12 maggio 2025

UP the colors. "RANGERS GLASGOW. BLUE HEAVEN" di Gianfranco Giordano

Mentre il XIX secolo volgeva al termine Glasgow era la seconda città dell’Impero Britannico, grande polo industriale famoso per i cantieri navali e le industrie ferroviarie, oltre che per il suo porto dove transitavano merci in quantità. L’aumento di ricchezza e popolazione contribuì anche all’aumento degli studenti universitari, la University of Glasgow è una delle università più antiche della Gran Bretagna, proprio gli studenti universitari hanno cominciato a giocare a calcio nella seconda metà del secolo in città. 
Nel marzo 1872 un gruppo di appassionati di canottaggio assistette casualmente ad una partita di calcio a Glasgow Green, un parco cittadino, e decise di fondare una squadra. I ragazzi in questione erano i fratelli Moses e Peter McNeil, Peter Campbell e William McBeath, nel maggio dello stesso anno la nuova squadra, denominata Glasgow Argyle, pareggiò 0-0 contro il Callander FC, squadra appena fondata e dalla vita breve. Poco dopo Moses McNeil lesse The English Football Annual scritto da Charles Alcock, uno dei pionieri del calcio britannico e fondatore della FA, la sua attenzione venne attratta dalla squadra di rugby dei lavoratori della Great Western Railway.

Si trattava dello Swindon Rangers, che involontariamente fornì la denominazione al club di Glasgow. Una seconda partita venne giocata nel 1872, roboante vittoria per 11-0 contro una squadra chiamata Clyde, nulla a che vedere con l’attuale Clyde FC, indossando per la prima volta delle maglie blu reale, abbinate a pantaloni bianchi e calzettoni biancoazzurri a righe. Nella stagione 1874/75 i Rangers partecipano alla Scottish Cup, manifestazione nata la stagione precedente, il 10 ottobre 1874 giocano la loro prima partita ufficiale sconfiggendo per 2-0 l’Oxford, squadra di Glasgow, al turno successivo incontrano il Dumbarton e dopo uno 0-0 casalingo vengono battuti ed eliminati perdendo 1-0 nel replay. La stagione successiva la squadra lascia il campo di Glasgow Green e si trasferisce a Burbank Park, campo dei Glasgow Academicals, una delle più vecchie squadre di rugby scozzesi. Nel 1876 i Rangers rilevarono il terreno di Kinning Park dal Clydesdale Cricket Clubs, al tempo il Clydesdale giocava sia a cricket che a calcio, il nuovo campo fu aperto ufficialmente il 2 settembre con un’amichevole contro il Vale of Leven vincendo clamorosamente per 2-1 davanti a 1.500 spettatori. Nel 1877 i Rangers raggiunsero la finale di coppa perdendo con il Vale of Leven, 1-1 e successivo 2-3 nella ripetizione, in questa finale la squadra dei Rangers era composta ragazzini opposti ad una squadra di uomini adulti. In virtù della loro giovane età i ragazzi vennero definiti dai cronisti “Light and speedy” (ovvero leggeri e veloci) per la loro esile figura e per la velocità nei movimenti. Da questa denominazione deriva il soprannome “Light Blues” ancora in uso. Molti pensano erroneamente che “Light Blues” derivi dalla maglia indossata in quella partita ma i Rangers non hanno mai indossato maglie di quel colore. Nel 1879 le due squadre si ritrovarono nuovamente di fronte in finale, ancora un pareggio 1-1 ma i Rangers si rifiutarono di giocare il replay per protesta riguardo una rete a loro annullata nella prima finale. A partire da questa stagione i Gers adottano una maglia a righe orizzontali bianche e azzurre con collo a girocollo chiuso da bottoni mentre il resto della divisa rimane invariato, la scelta si deve al segretario onorario Angus Campbell, un Highlander superstizioso che credeva di aver maggior fortuna con le nuove divise. Le maglie a cerchi non ottennero molto favore tra i soci e a partire dalla stagione 1883/84 si ritornò alla maglia blu reale a tinta unita con collo a girocollo chiuso da bottoni, i pantaloni rimanevano bianchi mentre i calzettoni erano neri. Nel frattempo Kinning Park era diventato troppo piccolo, così il club si trasferì in Paisley Road nel primo Ibrox Park, questo impianto aveva una tribuna centrale lunga 300 piedi e un padiglione d’angolo per una capienza totale di 15.000 spettatori. Il campo venne inaugurato il 20 agosto 1887, ospiti di giornata gli Invincibili del Preston NE che dilagarono vincendo 8-1. Il 28 maggio 1888 si gioca la prima partita tra Rangers e Celtic, un’amichevole che i Biancoverdi vincono 5-2 sul proprio campo, al tempo i rapporti tra i due club erano buoni e la feroce rivalità inizierà più tardi. Nella stagione 1888/89 piccolo cambio stilistico nella maglia, il collo è a camicia sempre chiuso da bottoni. Nell’aprile del 1890 venne fondata la Scottish Football League e il 16 agosto partì il primo campionato scozzese. Il torneo terminò il 12 maggio 1891 con due squadre a pari merito in testa, Rangers e Dumbarton, il 21 maggio venne disputato lo spareggio che terminò in parità con il risultato di 2-2. A quel punto la federazione decise di assegnare il titolo di campione nazionale ex-aequo alle due squadre. Nel 1893 si tornò ad una maglia con collo a girocollo chiuso da bottoni, sempre invariato il resto della divisa. Ben presto Ibrox Park divenne troppo piccolo per le ambizioni del club, i Rangers avevano vinto il campionato del 1899, il primo successo assoluto vincendo tutte le 18 partite del campionato, e il 30 dicembre 1899 venne disputata la prima partita nel Nuovo Ibrox. A partire dalla stagione 1904/05 i calzettoni diventano neri con risvolto rosso, sono i colori del Burgh of Govan, la municipalità che ospita lo stadio del club. Nella stagione 1909/10 compare per la prima volta il collo bianco, a girocollo fino al 1915 e poi a camicia fino alla stagione 1919/20. Da questa stagione comincia un periodo d’oro compreso tra i due conflitti mondiali, in vent’anni i Gers vinceranno 17 trofei tra campionato e coppa nazionale. Nella stagione 1920/21 collo di nuovo blu a camicia chiuso da bottoni e la stagione seguente collo a girocollo, sempre blu. A partire dalla stagione 1922/23 maglia blu reale con collo a camicia bianco chiuso da bottoni nascosti, sempre abbinata a pantaloncini bianchi e calzettoni neri con risvolto rosso, questa divisa rimarrà in auge fino alla stagione 1959/60. Nel 1920 Bill Struth divenne manager, fino a quel momento era l’assistente di William Wilton che morì in un incidente in barca. Sotto la guida di Struth, che rimase al comando del club per ben 34 anni, i Rangers divennero una squadra molto forte arrivando a raggiungere e superare il Celtic nel ruolo di club guida del calcio scozzese. Alla ripresa dell’attività agonistica dopo la guerra, 1946/47, venne istituita la Coppa di Lega e i Rangers si aggiudicarono la prima edizione battendo in finale l’Aberdeen per 4-0. La stagione successiva i Gers si aggiudicarono il treble, trionfando in tutte e tre le competizioni nazionali. In questi anni ricchi di successi la forza della squadra era la difesa, conosciuta come “la cortina di ferro”. 
Nel 1954 Bill Struth lascia la panchina che viene affidata a Scot Symon, ex giocatore del club e uno dei pochi ad aver giocato con la nazionale scozzese di calcio, una sola presenza, e di cricket. I Gers si affacciano al grande palcoscenico europeo nella stagione 1959/60 quando approdano alle semifinali di Coppa dei Campioni, vengono eliminati dall’Eintracht Francoforte con un imbarazzante 12-4 complessivo. Nel 1960/61 i Rangers abbandonano la maglia in stile rugby e indossano una casacca più moderna blu reale con collo a V bianco, invariato il resto della divisa, i questa stagione i Gers arrivano all’ultimo atto della Coppa delle Coppe ma vengono sconfitti dalla Fiorentina, perdendo entrambe le partite della finale. Ancora una finale di Coppa delle Coppe nel 1967 e ancora una sconfitta, questa volta 1-0 contro il Bayern Monaco. In questo periodo giocò nei Rangers Alex Ferguson, due stagioni (1967/68 e seguente) senza particolari acuti. Alla partenza della stagione 1968/69 i Rangers si presentano con una maglia blu reale con collo a girocollo, pantaloncini bianchi e calzettoni rossi con bordi bianchi, per la prima volta compare sul petto il famoso monogramma RFC, il fornitore è la britannica Umbro. Il 2 gennaio 1971 si verificò il disastro di Ibrox (in realtà era il secondo evento del genere, il primo si verificò il 5 aprile 1902 durante una partita tra Scozia e Inghilterra e causò 25 morti e oltre 300 feriti per il crollo di una tribuna di legno) mentre si svolgeva la partita contro il Celtic. Durante il deflusso dallo stadio la folla si accalcò nella scala 13, un bambino cadde a terra causando una reazione a catena. Alla fine si registrarono 66 morti e oltre 200 feriti, molte delle vittime erano bambini. I Rangers raggiungono la gloria europea il 24 maggio 1972 a Barcellona, battendo la Dynamo Mosca in una partita epica. I Rangers passano in vantaggio con Stein al 26’ e molti tifosi scozzesi si precipitano in campo per festeggiare con i loro beniamini. La partita riprende e i Gers raddoppiano con Johnston che segnerà ancora in apertura di ripresa, a quel punto gli scozzesi sentono di avere la vittoria in tasca e si rilassano ma la Dynamo ci crede ancora e segna alla mezzora e a tre minuti dalla fine. Quando manca un minuto al triplice fischio i tifosi scozzesi invadono il campo di gioco in maniera definitiva, dalla Scozia sono arrivati 16.000 tifosi che, storditi da birra, caldo ed emozione, sono ormai fuori controllo e si scontrano con la temibile polizia franchista dentro e fuori lo stadio. La partita non riprenderà più, i Rangers riceveranno la coppa negli spogliatoi e la Dynamo presenterà reclamo chiedendo la ripetizione della partita, il reclamo verrà respinto ma i Rangers verranno squalificati per due anni da tutte le competizioni europee, poi la squalifica verrà dimezzata. Negli anni '70 il soprannome di Teddy Bears iniziò a diffondersi per i Rangers. Detto con un forte accento di Glasgow, "Bears" è pronunciato "Berrs" somigliando molto al soprannome "Gers". Nel 1973 ritornano i calzettoni neri con risvolto rosso e nel 1976 compare per la prima volta il logo del fornitore dei materiali, la Umbro. Nella stagione 1978/79 maglia con collo a camicia bianco con inserti rossoazzurri e chiusura azzurra a V, pantaloncini bianchi e calzettoni azzurri. Nella stagione 1982/83 e seguente la Umbro propone una maglia blu reale con sottili strisce bianche verticali, il collo a V è bianco con inserti rossoazzurri, i calzettoni sono rossi con ampio risvolto bianco con inserti rossoazzurri. Nella stagione 1984/85 maglia blu reale a tinta unita con collo bianco a girocollo con inserti azzurri, per la prima volta compare il logo di uno sponsor commerciale, si tratta della vetreria CR Smith, i calzettoni sono di nuovo neri con risvolto rosso, dopo due stagioni i calzettoni tornano completamente rossi. 
La Umbro firma le ultime tre stagioni degli anni 80 con una maglia blu reale con sfondo a quadretti e collo alla coreana con inserto tricolore. Dalla stagione 1988/89 i Gers infileranno una serie di nove successi consecutivi in campionato (nine in a row), serie interrotta ovviamente dal Celtic nella stagione 1997/98. In questo periodo nei Gers ci sono giocatori del calibro di Wilkins, Souness, Hateley, Woods, Mykhaylychenko, Laudrup e Gascoigne. Per due stagioni e mezza, a partire dal giugno 1998, il capitano della squadra fu Lorenzo Amoruso, primo cattolico ad indossare la fascia. Dagli anni 90 si succederanno diversi fornitori che proporranno nuove maglie ogni biennio prima e poi ogni anno, in ogni caso sempre maglie con inserti biancorossi. In questa varietà si evidenziano due maglie particolari. La divisa della stagione 2002/03 è stata prodotta internamente dal Club e il produttore italiano Diadora ha pagato per apporre il proprio marchio sul kit. Ogni maglia (caratterizzata dal disegno di un leone rampante con un motivo di sfondo punteggiato) era unica in quanto il tessuto veniva tagliato diversamente per ogni esemplare. Nella stagione 2012/13 venne creata una maglia per celebrare i quarant’anni dalla vittoria in Coppa delle Coppe, quindi maglia blu reale a tinta unita con collo a girocollo e logo dello sponsor di piccola misura sotto il monogramma, pantaloncini bianchi e calzettoni rossi con risvolto bianco. Al termine della stagione 2011/12 i Rangers, già da qualche mese in amministrazione controllata, falliscono e ripartono dalla quarta serie del calcio scozzese, un bagno di umiltà per club e tifosi costretti a girare per i piccoli campi della periferia calcistica scozzese, il ritorno in Premiership avvenne al termine della stagione 2015/16.

Fino all’inizio degli anni 90 le maglie di riserva dei Rangers erano bianche, biancoblù oppure rosse. Con l’avvento del merchandising si sono viste maglia dai colori e accostamenti più vari, a volte anche bizzarri. Nel 2002/03 venne proposta una maglia arancione con inserti blu reale, questa divisa suscitò molte critiche perché i colori venivano visti come un riferimento all’Orange Order protestante, il club ha però sempre affermato che si trattava di una semplice scelta commerciale.

La maglia dei portieri dei Rangers fino alla metà degli anni 90 è sempre stata rossa o gialla, successivamente ci sono stati altri colori pur continuando a usare rosso e giallo con una certa frequenza.

Sulla maglia dei Rangers non è mai comparso lo stemma sociale ma un semplice ed elegante monogramma, RFC. Sulla maglia di casa il monogramma compare per la prima volta nella stagione 1968/69, non andrà più via anche se nel corso degli anni è cambiata la grandezza e la posizione. Negli anni dal 1990 al 1994 il monogramma è stata inserito al centro della denominazione societaria, infine a partire dalla stagione 2003/04 sono state inserite 5 stelle a sormontare il monogramma a ricordare le 50 vittorie in campionato. Il monogramma è comparso sporadicamente sulle maglie da trasferta negli anni tra le due guerre mondiali.

Nel catalogo HW del Subbuteo i Rangers compaiono in due versioni, il numero 2, classica divisa anni 70 composta da maglia blu con pantaloncini bianchi e calzettoni blu, e il numero 53, la divisa di fine anni 70 con la maglia blu con collo biancorosso.
di Gianfranco Giordano, (thank you to https://www.kitclassics.co.uk)

9 maggio 2025

CORREVA L'ANNO 1892, da una costola dell'Everton nacque il Liverpool



“Mi avete stufato, mi prendo la palla e il campo e vado a giocare per conto mio”.
Ormai John Houlding ne aveva le scatole piene dei suoi colleghi del board dell'Everton. L'ennesimo furibondo litigio gli fece prendere la decisione che avrebbe cambiato la storia del football, non solo sulla Merseyside. 
Era il 1892, Liverpool poteva contare su uno dei porti più importanti del Regno Unito e di riflesso del Pianeta; l'Inghilterra vittoriana era il cuore di un impero smisurato.
L'Everton, nato nel 1878, era uno dei 12 membri fondatori della Football League e già nel 1891 si era laureato campione nazionale. Insomma, era senza dubbio una delle realtà di spicco del gioco che in Inghilterra stava appassionando le masse e che per molti esponenti della working class era diventato una professione molto meno alienante di un'occupazione da operaio in una fumosa fabbrica o da scaricatore di porto nei docks.
Dal 1884 i Toffeemen si esibivano presso l'impianto sulla Anfield Road, di proprietà dell'amico di Houlding John Orrell, il quale affittò l'arena al club dell'omonimo quartiere a ridosso del centro di Liverpool.
Houlding era uno dei personaggi più in vista della città. Proprietario di una fabbrica di birra di grande successo, titolare di un seggio in Parlamento, in futuro sarebbe stato anche Lord Mayor, ovvero sindaco di Liverpool. Sembra che per mere questioni economiche – l'aumento degli interessi sul prestito concesso al club in primis – i dissidi tra il parlamentare conservatore e gli altri membri del consiglio dell'Everton raggiunsero un punto di non ritorno, con scontri durissimi con personaggi quali George Mahon, astemio molto “radicale” e per questo inviso al padrone di una delle brewery più importanti del Paese. I Toffeemen decisero di attraversare lo Stanley Park e farsi una nuova casa al Goodison Park, a Houlding rimase l'allora piccolo stadio di Anfield Road, al quale il facoltoso uomo d'affari diede subito un inquilino nuovo di zecca e dalla denominazione molto poco originale: Everton Athletic.
Per decisione delle massime autorità calcistiche, Houlding fu quasi subito costretto a cambiare nome al “secondo” Everton.
Nacque così il Liverpool F.C.
Un club che si rivelò fin dai primi vagiti molto ambizioso. Il braccio destro del presidente, tale John McKenna, fu sguinzagliato a nord del Vallo di Adriano alla ricerca di talenti, che all'epoca in Scozia abbondavano, soprattutto perché lì il calcio non era un fatto di contrasti assassini e anarchia totale, come in Inghilterra, ma di passaggi accurati e dribbling brucianti. Fu così che le grandi scozzesi di fine Diciannovesimo secolo – Dumbarton, Renton e Cambuslang – fornirono il loro tributo di ben 12 giocatori alla compagine non a caso definita “the team of all the Macs”, che era di bianco, blu e azzurro vestita. 
E sì, perché i futuri Reds il rosso cittadino come colore sociale lo adottarono solo nel 1896. Quando avevano già vinto una Lancashire League e due volte la Second Division del calco inglese. Robetta, in confronto alla messe di vittorie degli anni a venire, allorché un personaggio leggendario come Bill Shankly “made the people happy”. Ovvero fece impazzire di gioia la metà rossa di Liverpool.
di Luca Manes

8 maggio 2025

"ISOLE, INCONTRI, PUB. Soprattutto pub" di Ian Marchant (De Agostini), 2010


In basso a sinistra, in alto a destra. Le storie di questo libro si dipanano in mezzo a due punti. A unirli non è una retta, come nel più classico problema di geometria, ma un tracciato capriccioso e stravagante, un ghiribizzo della fantasia disegnato da un topografo poco propenso alle quadrature e palesemente alticcio. I punti sono anche due estremi che si attraggono, l'inizio e il traguardo di un viaggio rocambolesco che l'autore ha compiuto, in compagnia di un amico fotografo, dalle isole SciIly, al largo della Cornovaglia, fino alle Shetland, a nordest della Scozia. Il programma? Vagare lungo le ebbre, tortuose strade della Gran Bretagna andando da un pub all'altro alla ricerca del locale perfetto. Se la vita è fatta di alti e bassi, di improvvisi rovesci di fortuna, puoi sempre ripiegare su una buona pinta e cercare di risalire la china, di percorrere i giorni con passi più leggeri. Il pub è un modo di stare al mondo e anche un fatto della natura, né più né meno dell'erba verdissima dei prati, della pioggia, dei merluzzi che nuotano nell'Atlantico, delle cabine telefoniche di legno rosso. E per Ian Marchant diventa il set di un'irresistibile commedia umana, i cui personaggi a volte si ritrovano, altre volte vanno alla deriva, ma non sono mai soli perché la chiacchiera è uno scambio fertile in cui ci si abbandona alla nostalgia, al sentimentalismo, al gusto della gazzarra. E luoghi, volti, parole, accenti prendono corpo in una vorticosa ballata che ha lo stesso ritmo della vita.

7 maggio 2025

"NOTTINGHAM FOREST. CON GLI OCCHI DI GILLIAN" di Simone Galeotti

"Mi chiamo Gillian Alcock e quel giorno di primavera del 1959 ero ancora troppo piccola per seguire i miei, in uno stadio così grande, con così tanta gente. Mio padre, Harold Wrigley Alcock, possedeva qualche enoteca in West Bridgfort, e poco dopo la fine della seconda guerra mondiale era diventato presidente del Nottingham Forest Football Club. C’era un cerchio rosso sulla data del calendario, un cerchio a stringere il 2 maggio come una siepe colorata in cui il Forest dopo circa sessant’anni, si sarebbe introdotto a rigiocarsi una nuova finale di Coppa d’Inghilterra. 
A Wembley, insieme a mio padre, andarono mia madre Margaret e mio fratello maggiore Antony. Presero posto nelle morbide sedute del palco reale, giusto sopra la regina Elisabetta e al vecchio scontroso generale Montgomery. In campo, ordinatamente schierati uno accanto all’altro, il nostro capitano Jack Burkitt presentò al Duca Filippo la nostra squadra. Certo, occorre un flashback, tutte queste cose me le hanno raccontate successivamente, non le vidi nemmeno in TV poiché in famiglia c’era ancora quel gocciolante fogliame di aristocrazia da quercia del Trent, e il televisore pareva uno sbilanciamento verso un orrido lupanare di borghesia e astruso modernismo, ma ogni orpello cedette in breve allo scalpicciare inesorabile dei tempi. Oh, restava la radio, una bellissima radio in bachelite e noce, perfettamente sintonizzata sulle frequenze serafiche della BBC, tuttavia mia nonna in concomitanza con il fischio d’inizio della partita, decise di portarmi a fare una passeggiata. E insomma su e giù per Stamford Road, una rigogliosa zona verde con tante villette in mattoni rossi e infissi bianchi, a qualche chilometro dal sonnolento City Ground. Il pensiero dell’evento era palpabile, e allora dopo un po’, mia nonna accelerò il passo, quasi pentita, rientrando tutta trafelata in casa, fiondandosi sulla radio la quale senza un minimo di stridulo annunciò con enfasi che il Nottingham Forest aveva appena vinto per 2-1 e pubblico e giocatori stavano festeggiando il successo. La nonna si mise a ballare, non lo faceva dalla fine della guerra. Quel giorno modificò per sempre i nostri album di fotografie, la nostra vita. Rivedo i miei tornare sulla Jaguar, mio padre con il borsalino e il sigaro in bocca, mia madre con una mano fuori dal finestrino, la manica larga del vestito a fiori svolazzante nell’aria tersa di primavera a salutare gruppetti di gente ai bordi delle strade intenti ad applaudire. 
Al lunedi mio padre volle accompagnarmi nella mia scuola di Broadgate con la FA Cup dentro al bagagliaio che però non si chiudeva bene, e quindi fummo costretti a guidare attraverso Nottingham con la coppa che spuntava dal retro e i nastri ancora legati ai bracci del trofeo accarezzati dal vento. 
Mio padre, Harold, arrivò a Nottingham dopo aver lavorato per la Dunlop nel Kent fondando una società di sua proprietà e da amante dello sport nel 1950 acquistò il Forest che in quel momento non se la passava benissimo gestito da un comitato di sette “saggi” dibattendosi senza strepiti nei chiaroscuri della terza divisione. Indubbiamente voleva cambiare le sorti del club, essere coinvolto, vincere qualcosa d’importante. Indisse una serie di incontri allo Spread Eagle Pub in Goldsmith Street, un localino fosco pieno di cianfrusaglie liberty e arnesi da caccia dove servivano pinte adagiate su un bancone di mescita in legno bistorto sul quale ondeggiava, sospinta dal gelido riscontro della porta d’ingresso, una lampada a petrolio, ornamento tramandato dal vagito d’apertura. Qui si strinsero collaborazioni per un avventura che sarebbe durata oltre 35 anni, segnata indelebilmente dagli impensabili trionfi degli anni settanta, in Inghilterra e in Europa, con quel matto in odore di santità di nome Brian Clough. 

Ma pochi, o forse nessuno, tendono ad annodare la vittoria in FA Cup del 1959 come propedeutica alle clamorose affermazioni di vent’anni dopo, giacché il destino si divertì a giocare uno scherzo mica da poco, una coincidenza che a distanza di tanto tempo fa persino sorridere, stupendo anche i più scettici. Signori, l’arbitro di quella finale si chiamava Clough. Si, avete capito bene
Clough, (per la precisione Jack all’anagrafe) caso o meno che sia. Non cominciò con squilli di trombe il nostro cammino in coppa. Nel terzo turno, nel profondo suburbio londinese, in casa dei dilettanti del Tooting & Mitcham, il Forest rischiò una figuraccia epocale strappando un compassionevole pareggio per 2-2 dibattendosi nel piccolo rettangolo innevato di Sandy Lane sotto un cielo di piombo che minacciava maltempo perenne. C’erano tutti gli ingredienti classici: il campetto di Contea il terreno insidioso, i salumieri, i panettieri e gli operai della fabbrica di candele locale, tutti lì schierati in campo ad affrontare l’eleganza della Prima Divisione. Un eleganza più formale che sincera perché i contrasti alla luce dei fatti tendevano a sfumare addirittura economicamente. I calciatori del Tooting infatti non avevano (tutto sommato) una sostanziale differenza di stipendio rispetto ai loro importanti avversari. Anzi, se il club offriva loro un piccolo compenso, fatto passare come rimborso spese, ecco che gli allegri omuncoli del Tooting guadagnavano più o meno la stessa cifra rispetto a quelli del Nottingham. Sembra il giurassico rispetto a oggi, un autentica era persa in chissà quale angolo dello spazio delle dure randellate del tempo. Billy Walker, il nostro manager, con un discreto passato da giocatore dell’Aston Villa, aveva annunciato alla squadra che l’incontro non si sarebbe disputato viste le condizioni dell’impianto e il gruppo già stava allegramente pranzando al ristorante della stazione aspettando il treno che li avrebbe riportati a casa, quando improvvisamente furono raggiunti dalla notizia che, per diamine, la partita si sarebbe svolta, nonostante il gelo e ogni diavolo avverso. E quindi le cose rischiarono di andare a ramengo. Mi immagino la faccia accigliata di mio padre. Il Forest sotto due a zero. Un rinvio di Chick Thomson colpì in pieno un attaccante del Tooting, regalando il vantaggio ai bianconeri, poi, un rinvio di alleggerimento da oltre quaranta metri andò a sbattere incredibilmente sotto la parte inferiore della traversa finendo nel sacco. Il Forest, secondo i cronisti, si avviava a uscire mestamente dalla FA Cup, e ad entrare nelle pagine sportive dei giornali della domenica da indegno protagonista. A casa, mia madre, seduta in soggiorno, teneva la radio accesa a un volume bassissimo. “Mamma, perché non la spegni...". In realtà pensai volesse stare il più possibile lontano dalla fonte di sofferenza, senza però eliminarla completamente... 
Dovrei consultare gli almanacchi per riportare quanto successe, ma alla fine il Forest riuscì a rimontare nella seconda frazione con i centri di Graniger e Murphy, strappando un pari decisivo. Uno dei solchi ghiacciati del loro campo li tradì, deviando un passaggio indietro diretto tranquillamente fra le braccia del portiere destinandolo in rete; di seguito l’arbitro concesse un rigore per un fallo abbastanza veniale e la partita terminò, come detto, sul 2-2. C’è l’eravamo vista davvero brutta, brutta davvero. Il replay al City Ground il 24 gennaio cominciò prestissimo, in modo da consentire la disputa con la luce naturale, ma stavolta su un prato sul quale si sarebbe potuto benissimo giocare a biliardo, vincemmo facilmente per 3-0, con Billy Gray sugli scudi. Nel quarto turno ci fu meno sofferenza e la squadra evidentemente strigliata a dovere s’ impose in casa per 4-1 sul Grimsby Town. 
Nella partita successiva contro il Birmingham City l’asticella si alzò e a salvarci dalla capitolazione esterna ci pensò un tiro dal dischetto realizzato da Tommy Wilson a un minuto dal termine. Le due parti furono quindi costrette a ritrovarsi di nuovamente da noi e anche in quell'occasione, il risultato fu il copia e incolla del primo match. Solo nel terzo incontro, giocato al Filbert Street di Leicester, riuscimmo a sbarazzarci degli indomiti blu di Birmingham con un perentorio 5-0. Nel sesto turno il sorteggio ci regalò una gara casalinga con il Bolton terminata 2-1 per il Forest risolta dalla giornata di grazia di John Quigley. Lo stesso Quigley che nella semifinale sul neutro di Hillsborough, (in una giornata caotica, piena di problemi di traffico che ritardò l’arrivo degli spettatori), contro l’Aston Villa, risolse la contesa previa un assist di Wilson.

Il giorno antecedente la finale la squadra si trasferì a Londra in un albergo della zona di Hendon e nel pomeriggio i ragazzi fecero due passi sul manto erboso dello stadio per saggiarne la consistenza e respirarne la grandezza. La mattina della partita mio padre, con la tipica aria trasognante che potevo avere io quando mi accompagnavano al circo o al parco giochi, si alzò dal letto senza nemmeno bisogno di rimettere la sua terribile sveglia di ferro. Si diresse alla finestra e scostate le improbabili tendine tartan gialle e marroni si affacciò fuori mentre sul viso gli si aprì un innocente sorriso. Il vacuo cielo del Nottinghamshire pareva sbiancare la corteccia scura dei ciliegi in fiore, e oltre la siepe che delimitava il giardino, era possibile ascoltare gli echi lontani di Sherwood. Scese al piano di sotto, dove mia madre gli aveva preparato la sua colazione preferita: uova, bacon, purea di patate e broccoli. Poi, tutti e tre salirono in auto diretti verso la capitale. In finale non trovammo ad affrontarci che so, il Chelsea di Jimmy Greaves, il Preston di Finney o il Blackpool di Stanley Matthews. Spuntarono a sorpresa quei cappellacci del Luton Town, al loro debutto a Wembley. 
"Mad as a hatter”. Non un semplice proverbio. C'è del vero. Se, come riportano le cronache, durante la lavorazione dei cappelli vigeva l'abitudine di utilizzare il mercurio. Sostanza che alla lunga aveva effetti rovinosi sulla salute mentale degli artigiani. Forse Lewis Carroll nel suo Alice in Wonderland ha probabilmente ironizzato sul detto popolare quando ha ideato la figura del cappellaio matto. Surreale ed enigmatico personaggio accusato di ammazzare il tempo, che risentito, si bloccò alle sei del pomeriggio in una folle e perenne ora del tea. Magari Carroll avrà pensato a Luton. Alla Luton del XVII secolo quando la cittadina era all'apice in Inghilterra nella produzione di cappelli. Ad ogni modo una finalissima di FA Cup, dove la BBC per la prima volta introdusse le didascalie del punteggio durante le riprese, e a dirla tutta ci sarà un “piccolo- grande” errore quando fu visualizzato il nome della nostra squadra diluita in un icastico Notts Forest. il commentatore, Kenneth Wolstenholme, chiese scusa affermando che la dicitura si doveva leggere ovviamente come Nottingham Forest. 
Noi in maglia rossa su pantaloncini bianchi, loro in maglia bianca su pantaloncini neri. Il Luton capitanato da Syd Owen poteva contare sul loro grande cannoniere Gordon Turner quell’anno autore di 14 reti. Tuttavia al decimo giro di lancette Roy Dwight ci portò in vantaggio con un tiro sul quale il portiere degli Hatters Ronald Baynham non poté onestamente opporsi. E non passarono nemmeno cinque minuti dagli esiti di un fraseggio intercorso fra Gray, Imlach e Tommy Wilson, lo champagne fu messo in ghiaccio. Avanti due reti all’intervallo seppure in dieci uomini visto l’infortunio occorso a Dwight, e all’epoca non erano consentite sostituzioni nelle partite ufficiali. Sotto la sapiente direzione d’orchestra del regista Jeff Whitefoot però, il Forest tenne duro. Il Luton fece qualcosa, qualcosina, un uncinetto da soprammobile, poco più, andando a segno con Dave Pacey, ma la coppa che la Regina consegnò a Jack Burkitt, brillò per le strade di Nottingham sul classico bus scoperto da parata, e la sera fece bella mostra di se sul davanzale di casa mia.
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