare sempre con la stessa passione. Il suo piede che disegna traiettorie divine non può essere dimenticato. E, i tifosi dei The Saint non lo hanno dimenticato, perché quella con la maglia biancorossa è stata davvero una storia pazzesca, di quel romanticismo di cui spesso ci commoviamo. La fedeltà a quei colori, l’amore per la sua gente, si differenziava con la vita privata che invece veniva spesso spesa non seguendo il protocollo dell’atleta perfetto. Ma questo si era già intuito dal suo fisico che con il passare delle stagioni diveniva sempre più macilento. Ma le giocate sul campo continuavano a mischiarsi perfettamente con i litri di birra che buttava giù. Qualche allenamento saltato ma, c’era un amore che non finiva mai fino al giorno in cui siglò l’ultima rete con la maglia biancorossa.
Anno 2001, stadio The Dell. 
Dopo più di un secolo di vita lo stadio sta per essere abbattuto. Southampton-Arsenal, risultato sul 2 a 2. Il ragazzo di Guernsey decide di salutare la sua gente e lo stadio a modo suo. Come nei migliori finali, all’ultimo minuto sigla il gol della vittoria. Il punto più alto di una storia d’amore senza precedenti e poi cala il sipario sul più talentuoso giocatore d’oltremanica e, stranezza del destino, subito dopo il suo ritiro il Southampton retrocede. In un'epoca che designa le vittorie come unico metro di giudizio calcistico, la sua storia risplenderà sempre nell’animo di ogni romantico calciofilo. Le Tissier, , il Dio che giocava con i Saints. 
Un numero uno, il lungagnone con il sette appicciato su quella maglia a strisce.
Un genio, semplicemente un genio! VIVA LE GOD!
di Alessandro Nobili

28 settembre 2024

"IL CALCIO A LONDRA" di Antonio Marchese (Edizione Efesto), 2022

"Avventure Illustrate" è un libro che racchiude vite, sogni e illusioni di persone che in un modo o nell'altro si legano alla squadra di calcio del loro quartiere. Se le quarantacinque di cui narrerò vi sembrano tante, pensate a quante ne ho lasciate indietro. Magari ci sarà una prossima volta. Il mio viaggio illustrato è pregno di emozioni contrastanti che, come nelle belle avventure, attraversa attimi di felicità pura mischiati a momenti di tristezza, un sentimento da tenere sempre in considerazione. Gioie e dolori si alternano perché il viaggio è reale.

the LADS. Sergio "Conor Adam" Tagliabue (Preston North End)

Ciao, mi chiamo Sergio (Conor Adam e’ Il nickname che uso ormai da anni), ho 48 anni e vivo a Lecco, sono un grande appassionato di calcio britannico ed in generale di tutto quello che riguarda quelle Terre, dalla storia alla cultura, dalla musica alla letteratura, amo leggere e scrivere, andare ai concerti ed allo stadio, seguo infatti il mio local team italiano, la Calcio Lecco 1912. Mi piace vestire in stile “british” e “casual”, ho piccole collezioni di Adidas e vinili, ovviamente principalmente di band britanniche ed irlandesi, e cerco di viaggiare il più possibile in Uk/Irlanda per il football, ma anche per visitare le città.
-Per quale squadra tifi? Cosa ti piace di più del calcio inglese?
La mia squadra è il Preston North End a tutti gli effetti, non solo per quello che riguarda il british football. La mia passione per il calcio inglese è iniziata, oltre che per l’amore che ho sempre avuto per la Gran Bretagna in generale, guardando le partite della Premier in TV, ho così seguito per diversi anni l’Arsenal andando a vedere parecchie volte i Gunners, ho però poi nel corso degli anni iniziato a conoscere tramite libri e dvd le categorie inferiori e ad apprezzare soprattutto quelle, dalla non league fino alla Football League, il primo Club che ha attirato la mia attenzione è stato il QPR, in particolare per la sua maglia e per il leggendario Stan Bowles, ma poi è nato il vero tifo proprio per il PNE, soprattutto grazie alla sua storia ed agli Invincibili, la squadra che conquistò nella stagione 1888-89 il primo campionato calcistico senza mai perdere una partita. Ho approfondito la storia dei Lilywhites ammirando in particolare la figura di Sir Tom Finney, il suo giocatore più rappresentativo e dal 2010 ho iniziato ad andare a Preston a vedere più partite possibili instaurando tanti bellissimi rapporti di amicizia con i tifosi inglesi del North End che ad oggi posso definire a tutti gli effetti la mia squadra anche grazie a loro ed alle emozioni vissute seguendola dal vivo. Sempre in quell’anno ho fondato il PNE GBS, l’Italian Branch del Preston NE ufficialmente riconosciuto dal Club. Apprezzando e seguendo, anche attraverso il forum Rule Britannia che gestisco con altri ragazzi dal 2011, praticamente tutti i campionati britannici ho anche delle simpatie per altre squadre, su tutte quelle per il Chester FC, lo Stockport County ed il Lancaster City, in Scozia ho un debole per l’Aberdeen.

Gli aspetti che più mi piacciono del calcio inglese sono il senso di appartenenza che i tifosi dimostrano tifando spesso la squadra della loro città, gli stadi, perché sono spesso delle strutture storiche fantastiche esternamente ed internamente, con gli spalti attaccati al campo da gioco, ma anche dal punto di vista sentimentale perché sono a tutti gli effetti la casa del loro rispettivo Club. Ricordo che le prime volte che guardavo le partite in TV rimanevo sempre affascinato quando vedevo i giocatori esultare dopo un gol andando praticamente in mezzo ai tifosi abbracciandoli. Mi piace molto l’atmosfera che si respira nel matchday, il classico pre-match al pub, ma anche il modo di vivere la partita, molto più rilassato rispetto ad altri Paesi, Italia compresa, ed il modo di tifare, forse più sobrio, ma più spontaneo, a volte autoironico, spesso noto che si tende a criticare di meno e ad esaltarsi per poco, magari semplicemente per una bella giocata e non necessariamente per un gol o una vittoria, mi piace lo spirito di sportività ed anche l’attaccamento che gli Inglesi hanno per la loro Nazionale sempre e non soltanto in occasioni di manifestazioni importanti. E poi c’è la FA CUP, a mio parere la competizione sportiva più bella al mondo che nella sua lunga storia ha sempre regalato storie fantastiche e continua a farlo ancora oggi incurante di quello che è ormai diventato il calcio moderno.
-Hai scritto 3 libri, di cui 2 romanzi.. come nascono?
Si, ho scritto 3 libri, innanzitutto questo nasce dalla passione per la scrittura e la lettura che ho sin da bambino, ho sempre letto molto, prima i fumetti, poi i romanzi di narrativa o storici, ma anche dalla passione proprio per la storia e la cultura britannica ed irlandese oltre che per il football. Il primo libro “Il Preston North End per me” parla effettivamente solo di calcio ed in particolare della storia del Club, ma anche delle mie esperienze personali al seguito del PNE e le mie emozioni da tifoso. Nel corso degli anni, dopo aver scritto molto sul calcio inglese in generale su blog, fanzine e forum, ho cominciato a sentire l’esigenza di scrivere qualcosa che venisse direttamente da me, dalla mia fantasia e dalle mie passioni, pian piano e’ nata la voglia di cimentarmi con la scrittura di un romanzo vero e proprio. Per farlo ho voluto seguire le mie grandi passioni e da queste e’ nato “Una Nuova Alba”, una storia ambientata tra fine anni 70 ed inizio 80 nella periferia di Manchester. In questo romanzo parlo delle storie di un gruppo di lads che seguono lo Stockport County e che contribuiscono alla nascita della sottocultura dei Casuals, altro tema a me molto caro. Attraverso le loro storie personali racconto quello che è successo in Uk in quegli anni dando soprattutto risalto al calcio, attraverso le partite dello Stockport, ed alla musica, in particolare al movimento post punk originatisi proprio a Manchester in quel periodo grazie ai Joy Division, una band che amo e che diventa importantissima anche per Damon, il protagonista di questa storia. Il terzo libro, “No Love Lost”, e’ Il seguito del precedente ed è quindi anch’esso un romanzo che segue la stessa linea, ambientato negli 80s tratta temi un po’ più delicati come quelli della droga e dell’aborto, si continua a parlare di calcio, oltre allo Stockport entra in scena anche il forte Aberdeen di quegli anni, e di musica con tutte le sue evoluzioni dopo lo scioglimento dei Joy Division, in particolare e’ l’Hacienda di Tony Wilson a diventare protagonista, ma anche band come i The Cure, i The Smiths ed i New Order. In entrambi i romanzi parlo molto della sottocultura dei Casuals, nata negli stadi e nelle periferie del Nord Inghilterra, ed inevitabilmente della violenza legata al football, ma i veri protagonisti sono i sentimenti e le emozioni che vivono i miei personaggi attraverso gli anni, si parte da quando erano dei ragazzini a quando sono ormai diventati degli adulti alla prese con le problematiche della vita che cambiano con il passare del tempo.

27 settembre 2024

COVENTRY CITY. Magie di FA Cup.


























L'Inghilterra è considerato il paese con la più famosa, bella e tradizionale coppa nazionale che, molto spesso, ha regalato sorprese uniche, grandi partite e replay storici. Secondo alcuni dati della Football Association, la FA Cup è il trofeo che, per almeno una volta, è stato vinto da quasi tutte le squadre di categorie differenti e città (o contee) differenti.
Una famosa cavalcata storica, in questo ambita competizione anglosassone, fu quella del Coventry City che, nella stagione 1986-87, alzò al cielo dell'Empire Stadium (Wembley).
Il Coventry City è un squadra di calcio originaria del distretto cittadino di Coventry, appunto, sito nelle West Middlands. Storicamente parte del Warwickshire, Coventry è la decima città più popolosa d'Inghilterra e la tredicesima dell'intero Regno Unito.
Il club calcistico fu fondato nel 1883 per diventare, nel 1892, un club professionistico a tutti gli effetti. La sua storia non è mai stata del tutto avvincente, ha spesso militato il categorie inferiori alla First Division (oggi Premier League) e vanta, nel suo palmares, un sola Coppa d' Inghilterra.
Questo articolo tratta proprio di quella corsa a quell'unico trofeo presente in bacheca degli “Sky Blues”.
Nella stagione calcistica 1986-87, il Coventry City militava nella First Division ma, ovviamente, non rientrava tra le favorite e, di fatto, concluse il campionato con uno scialbo decimo posto in classifica. Il club di Coventry, però, prese sul serio la FA Cup in quanto non lo riteneva un trofeo impossibile da vincere.
Al sorteggio del Terzo Turno di coppa d'Inghilterra, l'urna mise di fronte agli Sky Blues il Bolton Wanderers che, all'epoca, vacillava in fondo alla Terza Divisione. 
La vittoria al Highfield Road fu uno schiacciante 3-0 per il Coventry City.
Nel Quarto Turno, però, sembrava che tutto potesse svanire in quanto, il City, si trovò a dover affrontare un test molto importante in quel di Manchester, per la precisione ad Old Trafford. Davanti a sé non vi era un Manchester United grandioso (che oltretutto terminò la stagione sotto al Coventry) ma erano sempre i Red Devils. Il team del West Middlands, però, riuscì ad espugnare la tana dello United per 0-1.
Negli ottavi di finale vi fu la trasferta in casa del Stoke City dove, ancora una volta, il Coventry City vinse con un risultato di 0-1.
Ormai tutti i tifosi della cittadine credevano nell'impresa dei loro beniamini ed il sorteggio, per i quarti, diede un agguerrito Sheffield Wednesday che però venne schiacciato, in casa, da un Coventry City che vinse per 1-3. Dopo questa vittoria, c'era fiducia nei propri mezzi e il club ed i loro supporters credevano nella speranza di portare l'ambita FA Cup nelle West Middlands.
In semifinale, l'avversario fu un Leeds United che si trovava in Second Division ma, visto che si trovava in semifinale, non avrebbe ceduto di un centimetro agli assalti del Coventry. Si giocò ad Hillsborough. Passò in vantaggio il Leeds United con Ronnie ma poi vi fu una rimonta per 2-1 da parte del Coventry con le reti di Gynn ed Houchen ma, quando sembrava fatta, al 83esimo il Leeds United pareggiò con Edwards. Sarà il goal di Bennett ai tempi supplementari che permise l'accesso alla finalissima.
La finale fu giocata, ovviamente, a Wembley contro i londinesi del Tottenham Hotspurs che batterono, in semifinale il Watford.
L'Empire Stadium raccolse a sè ben 96.000 spettatori, l'arbitro di gara fu il mancuniano Neil Midgley che diede il fischio alle ore 15:00 del 16 Maggio 1987.
Alla prima azione buon per il Tottenham , la difesa del Coventry si fece trovare impreparata e, su un cross dalla destra di Waddle, Clave Allen bucò, di testa, la porta degli Sky Blues difesa da Ogrizovic. Questo, però, non abbattè il Coventry City che che reagì subito e, dopo soli sei minuti arrivò alla rete del pareggio grazie al solito Barnett. L'azione ebbe inizio da centrocampo, zone metà campo degli Spurs, e Greg Downs fece un lancio verso l'area di rigore avversaria, Houchen giocò di sponda e, un rapido Bernett, agganciò il pallone nei pressi dell'arietta piccola, smarcò il portiere avversario andando a rete. 1-1. Da lì il Coventry City prese coraggio e macinò molto gioco ed arrivò al goal anche con Regis ma venne subito annullato per presunto fallo da parte del numero 9 degli Sky Blues. Verso il terminare del primo tempo il portiere del Coventry Ogrizovic si avventurò fuori dall'area di rigore di competenza e, quando rinviò, colpì un giocatore del Tottenham rischiando di combinare la frittata visto che che poi i londinesi sprecarono l'occasione.
Al 40esimo, però, gli Spurs tornarono in vantaggio grazie ad un colpo di testa di Mabbutt. Anche qui il portiere del Coventry non fu incolpevole, visto che prima uscì poi tornò indietro tra i pali. Il primo tempo terminò così con il Tottenham in vantaggio. Nella ripresa si vide un Coventry City molto più agguerrito che lottava su ogni pallone e, al 62esimo, un cross dalla destra di Barnett attraversò l'area di rigore degli Spurs e sbucò indisturbato Houchen che, in tuffo di testa, concluse a rete per il goal del pareggio. Sugli spalti ci credevano i supporters degli Sky Blues mentre, in campo, il team allenato, all'epoca, da Sillett iniziò anche a giocare più duro mettendo sempre la gamba; clamoroso fu il contrasto, sul finire di gara, tra Klicline (Coventry City) e Mabbutt (Tottenham) dove, quest'ultimo, spiccò letteralmente il volo dopo il contrasto con l'avversario.

























Si andò ai supplementari ed entrambi i team volevano chiudere la pratica il prima possibile. A chiuderla è, al 95esimo, il Coventry City con la complicità del Tottenham. McGrath del Coventry si avventurò, sulla fascia di destra, in una corsa fino al fondo tentò un cross potente terra-aria che, però, venne intercettato da Mabbutt. Sfortuna, per il numero 6 del Tottenham, volle che la palla prendesse uno strano effetto e sorprese con una “palombella” il portiere degli Spurs: Clemence.
E' 3-2, è, goal, anzi autogoal, è Coventry City in vantaggio, è delirio sugli spalti (settore Coventry) dell'Empire Stadium di Wembley. Nel resto dei tempi supplementari, il Tottenham provò, come potè, a rimontare ma sbatteva con un muro celeste. Al momento del triplice fischio da parte di Midgley, lo stadio scoppiò in una festa tutta a tinte celesti, era fatta: il Coventry City conquistò il suo primo (unico a tutt'oggi) trofeo prestigioso. I tifosi Sky Blues erano al settimo cielo la festa continuò per giorni. Oggi, se si va a visitare il Museo dei Trasporti di Coventry, vi è esposto il bus Double-Decker con la quale il team sfilò per le strade della città del West Middlands
La FA Cup ha regalato, regala e regalerà sempre romantiche storie di calcio la magie ed il fascino che possiede è tutta raccolta in un'antica tradizione che non va mai snobbata, anzi, è da considerata, spesso, molto più importante di un campionato vinto, di una salvezza raggiunta o una qualificazione europea.
di Damiano Francesconi

26 settembre 2024

"GOD SAVE THE STADIUMS. Racconti, leggende e personaggi da 45 stadi del Regno Unito" di Cristiano Cinacchio (Urbone), 2023


Se si può facilmente sostenere che oggi la Premier League sia il campionato più bello, affascinante e seguito al mondo, ciò non è dovuto solo ai miliardi di pounds che finanziano ogni stagione il mondo del football d’Oltremanica. Molto è dovuto ai giocatori, ai personaggi ed alle leggende che ammantano la memoria storica delle squadre di questo paese. 
E gli stadi sono il luogo di collezione ideale di tutte queste figure.

Cristiano Cinacchio, dopo Il Diario delle Canchas Argentine e Bucarest – tra Football e Politica ci porta questa volta nel Regno Unito, a conoscere le storie narrate da 45 teatri calcistici, tra Inghilterra e Scozia. Un’opera che come sempre per l’autore vuole essere una via di mezzo tra un libro di storiografia calcistica e una guida sul groundhopping, tra storie di dirigenti, calciatori, leggende … ed una appassionata lettera d’amore calcistico ad un suo idolo d’infanzia che ci ha prematuramente lasciato ad inizio 2023.
Con la preghiera al Dio del Football che salvi i nostri catini dei sogni: God Save the Stadiums!

LA FARSA DI ALLY e L'EPICA DI ARCHIE. Una rievocazione della Scozia al Mondiale del ‘78.

























Il calcio può essere epica, poesia, commedia, tragedia oppure farsa. Generi diversi che in alcuni rari casi riescono a mescolarsi così profondamente da formare un tutt’uno difficile da scindere, e ancora meno da dimenticare. La prima volta della nazionale scozzese alla fase finale di un mondiale di calcio rappresenta uno degli esempi più eclatanti. 
Tutto iniziò da una frase pronunciata all’Hampden Park di Glasgow il 25 maggio del 1978: “Mi chiamo Ally MacLeod, e sono un vincente”.
Poi, tanto per aggiungere la classica ciliegina su una torta che tutti non vedevano l’ora di gustare, ecco una Promessa di quelle con la P maiuscola. “La Scozia vincerà la coppa del mondo”. 
E il tripudio fu totale. Quella sera si celebrava la partenza della Tartan Army verso l’Argentina, e nulla era stato lasciato al caso; almeno 20mila erano le persone accorse per applaudire i giocatori in parata a bordo di un bus a due piani dal tetto scoperto, pronti a salire a bordo del DC10 che li avrebbe condotti verso la Grande Impresa. Orgoglio era la parola chiave; orgoglio di rappresentare non solo la propria nazione ma anche l’intero Regno Unito, dal momento che Galles, Irlanda del Nord e Inghilterra si erano perse per strada lungo le qualificazioni. Gli inglesi avevano dovuto arrendersi alla differenza reti lasciando primo posto del girone, e il conseguente biglietto per l’Argentina, all’Italia, mentre gli irlandesi non avevano avuto scampo contro l’Olanda di Cruijff. A lasciare a casa il Galles ci avevano invece pensato direttamente gli uomini di MacLeod in un tiratissimo incontro disputato ad Anfield il 17 ottobre 1977.
La Federcalcio gallese aveva scelto Liverpool a scapito di Wrexham per fini puramente economici (Anfield poteva contenere 51mila spettatori, l’impianto della capitale gallese solo poco più di 15mila), azzerando così il fattore campo per quello che era una sorta di spareggio per il definitivo primato del girone (che come terza e ultima squadra comprendeva i campioni d’Europa in carica della Cecoslovacchia). Gli scozzesi ringraziarono e passarono all’incasso, anche se con più difficoltà del previsto, dal momento che ci volle un rigore molto dubbio (mani in area di Joey Jones, ostacolato però irregolarmente da Joe “Squalo” Jordan) fischiato a undici minuti dalla fine per spezzare l’equilibrio. Don Masson, centrocampista del Derby County, centrò il bersaglio, imitato una manciata di minuti dopo da Kenny Daglish con un bel colpo di testa in tuffo. Il sogno poteva avere inizio.

La parata dell’Hampden Park (con tanto di canzone scritta appositamente da un Rod Stewart per nulla timoroso di sprofondare nel ridicolo cantando versi quali “Ole ola, ole ola / we’re gonna bring that World Cup back from over tha”) fu fonte di lazzi e scherni da parte della stampa inglese, che accusarono i colleghi di essere semplici tifosi dotati di macchina da scrivere. Critiche senza dubbio dettate dalla gelosia di gente con la bile grossa come un melone in quanto costretti a guardarsi la competizione dal divano di casa propria; critiche che però nascondevano un fondo di verità ben evidenziato da quel tifoso che, in mezzo al tripudio di Croci di Sant’Andrea, si chiese se non era meglio imbastire celebrazioni dopo aver vinto il trofeo, e non prima. 
Il gruppo in cui era stata sorteggiata incitava però all’ottimismo; c’era l’Olanda del Calcio Totale ormai sul viale del tramonto, per di più senza Cruijff e Van Hanegem, c’era un Perù “accozzaglia di veterani e vecchie glorie” (così disse un membro dello staff tecnico di Ally MacLeod), e infine c’era un Iran già inopinatamente ribattezzato squadra materasso. Alla fase successiva si qualificano le prime due, ragion per cui l’agenzia di scommesse Ladbrokes azzardò una quota 8-1 per la Scozia campione del mondo.




















Il Sierras Hotel, piccolo complesso nella cittadina di Alta Gracia, fu l’alloggio scelto per gli scozzesi. Non era certo un Movenpick a cinque stelle, quanto piuttosto un tugurio con le camere da letto più simili a dormitori per homeless e una piscina in cui sguazzavano beatamente decina di blatte, il tutto condito dall’onnipresente presenza, al di fuori del perimetro dell’hotel, dei militari della giunta di Videla, grilletto facile e simpatia direttamente proporzionale al tasso di democrazia che regnava nel paese, e da una scossa tellurica che aveva interessato le colline circostanti, “la più forte registrata negli ultimi cinquant’anni”, almeno così scrisse la stampa locale. Circostanze malaugurati a parte, Macleod era già proiettato alla partita d’esordio contro il Perù, ma si rifiutò di andare a visionare un loro allenamento dal vivo in quanto, a suo dire, li conosceva già bene grazie a una mezza dozzina di videocassette recentemente visionate. E poi cosa c’era da temere da una squadra che molti giornali europei definivano alla stregua di un’armata brancaleone un po’ in avanti con gli anni? La risposta arrivò sabato 3 luglio 1978 allo stadio Chateau Carreras di Cordoba davanti a 37792 spettatori. La Scozia doveva rinunciare a buona parte della difesa titolare, con i due terzini Willie Donachie e Danny McGrain più il centrale Gordon McQueen fuori causa per infortunio. La scelta di Macleod cadde rispettivamente su Stuart Kennedy, Martin Buchan e Kenny Burns, con i primi due posizionati in un ruolo di fascia che non era il loro. In più lasciò in panchina il talento di Graeme Souness a favore dei polmoni dell’ormai stagionato Masson, l’eroe di Liverpool, escludendo anche il bomber dei Rangers Glasgow Derek Johnstone, che aveva appena chiuso la stagione con un bottino di 41 reti, per lasciar posto a Jordan. Una mossa quest’ultima che lasciò perplessi parecchi osservatori ma che, almeno inizialmente, diede i suoi frutti quando al minuto 19 proprio lo Squalo raccolse una respinta difettosa del portiere peruviano Ramon Quiroga su tiro di Bruce Rioch e portò in vantaggio la Tartan Army. Ma il Perù non era quella banda di sprovveduti che molti credevano; a centrocampo dettava legge Teofilo Cubillas, uno dei reduci del Mexico 70 ma tutt’altro che un talento in pensione (del resto aveva poi 29 anni), mentre sulle fasce Kennedy e Buchan arrancavano dietro i tacchetti di Oblitas e Munante, ali piccole e leggere tutte dribbling e scatti. Prima dell’intervallo Cueto aveva pareggiato la rete di Jordan, ma ciò che preoccupava di più i tifosi scozzesi sugli spalti era l’incapacità dei propri beniamini di prendere le misure agli scatenati peruviani. Un bandolo delle matassa che Macleod non aveva la minima idea di come sbrogliare, e infatti una volta rientrato negli spogliatoi le uniche parole che disse ai suoi esterrefatti giocatori fu di “calciare la palla più lontano e più forte possibile”. Al rientro in campo la Tartan Army tentò con una reazione d’orgoglio di invertire l’inerzia della partita, ma quel giorno la dea bendata aveva deciso di non accettare la corte degli uomini di Macleod, per cui il colpo di testa di Jordan finì sul palo e Masson si vide respingere un calcio di rigore da “El Loco” Quiroga. Poi iniziò il Cubillas show e per gli scozzesi fu notte fonda; doppietta del mago peruviano per il 3-1 finale e giocatori in maglia blu fuori dal campo a testa bassa, morale sotto i tacchi e il ricordo dei festeggiamenti dell’Hampden Park evaporato come se fosse lontano intere decadi piuttosto che poche settimane.
L’indomani Macleod ordinò alle proprie truppe di serrare le fila e di pensare esclusivamente alla prossima partita, avversario l’Iran. Pura illusione; subito dopo il fischio finale l’ala del West Bromwich Albion Willie Johnstone, uno dei pochi elementi positivi nella disfatta peruviana, venne sottoposto a un controllo antidoping a sorpresa risultando positivo a uno stimolante. Il giocatore ammise di aver preso il Reactivian, farmaco permesso dalla Federcalcio inglese ma vietato dalla Fifa. Scoppiò un polverone, che andò a sommarsi alle già copiose critiche provenienti da una stampa inglese che se la rideva sotto i baffi e a non meglio precisate accuse di sbronze e sesso a go-go nelle notti antecedenti la partita. Johnstone, ingenuo più che imbroglione, venne dato in pasto all’opinione pubblica dal segretario della Federcalcio scozzese Ernie Walker, che lo rispedì a casa su due piedi. Poi fu di nuovo calcio, e nuovamente di pessima fattura. Anche contro l’Iran gli scozzesi palesarono gravi carenze tattico-organizzative, trovando la rete del vantaggio solo grazie a una comica autorete del difensore Eskandarian. Nel secondo tempo arrivò però la rete del pareggio degli asiatici, triste anticipazione del coro di fischi e urla (“ridateci i nostri soldi” il refrain più gettonato) che piombarono dalle gradinate occupate dai tifosi della Tartan Army. Si era decisamente lontani dal concetto di cavalcata verso la coppa espresso alla vigilia. Il giorno seguente alla conferenza stampa ad Alta Gracia l'atmosfera era plumbea, anche se Macleod tentò di rasserenarla avvicinandosi a un cane e cominciando ad accarezzarlo. "Almeno è rimasto questo cane a volermi bene", disse. La bestia si girò di scatto e gli morse il dito.
Il terzo e ultimo atto del girone eliminatorio prevedeva l'Olanda, che aveva vinto contro l'Iran e pareggiato con il Perù portandosi il testa al gruppo. Per qualificarsi alla fase successiva gli scozzesi dovevano battere i tulipani con almeno tre reti di scarto. Il teatro non era più il Chateau Carreras di Cordoba bensì il San Martin di Mendoza, città ai piedi delle Ande. Macleod, ai minimi storici in termini di popolarità, scese un ulteriore scalino verso il fondo accettando un'offerta di 25mila sterline da parte dello Scottish Daily Express (giornale che al termine del pareggio con l'Iran, tanto per dare le giuste proporzioni al disastro, era uscito con il titolo “The end of the world”) per un'intervista esclusiva, quando fino al giorno prima la linea adottata era quella di parlare con tutti i giornalisti senza favoritismi di sorta. Il tecnico decise però di cambiare le proprie abitudini anche riguardo l’undici titolare, schierando in campo Greame Souness fin dal primo minuto. Con un stadio per due terzi dalla propria parte (i neutrali erano tutti per gli scozzesi) Souness e compagni cominciarono ad attaccare a testa bassa; se fallimento doveva essere, almeno sarebbe arrivato senza perdere la dignità. Ma la prima rete a gonfiarsi fu proprio quella difesa da Alan Rough, battuto al minuto 34 da un calcio di rigore di Rob Rensenbrink per quello che era il gol numero 1000 nella storia della Coppa del Mondo. Sotto il cumulo di cenere dove si trovavano sepolti i sogni di gloria della Scozia ardevano però ancora diversi tizzoni, i cui nomi rispondevano a quelli di Greame Souness, Kenny Daglish (fino a quel momento deludente) e Archie Gemmill. L'1-1 partì proprio dai piedi del primo, il cui cross venne girato di testa da Jordan verso Daglish, che con una terrificante botta al volo ristabilì la parità. A inizio ripresa Willy van der Kerkhoff stese l'incontenibile Souness in area, e Gemmil trasformò il penalty del vantaggio. Gli olandesi, perso per infortunio il proprio motore di centrocampo, Johan Neeskens, tentennavano e arretravano di fronte alla ritrovata carica scozzese, con un Macleod risorto a vita nuova in panchina che si sbracciava incitando costantemente i suoi uomini. Al minuto 68, con la Scozia di nuovo in attacco, tre difensori olandesi accerchiarono Daglish sottraendogli la palla, che però finì sui piedi di Gemmill al limite dell'area. Fu l’inizio dell’Archie show; un primo dribbling su Wim Jansen, un secondo su Ruud Krol e un terzo su Jan Poortvliet prima di scagliare un rasoterra all’angolino imprendibile per il numero uno degli oranje Jan Jongbloed. Un gol fantastico, eletto poco tempo dopo il più bello di tutto il Mondiale, sicuramente uno dei migliori nella storia della Tartan Army. La Scozia cominciò a intravedere la luce alla fina del tunnel, dopotutto alla grande impresa mancava solo una rete. Che arrivò 4 minuti più tardi, ma nella porta sbagliata. Fu ancora una volta un gran gol, ma lo segnò Johnny Rep con una bordata dalla trequarti che non lasciò scampo a Rough. Fine del sogno, per la vittoria della coppa del mondo si prega di ripassare prossimamente.
Sull’avventura scozzese al Mondiale del 1978 sono stati versati fiumi di inchiostro, ma non solo; a distanza di vent’anni il Fringe Festival di Edimburgo è stato aperto con due film dedicati all’evento, il primo, The Game, incentrato sui tifosi che avevano sofferto da casa per i propri beniamini impegnati oltreoceano, il secondo, Argentina 78 – The Director’s Cut, maggiormente focalizzato sugli eventi calcistici, senza dimenticare una buona dose di ironia (non poté quindi mancare la più gettonata barzelletta scozzese post-Mondiale su Micky Mouse che girava per le strade di Glasgow con al polso un orologio raffigurante Macleod). Il momento mai dimenticato è però quello della rete di Gemmill, citata dal film Trainspotting (nella scena della camera da letto) ma soprattutto al centro di una ballata scritta dal poeta Alastair Mackie dal titolo The Nutmeg Suite. Versi che meritano di essere riproposti:
di Alec Cordolcini, da UKFP (dicembre 2007)

25 settembre 2024

BACK TO THE "SIXTIES" - Football League Review.

Dopo alcuni pezzi dedicati agli stadi torno a proporre uno scritto dedicato alla Golden Age del football andando a scoprire la “Football League Review”
Durante la stagione 65/66 il Management Committee della Football League diede il via ad un esperimento commerciale. Rilevarono la pubblicazione “Soccer Review” allora usata da 34 clubs di Football League come un extra per il club programme, la trasformarono in “Football League Review” e decisero di investirvi sia graficamente sia a livello di contenuti in modo di fare si che nel giro di 2/3 anni tutte le squadre di F.L. l’avrebbero accolta nel proprio programme. La Football League infatti voleva dare vita ad un mezzo che arrivasse a più tifosi possibili, dove si spiegavano i programmi, le idee, le attività dell’organo calcistico oltre a coinvolgere gli appassionati con varie rubriche.
La rivista, che tanti collezionisti avranno trovato all’interno di molti programmi tra il 1966 ed il 1975, migliorò anno dopo anno aumentando le rubriche, la grafica, i servizi ed il colore. Punti fissi erano gli articoli dedicati ad arbitri, managers, giocatori ma anche al “tifoso della settimana” o alla visita ad un club (la rubrica si chiamava “Club call”) con presentazione del board, dello stadio, storia dello stemma. La posta dei lettori (rubrica “Post bag”) arrivò a ricevere migliaia di lettere settimanalmente mentre rubriche fisse come “League view” o “Editor’s view” alternavano prestigiose firme con articoli e commenti dei Directors della federazione. Dalla fine della stagione 66/67 il giornalista Bryon Butler (autore di molti libri sul football) iniziò a scrivervi regolarmente, la copertina divenne a colori ed all’interno aumentarono le foto di squadre o giocatori.
Proprio il materiale fotografico fu un cavallo di battaglia della “F.L.R.” che assegnò il compito di fotoreporter a colui che ritengo un genio della fotografia calcistica ovvero Peter Robinson (autore del meraviglioso volume “Football days” che raccoglie immagini di 30 anni della sua carriera). Robinson girava in lungo ed in largo l’Inghilterra catturando immagini dentro e fuori gli stadi con una originalità ed una innovazione unica per quei tempi; le squadre venivano immortalate sedute in tribuna o negli spogliatoi invece che sulla tradizionale panca, i managers mentre palleggiavano o mentre giocavano a golf invece che rigidi con le braccia conserte. Non mancavano gli scatti dedicati a fasi di gioco o ai singoli giocatori ma anche i tifosi con Robinson diventavano protagonisti meritando curiose immagini così come i “Bobbies” in servizio o i raccattapalle. Il pubblico era affascinato dalla veste grafica e le foto delle squadre, sia che fossero in 3a o 4a copertina che nella pagina centrale, venivano collezionate come mini posters. La F.L. vendeva la rivista ai clubs a prezzo di costo e copriva le altre uscite grazie alle aziende che vi facevano pubblicità come Park Drive, Player’s, Woodbine, Wills per sigari e sigarette, Ford UK e Vauxhall automobili, Bell’s whisky, Watney e Double Diamond birre, Texaco ed Esso, Gillette e Wilkinson. 
Durante il periodo di massimo splendore la “F.L.R.” riuscì a collaborare con una ottantina di clubs e si stima che i lettori regolari superassero i 300.000.
All’inizio della stagione 1971/72 cambiò il nome in “League Football” pur mantenendo impostazione contenuti della precedente testata ma già dalla stagione successiva si iniziarono a sentire i sintomi di una certa “stanchezza” che porterà la rivista a chiudere nel 1975 la collaborazione con i clubs che ancora la ospitavano. Le cause principali furono un sostanziale calo degli sponsors, l’inizio della diffusione di programmi di varie dimensioni tipico della prima metà dei 70’s (ricordate l’effimera, per fortuna, moda dei progs tipo tabloids lanciata dal Derby County?) e quindi non più capaci di ospitare all’interno la “F.L.R.”, la diffusione di varie riviste sul football. Resta comunque un bel pezzo di memorabilia (ne posseggo un centinaio), discretamente reperibile, il costo è quello dei programmes del periodo o anche meno se ci si imbatte in blocchi e personalmente la ritengo validissima soprattutto per le foto a colori di squadre, giocatori, stadi, protagonisti vari eseguite da quel genio di Robinson.
di Gianluca Ottone, da UKFP (dicembre 2005)

24 settembre 2024

"BRIAN CLOUGH il più grande" di Remo Gandolfi (Urbone), 2022

Quella di Brian Clough è una storia unica che occorre maneggiare con cura e Remo Gandolfi c’è riuscito, eccome! Remo ha avuto la capacità di rendere così fluido il racconto che al lettore sembra di cavalcare le onde dell’oceano su una tavola di surf. Da sempre conosciuto per il suo ego spropositato, tra le pagine di questo libro scopriremo un Clough che, pur rimanendo fedele alla sua immagine, sa essere diverso, sa essere sensibile, attento e sa riconoscere i propri errori. Il doppio racconto (la narrazione dei fatti e la versione di Clough) arricchisce ulteriormente l’opera che percorre l’intera vita del protagonista, dagli inizi di grande attaccante, al terribile infortunio che ne ha interrotto la carriera, alle varie esperienze in panchina, dai trionfi con Derby County e Nottingham Forest, alla cocente umiliazione dei famosi “44 giorni” di Leeds e agli ultimi anni passati a combattere i problemi con l’alcol. Questo e molto altro vi aspetta in ciascuna delle pagine di questa biografia. Che amiate o non amiate il football d’oltremanica qui si parla di calcio, di uomini, di sentimenti, di valori e di imprese. Prefazione di Filippo Galli.

the LADS. Danilo Perolini. Un Hammer a Crema (West Ham United)

Ciao, sono Danilo Perolini ho 49 anni, vivo a Crema e sono appassionato di calcio inglese dai primi anni ’90, da quando è entrato nelle case degli italiani attraverso la Pay Tv (Tele +).

- Di quale squadra britannica sei tifoso e per quale motivo?
Sono tifoso del West Ham United.
Tutto è iniziato seguendo le partite di Paolo Di Canio per gli hammers.
Lui e Matthew Le Tissier erano i miei giocatori preferiti.
Col tempo mi sono appassionato alle sorti di questa squadra, della sua storia, della sua tifoseria turbolenta, del fascino della working class londinese, dei martelli incrociati, e di quei colori di maglia tanto inusuali per i confini italiani. Ho avuto la fortuna e il privilegio di seguire gli hammers per un paio di volte nel vecchio Upton Park prima che lo demolissero anche se il ricordo più bello che ho è riferito a Wembley, Maggio 2012, finale di playoff di Championship contro il Blackpool. Viaggio e partita indimenticabili suggellati dal gol di Vaz Te al novantesimo che ci ha riportati in Premier League. Il West Ham poi mi ha permesso di stringere grandi amicizie in giro per l’Italia. Tanti amici e birre assicurate quasi in ogni città….il mio West Ham è proprio questo più che i risultati sportivi della squadra

- Come è iniziata la tua passione per il calcio britannico e quali sono le caratteristiche che piu' ti piacciono?
Come ti dicevo la mia passione è iniziata seguendo il campionato inglese su Tele + ed in poco tempo è stata una passione che mi ha travolto.
Sono stato abbonato fin dai primi numeri alla fanzine “UK Football Please”, fanzine che conservo ancora con cura in una scatola ermetica nel soppalco del garage.
Era un periodo in cui mi stavo stufando del calcio italiano per mille motivi. Il calcio inglese è arrivato nel momento giusto. Mi è sempre piaciuto l’attaccamento viscerale alla squadra del cuore, gli stadi pieni, le birre al pub dopo il match, il far finire le partite al triplice fischio senza polemiche inutili per una settimana, certe tradizioni come il replay di FA CUP (sigh!) o il sorteggio integrale nella stessa, le maglie e certi gruppi musicali che si abbinavano in modo deciso a certe squadre (Oasis, Blur, Booze and Glory). Insomma la cultura inglese mi ha sempre affascinato e purtroppo la globalizzazione sta rendendo sempre più il calcio inglese un prodotto di plastica….ma si cerca di resistere!

Danilo, raccontaci com'è nata l'idea del libro in memoria di Christian LaFauci, ed ora che sta uscendo anche il secondo avete altre iniziative legate a questo progetto?
Ti ringrazio per la domanda che mi da la possibilità di parlare di un persona a me cara. Ho conosciuto Christian per via del libro che aveva scritto su Matthew Le Tissier ed è stato subito feeling intenso.
Abbiamo creato “Radio Cruijff” un programma radiofonico in streaming che raccontava di calcio passato, musica e strada. Purtroppo Christian e la madre sono venuti a mancare in modo tragico nel Luglio di 3 anni fa e da allora il suo ricordo e certe esigenze impellenti sono presenti in maniera costante.
Abbiamo raccolto delle storie di calcio fra i suoi amici di penna e stampato un libro all’indomani della sua morte. I proventi sono serviti per pagare uno spazio e una lapide al cimitero di Genova (visto che la situazione economica di Christian non era delle più ottimali).
Ora uscirà un secondo volume in sua memoria (il titolo è "La mia passione, Il mio calcio).
Il libro è edito da Urbone Publishing (costo 15 euro) e ancora una volta raggrupperà 25 storie di calcio scritte o concesse da alcuni suoi amici. I proventi andranno alla Band degli Orsi, un’associazione di Genova (città di Christian) che si occupa di dare sostegno logistico ai parenti dei bambini ricoverati all’ospedale Gaslini di Genova.
Per il futuro l’obiettivo è di ricordare Christian con iniziative in sua memoria e di farci trovare pronti economicamente fra qualche anno (2030) ad affrontare le spese di rinnovo del posto al cimitero di Genova.

23 settembre 2024

FA Cup Final 1973. The scratch of the cat.

Quando il signor Ken Burns da Stourbridge fischia la fine dell'incontro, lo spicchio di Wembley colorato di biancorosso esplode in un boato di gioia. 
E Bob Stokoe, si alza dalla panchina e corre. Il Sunderland ha appena conquistato la sua seconda FA Cup battendo in una finale palpitante di emozioni, il Leeds United di Don Revie.

























Lo ha fatto non solo da sfavorito ma anche da compagine di seconda divisione. Era la prima volta dal dopoguerra che un team “cadetto” saliva i gradini del royal box per ricevere il trofeo. Accadde anche nel 1931 con il WBA. Accadrà di nuovo nel 1980 quando un frizzante e irrispettoso West Ham befferà l'Arsenal detentore. Anche quel 5 maggio 1973 i bianchi di Elland Road si inchineranno al Sunderland da campioni uscenti. Corsi e ricorsi storici. Poesia e bellezza della coppa più antica del mondo. E intanto, Bob Stokoe continua a correre. Bob Stokoe è il manager dei black cats da cinque mesi. Ha raccolto una squadra che navigava nelle torbide acque dei bassifondi di classifica dell'ostica second division. Con lui al timone il Sunderland virerà decisamente verso posizioni di classifica di tutto rispetto e sopratutto raggiungerà l'atto finale della coppa. Corre impazzito di felicità. Corre verso Jim Montgomery. Verso quel portiere che con due parate strepitose ha consentito al club del nord est d'Inghilterra di mantenere la rete di vantaggio e aggiudicarsi la coppa. La sua corsa a braccia aperte, cappello marrone a nascondere una calvizie incipiente, impermeabile trench beige sopra la tuta d'ordinanza rossa, resterà nella memoria come uno dei momenti più carichi di entusiasmo e commozione di sempre. Ad immortalarlo in quell'attimo, saranno non solo le riprese televisive e i flash dei fotografi, ma anche una statua che oggi campeggia all'esterno dello Stadium of Light. Omaggio e tributo all'uomo. Ricordo e testimonianza per chi quel giorno l'ha vissuto. Ma anche per chi non c'era. Per chi ci sarà, e vorrà capire la magia di certe emozioni. Per lui la vittoria sarà doppia. Racconterà che un giorno quando era alla guida del Bury, Don Revie cercò di corromperlo per favorire il successo dei suoi. L'incrocio di destini è straordinario se si pensa che Brian Clough forse il maggior nemico giurato di Revie si infortunò giocando per il Sunderland proprio contro il Bury di Stokoe, per poi prendere il posto di Donald George Revie al Leeds quando quest'ultimo assunse la guida della nazionale. Come detto in precedenza c'era già una coppa d'Inghilterra nella vetrina dell'argenteria del Roker Park, il vecchio e glorioso stadio del Sunderland. Costruito per rivaleggiare in grandezza con gli odiati vicini di Newcastle ed inaugurato nel 1898. Fu abbandonato nel 1997 a favore di un complesso di case residenziali e far posto al nuovo Stadium of Light. Un gioiello. Moderno e confortevole. Ma il cuore di tanti tifosi pulsa ancora sotto inclementi colate di cemento. 


Quella coppa, la prima, era datata 1937. Per gli annali, il Sunderland si impose 3-1 sul Preston di fronte a 121.919 spettatori. Per la statistica andarono a segno Gurney, Carter, e Burbanks. Per i romantici, un ragazzino di dodici anni, Billy Morris, entra a Wembley con un gattino nero in tasca. Un portafortuna. Sarà uno dei motivi (ma non l'unico) per cui nel 2000 quando il club decise di indire un referendum per eleggere definitivamente il nick name della squadra l'appellativo “Black Cats” vincerà con largo margine. La FA Cup 1973 inizia nel tradizionale “terzo turno” di gennaio dove entra in scena la nobiltà vecchia e nuova di prima e seconda divisione. Inizia a Nottingham, sponda Notts County. Al Meadow Lane finirà 1-1, ma nel replay giocato in casa tre giorni dopo il Sunderland si imporrà per 2-0. Al quarto turno servirà ancora una ripetizione per decidere chi potrà accedere al turno successivo. Dopo che il Reading ha imposto il pareggio per 1-1 al Roker Park i biancorossi vanno a vincere in trasferta 3-1. Negli ottavi o se preferite al quinto turno l'abbonamento al replay del Sunderland prosegue. E questa volta il club di Stokoe fa una vittima illustre. Il Manchester City che aveva eliminato il Liverpool. Al Maine Road è un autentica battaglia che terminerà sul 2-2. Ma in casa il Sunderland non fa sconti e i Citizens si arrendono. 3-1!. La coppa entra nel vivo e sabato 17 marzo nei quarti di finale, l'occasione è troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire. I Black cats pescano il Luton Town e lo affrontano fra le mure amiche. Finirà 2-0 e per il club di Roker park si aprono le porte di Hillsborough. Si aprono le porte della semifinale, preludio agli sfarzi di Wembley. Ma l'impresa è ardua. C'e da battere l'Arsenal e l'emozione di certe serate. In quelle semifinali ad eccezione del Sunderland che come detto militava in seconda divisione, gli altri tre team erano tutte squadre di massima serie e tra le altre cose anche le migliori visto e considerato che al termine del campionato l'Arsenal giunse secondo alle spalle del Liverpool campione, il Leeds United si classificò terzo e il Wolverhampton Wanderers finì la stagione al quinto posto. Sunderland- Arsenal, dunque. 
E' il 7 aprile 1973. La muraglia umana dei tifosi è impressionante su tutti i lati dello stadio. Ci saranno in totale oltre 55.000 spettatori. Per la città di Sunderland è già un evento. Si muoveranno in 23.000, fra treni, autobus, e mezzi privati. I gunners scendono in campo con la maglia da trasferta gialla su pantaloncini blu, come al solito un effetto cromatico straordinario sul rettangolo verde. Il Sunderland opta per un impeccabile tenuta completamente bianca. Come una damigella debuttante al gran ballo dell'aristocrazia. Su Hillsborough tira un vento insidioso. I centrali dell'Arsenal commettono un errore sulla ribattuta dei centrocampisti avversari e Vic Halom ne approffitta per battere Wilson con un mezzo pallonetto. Alla fine del primo tempo i ragazzi di Stokoe sono avanti 1-0. Nella ripresa la convinzione di potercela fare cresce con il passare dei minuti e diventa quasi una certezza quando Hughes di testa raddoppia per i suoi su una rimessa in gioco di Bobby Kerr spizzicata leggermente da Dennis Tueart. L'Arsenal proverà a rientrare in partita ma il goal di Charlie George nel finale di gara non sarà sufficiente. Il Sunderland andrà a Wembley a giocarsi la finale con il Leeds United che intanto nell'altra semifinale, ha battuto i Wolves 1-0 a Maine Road con una rete di Billy Bremner. Immediatamente si scatenò un autentica corsa al biglietto. Tutta Sunderland avrebbe voluto scendere a Londra. Una Sunderland quella dei primi anni settanta che ancora vantava uno dei cantieri navali più importanti del mondo, gli shipyards, dove generazioni di operai piegavano l’acciaio sotto cieli perennemente grigi, ma almeno con una busta paga a fine mese. Dove ancora le miniere non risentivano della crisi e degli scioperi degli anni ottanta.
Dove il Wearmouth Bridge accoglieva il sempre maggiore volume di traffico cittadino. Il 5 maggio 1973, mentre il presidente della Federcalcio Inglese e il Duca di Kent salutavano le due squadre sotto le torri dell' Empire Stadium, Sunderland era deserta. Coloro che erano rimasti a casa si incollarono a radio e tv per seguire la partita. Per le agenzie di scommesse non ci sarebbe stata partita. Troppo più forte il Leeds United. Troppo più smaliziata ed esperta la squadra di Don Revie che per ogni ruolo poteva permettersi di schierare un nazionale. Uno squadrone stellare temuto ovunque e che se nel campionato appena concluso era arrivato solo terzo, aveva raggiunto non solo questa finale di FA Cup ma anche l'atto finale della Coppe delle Coppe. Avrebbe sfidato il Milan di Rocco e Rivera a Salonicco, in una partita i cui echi risuonarono per molto tempo. Al 30° della prima frazione di gioco David Harvey il portiere del Leeds, alza sopra la traversa un pallonetto da quasi metà campo di Kerr. Dalla bandierina Billy Hughes scodella un pallone che carambola maldestramente sulle gambe di Halom, ma quel controllo approssimativo permetterà allo scozzese Ian Porterfield di battere violentemente a rete il goal dell' 1-0. Sarà la rete che deciderà l'incontro, ma il momento decisivo è senza dubbio quello avvenuto a venti minuti dalla fine. Reaney mette in mezzo un pallone che Cherry gira verso la porta, ma Montgomery con un tuffo prodigioso dice di no deviando il pallone però nei piedi dell'accorrente Peter Lorimer. Sembra fatta per il Leeds, sembra che quel meraviglioso pallone color ocra debba placidamente terminare la sua corsa nelle capienti reti di Wembley. Ma il destino di quella partita è già stato scritto a favore del Sunderland e Montgomery riesce miracolosamente a intercettare la sfera che come impazzita carambola solo sulla traversa. E l'episodio che permetterà a capitan Kerr di alzare orgogliosamente la coppa d'Inghilterra mentre nel cielo di Londra esplode l'urlo dei supporters biancorossi, e a Sunderland è festa grande.
Al ritorno in città un autobus scoperto portò in parata gli eroi di Wembley da Carville a Roker Park, fra scene di genuino entusiasmo popolare. Ci riproveranno diciannove anni dopo. Ancora da squadra di seconda divisione.
Ma il 9 maggio 1992 il Liverpool di Greame Souness si imporrà per 2-0 spegnendo i nuovi sogni di gloria dei black cats.
di Simone Galeotti, https://lettereinchiaroscuro.blogspot.com

21 settembre 2024

THE "SECOND CITY" DERBY di Di Lullo, Alfonsi & Scialonga (Urbone), 2023

“The Second City” Derby: una definizione apparentemente riduttiva ma che, in realtà, non lo è. Stiamo parlando pur sempre di Birmingham, ossia della seconda città d’Inghilterra e della sua posizione cruciale nel cuore delle Midlands, una città ricca di storia e di fascino ma anche il nucleo dell’Inghilterra commerciale ed industriale. 
Ma Birmingham è anche una città che vive e respira calcio 365 giorni l’anno con i suoi club che hanno fatto la storia, sin dalla fondazione, della English Football League. C’è l’Aston Villa di Shaw e Withe, ma anche il Birmingham di Trevor Francis, ci sono i tanti derby disputati, alcuni dai risvolti tragici per fattori extracampo ma ci sono anche favole calcistiche da tramandare ai nipoti e tradimenti da sopportare. 
E poi ci sono i colori, il claret&blue del Villa contrapposto al biancoblu del Birmingham City, e gli stadi che, inevitabilmente, sono molto più di un semplice contorno alle gesta delle relative squadre.

"MEMORABILIA. Squelchers!" di Vincenzo Felici



















In una delle mie solite incursioni nei mercatini di antiquariato e chincaglierie che tanto adoro frequentare, mai e poi mai mi sarei immaginato di imbattermi in un oggetto appoggiato su un impolverato comò inglese dell' '800, all'interno di una anonima bancarella.. 
Si tratta di un astuccio molto simile a quello che i gioiellieri utilizzano per custodire i monili di valore da mostrare ai propri clienti. In questo caso non si tratta di un panno ripiegabile in velluto, ma in plastica, suddiviso in ben sedici spazi e prodotto da uno dei più grandi colossi della industria petrolifera mondiale, la "ExxonMobil", più facilmente conosciuta da tutti noi come "ESSO". In ognuno delle apposite sezioni custodisce dei meravigliosi, libricini, ( conservati in condizioni perfette ) dedicati ai vari ambiti del "UK Football", con precisazioni, aneddoti da interpretare come "squelchers", cioè degli ammutolimenti inferti ai male informati in materia.. 
C'è poco da stupirsi.. D'altra parte la "ESSO" non era nuova a sfornare chicche di questo tipo, avendo ideato a cavallo degli anni '70 e '80 del materiale calcistico di assoluto rilievo, costituito soprattutto da una raccolta di monete dedicate ai protagonisti del Campionato Mondiale di calcio del 1970, disputatosi in Messico. Di seguito la lista delle agendine descritte:

1) I più significativi portieri britannici: da Peter Bonetti ( Chelsea ) a Gary Sprake ( Leeds Utd )
2) I più efficienti arbitri britannici: Peter Walters, David Smith, Maurice Fussey, Pat Partridge
3) La storia dei Campionati Mondiali di calcio fino all'edizione del 1970, attraverso i protagonisti
4) Le squadre più vincenti del Regno Unito
5) I pazzi geni del calcio anglosassone: da Peter Marinello ( Arsenal ) a Denis Law ( M. United )
6) I leaders del calcio inglese: da Alan Evans ( Liverpool ) a Tony Hateley ( Birmingham City )
7) I colori delle squadre di calcio inglesi e i loro ricercati soprannomi
8) Il linguaggio del "British Football"
9) Gli attaccanti più forti: da Martin Peters ( Tottenham Hotspur ) a Bobby Lennox ( Celtic )
10) La nazionale inglese: da Bobby Moore ( West Ham United ) a Jackie Charlton ( Leeds United )
11) La nazionale Nord irlandese: da Liam O'Kane ( Nottingham Forest ) a George Best ( United )
12) La nazionale scozzese: da John Greig ( Glasgow R. ) al celebre manager Jock Stein
13) La nazionale gallese: da Wyn Davies ( Newcastle United ) a Ron Davies ( Southampton )
14) Le squadre più vincenti d' Europa
15) I maestri della difesa: da Brian Labone ( Everton ) a Terry Hennessey ( Derby County )
16) Le stelle più brillanti delle nazionali del Regno Unito

Insomma una mini enciclopedia o per meglio dire un "Bignami" del calcio dalle caratteristiche uniche, farcito di notizie utili e pertinenti. 
Questo pezzo ricopre un discreto valore collezionistico e ribadisce per l'ennesima volta l'amore che i britannici ripongono nel football.
Attraverso delle idee originali che spaziano dalle già citate monete alle figurine, alle cards, agli stemmi, fino ai set di carte il tifoso anglosassone mantiene la leadership nel campo calcistico, dimostrando una preparazione che passa attraverso cimeli storici di tutto rispetto. 
Le "Esso Squelchers " Football cards venivano distribuite ai fortunati passanti delle stazioni "ESSO" dal 1970 al 1978..
di Vincenzo Felici

20 settembre 2024

STADIA - Gli stadi di Bristol: Bristol Rovers.

Ora ci spostiamo verso sud-ovest per giungere a Bristol. 
Per rispetto di anzianità inizieremo il nostro viaggio dal Bristol Rovers FC fondato nel 1883.


























I “pirates” hanno sempre avuto un rapporto piuttosto movimentato con i campi di gioco. Prima di giungere al Bristol Stadium (meglio noto a tutti come Eastville) loro casa dal 1897 al 1986, i biancoblu fecero prima tappa in ben altri 4 campi, tutti con facilities piuttosto modeste sino a quando decisero di acquistare il terreno di Eastville per 150 Sterline.
La proprietà restò del club sino al 1940 quando, in seguito a necessità finanziarie, lo stadio fu venduto ad una locale società di greyhound racing. Nonostante ciò i pirates ottennero di continuare a giocarvi pagando ai nuovi proprietari un affitto annuale. Eastville era uno dei pochi impianti britannici con forma ellissoidale per via della presenza della pista per le corse dei cani, e quindi presentava alle estremità due curve anziché le classiche ends, mentre lungo i due rettilinei facevano bella presenza due tribune coperte con la parte più bassa riservata ai posti in piedi. La capacità totale superava i 40.000 posti. Su uno dei due tetti spiccava un TV gantry ovvero una struttura che ospitava la telecamera per le riprese televisive e la postazione dei radio e telecronisti.
Nel 1986, in seguito ad un costante aumento dei debiti e dell’affitto, il BRFC decise con rammarico di lasciare Eastville (nella foto l'ultima partita) ed accasarsi provvisoriamente presso il Twerton Park di Bath, stadio della locale squadra non league del Bath City.
I sostenitori accettarono questa soluzione pur tra mille proteste ma mai si sarebbero immaginati che per loro iniziava una vita da pendolari che durò ben 10 anni. Quindi molto più dura di quella che fecero i fans del Charlton o del Wimbledon in occasione della loro migrazione forzata e temporanea a Selhurst Park. 
Inoltre Twerton Park aveva dei requisiti che andavano bene appena per la terza e quarta divisione con una capienza inferiore ai 10.000 posti di cui solo 1.066 a sedere, che pregiudicavano anche l’eventuale possibilità di crescita del club.
A nulla valsero ripetuti tentativi di ottenere il permesso per edificare un nuovo stadio così come fallirono, per un mancato accordo sul costo dell’affitto, le trattative con i cugini del Bristol City per condividere la casa dei Robins ovvero Ashton Gate. 
Finalmente nel 1987 la questione si risolse con un ritorno a Bristol; infatti il management si accordò con il Bristol Rugby Union Club per condividere il Memorial Ground e alcuni anni dopo si riuscì addirittura a rilevare anche la quota dei cugini della palla ovale tornando ad essere proprietari di un impianto.
L’attuale stadio è composto da quattro tribune ognuna diversa dall’altra, frutto di interventi fatti in periodi diversi ma il colpo d’occhio finale è comunque piacevole e la presenza in media di 7.000 spettatori crea un buon ambiente. 
Il record di presenze al vecchio Eastville si registrò nel 1960 per un quarto round di FA cup contro il Preston North End quando furono presenti 38.472 spettatori mentre al provvisorio Twerton Park di Bath si staccarono 9.646 tagliandi sempre per un quarto round di FA cup nel 1990, avversario il Liverpool. 
di Gianluca Ottone, da UKFP (giugno 2005)
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