17 marzo 2026

FIRST Division. Football & cultura britannica. Dove la storia del calcio inglese si scrive tra una pinta al pub, l'odore del Bovril e il brivido delle vecchie terraces.

16 marzo 2026

"A PRANZO CON JOE JORDAN" di Gianfranco Giordano


Ė lunedì, mi arriva un messaggio sullo smartphone,
“Questa settimana sono a Milano, se ti fa piacere venerdì possiamo pranzare insieme.” Impossibile rifiutare un invito del genere.

L’appuntamento è davanti a un ristorante in zona centrale, arriviamo allo stesso momento, con cinque minuti di anticipo. Ci salutiamo e, una volta entrati nel locale, si avvicina un cameriere e lui dice “Ho prenotato per due, il nome è Jordan”

Il cameriere lo guarda ed esclama sorridendo “Joe Jordan, il giocatore del Milan”, a quel punto non resisto e replico “Lui è Jordan, io sono Giordano”.

Una volta a tavola un po’ di convenevoli, lui si informa su cosa faccio adesso che sono in pensione e io gli chiedo cosa ha portato sua figlia a vivere a Milano. Finalmente arrivano i piatti, un bel misto pesce per Joe mentre io accetto la proposta del cameriere, brasato con polenta. A questo punto, tra una forchettata e l’altra, comincia una lunga conversazione tra amici, non un’intervista. Ovviamente si parla principalmente di calcio in ordine sparso senza filo logico e senza ordine cronologico.

Per prima cosa mi chiede cosa penso della stagione del Milan e se abbiamo possibilità di vincere lo scudetto. Mettiamo subito in chiaro che l’esperto di calcio sono io. A seguire alcuni dei punti più interessanti con le riflessioni di Joe, i miei, pochi, pensieri sono tra parentesi nel testo.

Radice.
Quando ho firmato per il Milan l’allenatore era Giacomini, le cose sono cambiate quando sono arrivato a Milano per la preparazione precampionato, il nuovo allenatore era Radice. Con lui non c’è mai stato feeling, il problema non era mio, io mi sono messo a completa disposizione dell’allenatore, il mio approccio è stato dimmi cosa devo fare e io lo faccio. In realtà il problema era tra l’allenatore è quasi tutta la squadra, non siamo mai riusciti a creare un rapporto con lui. Successivamente la panchina è passata a Galbiati ma ormai era tardi.
(Parlando qualche tempo fa con un vecchio giocatore del Torino, mi aveva detto che, durante i ritiri precampionato e prepartita, Radice non dormiva nell’albergo della squadra ma stava per i fatti suoi.)

Clough.
Brian Clough è stato un grande allenatore, ha vinto tutto con il Nottingham Forest, purtroppo era l’uomo sbagliato per il Leeds United. Nella prima metà degli anni 70 le squadre più forti in First Division eravamo noi del Leeds United, il Liverpool e il Derby County. Ogni partita tra noi e il Derby era una dura battaglia, in campo e fuori, Clough non perdeva occasione per attaccarci. Quando la società ha scelto di ingaggiarlo e lui ha deciso di accettare eravamo tutti sorpresi, in definitiva hanno sbagliato tutti, Clough e la dirigenza del Leeds United.

Milan.
Il secondo anno che ero al Milan, campionato di Serie B, la società ha deciso di puntare sui giovani. Scelta dettata solo in parte da considerazioni economiche, si voleva creare un gruppo di giovani legati al club per creare un rapporto di identità tra giocatori e club. Secondo me è stata un’ottima scelta, i ragazzi che crescono nelle giovanili e poi arrivano in prima squadra si sentono tutt’uno con società e tifosi. In quella squadra c’erano degli ottimi giocatori. Baresi era un leader, tra l’altro quando vengo a Milano e voglio vedere il Milan mi rivolgo a lui per avere un biglietto, Romano era bravissimo e poi ha vinto lo scudetto a Napoli, Tassotti un bravo giocatore e un ragazzo fantastico, con Serena eravamo un’ottima coppia di attaccanti. Io abitavo in un paese fuori Milano, Buriani e Antonelli passavano a prendermi con la macchina e mi portavano a Milanello oppure in città. Un ricordo particolare anche del dottor Monti.

Verona.
Il Verona era una squadra molto forte, c’erano grandi giocatori e grandi uomini, gente come Tricella, Volpati, Garella, Galderisi, poi c’era un ottimo allenatore. Bagnoli era bravissimo, ascoltava e rispettava tutti i giocatori, però metteva subito in chiaro che era lui a comandare e a decidere. Ho scelto di andare via perché il titolare era Galderisi e io volevo giocare di più.

Esultanza.
Secondo me l’esultanza dopo una rete è una cosa istintiva, qualcosa che ti esplode dentro. Non capisco i giocatori di adesso che studiano le esultanze la sera prima, come se fossero coreografie oppure balletti. Non capisco neanche i giocatori che non esultano perché segnano contro una ex squadra.

Bristol.
Bristol è una grande città, ma al tempo stesso è un posto tranquillo dove si vive bene. In città come Liverpool, Manchester e Newcastle c’è molta pressione per un calciatore, i tifosi si fanno sentire troppo. A Bristol ci sono due squadre professionistiche e il calcio è molto seguito, ma allo stesso tempo i tifosi ti lasciano vivere in pace.

Scozia.
Nel 1974 avevamo una squadra forte, avremmo potuto passare il turno. Nella prima partita io ho giocato in attacco insieme a Denis Law, lui è stato un grande giocatore, fortissimo, ma in Germania era ormai a fine carriera. Contro lo Zaire all’esordio abbiamo sbagliato, dopo il 2-0 abbiamo pensato di aver raggiunto il nostro obiettivo e abbiamo smesso di giocare. Siamo stati sfortunati a giocare subito con lo Zaire, li avessimo incontrati nella seconda oppure nella terza partita le cose sarebbero andate diversamente.
Quattro anni dopo eravamo ancora una squadra forte, ma l’allenatore non aveva esperienza ad alto livello. Quando scendevi in campo era importante conoscere gli avversari, sapere chi erano quelli più veloci e quelli più lenti, i giocatori più aggressivi e i giocatori più timidi. Abbiamo giocato la prima partita senza sapere nulla del Perù e abbiamo perso, poi abbiamo pareggiato con l’Iran, ormai eravamo fuori. Dovevamo vincere l’ultima partita con tre reti di scarto, ma l’Olanda era una squadra fortissima, impensabile vincere contro di loro con quello scarto, ci abbiamo provato ma dopo la rete di Rep abbiamo capito che la partita era chiusa.

Da Leeds a Manchester.
Quando sono passato dal .Leeds United al Manchester United i tifosi non hanno gradito la mia decisione. Poco dopo anche il mio amico Gordon McQueen è passato al Manchester United e i tifosi hanno pensato che fosse colpa mia, ma non era vero, si trattava di due trattative separate. Con il tempo il rancore dei tifosi del Leeds nei miei confronti è svanito, adesso quando vado a Elland Road vengo accolto bene da tutti.

Nipote.
Ho sette nipoti, secondo me uno ha delle qualità per poter diventare un calciatore. So benissimo che ogni papà e ogni nonno è convinto di avere in famiglia un futuro campione, ma io vedo in lui la volontà e la determinazione di fare il calciatore professionista da grande. Adesso ha 15 anni e gioca nelle giovanili dell’Exeter, è un buon club per un giovane perché ti da lo spazio per crescere con calma.

Stranieri.
Quando vedo giocare squadre come il Liverpool, il Manchester United oppure gli Spurs, in squadra ci sono solo uno oppure due giocatori inglesi. Questo, secondo me, è un aspetto negativo perché vengono a mancare l’identità e l’anima del club.
(In pratica la stessa cosa che succede in Italia)

Coppa delle Fiere a Torino.
La prima volta che sono venuto in Italia è stato a Torino, nel 1971. Abbiamo giocato la finale di Coppa delle Fiere contro la Juve, partita di andata. Io non ho giocato. Abbiamo vinto la coppa per la differenza reti.

Tifoso Celtic.
In famiglia siamo tifosi del Celtic, i primi contatti con il calcio italiano li ho avuti da tifoso. Ero andato a vedere il Celtic contro Milan e Inter, due partite di Coppa Campioni.
(1968/69 vs Milan e 1971/72 vs Inter)

Arbitri.
Ai miei tempi, in Inghilterra, gli arbitri lasciavano i giocatori liberi di prendere confidenza con gli avversari e con la gara nei primi venti minuti. Ti lasciavano giocare liberamente, poi diventavano più fiscali, era una regola non scritta.

Pressione pubblico.
Il pubblico lo senti solo quando entri in campo, ti rendi conto del tifo e del calore dei tifosi, poi l’arbitro fischia l’inizio e conta solo la partita, niente altro.

Rivera Mazzola Riva.
Rivera era un giocatore fantastico, ho giocato contro di lui nella finale di Salonicco, di giocatori italiani di quel periodo mi ricordo anche Mazzola e Riva, fortissimi.

Sardegna.
Mia moglie e io andiamo in Sardegna per le vacanze, un posto che adoriamo, spesso si aggiungono figli e nipoti.
(Adesso capisco perché ha scelto un ristorante con cucina sarda e cimeli del Cagliari alle pareti.)

Stereotipi scozzesi.
Il pranzo finisce, Joe infrange due classici stereotipi sugli scozzesi. In primo luogo beve con moderazione, un bicchiere di vino rosso in tutto il pranzo, poi ha pagato il conto.

Alla fine, mi fa la dedica sui libri “Joe Jordan lo squalo del Milan” e “Blu di Scozia” e gli prometto che passerò da Bristol a trovarlo.

13 marzo 2026

"ENGLAND MY ENGLAND" di Dougie & Andy Brimson (Libreria dello Sport), 2004


La violenza nel calcio, conosciuta ovunque come “il male dell’Inghilterra”, è così diffusa come non lo è mai stata prima, sostengono gli autori del libro. Ci raccontano particolari riferiti a viaggi all’estero al seguito della nazionale Inglese ed esplora avvenimenti e miti che circondano la violenza del calcio e i più temuti gruppi di tifosi nel mondo – i tifosi inglesi.
“Semplicemente brillante” – Sky Sports Magazine -

12 marzo 2026

"MUSIC, SUBCULTURE & OF COURSE FOOTBALL" di Damiano Francesconi

Connubio è quella parola che, spesso, viene usata per star a significare un'unione di più cose tutte insieme. Cose che, unite tra di loro, possono dar vita ad un qualcosa di unico, raro, particolare, indimenticabile e per, alcuni, identificativo.





















L' Inghilterra, da sempre, è una nazione in continua evoluzione ed in continuo cambio di vesti. Storicamente parlando è stato, probabilmente, uno degli epicentri per lo sviluppo di determinate tendeze, culture sociali ed identitarie. Erroneamente, talvolta, pensando all'Inghilterra si pensa che sia stata sempre e solo Londra la portavoce di vari sviluppi in ambito socio-culturale. Eppure le cose non stanno proprio così.
Andiamo con ordine, di cosa si parlerà in questo mio scritto? Il Regno Unito non è sempre stato, solamente, un faro che ha illuminato la sola strada legata al calcio, con le sue tradizioni, le sue storie, i suoi aneddoti ricolmi di un fascino senza tempo. 
Nella terra d'Albione, tra gli anni 50 fino ai primi 2000, vi è stata una vera e propria rivoluzione (parola presa in prestito) di strada e giovanile che ha dato il là a nuove tendenze sia musicali che attitudinali.

La storia che verrà raccontata questa volta dista, circa, 150 km da Londra. Ci troviamo nelle West Midlands (nord-ovest rispetto la capitale inglese) più precisamente nella città di Coventry. Una città del nord dal tipico clima oceanico con estati fresche ed inverni, più o meno, tiepidi. Coventry è, rispetto alle vicine Birmingham e Leicester, una città di gran lunga più antica ed è stata, per tanto tempo, uno degli epicentri per la lavorazione di tessuti divenendo, nel periodo medievale, una delle più importanti città a livello economico. Durante la seconda guerra mondiale insieme a Londra ed Hull fu una delle città più duramente colpite dagli attacchi portati avanti dalla Germania nazista. Nel secondo dopoguerra molte furono le difficoltà ed altrettanti gli strascichi lasciati dal conflitto. La ripresa economica locale non fu per nulla semplice ma, con il tempo, la città riuscirà, pian piano, a risollevarsi grazie anche al boom delle aziende automobilistiche che aprirono, da quelle parti, negli anni 70.

Alla fine degli anni 50 vi fu un grande esodo, dalle ex colonie britanniche, in particolare dalla Giamaica, di diversi migranti di colore i quali cercavano miglior fortuna nella "terra promessa" chiamata Inghilterra. Insieme a Londra, la città di Coventry, fu una di quelle che più di tutte subì questa "invasione". Ma con il senno di poi, questa "invasione", porterà tanta ma tanta notorietà alla città delle Midlands ed una forte ventata di novità soprattutto tra la gioventù cresciuta tra gli anni 60, 70 ed 80.
Quelli erano anni di forte rabbia sociale e di forte contrasti tra quella generazione appena uscita dalla seconda guerra mondiale e quella nata subito dopo. I giovani dell'epoca erano rabbiosi, rancorosi e non vedevano di buon occhio l'avvenire. I ragazzi della cosiddetta working class britannica erano alla ricerca continua di nuove sfide, tendenze e stili. C'era quella voglia matta di cambiare tutto. Eppure quella novità arrivò proprio dall'immigrazione. Non a caso con i flussi migratori, dalla Giamaica, venne importato uno stile musicale che per i ragazzi bianchi della classe operaia inglese fu una vera e proprio ventata d'aria fresca. Reggae, Rocksteady e, soprattutto, lo Ska furono delle vibrazioni totalmente nuove a livello musicale che crearono una miscelazione tra i giovanotti bianchi e neri di quei tempi. Ma non fu solo la musica a fare da padrone. Infatti i giovani inglesi rimasero molto affascinati dal dress-code di molti coetanei dalla pelle scura. Fu grazie a loro che, in Inghilterra, fecero il loro esordio i cosiddetti "rudeboys". Questi erano dei ragazzi di colore con una stile molto "dandy" (per così dire) e molto curato. Giacca, cravatta, scarpa lucida, bretelle, pantalone stretto. Tutto ciò venne assimilato dai kids britannici i quali, soprattutto, la sera dopo le fatiche del lavoro giornaliero andavano al club a ballare a ritmi musicali sopracitati qualche rigo sopra. Un aspetto "smart" ma con un attitudine molto "riottosa". Si perchè sia il classico rudeboy giamaicano che il rudeeboy versione british avevano in comune anche il fatto di far bisboccia, casino e perchè no...menare un pò le mani. 
Dopotutto si trattava di due stili provenienti dalle difficoltà della strada. 
Una strada che congiungeva Kingston e Londra...anzi Coventry.

Coventry, come spiegato poc'anzi, fu un vero e proprio fulcro di questa miscelazione. Nulla aveva da invidiare a Londra in tal senso. Le prime sottoculture nacquero, infatti, nelle Midlands oltre che, ovviamente, nella capitale. I Rudeboys giamaicani in "salsa britannica" furono, forse, gli Skinheads della prima ondata nata a fine anni 60. I cosiddetti "originals". Anche i Mods, nati anni prima degli Skin, senza dubbio hanno subito una forte influenza, soprattutto, a carattere musicale.

La città di Coventry negli anni 70/80 divenne la città il simbolo con cui combattere la piaga del razzismo che, comunque sia, in quegli anni attanagliava tutto il Regno Unito. Spesso, ai concerti Ska o Reggae, personalità vicine a movimenti notoriamente ed estramamente destrorsi, i quali avevano avuto l'astuzia di "accalappiare" molti giovani sbandati vicini al mondo sottoculturale, tendevano a rovinare i concerti o a fare volantinaggi di dubbio gusto circa l'apertura mentale verso nuove realtà entiche. Ciò comportava, talvolta, violente risse tra giovani di vedute differenti. Non sempre ciò accadeva ai concerti Reggae o Ska, forse più nella scena, che sorse verso la fine degl anni 70, chiamata Oi!...una scena nata, a sua volta, da una costola del già noto, in quegli anni, Punk.
Questa dilagante piaga fu utile, molto spesso, alla stampa per dare vita ad articoli, il più delle volte, fantasiosi dove si tendeva ad etichettare i giovani legati ad una sottocultura, piuttosto che un'altra. "Violenti e razzisti senza cervello" questi i termini. Il "folk devil" per eccellenza, per gli "addetti stampa, erano un pò tutti: Skinheads, Mods, Rockers, Punk. Tutti colpevoli insomma, intercambiabili in base all'articolo da "sfornare".

Per combattere questi stereotipi, a Coventry, iniziò una vera e propria battaglia sociale e, molto spesso, le frecce da usare per questo arco erano date proprio dalla musica. Musica popolare, meticcia, urbana, sintomo di angoscia e sofferenza, ma anche di un desiderio collettivo di gioia, rivalsa e rabbia gridata a gran voce. Una musica che desse voce a tutti, agli ultimi reietti della società giovanile britannica post-coloniale e multiculturale.
Band arcinote come The Specials, Madness, The Selecters, Bad Manners, The Beat furono i portabandiera i questa svolta suonata al ritmo dello Ska "Black-British Version".

Questi gruppi sopracitati erano le "top band" del genere musicale nato a fine anni 70, a Coventry, famoso come 2Tone Ska. Ad onor di cronaca va detto che solo i The Specials, veri pionieri del movimento, erano proprio di Coventry. Questa musicalità prevedeva una miscelazione tra il classico Ska alimentato con un poco di New Wave, Pop e Punk. Da lì a poco nascerà anche la label chiamata 2Tone Records ideata da Jerry Dammers già membro dei The Specials.
L'obiettivo era semplice: abbattere tensioni sociali e divisioni razziali nell'Inghilterra neo-liberista dell'era Margharet Thatcher. Molti giovani erano attratti da questa scena che andava mano a mano crescendo. Una scena sottoculturale che accomunava tutti: mods, rudeboys, skinheads, bianchi, neri...tutti insieme appassionatamente!

Ma in tutto ciò...il calcio? Il club noto della città di Coventry è il Coventry City. Un club che non ha mai avuto i grandi riflettori puntati. Nel suo palmarés può vantare, solamente, una Coppa d'Inghilterra ma ha, da sempre, un grande seguito soprattutto nella regione delle West Midlands. Le sue storiche arcirivali sono, da sempre, Aston Villa e Leicester City. Rivalità dovute alla "supremazia territoriale" vista la stessa locazione geografica.
Il club ha sempre fatto grandi campagne contro ogni forma di razzismo soprattutto negli ultimi anni e, proprio recentemente, ha creato un CONUBBIO (ecco che torna la prima parola dell'articolo) che unisce calcio, sottocultura e musica per una nobile battaglia qual'è quella contro il razzismo. Nel 2019, a quarant'anni dalla nascita della 2Tone, il Coventry City creò una bellissima collaborazione con la label in onore di essa. La terza maglia, infatti, venne fatta completamente a scacchi bianconeri. La stessa armocromia che rappresenta da più di quarant'anni il genere Ska. Bianchi e neri insieme (le band più influenti della scena erano formate da membri inglesi e giamaicani). Ma non è tutto, su queste maglie da gara andate completamente a ruba, vi era rappresentato, ovviamente, anche il mitico Walt Jabsco, rudeboy in abito nero, camicia bianca, cravatta nera, cappello stile "pork pie", calzini bianchi e mocassini neri simbolo di questo movimento/label.

Il 18 dicembre 2022 è venuto a mancare la voce ed il leader dei The Specials, Terry Hall. Un vero e proprio figlio di Coventry, nato e cresciuto in quelle strade. Un'icona musicale ed un perno fondamentale, anche, nell'ambito sottoculturale. Il Coventry City, già prima della sua dipartita, era solito mettere in filodiffusione, prima d'ogni match casalingo al City of Coventry Stadium, musica Ska della 2tone ma dalla morte di Terry Hall è diventata un consuetudine imprescindibile.

In un'intervista del 2019 Terry disse testualmente: "Quando siamo nati con gli Specials abbiamo compreso e giudicato la nostra condizione sociale. Eravamo giovani ragazzi, senza lavoro, senza futuro, zero, un bel niente! Decidemmo di fare qualcosa e di condividere con gli altri le nostre difficoltà. I problemi della società non se ne sono andati. 
Hanno solo cambiato forma e colore". Questa è stata, probabilmente, la missione della 2Tone e della sua "prima linea musicale". Una luce nel buio in una situazione sociale, quella dell'Inghilterra thatcheriana, molto difficile soprattutto per i giovani troppo spesso usati come caprio espiatorio di turbolenti situazioni nelle strade, sugli spalti e/o nelle fabbriche. Tensioni sociali e razziali che tendevano, perlopiù, a creare spaccature non da poco.

Questo raccontato non è stato l'unico esempio di una miscela che è stata in grado amalgamare calcio, musica e sottocultura. Doveroso fare altri esempi quali il connubio tra Manchester City e lo storico club musicale mancuniano noto con il nome di The Hacienda, anche le continue sponsorizzazioni tra il Manchester United e la famosa band, sempre di Manchester, degli Stone Roses. Anche nelle realtà meno note vi è l'esempio della giovanile squadra del Seven Sisters FC di Neath sponsorizzata dalla band degli Sleaford Mods.

Diciamo che di esempi ve ne sono ma, quello di Coventry, è forse quello con un chiaro richiamo, oserei dire, politico-sociale non da poco. Una chiara presa di coscienza della propria unicità in ambito territoriale e del tessuto sociale della città stessa. Città da sempre aperta al multiculturalismo che ha dato modo di salire alla ribalta soprattutto in ambito musicale e CULTURALE. Voglio scriverla in grande questa parola perchè a Coventry, ormai, si tratta proprio di cultura e non più di una mera subcultura di strada. Chissà se anche il suo ultracentenario club calcistico locale riuscirà mai a raggiungere risultati importanti e ad arricchire un giorno (chissà) il suo palmarés, ad oggi, alimentato solo da quell'unica FA Cup vinta negli 80's. Anni, come spiegato, di grande rivolta nelle strade, una rivolta cantata e ballata a più riprese sotto i palchi ai concerti Ska della 2Tone.

Vediamo quale destino per gli Sky Blues del Coventry City... nel frattempo mettiamo su un bel disco dei The Specials, chiudiamo gli occhi ed immaginiamo di essere nel moderno City of Coventry Stadium. Vicino a noi qualche amico, due passetti a ritmo Ska per smorzare la tensione prima del match e poi in alto le pinte se sul maxischermo dello stadio dovesse apparire il volto di Terry Hall. Un brindisi gli è più che dovuto.
"Too much...too young!"
di Damiano Francesconi

11 marzo 2026

[UK CINEMA] "RIFF-RAFF. Meglio perderli che trovarli" (1991)


"Riff-Raff" è un piccolo grande gioiello del cinema di Ken Loach, capace di raccontare la realtà degli ultimi senza mai diventare pesante o noioso. Ambientato in un cantiere edile di Londra, il film ci presenta Stevie, un ragazzo scozzese che cerca di sbarcare il lunario in un’Inghilterra segnata dalle politiche della Thatcher. 
La forza della pellicola sta nel suo realismo crudo: non ci sono filtri, si respira la polvere del cantiere e si avverte la precarietà di chi lavora senza garanzie.

Tuttavia, Loach è bravissimo a non cadere nel pietismo. Il film brilla per un umorismo genuino e tagliente che nasce dai dialoghi tra i lavoratori, interpretati spesso da attori non professionisti o da un giovanissimo e bravissimo Robert Carlyle. Questi momenti di "cazzeggio" tra operai rendono i personaggi umani e vicini a noi, facendoci ridere di cuore anche in situazioni difficili.
In mezzo a questo scenario sociale, si sviluppa la storia d'amore tra Stevie e Susan, una ragazza fragile che sogna di fare la cantante. È una relazione imperfetta, fatta di alti e bassi, che riflette perfettamente l'instabilità delle loro vite. In sintesi, "Riff-Raff" è un film che fa riflettere sulle ingiustizie sociali e sulla sicurezza sul lavoro, ma lo fa con il sorriso amaro di chi sa che, nonostante tutto, la dignità e la solidarietà tra poveri diavoli sono le uniche armi rimaste per restare a galla.


Per quanto riguarda le location, il film è stato girato principalmente nel quartiere di Tottenham, a nord di Londra. Il set principale era un vero cantiere edile situato all'interno di un ex ospedale abbandonato, il Prince of Wales Hospital, che all'epoca veniva convertito in appartamenti di lusso. Questa scelta è emblematica: mentre gli operai lavorano in condizioni di povertà, costruiscono case destinate ai ricchi, sottolineando visivamente il divario sociale dell'epoca. 
Altre scene catturano l'essenza della Londra periferica degli anni '90, con i suoi palazzi grigi e le strade affollate, offrendo una fotografia autentica della capitale britannica post-thatcheriana.

firstdivision@2026

10 marzo 2026

"OLD FIRM. La battaglia di Glasgow" di Andrea Dimasi (Urbone), 2016

Non esiste partita al mondo che abbia lo stesso valore culturale dell’Old Firm
Il derby di Glasgow non è soltanto la sfida tra i due club più titolati di Scozia, ma un vero e proprio testa a testa che travalica i confini dello sport e mette a confronto aspetti storici, religiosi e sociali. “Old Firm” vuole offrirvi un manuale completo per conoscere meglio una partita che ha visto la sua nascita negli ultimi cinquecento anni di storia e cultura britannica. In questo libro scopriremo le dinamiche che hanno portato a questa rivalità, lo spinoso tema del settarismo, l’importanza economica della sfida, ma soprattutto le partite memorabili, i grandi successi delle due squadre e i personaggi che hanno scritto la storia di un match che paralizza Glasgow e che nutre particolari legami con l’isola d’Irlanda.

9 marzo 2026

1946 . "IL DISASTRO DI BURNDEN PARK" di Max Troiani


Il 9 marzo 1946, il calcio inglese visse il suo primo grande incubo. A
Burnden Park, casa del Bolton Wanderers, era in programma una sfida di FA Cup contro lo Stoke City del leggendario Stanley Matthews. 
Era il primo dopoguerra e la voglia di normalità spinse una folla oceanica verso lo stadio: si stima che oltre 85.000 persone cercarono di entrare in un impianto che poteva ospitarne molte meno.
Poco dopo il fischio d'inizio, la pressione dei tifosi rimasti fuori spinse chi era già dentro verso il campo. Due barriere di sicurezza cedettero sotto il peso umano, scatenando una calca fatale. La tragedia fu assurda e silenziosa: la partita venne sospesa solo per pochi minuti. 
I corpi delle vittime furono adagiati lungo le linee laterali e coperti con i cappotti, mentre il gioco riprese tra la confusione generale, perché le autorità temevano che uno stop definitivo scatenasse rivolte tra chi non capiva la gravità dell'accaduto.

Il bilancio fu di 33 morti e centinaia di feriti. Nonostante l'orrore, il disastro rimase a lungo nell'ombra rispetto a tragedie successive come Hillsborough. Solo negli ultimi anni Bolton ha abbracciato pienamente questo ricordo, onorando quei tifosi che erano usciti di casa per una festa e non fecero più ritorno. Il disastro di Burnden Park non fu solo una tragedia sportiva, ma un fallimento sistemico figlio di un’epoca che sottovalutava la sicurezza delle masse. Il clima era elettrico: dopo gli anni bui della Seconda Guerra Mondiale, il calcio rappresentava la libertà ritrovata.

Quel giorno, i cancelli vennero chiusi ufficialmente alle 14:40, ma migliaia di tifosi rimasti fuori iniziarono a scavalcare le recinzioni o a forzare i tornelli arrugginiti. La folla si riversò nel settore Railway Embankment, già stipato all'inverosimile, creando un effetto "onda" inarrestabile.

Quando le due barriere di ferro cedettero, il collasso fu immediato. Chi si trovava davanti venne schiacciato contro le ringhiere o calpestato. La cosa più agghiacciante fu la gestione dell'ordine pubblico: l'arbitro sospese la gara al 12° minuto dopo che i tifosi avevano invaso il campo per sfuggire alla morte, ma dopo mezz'ora, su ordine del capo della polizia, si ricominciò a giocare. 
I calciatori rientrarono in campo passando a pochi metri dai cadaveri allineati sotto le tribune, coperti pietosamente dai cappotti dei sopravvissuti.  Molti spettatori dall'altra parte dello stadio rimasero ignari del numero delle vittime fino al mattino seguente.

L'inchiesta che seguì, affidata a Moelwyn Hughes, segnò una svolta storica. Il suo rapporto fu il primo a mettere nero su bianco la necessità di controllare rigorosamente il numero di ingressi tramite tornelli meccanici contatutto (turnstyle) e a suggerire la creazione di corridoi di emergenza tra gli spalti. Purtroppo, molte di quelle raccomandazioni rimasero sulla carta per decenni, fino a quando disastri simili (come Hillsborough) non obbligarono il governo a leggi più severe. Per anni, Bolton ha vissuto con un senso di colpa silenzioso; oggi, quella ferita è diventata un simbolo di rispetto, ricordando che la sicurezza non è un optional, ma un diritto di chiunque compri un biglietto per un sogno.

"1980 JUVENTUS-ARSENAL. Una sfida ad alta tensione.." di Max Troiani

"Ed ora per la Juventus è notte fonda"
. Così Nando Martellini, mercoledì 9 aprile 1980, sanciva il passaggio del turno dell'Arsenal nella partita di ritorno della semifinale di Coppa delle Coppe tra la Juventus e gli inglesi.
Gli italiani giocarono con il freno a mano tirato, mentre l'Arsenal a tratti cercava di segnare quel gol che sarebbe valso la finale. A due minuti dalla fine, dopo un paio di rinvii di Bettega dalla propria area (e questo la dice lunga sulla tattica attuata quella sera dalla Vecchia Signora), ci fu un'incursione di Graham Rix sulla fascia sinistra. Il cross dal fondo trovò un sorprendente e solitario Paul Vaessen (nella foto il gol) che segnò indisturbato sul secondo palo, per la gioia dei numerosi tifosi inglesi presenti quella sera al Comunale di Torino.
Liam Brady, in procinto di passare proprio alla squadra torinese a fine stagione, commentò: "La nostra vittoria è meritata. La Juventus si è difesa troppo, ha giocato manifestamente per lo 0-0, le andava bene il pareggio ed è per questo che hanno addormentato il gioco. E dire che erano la squadra di casa".

E pensare che la partita d'andata si era conclusa con un pareggio (1-1) favorevole alla Juventus, ma non erano mancate le polemiche durante e soprattutto dopo il match. Un fallaccio di Bettega su David O’Leary al 23' del primo tempo costrinse quest'ultimo a lasciare il campo per Pat Rice. Un gol di Cabrini su rigore all'11' portò in vantaggio i torinesi, e un autogol dello stesso Bettega rilanciò l'Arsenal nel finale. I Gunners ebbero tante occasioni, in special modo grazie a un grande Liam Brady, autore di passaggi smarcanti per gli attaccanti inglesi Stapleton e Rix, che però non riuscirono a concretizzare.
Gli inglesi giocarono a Londra con questa formazione: Jennings, Devine, Walford (Vaessen), Talbot, O'Leary (Rice), Young, Brady, Sunderland, Stapleton, Price e Rix..

Il giorno dopo, i tabloid britannici riversarono tutto il loro astio sulle prime pagine, attaccando gli italiani e in primis Roberto Bettega, definito prima del match "il più inglese degli italiani". Il Daily Mail riportava un "horror-tackle", e i giornali domenicali, tra cui il News of the World, prevedevano a ragione: "A Torino sarà l'inferno". Solo il più titolato Times pensò di analizzare il match in maniera meno pesante e scrisse: "Le speranze dell'Arsenal cominciano a vacillare".
Secondo il "Mail", la cronaca del "fattaccio" degli italiani attirò l'attenzione ancor più della decapitazione della Principessa Saudita Misha da parte del boia di Re Khaled, condannata per un semplice adulterio (in quei giorni questa notizia teneva banco su tutti i giornali del Regno Unito perché ITV, il canale privato inglese, mandò in onda la sera del match di coppa una ricostruzione, e dopo la furia degli Emirati Arabi l'allora Ministro degli Esteri Britannico Carrington dovette chiedere personalmente scusa).
Il tackle di Bettega era stato veramente vergognoso e incomprensibile, non ammetteva scuse. O'Leary, dopo essersi tolto i frammenti dei tacchetti dello scarpino dell'italiano, si dovette imbottire di antidolorifici e antibiotici per essere presente nel match del sabato dopo contro il Liverpool dove, tra l'altro, secondo la stampa giocò anche bene. La preoccupazione maggiore era per la partita di ritorno, ma non solo. 
di Max Troiani

6 marzo 2026

[BOOKS] "A LONDRA CON VIRGINIA WOOLF. Passeggiate nella città della vita" di Cristina Marconi (Perrone Editore), 2021


A Virginia Woolf i medici raccomandarono senza mezzi termini di stare lontana da Londra. Troppo sensibile la scrittrice, troppo animata la città: due elementi che, combinati, non potevano che gravare su un'anima già infragilita da lutti e dolori. Eppure è a Londra che la scrittrice vorrà sempre tornare e sempre rimanere: nella capitale trova l'entusiasmo elettrizzante di una passeggiata fatta per comprare una matita, i suoni perduti di Orlando che pattina con la principessa russa sul Tamigi gelato, la vecchia Kensington dell'infanzia vittoriana e la nuova Bloomsbury, il salotto che accoglie intellettuali e artisti. La vita di Virginia Woolf a Londra è scandita dai continui traslochi: otto in tutto. La casa che si affaccia su Gordon Square, chiara e vuota, la prima con la luce elettrica e il 3S di Brunswick Square, dove vive sola con altri uomini. Queste case sono il suo punto di vista sulla città, e cioè sul mondo intero, sulla realtà con le sue tragedie e i suoi cieli. Cristina Marconi accompagna il lettore tra le vie e i quartieri, protagonisti e sfondo della vita e delle opere di Virginia Woolf che, anche da "una stanza tutta per sé", celebra la città che somiglia alla sua anima: Londra e la scrittrice, ugualmente avide di vita, ugualmente tese verso il dramma. Entrambe tanto luminose, quanto popolate da ombre. Londra è una città di tombe, una città che fa amicizia con cimiteri e fantasmi; la stessa confidenza che Virginia ebbe con la vertigine della morte.

5 marzo 2026

"AND IT'S BARNSLEY" di Simone Galeotti


“Ho iniziato a guardare il Barnsley nel 1988, quando avevo 8 anni, ai tempi di Alan Clarke e dell'iconica divisa sponsorizzata dall’ industria dolciaria Lyon Cakes. Oakwell in quel periodo era uno stadio molto diverso da oggi, senza posti a sedere e quindi per riuscire a vedere qualcosa oltre il muro della folla dovevo salire su una cassa di birra che mio padre comprava per ogni partita, finché non fui abbastanza grande da poterla vedere senza questo tipo di aiuto” - 
William Evans.

Barnsley è Inghilterra purissima, (attualmente in via di estinzione) cittadina eclissata del South Yorkshire indurita dalle tramontane di inverni che giurano sempre di essere più freddi dei precedenti, inerpicata da lunghe teorie di casette coi pennacchi di fumo su per amene colline verdi dove il tempo scorre col puntiglio di un conducente in ritardo e nei legnosi pub sono le freccette a sancire chi dovrà pagare il giro di “Timothy”, ossia la Pale Ale di riferimento dai sentori di luppolo e agrumi abbracciati al malto. 
Negli anni '80 e '90 Barnsley incassò, come fosse un pugile messo all’angolo, ogni colpo inferto dalle conseguenze della controversa chiusura dell'industria carbonifera nazionale lasciando dietro di sé povertà, miseri sussidi di disoccupazione e Uflebili speranze. Per molti abitanti di Barnsley, la promozione ai vertici del calcio inglese nel 1997 fu probabilmente il primo evento a rinfondere orgoglio nella zona. Tutto era cominciato nel 1887 quando il reverendo Tiverton Preedy, nella visione di pasque infantili, fondò un gruppo sportivo inizialmente conosciuto con il nome di Barnsley St. Peter's, nato per offrire opportunità ricreative e promuovere lo spirito di comunità, in un'area all'epoca dedita quasi totalmente alla palla ovale. Si diceva che il Barnsley, ogni volta che voleva un nuovo giocatore, si recasse in una miniera di carbone del distretto e gridasse verso il pozzo. Forse fu per questo che vennero chiamati anche "Colliers", e lo stemma del club è un inno alla classe operaia: un minatore con la lampada appesa al collo, che regge un piccone, e dall'altro lato un soffiatore di vetro che regge una canna da soffio. 
Esordio al Queens Ground, in Old Mill Lane, poi finalmente arriverà Oakwell, perimetro di muri stretti, tornelli ferrosi e tettucci rossi coricato in Groove Street, in cui si festeggerà la vittoria di una memorabile FA Cup nel 1912, fra cicatrici, lampi al magnesio, voluminosi cerotti e rammendi di aghi sapienti. L’anno di grazia fu, lo abbiamo detto, il 1996/97, quando sulla panchina c’era Danny Wilson: "Me la sono cavata bene per essere un ragazzino di Wigan", è la frase di chiusura, meravigliosamente modesta, della sua autobiografia intitolata, "I Get Knocked Down, But I Get Up Again", tratta dal successo di “Tubthumping” della rock band "Chumbawamba", le cui radici spirituali si arrotolano con la pigrizia di una serpe nella bruma dello Yorkshire. 

La squadra venne rinforzata in maniera adeguata, all’esperienza del capitano Neil Redfearn furono aggiunti Paul Wilkinson e Neil Thompson così come Matty Appleby sbocciato nelle giovanili del Newcastle e poi mandato a farsi le ossa a Darlington. A questi si aggiunsero la scommessa del giovane serbo Jovo Bosančić e Clint Marcelle, autentica spina d’agave, nativo di Trinidad e Tobago, reclutato dai misteriosi portoghesi del Felgueiras dove pareva fosse andato a lenire l’uggia della vita. Quei Reds erano dati per retrocessi da qualunque addetto ai lavori, un corteo d’usignoli stregati e salaci sulle qualità del gruppo e questo increspò le fronti, provocando un cruccio, una goccia di risentimento ostinato, senza nome, nella fessura, viceversa, di un abbraccio di primavera felice. E Marcelle ebbe un impatto immediato, aiutando il Barnsley a ottenere cinque vittorie consecutive, eguagliando il suo miglior inizio di sempre stabilendosi in testa alla classifica con 15 punti. "Sentivamo l'odore della Premier League", -dissero, "e ci siamo concentrati per arrivarci"
In autunno però la forma fisica calò, ma l'ingaggio dell'attaccante John Hendrie riaccese la fiamma. Hendrie scozzesino sulfureo dai capelli dritti venuto al mondo a Lennoxtown, bivacco di nuvole e cardo; promessa buttata nella spazzatura da Bobby Gould al Coventry che ebbe la forza e il carattere di rimettersi in gioco. A Barnsley giunse al crepuscolo della carriera, aveva 33 anni quando indosserà la casacca rossa del Barnsley e in molti ebbero il sospetto o l’impressione che fosse lì per rimediare l'ultimo stipendio. Hendrie sarà autore del goal della vittoria contro lo Sheffield United a Bramall Lane a fine dicembre e assicurò ai Reds la vetta della classifica prima di Natale nell'ultima partita del 1996, mettendo a segno una doppietta contro il Manchester City a Oakwell davanti a 17.000 tifosi, ponendosi obolo di soccorso per tutti coloro che avevano ormai iniziato a non credere nell’impresa. Il Bolton, onestamente fuori portata, era ormai scappato e ci furono dei momenti di tensione nella parte finale della stagione. Le sconfitte contro Birmingham City e Portsmouth, un pareggio al Selhurst Park con il Crystal Palace e la seria minaccia degli inseguitori del Wolverhampton Wanderers significavano che il momento di determinare il secondo posto, valido per la promozione in Premier, forse sarebbe andato per le lunghe. Beh, quasi. In fondo il 26 aprile 1997 tutto ciò che il Barnsley doveva fare era battere in casa i rivali locali del Bradford City, non ancora salvi, sotto una pioggerellina incessante. "Clint Marcelle, punta alla gloria e la ottiene!". Furono queste le parole di John Helm, commentatore per BBC Radio 5 Live, quel pomeriggio, otto parole perfette. 

La promozione in Premier League del Barnsley fu esattamente questo: Gloria. Non una questione di ricompense economiche o coppe da mettere in vetrina. Il Barnsley era stato il club in cui Danny Blanchflower si era fatto un nome nel calcio inglese e in quella stagione i reds avevano praticamente espresso l'essenza di una sua celebre citazione:
"Il gioco è questione di gloria, di stile, di scendere in campo e battere gli altri, non di aspettare che il pubblico perisca di noia"
Quarantacinque giornate di campionato su quarantasei per aspettare soltanto quella partita contro il Bradford City alle 14 orario di Westminster. Chi non trovò il biglietto d’ingresso si dovette accontentare di tv e radio. Pelle d'oca. Ovunque. Il programma sportivo di Radio 5 BBC fu praticamente un tripudio di auguri per il Barnsley. La resistenza del Bradford fu piegata al minuto ventuno da un colpo di testa di Paul Wilkinson che sciolse molte tensioni portando in vantaggio il Barnsley. Secondo tempo insopportabilmente teso ma tutto si distese quando Clint Marcelle praticamente in chiusura di match infilò la porta difesa dal portiere del Bradford Aidan Davison. Ventimila persone, tutte con riflessioni molto personali e individuali, molti con gli occhi pieni di lacrime, invasero il campo, un'ondata di emozioni represse che andavano ben oltre il calcio. Il successo del Barnsley, al di là della rivincita sui pronostici rappresentava molto più di una semplice vittoria, significava l’abbordaggio alla Premier League da parte di una ciurma proveniente da una città un pochino malmessa e abbastanza malfamata che a sorpresa si intrufolava nel glamour della Premier League. 
L’ora che seguì il fischio di chiusura fu un continuo abbraccio dei tifosi ai ragazzi allenati da Danny Wilson, mentre intanto lo schermo del Ticket Office metteva in onda la pagina della parte alta della classifica della Nationwide Division One, riportando in verde Bolton 98 e Barnsley 80, seguite, in un bianco smunto, da Wolverhampton 76, Ipswich 74 Sheffield U 73 Crystal P 71 che si sarebbero dovute accontentare dei play off.

3 marzo 2026

[UK CINEMA] THE FIRM. (1989)

Il film racconta la vita di Clive "Bex" Bissell, un insospettabile agente immobiliare che nasconde una natura violenta come capo della "Inter City Crew". Questo gruppo è il riflesso cinematografico della reale
Inter City Firm, la leggendaria banda di hooligan legata al West Ham United. Bex vive nei sobborghi eleganti, ma il suo cuore appartiene ai quartieri popolari dell'East End di Londra, dove il calcio è vissuto come una guerra per il territorio.
La trama si sviluppa tra le strade grigie e i pub dell'est di Londra, con diverse scene girate nei pressi dello storico stadio Upton Park, la casa degli "Hammers". I luoghi del film non sono monumenti famosi, ma parcheggi desolati, sottopassaggi e case popolari che trasmettono un senso di oppressione e realtà. Bex vuole unificare tutte le tifoserie inglesi sotto il suo comando per sfidare le altre nazioni durante gli Europei, ma trova resistenza nei leader rivali che non vogliono cedere il potere.
Il protagonista frequenta i luoghi simbolo della cultura casual dell'epoca: i negozi di abbigliamento sportivo e i pub dove si organizzano gli scontri. Molte sequenze esterne mostrano la zona di Newham e i dintorni dei moli londinesi, aree che all'epoca stavano cambiando volto ma che conservavano un'anima dura. Bex si muove in questi spazi con arroganza, convinto che la sua posizione nel West Ham lo renda intoccabile.

La squadra del West Ham, con i suoi simboli dei martelli incrociati, fa da sfondo costante alla sua identità. Per lui, il club non è solo sport, ma un marchio di appartenenza da difendere con i pugni. Nonostante i tentativi della moglie di riportarlo alla realtà familiare, Bex continua a dare appuntamenti alla sua banda nei parchi e nelle stazioni ferroviarie, pronti a partire per la prossima battaglia.
Il film si chiude mostrando come quei luoghi, apparentemente normali, diventino campi di battaglia urbani. La regia di Alan Clarke usa lunghi piani sequenza per farci camminare accanto a Gary Oldman tra i vicoli di Londra, facendoci sentire parte di quella sottocultura pericolosa. Alla fine, "The Firm" resta un viaggio brutale dentro l'ossessione di un uomo per la propria squadra e per il potere che essa gli conferisce in strada.


Il film è uscito ufficialmente il 26 febbraio 1989, trasmesso per la prima volta nel Regno Unito sul canale BBC Two all'interno della collana antologica Screen Two. Nonostante sia stato prodotto nel 1988, la sua messa in onda avvenne l'anno successivo proprio in quella data.

"LA STORIA DEL MANCHESTER UNITED. Dalle origini alla tragedia di Monaco. Vol. I" di Mario Zargani (GEOEdizioni), 2021


Mario Zargani è un patito del Manchester United. Soltanto lui, grazie al suo amore per i “Red Devils”, poteva svolgere una così capillare ricerca che raccoglie tutti i tabellini e tutti i protagonisti che dalla fondazione sino al 1958 hanno fatto la storia del Manchester United, partendo dal Newton Heath, fondato nel 1878 e diretto progenitore dello United. 
Sono ottanta le stagioni calcistiche che compongono questo primo volume sino alla tragedia aerea di Monaco di Baviera del 6 febbraio 1958 che distrusse la gloriosa formazione dei “Busby Babes”. Di prim’ordine il corredo fotografico che assieme a tabellini, testi e ogni altro tipo di statistica, si snoda nelle 450 pagine che compongono questo primo volume.

2 marzo 2026

"MAESTRI DI CALCIO. BRIAN CLOUGH" di Christian Giordano

«I wouldn’t say I was the best manager in the business. But I was in the top one.» – Brian Clough

OBE. Officer of the British Empire, ufficiale (dell’Ordine) dell’Impero Britannico (quartultima fra le cinque classi dell’onorificenza istituita da re Giorgio V nel 1917), per i suoi fan più accaniti; Old Big ’Ead, vecchio testone, per i suoi – altrettanto irriducibili – detrattori.
Comunque si voglia interpretare, la sigla identifica un manager che ha scritto la storia del calcio (non solo) britannico degli anni Settanta-Ottanta. E l’ha fatto in realtà pressoché amatoriali che, dopo il suo trionfale passaggio, sono ripiombate nell’anonimato.
Mai avute mezze misure: adorato o detestato come capita a chiunque provi (e magari riesca) ad affrancarsi dalla mediocrità. Anche se mediocre, Cloughie, nelle sue molteplici reincarnazioni, non lo è stato mai. Fenomenale goleador a cavallo fra gli anni Cinquanta-Sessanta con Middlesbrough e Sunderland (251 reti in 274 partite di massima divisione), in campo è stato fra i pochi ex campioni diventati poi grandi allenatori; e fuori, nella pionieristica e ingessata tv dell’epoca, un José Mourinho con quarant’anni di anticipo sull’originale. Il primo Special One. Anche lui con il suo Pep, il nemico fierissimo Don Revie.

Quinto degli otto figli (in realtà sesto di nove, la primogenita Elizabeth morì a 4 anni di sepsi, nda) di Joseph e Sara, Brian Howard Clough nasce a Valley Road (Middlesbrough), Inghilterra, il 21 marzo 1935. Lasciata presto la scuola, trova un impiego alla ICI (Imperial Chemicals Industries, la maggiore azienda chimica britannica, nda) e gioca centravanti in club di non league, il Billingham Synthonia e il Great Broughton.
Nel novembre del 1951 entra nei Ragazzi del Middlesbrough, la squadra per cui tifava da bambino, sulle gradinate di Ayresome Park, sognando di emulare le gesta di Wilf Mannion e di George Hardwick. Il primo contratto professionistico lo firma nel maggio 1952, poi parte per la leva, nel National Service. Il debutto fra i titolari (fortissimi) arriva solo il 17 settembre 1955, in casa con il Barnsley, in seguito alla serie d’infortuni che hanno falcidiato l’attacco. Una volta in prima squadra non ne esce più e, superata la concorrenza di Charlie Wayman e Lindy Delapenha, è capocannoniere per tre stagioni consecutive senza però riuscire a portare il Boro in Second Division.

Già allora il lato polemico della sua natura comincia a emergere, perché il club non vuole cederlo nonostante il gran numero di acquirenti e la volontà di andarsene del giocatore, invero espressa sin troppe volte (la prima dopo nove partite).
Nel novembre 1959 la maggior parte della squadra (il portiere Peter Taylor escluso) firma una petizione affinché a Clough, sempre più arrogante e presuntuoso, siano tolti i gradi di capitano. Si scoprirà poi che al ragazzo non andava giù che i compagni scommettessero illegalmente contro la propria squadra, e incassando volutamente quei gol che, una stagione dopo l’altra, erano costati al club la promozione. O perlomeno la chance di giocarsela fino in fondo. Finalmente, nel luglio 1961, dopo aver segnato 204 gol in 222 partite fra campionato (197 in 213 gare) e coppa, può andarsene. E lui che ti combina? Passa agli odiati cugini, il Sunderland, per 42.000 sterline.

Nel Wearside diventa subito una leggenda segnando 63 volte in 74 partite (46 in 61 di campionato) in neanche una stagione e mezza. L’incredibile media realizzativa (quaranta gol a stagione per quattro annate consecutive dal 1956-57, e cinquina nel 9-0 al Brighton) non basta però a convincere appieno il Ct inglese Walter Winterbottom, che gli concede appena due chance, entrambe nel 1959: con il Galles (1-1) al Ninian Park di Cardiff e con la Svezia (2-3) a Wembley. Il sogno di una carriera da predestinato gli si spezza nel 1962 insieme con il ginocchio destro nel Boxing Day, come oltremanica chiamano il giorno di Santo Stefano, nello scontro in area con il portiere del Bury, Chris Harker. Il sordo rumore dell’impatto ammutolisce il Roker Park. Brian non tornerà in campo per il resto della stagione (e il Sunderland fallirà la promozione) né in quella successiva, quando l’approdo in First Division diventa finalmente realtà. Da neopromosso, il Sunderland parte malissimo. Il manager Alan Brown, passato allo Sheffield Wednesday in estate, non era stato rimpiazzato. I tifosi sono in fermento, così Clough si rimette le scarpette in tre occasioni. Pur clinicamente guarito, non è però più il giocatore che in 296 partite era andato a segno 267 volte. Torna anche al gol, al Roker Park il 5 settembre 1964, un colpo di testa ravvicinato nel 3-3 con il Leeds United di (eh sì) Don Revie, ma è ormai l’ombra dell’attaccante di un tempo e sia lui sia il Sunderland devono arrendersi: a 29 anni Clough è – alla lettera – un calciatore finito.

Chiusa la carriera agonistica, entra nello staff tecnico dei Black Cats come allenatore della squadra giovanile e centra subito la finale della FA Youth Cup, la Coppa d’Inghilterra di categoria. Pochi mesi dopo, nell’ottobre 1965, diventa il più giovane manager (trent’anni) della Football League accettando la panchina dell’Hartlepool United, in quarta divisione, che guiderà assieme all’amico Peter Taylor, suo compagno ai tempi del Boro. Quello che nel novembre 1959 la lettera non l’aveva firmata, e che adesso, per raggiungerlo, lascia il Burton Albion. Comincia lì un sodalizio tecnico che segnerà vent’anni di football albionico ed europeo. E che porterà, ma altrove, successi inimmaginabili. I due setacciano i pub della città per raccogliere fondi per il club.
Il 21 maggio 1966 fanno esordire un 16-enne, John McGovern, che poi seguirà Clough ovunque. In maggio però la strana coppia Brian & Peter lascia (per il Derby County) il club del Victoria Park dopo aver portato la squadra dal diciottesimo all’ottavo posto e prima di vedere coronato il loro lavoro: la promozione, infatti, i Pools la centreranno nella stagione successiva, la 1967-68, con in panchina Angus “Gus” McLean. Grazie anche ai loro acquisti in difesa – Dave Mackay e Roy McFarland – la sin lì non ancora premiata ditta Clough & Taylor si rifà vincendo con i Rams la Division Two 1968-69; e tre stagioni più tardi, dopo il sorprendente quarto posto del primo anno, addirittura la Division One. Come non bastasse, l’anno successivo arrivano il settimo posto in campionato e la semifinale di Coppa dei Campioni persa contro la Juventus (3-1 al Comunale, 0-0 al Pride Park), poi finalista battuta a Belgrado dall’Ajax (gol di Johnny Rep). La favola però finisce lì perché, nell’ottobre 1973, dopo una serie di contrasti (eufemismo) con il presidente Sam Longson, la adesso sì premiata ditta saluta il club del Baseball Ground.

A Derby quasi scoppia la rivoluzione. I giocatori minacciano lo sciopero, ma è tutto inutile: il dinamico duo non tornerà. Neanche un mese ed eccolo ridiscendere in Third Division, al Brighton & Hove Albion, che termina il torneo al 19° posto. La stagione seguente il sodalizio si separa. Clough va – udite udite – addirittura al Leeds United per rimpiazzare Don Revie, appena nominato Ct della nazionale inglese. Taylor resta al BHA.
Cloughie al club dell’Elland Road dura 44 giorni, quelli de Il Maledetto United di David Peace diventato letteratura da film per Tom Hooper. Se ne va sbattendo la porta per l’eccessivo potere che i giocatori (specie i veterani, in testa il capitano Bremner, fedelissimo di Revie) esercitano sulla società. Dopo quattro mesi senza calcio, e una buonuscita di 100 mila sterline, l’8 gennaio 1975 Clough torna nelle Midlands: con un lungo lavoro ai fianchi, il presidente del club, Stuart Dryden, lo convince ad allenare il Nottingham Forest.

Nel luglio 1976 la strana coppia Clough-Taylor si ricompone e il terzo posto dei Reds, che schierano giovani di qualità come Peter Withe in attacco e Larry Lloyd al centro della difesa, vale la promozione in First Division. L’anno successivo il neopromosso Forest vince il campionato e la Coppa di Lega (0-0 dopo i tempi supplementari con il Liverpool a Wembley, rigore di Robertson nel replay all’Old Trafford).

Fra il 1979 e il 1980, l’apoteosi: due Coppe dei Campioni consecutive.

La prima a Monaco, 1-0 al Malmö (guidato dall’inglese Bob Houghton) con zuccata del centravanti Trevor Francis, futuro sampdoriano e primo giocatore inglese acquistato per un milione di sterline (inutile lo stratagemma antipressioni cloughiano di firmarlo a 999.999, comunque poi salite a 1,1 milioni, considerando le tasse). La seconda a Madrid, punteggio minimo sull’Amburgo con invenzione della funambolica ala sinistra ribelle John Robertson che, incurante degli urlacci di Clough e Taylor di rientrare, taglia verso il centro, scambia con Birtles e in diagonale buca Kargus sul palo più lontano. Due brutte finali (in quella del “Bernabéu” l’assenza dell’infortunato Francis si aggiunse agli acciacchi di Horst Hrubesch, entrato al 46’, e alla giornata-no della star Kevin Keegan) chiudono un’impresa unica. Mai una matricola, che sino a un paio d’anni prima era ancora in cadetteria, aveva conquistato due volte il trofeo in altrettante partecipazioni. Sarà la più grande sorpresa nella storia del calcio britannico, e forse europeo, fino alla storica Premier League 2016 vinta dal Leicester City allenato da Claudio Ranieri. In campionato il Forest deve invece accontentarsi della seconda piazza dietro altri reds, l’imprendibile Liverpool di Clemence, Neal, Kennedy, Dalglish, Case e Hansen: 30 vittorie, 4 sconfitte, 85 gol fatti e 16 subiti. Eppure in Coppa dei Campioni i detentori erano riusciti a eliminarlo: 2-0 al City Ground, 0-0 all’Anfield. Nel magico 1979 arrivano pure la seconda Coppa di Lega (a Wembley, 3-2 con doppietta di Gary Birtles al Southampton) e la Supercoppa Europea (1-0 al Barcellona in casa, 1-1 fuori; nel 1980 il trofeo continentale va invece al Valencia: 2-1 al City Ground, 0-1 al Mestalla). L’Intercontinentale no. Perché, dopo la rinuncia pro-Malmö nel 1979, nel 1980 (ma si giocò l’11 febbraio 1981) il Forest cede a Tokyo contro il Nacional Montevideo per un gol della futura meteora cagliaritana Waldemar Barreto Victorino. Di lì a due anni la rosa, fra trasferimenti e ritiri, è smantellata. Ingaggi onerosi quali il 19-enne Justin Fashanu (primo calciatore nero costato quanto Francis, e senza lo stratagmma della sterlina in meno), Ian Wallace e Peter Ward non producono i risultati attesi, e il Forest va a fondo. In classifica e nel mare di debiti.

Taylor si ritira nel 1982 per motivi di salute (e forse per i mancati risultati a fronte dei grandi nomi arrivati), ma un anno più tardi diventa manager del Derby County e si porta dietro, sembra all’insaputa di Clough, l’ultima stella del Forest, John Robertson. I due vecchi amici, uno dei più riusciti binomi nella storia del calcio tout court, non si parleranno più. Anche se Brian sarà presente al funerale di Peter, deceduto a Mallorca il 4 ottobre 1990.
Dopo il terzo posto in First Division e la semifinale UEFA del 1984 (2-0 casalingo all’Anderlecht, 3-0 al ritorno con un assurdo rigore concesso dallo spagnolo, e forse non integerrimo, Guruceto Muro e gol decisivo di Erwin Vandenbergh all’88’), il Forest raccoglie due vittorie in quattro finali di Coppa di Lega e due Full-Members Cup. Non realizza però il sogno di Clough, la FA Cup, sfiorata nel 1991 perdendo 1-2 la finale contro il Tottenham Hotspur. La stagione 1992-93 si chiude in disarmo. Il 22° posto significa retrocessione e Clough, che a quattro turni dalla fine si era dimesso perché un membro del CDA, Chris Wooton, ne aveva rivelato l’alcolismo nell’edizione domenicale di un quotidiano nazionale, dice stop.

L’ultima gara al City Ground, contro lo Sheffield United, termina con Brian portato in trionfo da migliaia di tifosi “retrocessi” eppure adoranti. Sposato con Barbara, tre figli (Nigel, anch’egli buon centravanti ma poi solo discreto allenatore, Simon ed Elizabeth detta Libby), nei suoi ultimi anni Clough si è goduto i nipoti e il giardino, è stato columnist del mensile Four Four Two e ha evitato, per quanto gli fosse possibile, gli eccessi.

Il 20 gennaio 2003 un trapianto di fegato durato dieci ore gli aveva salvato la vita, che altrimenti si sarebbe interrotta entro un paio di mesi. In carriera gli è mancata soltanto l’agognata panchina dell’Inghilterra, incarico che solo l’indole rissosa, la carenza d’istruzione e l’essere politicamente scorretto (vergognoso il suo mobbing, per non dire bullying, sul compianto Justin Fashanu, primo gay dichiarato del calcio inglese) gli hanno negato. Mai noto come grande stratega (l’italo-svizzero Raimondo Ponte rivelò poi che al Forest le partite nemmeno si preparavano) o fine psicologo, Clough è stato soprattutto un eccezionale motivatore. Ma per quanto compiuto a Nottingham e a Derby, comuni di cui è diventato cittadino onorario, al Vecchio Testone si perdonava tutto. Comprese le accuse (mai provate) di fare la cresta in campagna acquisti.
Più difficile dimenticare la mancata riconciliazione con l’amico di sempre. Quella no. Quella, OBE non se l’è mai perdonata.
di Christian Giordano, da https://sportspoetssociety.blogspot.com

27 febbraio 2026

"LA LEGGENDA DI SANT'ALBERTO, 1986 quando il Celtic infranse i cuori di Edimburgo" di Alessandro Boretti (Urbone), 2016

Nello sport, come nella vita, si gioca per vincere. E alla fine vince solo uno. Non esiste il “primo-a-pari-merito”! Tutti gli altri, come mi disse il compianto presidente dell’Hellas Verona Saverio Garonzi, alla fine di una mia vittoria sulla squadra che lui seguiva in quell’occasione, “i se gratta el cul!” Ma in un rush finale, quando si è testa a testa con l’avversario, cosa serve per vincere?
Il campionato di calcio scozzese della massima serie nella stagione 1985/86 vide il suo epilogo all’ultima giornata, quando Hearts di Edimburgo e Celtic di Glasgow si contesero il titolo. Gli Hearts giunsero a quell’ultima gara in vantaggio sui rivali biancoverdi di 2 punti, e sarebbe bastato loro un misero punto per assicurarsi quello che noi chiamiamo “scudetto”. Quel sabato, in tutta la Scozia, c’erano solo 2 persone che credevano fermamente che il Celtic potesse ribaltare la situazione e assicurasi il titolo. 
Uno era il manager David Hay, un grande talento come giocatore uscito dal vivaio biancoverde a fine anni ’60, ma persona schiva e mite che, nonostante il ritardo in classifica, durante la stagione aveva condito le interviste rilasciate ai mass media senza clamore, ma con un convinto ottimismo. Pura formalità o estrema fiducia nel proprio lavoro e soprattutto nei propri giocatori? E ancora: una squadra come affronta il lavoro settimanale, volto a rincorrere gli avversari, fisicamente e mentalmente? Qual è l’approccio che spinge i calciatori a presentarsi in campo quando l’avversario primo in classifica dista parecchi punti e le gare a disposizione per recuperare sono sempre meno? Nonostante prestazioni altalenanti e problemi di vario genere, il Celtic riuscì ad arrivare all’ultima gara di campionato con un’unica possibilità di agganciare e superare gli Hearts in classifica. Questo libro vi porterà fino a quell’ultimo piovoso sabato, il 3 maggio 1986 dove nello spogliatoio di Love Street, lo stadio del St. Mirren, scoprirete l’altra persona che credette in quella vittoria.

26 febbraio 2026

"1977. ACCADDE IN INGHILTERRA" di Christian Cesarini

La First Division venne vinta dal Liverpool di Bob Paisley, che si aggiudicò il titolo con appena un punto di vantaggio (57) sul Manchester City (56). Reds capaci di trionfare anche in Coppa dei Campioni, nella finale vinta all'Olimpico di Roma sui tedeschi del Borussia Moenchengladbach. Ultimo posto per gli Spurs, capaci di perdere 21 delle 42 gare di campionato. Grandi polemiche durante l'ultima giornata di campionato quando Coventry City e Bristol City, venute a conoscenza dello svantaggio del Sunderland al Goodison Park, accomodarono il gioco sul risultato di 2 a 2 con il pareggio utile alla salvezza di entrambi i club. Al fischio finale Coventry e Bristol rimasero in First Division, il Sunderland retrocesse insieme allo Stoke City e al Tottenham.



Marcatori: Andy Gray (Aston Villa) e Malcolm MacDonald (Arsenal), entrambi con 24 reti. In Second Division vennero promossi Wolverhampton Wanderers, Chelsea e il Nottingham Forest di Brian Clough. Scesero in Third Division Carlisle United, Plymouth Argyle e Hereford United, con quest'ultimi che diventarono il primo club assoluto a giungere ultimo in Second Division dopo aver vinto la Third Division l'anno precedente. Promozione in Second Division per Mansfield Town, Brighton & Hove Albion e il Crystal Palace guidato da Terry Venables alla sua prima stagione da manager. Reading, Northampton Town, Grimsby Town e York City scesero in Fourth Division, sostituiti in Third Division da Cambridge United, Exeter City, Colchester United e Bradford City. Il 21 maggio, davanti a centomila fans, si giocò un'emozionante finale di Fa Cup; a trionfare fu il Manchester United sul Liverpool per 2 a 1, risultato che infranse il sogno dei Reds di Paisley di realizzare uno storico e clamoroso “treble”. La League Cup venne invece sollevata dall'Aston Villa che superò l'Everton per 3 a 2 al secondo replay, mentre il British Home Championship, il tradizionale torneo delle nazionali britanniche, vide l'affermazione della Scozia con 5 punti.

Riconoscimenti: Andy Gray dell'Aston Villa venne nominato miglior giovane e miglior giocatore dell'anno dalla PFA (Professional Footballer Association), mentre la FWA (Football Writers Association) elesse come best player Emlyn Hughes, capitano del Liverpool.

Curiosità: la stagione 1976/77 fu la prima in cui vennero usati ufficialmente i cartellini gialli e rossi per le sanzioni disciplinari. Fu inoltre introdotta una nuova competizione: la Debenhams Cup. A disputarla, secondo il regolamento stabilito dalla Football League, i due clubs non appartenenti alle prime due divisioni della piramide calcistica inglese, capaci di superare il maggior numero di turni in Fa Cup. Chester e Port Vale raggiunsero entrambi il quinto turno della coppa prima di esser eliminate rispettivamente da Wolverhampton ed Aston Villa. La finale della Debenhams Cup fu giocata in doppia partita: l'andata finì 2 a 0 per il Port Vale ma nel ritorno giocato al Sealand Road il Chester s'impose con una gara memorabile per 4 a 1 aggiudicandosi il trofeo. Il manager scozzese Tommy Docherty vinse l'Fa Cup con il Manchester United, primo trofeo conquistato dai red devils dopo l'era Busby. Dopo la finale (precisamente il 4 luglio) venne licenziato quando confessò in un'intervista la relazione amorosa con la moglie del fisioterapista del club. Kevin Keegan fu ceduto per 500.000£ all'Amburgo e con i soldi della cessione il Liverpool acquistò dal Celtic il promettente Kenny Dalglish pagandolo 440.000£, cifra record all'epoca che in Inghilterra fece scalpore. Molto risalto mediatico ebbe anche l'acquisto del Watford FC da parte di Elton John, famosa pop-star inglese. Durante la prima conferenza stampa il cantante dichiarò di aver realizzato un vero e proprio sogno in quanto tifoso del Watford sin da bambino. Il 20 marzo 1977 morì in un incidente stradale Peter Houseman, ala del Chelsea dal 1963 al 1975. Nel terribile schianto sulla A40 nei pressi di Oxford persero la vita anche la moglie del giocatore Sally e due loro amici, Allan e Janice Gillham. In quella stagione “Nobby” Houseman, all'epoca 31enne, giocava per l'Oxford United ma dopo l'incidente fu organizzata una gara amichevole tra giocatori del Chelsea 1970 (squadra con il quale Houseman vinse l'Fa Cup) e il Chelsea 1977. Al testimonial match parteciparono 17mila persone e l'intero incasso della gara fu devoluto ai figli delle vittime, tre dei quali erano figli dello sfortunato Houseman.

Varie: Nel 1977 il primo ministro era il laburista James Callaghan.

Sgt.Pepper's Lonely Hearts Club Band dei Beatles venne eletto miglior album e Bohemian Rhapsody dei Queen fu uno dei singoli di maggior successo.

Il 7/07/77 fu proiettata a Londra la premiere del film 007 La spia che mi amava; il GP di Formula 1 di Silverstone venne vinto dall'inglese James Hunt su McLaren; a Wimbledon trionfò lo svedese Bjorn Borg, che sconfisse l'americano Jimmy Connors al quinto set. Il 25 dicembre si spense in Svizzera il grande attore londinese Charlie Chaplin.
di Christian Cesarini
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