3 ottobre 2025

"MAVERICKS & CULT HEROES del calcio Britannico" di Remo Gandolfi (Urbone), 2019

L’impossibilità di essere normali è un bene o un male? Come per molti aspetti della vita, dipende. Specialmente se il giudizio sulla normalità o sul suo contrario arrivano a posteriori, dopo molti anni, e in un contesto completamente diverso dal punto di vista mediatico. Remo Gandolfi va ad esplorare personaggi al limite, spesso oltre il limite, e sono i MAVERICKS cioé i cavalli pazzi, e quelli che anche senza aver fatto nulla di rivoluzionario sono diventati eroi popolari, calciatori il cui ricordo permane al di là del loro talento. EROI DI CULTO, sopravvissuti nel ricordo alla fine della loro carriera e in alcuni casi ingigantiti dal tempo oltre i loro meriti: ma quando si ha la passione per un calcio che non esiste più, inghiottito dalla globalizzazione tra le risate di scherno di molti verso chi non si vuole prestare al gioco, è cosa buona e giusta mantenere e incrementare la memoria di chi ha fatto parte di periodi irripetibili della storia del calcio inglese. La domanda che viene posta proprio alla fine del profilo di molte di queste storie è quella che ci poniamo noi: dove sarebbero arrivati questi “cavalli pazzi”se avessero avuto una testa diversa? Ma la risposta c’è: con una testa diversa non sarebbero stati maverick e dunque di loro non si parlerebbe tuttora con questa devozione, con questo rammarico e con questo affetto, anche quando sia addolorato per le occasioni perdute. La scelta dell’autore di introdurre quasi tutti i capitoli - evitando per sensibilità quelli in cui il giocatore sia deceduto o in condizioni non ideali, come Gary Speed o Stan Bowles - con un discorso in prima persona del relativo protagonista, un discorso verosimile e circostanziato, è una porta di ingresso al ritratto più dettagliato che segue e alla ricchezza di aneddoti che chiudono ogni ritratto, una serie di perle frutto di una ricerca e di una memoria eccezionali.

Memorizzateli e teneteveli stretti, per fare bella figura alla prossima cena, alla prossima giornata in spiaggia o al pub. Dopo, saprete chi ringraziare.


2 ottobre 2025

"SIR STEVE PERRYMAN. L'anima di N17" di Sergio Capozzi

Lunedì 30 aprile 1979, con un Testimonial match contro il West Ham a White Hart Lane, gli Spurs onorarono uno dei loro più costanti ed affidabili giocatori della storia, quello Stephen John Perryman , nato a Ealing, West London, il 21/12/1951, che, dopo essersi unito alla squadra giovanile nel 1967, aveva firmato il suo primo contratto professionistico coi Bill Nicholson boys nel giugno '69, esattamente un mese dopo aver fatto il suo vittorioso debutto (4-3) in prima squadra per il Tottenham nella Toronto Cup, a Baltimore, sempre contro gli stessi Hammers .  Nel settembre 1969 debuttò in casa, a soli 17 anni, contro il Sunderland di Colin Todd, Dennis Tueart, Joe Baker, che vinse la gara 1-0, ma Leslie Yates, commentando la gara, affermò che "la nostra unica soddisfazione deriva dal piacevole debutto di Steve Perryman. Non è mai facile per un giovane debuttante brillare in una squadra che arranca, ma Steve tenne attraverso il suo battesimo nella Football League con considerevole credito". 
Parole profetiche. 

Il giovane, che era tifoso del QPR e che non si perdeva mai un incontro in trasferta degli Hoops ai tempi della scuola, conquistò il cuore dello scrivente con una meravigliosa gara di andata nella semifinale di Coppa UEFA nel settembre 1972, quando prima annullò il precoce vantaggio milanista, poi nella ripresa segnò il goal della vittoria con un tiro spettacolare; non pago di ciò, il nostro nel ritorno a S.Siro, 1-1, fu il provider, con un preciso rasoterra, del passaggio-goal ad Alan Mullery. Per la cronaca, all' intervallo i giornalisti ebbero una degustazione di vini!

Meraviglioso, tra i goals segnati da Perryman, il terzo di un 4-0 casalingo inflitto al Burnley al termine di una manovra di otto uomini, che Steve concluse con un uno-due con Jimmy Pearce al vertice dell' area per poi segnare: il goal fu mostrato diverse volte in TV. Al partire di Martin Peters nel '75, Perryman - fino ad allora vicecapitano - divenne capitano degli Spurs, il che contribuì non poco a fargli perdere quel volto da ragazzo del coro per conferirgli quella grinta e determinazione che divennero il suo marchio di fabbrica. Con gli Spurs, di cui detiene il record per più apparizioni nella Football League (655), FA Cup (69), League Cup (66) e competizioni europee (64) nonchè per più presenze in prima squadra ad ogni livello (1021) , comprese le amichevoli e le tournèes, vinse 2 FA Cups (81 e 82), 2 Coppe di Lega (71,73), 2 Coppe Uefa (72 e 84) , venendo votato PFA "Calciatore dell' Anno" nel 1982, l' anno in cui si guadagnò l' unico gettone di presenza nella nazionale inglese, contro l' Islanda.

Dimostrò la sua duttilità nel 77/78, accettando di essere spostato dal centrocampo al back four difensivo, in cui agiva da centrale. Nel marzo '86 lascio W.H.Lane per l' Oxford Utd, dove fu nominato giocatore-allenatore. 7 mesi più tardi si accasò al Brentford come giocatore- assistente allenatore e fu giocatore-allenatore dal gennaio '87 all' agosto '90. 
Altre parentesi al Watford come team manager per 3 anni, poi fino al novembre '94 a W.H. Lane come assistente allenatore.

Ha avuto un discreto successo come manager anche in Norvegia, con lo Start, e in Giappone. 
Fu meritatamente fatto baronetto nel compleanno della Regina nel 1986. Dal 1976 al 1982, ebbe 5 stagioni su 6 in cui partì sempre nell' undici iniziale, un monumento alla sua durabilità che lo ha reso leggendario tra i tifosi di N17 . 
Un mito ancora oggi non scalfito dall' inesorabile trascorrere del tempo.
di Sergio Capozzi, da "UK Football Please"(settembre 2004)

30 settembre 2025

"BLU DI SCOZIA. La Nazionale scozzese e le sue maglie" di Antonello Cattani & Gianfranco Giordano (Urbone), 2025

In questo libro ripercorriamo la storia della Nazionale scozzese di calcio, attraverso i profili dei suoi giocatori più importanti e l’evoluzione delle sue divise.
Perché la Scozia? Perché questa squadra ha avuto negli anni tanti giocatori con indiscusso talento e grande temperamento, perché molti tifosi eccellenti hanno tifato per lei, perché la maglia blu notte con collo bianco è bellissima.
La Scozia è stata l’unica nazionale a rifiutare la partecipazione a un mondiale, secondo loro non la meritavano. La prima nazionale a conquistare sul campo la qualificazione ai mondiali per cinque volte di fila e l’unica nazionale, dopo essersi qualificata per cinque volte consecutive alla fase finale, a non aver passato la prima fase. Una Nazionale che nel corso degli anni ha visto indossare il blu notte da tantissimi campioni.
In poche parole la Scozia ha il fascino indiscusso del perdente di successo.

29 settembre 2025

"JIM BAXTER. RIBELLE PER VOCAZIONE" di Leonardo Aresi

Tonight I'm a Rock 'N' Roll Star.
Il talento di uno sportivo è innato, indomito e spesso destinato alla grandezza. Così è stato il talento di James Curran Baxter, nato il 29 Settembre del 1939 a Hill O’Beath, un minuscolo villaggio situato sulla ventosa costa orientale della Scozia. Una volta conclusa con ottimi voti la carriera scolastica, Jim venne instradato dai genitori ai lavori in miniera come molti altri suoi coetanei. Era il secondo dopoguerra e le fameliche fauci dell’industria britannica bramavano carne fresca.
L’esaltazione delle sue enormi potenzialità con la palla tra i piedi era quindi circoscritta al rito pagano di quartiere: la partita della domenica con gli amici. Il ragazzo era un autentico narciso, uno sbruffone pieno di sé e del proprio gioco. La sfera rimaneva incollata ai suoi scarpini fin quando decideva lui e soltanto lui. Dei continui richiami che riceveva in campo dai compagni se ne fregava alla grande. Guascone per natura. E Baxter non l’ha mai rinnegata la sua natura. Né tantomeno ha provato ad arginarla. Anzi l’ha assecondata ed esasperata fino in fondo, anche a costo di pagarne un tragico conto.

Le spensierate sgambate di pasoliniana memoria rappresentarono solamente il punto di partenza verso qualcosa di molto più grande. Quel talento non poteva certo sfiorire sotto i colpi di piccone. Baxter in cuor suo ne aveva piena consapevolezza ma a prendersi sul serio faceva davvero fatica. E lo dimostrò in maniera eclatante quando per la prima volta gli fu concessa la possibilità di firmare nero su bianco un contratto da calciatore. Quel moccioso arrogante, nel giorno del suo provino con la squadra giovanile dell’Halbeath, rimase inchiodato al tavolo da gioco della sala scommesse di Hill O’Beath.

Una partita a poker e una fumata di sigaro circondato da manovali e pescatori avevano la priorità. Persa la mano decisiva e finiti i denari da sperperare, a Baxter non restò altro che sfogare la propria delusione incantando con prodezze mirabolanti gli allenatori a cui inizialmente aveva dato buca. Non se la fecero scappare quella fenomenale testa di cazzo. Questione di poco tempo e l’attenzione delle squadre più blasonate della regione era tutta su di lui. Nel 1957 fu il Raith Rovers ad assicurarsi i suoi colpi di genio. Memorabile la vittoria contro i Rangers nel 1958 di cui fu indiscusso fautore.

“È nata una stella” titolavano le pagine sportive di tutti i giornali all’indomani del trionfo.

Gli anni trascorsi a Kirkcaldy fecero da trampolino di lancio per una delle più appassionanti ed intense storie che il calcio scozzese abbia mai conosciuto. Baxter nel 1960 approdò, per la cifra record del tempo di 17.500 sterline, proprio nei Blues di Glasgow, giganti assoluti del movimento calcistico nazionale che all’epoca già potevano vantare 31 titoli in bacheca. L’allenatore Scot Symon era fermamente convinto che le giocate di quello scapestrato centrocampista avrebbero permesso ai suoi uomini di fare il definitivo salto di qualità.

Slim Jim, come lo ribattezzarono i tifosi per il suo fisico longilineo, debuttò con lo stemma della casata di Govan cucito sul cuore in occasione di un incontro estivo di Coppa di Lega contro il Partick Thistle. A Novembre mise a segno le sue prime reti in campionato e nei quarti di finale della Coppa delle Coppe contro il Borussia Mönchengladbach. Finì 8-0 quel match: uno dei più grandi massacri europei di sempre a tinte blu. L’agile eleganza di quello spilungone fece immediatamente breccia nei cuori del popolo di Ibrox. Il suo estro fuori dagli schemi mozzava il fiato a chi fino ad allora era stato abituato a concepire il calcio come una scienza esatta. Baxter con i suoi guizzi al di là di ogni logica era riuscito a scatenare in campo una rivoluzione pari a quella che Beatles e Rolling Stones trasmisero dal palco con la loro musica.

«Un giorno ero un giocatore del Raith Rovers che cercava di rimorchiare al Cowdenbeath Palais, ed il giorno dopo ero a Glasgow circondato da ragazze che si gettavano impazzite su di me. Si era verificato un grande cambiamento nella mia vita e di certo non me lo sono lasciato sfuggire».

In un’epoca nella quale la parola del manager era legge, Jimmy decise di farsi guidare solo dall’istinto. Le donne, l’alcol, il gioco d’azzardo, gli abiti firmati e la vita notturna spericolata nei locali di Glasgow alimentarono come benzina sul fuoco la sua leggenda. Il levriero del Fife è stato l’emblema della classe operaia catapultata in paradiso. Allenarsi con regolarità ovviamente era fuori discussione e questo lo portò a scontrarsi più volte a muso duro con i senatori della squadra e con lo stesso Scot Symon che a malincuore era continuamente costretto a chiudere un occhio sulla sua condotta indisciplinata. Quel demonio se ne infischiava di qualsiasi codice comportamentale presentandosi ubriaco ai raduni prima delle gare ufficiali o addirittura concludendo in commissariato le notti brave della vigilia.

I giocatori dei Rangers allora più che mai rappresentavano l‘establishment protestante ed unionista della nazione ma a Baxter poco importava. Fu tra i pochissimi in quegli anni a fraternizzare con i nemici cattolici dell’altra sponda del fiume Clyde. Bandiere del Celtic come il capitano Billy McNeill, Pat Crerand e Mike Jackson divennero infatti suoi carissimi amici. Del settarismo religioso, politico e sociale che divideva le due fazioni non se ne curava. Nelle stracittadine però non conobbe pietà. Fu una vera e propria bestia nera per i biancoverdi con un invidiabile score di due sole sconfitte in diciotto incontri totali. Dal 1960 al 1964 la popolarità di Jim Baxter non ebbe eguali nel panorama calcistico scozzese. Il suo ostinato anticonformismo era sulla bocca di tutti. Come diceva Oscar Wilde, amare se stessi è l’inizio di un romanzo lungo quanto la vita.

Baxter fu il Deus ex machina in ogni conquista collettiva dei Gers di quel periodo. Il bottino recita 10 titoli di cui 3 campionati, 3 Coppe di Scozia e 4 Coppe di Lega. Non male per uno che era solito consumare senza tregua quantità industriali di Bacardi. Il culto del ragazzone fece proseliti anche tra i sostenitori della Nazionale. La Tartan Army stravedeva per lui. Il 6 Aprile 1963 davanti ad una platea oceanica di quasi 100.000 spettatori, Slim Jim fece del tempio del calcio il suo salotto di casa. Oltre a mettere a segno una doppietta, con un tiro dal limite dell’area ben angolato ed un superbo calcio piazzato su rigore, riuscì letteralmente a destabilizzare gli inglesi presenti a Wembley con i suoi improvvisi cambi di direzione ed i suoi lanci balistici da una parte all’altra del campo.

90 minuti di assoluta perfezione consegnati alla storia: il masterpiece della sua carriera. Un gruppo di tifosi dell’Arsenal dopo quella sconfitta per 1–2 firmarono addirittura una petizione pregando in tutti i modi il loro board di portarlo ad Highbury. La proposta non si concretizzò mai. Le voci sulla sua profonda mancanza di professionalità avevano fatto il giro dell’isola e per molti club Jim era considerato uno squilibrato da tenere alla lontana.

«Tutto quello che ho fatto in campo è stato puro istinto. Forse mi sono divertito un po’ troppo, ma in fondo cos’è troppo? La moderazione l’ho sempre lasciata ai moderati. Senza pentirmene nemmeno una volta».

Il 23 Ottobre 1963 partecipò alla sfida tra l’Inghilterra ed una rappresentativa FIFA per celebrare i 100 anni della Football Association. Un ulteriore lustro a livello internazionale in quella annata magica. Giocò al fianco di campioni che siedono di diritto nell’Olimpo del calcio come Francisco Gento, Alfredo Di Stéfano, Ferenc Puskás, Eusébio, Raymond Kopa e Lev Yashin. Qualche anno più tardi, dopo l‘amichevole tra Scozia e Brasile, un certo Edson Arantes do Nascimento meglio noto come Pelé disse ai cronisti che lo tempestavano di domande fuori da Hampden Park che Baxter sarebbe dovuto nascere brasiliano viste le qualità tecniche di cui era padrone. George Best poco prima di morire, in un’intervista rilasciata al magazine FourFourTwo, lo inserì nel suo undici ideale. E chissà di cos’altro sarebbe stato capace se nel 1964 una frattura scomposta alla gamba durante una gelida trasferta viennese di Coppa Campioni non avesse pregiudicato il prosieguo della sua carriera.
di Leonardo Aresi, da https://www.rivistacontrasti.it
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